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Ci stiamo avviando verso un’altra guerra mondiale?

Baal HaSulam, il più grande e rinomato Kabbalista del XX secolo, scrisse della possibilità di una Terza e persino di una Quarta Guerra Mondiale. Ad esempio, nei suoi “Scritti dell’ultima generazione”, ha affermato:

“Ci sono due vie per scoprire la completezza: la via della Torah o la via della sofferenza. Il Creatore ha dato all’umanità la tecnologia, finché non hanno inventato l’ atomica e le bombe all’idrogeno. Se la rovina totale che sono destinati a portare sul mondo non è ancora evidente al mondo, possono aspettare una terza guerra mondiale o una quarta. Le bombe faranno il loro lavoro e i reduci che rimarranno dopo la rovina non avranno altra scelta che farsi carico di questo impegno, che prevede che sia gli individui che le nazioni non si occupino di se stessi più di quanto sia necessario per il loro sostentamento, mentre tutto il resto sarà rivolto al bene degli altri. Se tutte le nazioni del mondo saranno d’accordo, non ci saranno più guerre nel mondo, perché nessuno si preoccuperà del proprio benessere, ma solo di quello degli altri”.

Molti si chiedono se questo accadrà. I Kabbalisti vedono il sistema generale di gestione e i potenziali percorsi che abbiamo davanti. Vedono che esiste la libertà di scelta per ogni individuo e per tutta l’umanità.

Ci sono due modi per avanzare nella realtà: la via della sofferenza o la via della Torah, la via della luce. La via della Torah non si riferisce alla religione. Descrive piuttosto l’apprendimento di come funzionano le leggi della natura, di come la natura egoistica dell’uomo sia opposta alla legge altruistica generale della natura e di come possiamo passare dall’egoismo all’altruismo per raggiungere l’equilibrio con la legge generale della natura e quindi un’esistenza armoniosa, pacifica e felice. Se scegliamo di vivere secondo il solito percorso materialistico, concentrandoci solo sull’esistenza fisica, questo mondo ci condurrà inevitabilmente in un vicolo cieco. Ci spingerà in uno stato insopportabile che alla fine ci costringerà ad ascendere. Tuttavia, prima di decidere di elevarci al di sopra del nostro livello attuale, potremmo sperimentare sofferenze estreme, compresi gli orrori della Terza e della Quarta Guerra Mondiale e altri eventi catastrofici. Finora, vediamo che nulla nel mondo sta cambiando in meglio.

La terza e la quarta guerra mondiale, così come i disastri ecologici, le carestie, le crisi climatiche, i terremoti e altri sconvolgimenti sono tutti latenti nel piano della natura. Questi eventi esistono come scenari potenziali, in attesa di essere attivati a seconda delle nostre scelte. Il loro scopo è quello di scuotere l’umanità, di risvegliarci, di farci sentire la necessità di un nuovo livello di sviluppo in cui ci equilibriamo volontariamente con la legge altruistica generale della natura. Ma se affrontiamo queste minacce da una prospettiva puramente fisica, concentrata unicamente sulla nostra sopravvivenza, sperimenteremo queste trasformazioni nel modo più doloroso.

Se scegliamo di elevarci in equilibrio con la natura, ci colleghiamo a forze completamente diverse. Invece di essere costretti a evolvere attraverso la sofferenza, influenziamo il sistema di gestione della natura su di noi. Allora la nostra realtà attuale non ci costringerà a trasformarci attraverso la sofferenza e ci eleveremo invece al livello successivo, più alto, di esistenza per nostra libera scelta.

Tutto apparirà diverso. Il mondo si trasformerà in un luogo meraviglioso e noi ci integreremo nella sua gestione. Avanzeremo con la comprensione, sapendo perché le cose accadono nel modo in cui accadono e dove siamo diretti. Questo approccio cambierà completamente la nostra vita e i nostri atteggiamenti.

In questo modo progrediremo attraverso il cosiddetto “raggio di luce”, cioè elevandoci al di sopra della nostra esistenza animalesca e sviluppando il desiderio di connetterci a qualcosa di più elevato. Il sistema di gestione della natura esiste al di sopra della nostra percezione e sensazione egoistica,  sta a noi coglierlo e integrarlo. Tutti dobbiamo attraversare questo processo e chi non l’ha ancora fatto lo sperimenterà inevitabilmente a suo tempo.

Basato sulla lezione di Kabbalah in russo del 7 ottobre 2016.

Scritto/redatto dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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La paura è la radice di tutta la sofferenza?

La radice della sofferenza è in realtà piuttosto sciocca: è il nostro rifiuto della sofferenza, la convinzione che il dolore che sperimentiamo e sopportiamo non sia in qualche modo destinato a noi.

Se accettassimo la sofferenza che riceviamo, non soffriremmo. Ci abitueremmo semplicemente a questo livello di vita.

Basato sul programma “News with Dr. Michael Laitman” trasmesso da KabTV con il Kabbalista Dr. Michael Laitman in data 23 settembre 2024. Scritto/redatto da studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Dovremmo imparare a sentire il dolore degli altri?

Dovremmo imparare a percepire il dolore degli altri, perché in questo modo coltiviamo intorno a noi un campo positivo di connessione reciproca, essenziale per la nostra esistenza.

Tratto dal programma dell’emittente KabTV “News with Dr. Michael Laitman” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman trasmesso in data 23 settembre 2024.

Scritto/edito dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman

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Cosa pensi sia più difficile da affrontare: i problemi di salute fisica o quelli di salute mentale?

Il nostro corpo è naturalmente predisposto a sopportare la sofferenza fisica. Può sopportare il dolore, la tortura, persino condizioni estreme come l’isolamento, e comunque riprendersi. Ma la sofferenza mentale, lo stress, la disperazione, la mancanza di uno scopo, possono spezzare completamente una persona. Il motivo è che il nostro corpo è costruito per affrontare le difficoltà fisiche, ma non è attrezzato per sopportare la sofferenza esistenziale.

Perché? Perché la sofferenza mentale tocca qualcosa che va oltre il corpo. Interrompe una funzione superiore dentro di noi, qualcosa che sta al di sopra della nostra vita fisica naturale. Possiamo vivere con un corpo perfettamente sano, ma se la mente o il senso interiore dello scopo crollano, la vita stessa può sembrare insopportabile. È per questo che nel corso della storia le persone hanno sopportato difficoltà fisiche inimmaginabili, guerre, prigioni, lavori forzati e sono sopravvissute. Ma nel momento in cui perdono il loro senso interiore, tutto crolla.

La chiave per resistere alle difficoltà mentali è avere un obiettivo, qualcosa di più alto della sofferenza stessa. Se una persona riesce a mantenere uno scopo al di là dei propri limiti, può sopportare qualsiasi cosa.

Quando si comprende questa forza superiore, cioè quando ci si connette al significato della vita al di là del livello fisico dell’esistenza, si dà al corpo il potere di continuare. Il problema del mondo di oggi è che le persone non vedono più una meta chiara davanti a sé. Sono scollegate dal significato e dallo scopo della vita. Ma anche obiettivi semplici, come prendersi cura degli animali, curare il giardino o svolgere le attività quotidiane, possono sostenere molte persone.

Guardate i centenari che vivono in villaggi remoti, in montagna, lontani dagli ospedali o dall’assistenza sanitaria moderna. Si svegliano ogni mattina con qualcosa da fare. Danno da mangiare alle loro pecore, lavorano la loro terra e si impegnano con la natura. Questo semplice legame con la vita stessa li fa andare avanti. Non si soffermano sulla sofferenza perché hanno qualcosa di più grande a cui aggrapparsi.

Alla fine, non è il corpo a determinare la durata della nostra vita, ma il nostro legame con lo scopo. Se ci svegliamo sapendo che c’è qualcosa che dobbiamo fare, resistiamo. Se perdiamo di vista questo scopo, allora nemmeno la salute perfetta può sostenerci.

Tratto dalla trasmissione dell’emittente KabTV “News with Dr. Michael Laitman” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman andata in onda il 23 settembre 2024.

Scritto/redatto da studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Perché dobbiamo soffrire nella vita?

La sofferenza ci viene data affinché possiamo esaminare bene le nostre vite, verificare se siamo noi stessi la fonte del nostro dolore e capire come elevarci al di sopra di esso. La sofferenza in sé non è l’obiettivo, ma un mezzo per elevarci, per aiutarci a vederne la causa da una prospettiva più elevata e, infine, per liberarci da essa.

Quando lo facciamo, cominciamo a capire che c’è una filosofia dietro a tutta la sofferenza. Esiste perché la rifiutiamo, perché ci rifiutiamo di accettarla come qualcosa di destinato a noi. Ma nel momento in cui la accettiamo, acquisiamo la capacità di elevarci al di sopra di essa.

Non si tratta semplicemente di sopportare la sofferenza. Si tratta di capire che essa è al servizio di un obiettivo più grande. La natura organizza tutto nella nostra vita, compresa la sofferenza, per guidarci verso una maggiore consapevolezza del suo governo su di noi. La natura vuole che ci rendiamo conto che nulla accade senza una ragione e che ogni difficoltà è un invito a connetterci con le sue leggi d’amore, di dazione e di connessione, ad allinearci con il percorso che essa ha stabilito per noi.

Questa comprensione deve essere sia nel cuore che nella mente. Quando ci allineiamo a questo percorso, non opponiamo più resistenza, ma siamo d’accordo, lo accettiamo e lo seguiamo fino a un risultato armonioso e pacifico. E così facendo, scopriamo che la sofferenza in sé non è mai stata il problema, ma che il problema era la nostra opposizione ad essa. Quando ci eleviamo al di sopra della nostra resistenza alla sofferenza, vediamo che essa è da sempre stata concepita per elevarci.

Basato sul programma “News with Dr. Michael Laitman” dell’emittente KabTV con il Kabbalista Dr. Michael Laitman trasmesso in data 23 settembre 2024.

Scritto/redatto da studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Perché il parto deve essere così doloroso quando è un evento necessario?

Il parto è un processo intrinsecamente doloroso. La natura lo ha reso tale, come è scritto: “Con dolore partorirai”. Questo dolore, tuttavia, non si limita all’atto fisico di mettere al mondo un bambino: rappresenta anche il processo di trasformazione interiore di un essere umano che dà vita al proprio sé spirituale, cioè al nuovo sé libero da interessi personali e desideroso di amare e donare completamente, come la forza d’amore e di dazione della natura.

La nascita spirituale è un processo particolarmente intenso che possiamo intraprendere più avanti nella vita. Richiede di affrontare i nostri desideri naturali di godere solo per il proprio tornaconto, che risiedono istintivamente in noi in ogni momento, e di cambiare volontariamente la loro direzione a beneficio degli altri e della natura.

Anticamente il parto era per certi versi più semplice. Le donne erano più legate alla natura e la loro tolleranza al dolore era più alta, grazie all’assenza dei moderni antidolorifici e a un diverso atteggiamento culturale nei confronti della sofferenza. Oggi, la nostra separazione dalla natura ha aumentato sia la percezione che l’intensità del dolore durante il parto.

Quando si tratta di nascita spirituale, il processo è altrettanto, se non più, impegnativo. Comporta che una persona decida consapevolmente di sottoporsi a questa trasformazione e che chieda di allinearsi con le leggi altruistiche e integrali della natura per facilitarla. In altre parole, è necessario rivolgere una preghiera al Bore, la forza superiore dell’amore e della dazione, che ha creato e sostiene tutta la vita.

La saggezza della Kabbalah descrive il Creatore come sinonimo di natura e afferma che questi due termini possono essere usati in modo intercambiabile. Se vogliamo effettuare una trasformazione spirituale, dobbiamo affrontare un processo che contrasta le nostre inclinazioni naturali. La sofferenza, in questo contesto, nasce dalla tensione tra il punto in cui ci troviamo e il punto in cui dobbiamo andare: un viaggio attraverso una stretta apertura verso un nuovo stato spirituale.

In quel nuovo stato spirituale, scopriremo una vita di beatitudine, armonia, pace e gioia che non possiamo nemmeno immaginare nella nostra vita attuale.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.

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Fino a che punto la sofferenza è necessaria, se lo è, per la crescita spirituale?

In risposta al detto buddista: “Non interferire mai nella sofferenza altrui, una persona deve stancarsi di se stessa e bere la coppa di veleno che le è stata assegnata,” sono pienamente d’accordo. È espresso in modo superlativo. Se cerchi di liberare qualcuno dalla sua sofferenza prima che l’abbia pienamente sperimentata e interiorizzata, prima che abbia bevuto la coppa di veleno che gli è stata assegnata, non riuscirai ad aiutarlo veramente. Ogni persona deve affrontare le proprie lotte interiori.

Nel processo di crescita spirituale, dobbiamo stancarci di noi stessi, fino ad arrivare all’odio verso di noi. Questo passaggio è necessario perché porta alla consapevolezza che il male che sperimentiamo proviene da dentro di noi. Questo è un punto di svolta critico, un momento in cui affrontiamo la domanda: “Come posso cambiare me stesso?”. È da questa domanda che scaturisce la capacità di prendere decisioni corrette sulla nostra vita.

Le nostre vite sono strutturate per condurci a uno stato di disillusione. Per quanto riguarda l’idea di vedersi “assegnare” una coppa di veleno, la vedo come una misura precisa di sofferenza, adattata in modo unico a ogni persona. Da una parte della bilancia c’è la coppa di veleno, dall’altra una goccia di saggezza.

Dobbiamo bere questa coppa di veleno senza rifiutarla e accettare la nostra unica porzione e dose. A ciascuno di noi viene dato il proprio calice da bere. Si tratta di capire che le prove della vita sono un percorso verso l’eternità e la perfezione. In altre parole, davanti a noi c’è una coppa di veleno e oltre c’è una vita bella, armoniosa e pacifica. Il nostro cammino passa sempre attraverso questa coppa di veleno.

Affrontando e bevendo questo veleno, possiamo raggiungere l’equilibrio e la bontà che cerchiamo. Di conseguenza, il cammino verso il paradiso passa davvero attraverso l’inferno. È così che siamo destinati a vivere: non nella paura o nell’evitamento, ma nell’accettazione delle sfide trasformative della vita.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.

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Come posso aiutare qualcuno che sta soffrendo ma non vuole essere aiutato?

Puoi aiutare solo chi è pronto a essere aiutato. Quando una persona soffre, la sua percezione del mondo è offuscata dal dolore, che la rende sorda e cieca a tutto ciò che va oltre la sua sofferenza. In questo stato, nessuno può realmente aiutarla. Deve attraversare il proprio dolore e, attraverso di esso, arrivare a percepire il mondo come pieno di bontà e beatitudine. Anche se  gli altri possono offrire consigli, la trasformazione reale può avvenire solo all’interno della persona stessa.

Persino gli animali, come gli esseri umani, esprimono il loro dolore attraverso una forma naturale di preghiera, come una mucca che muggisce quando soffre. Questo grido, sia di un animale che di una persona, è un’espressione autentica del desiderio di sollievo. Il dolore stesso serve a guidarci nel cercare di allinearci alle leggi della natura, leggi di altruismo, interconnessione e interdipendenza. Può sembrare un percorso duro, ma il disagio viene dato nella misura giusta per stimolare introspezione e crescita, e non per sopraffare.

Lo stato corretto che si deve raggiungere alla fine è l’armonia con le leggi della natura, che ci fanno evolvere continuamente verso una maggiore interconnessione e interdipendenza.

Per raggiungere questo stato, dobbiamo elevarci al di sopra delle nostre richieste e lamentele egoistiche e bilanciare il nostro stato interiore con il modus operandi perfettamente altruistico della natura. Solo allora il dolore svanirà, e ci troveremo in un mondo di armonia, pace e gioia.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.

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Cosa significa essere grati per la propria sofferenza?

Ho ricevuto il seguente messaggio da Andrey, un follower sui social media: 

C’è una formula certa: non riceveremo mai quello che vogliamo finché non saremo grati per quello che abbiamo. Come si fa a ringraziare per i problemi, i dolori e le sofferenze? Questo è ciò che ho ora.”

Dobbiamo capire che la sofferenza che sperimentiamo nella vita entra nel nostro “salvadanaio” e, anche se non possiamo esserne grati, i dolori, i problemi e le tribolazioni della vita hanno una funzione positiva.

La determinazione della sofferenza, tuttavia, dipende dalla persona. Ovvero, dipende da noi se soffriamo o meno. Potremmo dire che la vita è una catena di sofferenze che alcune persone sentono di più e altre di meno.

Possiamo considerare la storia dell’umanità come una lunga catena di sofferenze e ciò che Andrey sottolinea nella sua domanda è: cosa otteniamo da tutte le sofferenze che attraversiamo? E se non ottenessimo nulla? Avremmo sofferto invano?

Molte persone pensano di dover ottenere qualcosa per la loro sofferenza, che la loro sofferenza attuale porterà loro una vita felice in qualche aldilà e che la sofferenza in qualche modo le purifichi. Personalmente, cerco di non fare calcoli di questo tipo, in modo da non avere lamentele e richieste alla forza superiore riguardo a ciò che otterrò per la mia sofferenza, come se pensassi a quanto il Bore mi deve. Non esiste un fenomeno del genere.

Giustificare la sofferenza che viviamo è comunque corretto. Tuttavia, il fatto è che tutte le parti della natura soffrono, cioè i livelli inanimato, vegetativo, animato e umano, e noi a livello umano soffriamo più degli altri livelli della natura. Tutti soffrono e i piaceri che proviamo coprono solo un po’ della nostra sofferenza precedente.

Secondo la nostra natura, non abbiamo alcun desiderio di soffrire, ma questo è incorporato nel nostro sviluppo verso il nostro stato futuro, finale e perfetto. Se conviviamo con il fatto che dobbiamo sperimentare la sofferenza, la nostra vita diventa più facile. Ma ciò che è importante capire della sofferenza è che ci fa interrogare sul suo significato e sul suo scopo. Possiamo quindi usare queste domande per elevarci dal livello della nostra esistenza terrena, dove il suo significato è nascosto, a un livello superiore di esistenza, dove la ragione della sofferenza viene rivelata.

Dedico la mia vita all’insegnamento e alla diffusione della saggezza della Kabbalah perché ci offre l’opportunità di scoprire la fonte della vita, la forza superiore, il Bore, e di raggiungere l’adesione con questa fonte. Le domande sull’origine e sullo scopo della sofferenza sono parte integrante delle domande esistenziali che portano molti di noi a questa saggezza.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.  

L’acqua che scava la roccia: una metafora per persistere nella ricerca dell’unitá

Ho ricevuto una lamentela da parte di Amir sui social media, che ha scritto quanto segue:

“Più inviti ad unirsi ed avere buone relazioni e peggiore diventa la situazione. E ciononostante tu continui e continui. Non vedi che non funziona?”

Vorrei chiedere ad Amir in risposta: Cosa dovrei fare? Pensi che dovrei semplicemente stancarmi e dire che è già abbastanza?

Non posso stancarmi perché ogni giorno vedo sempre più svilupparsi nel nostro mondo il male, l’ego umano che vuole trarre vantaggi a spese degli altri, e più l’ego cresce senza applicare l’intenzione di amare, donare e connettersi positivamente ad esso, più l’umanità soffre.

Si potrebbe obiettare che se l’ego continua a crescere, allora dovremmo semplicemente lasciarlo crescere e lasciare in pace la generazione, soprattutto considerando che più chiedo l’unità, più la situazione peggiora. Ma questo non è un motivo per fermare tutto e andarsene.

Non faccio alcuna valutazione sul fatto che il mondo migliori o peggiori. So semplicemente che devo continuare a diffondere l’insegnamento delle leggi della natura e la necessità di una connessione umana positiva, che si comprende imparando quelle leggi. Non vedo la possibilità di essere deluso e di abbandonare questo lavoro. Devo semplicemente continuare.

La lamentela di Amir, tuttavia, è che le orecchie e i cuori delle persone sono chiusi al messaggio dell’unità, quindi ogni sforzo per diffondere tale messaggio si dissolve come acqua nella sabbia. Ogni cosa, tuttavia, ha la sua storia, il suo inizio e la sua fine, spero quindi che ci sia una fine a questo periodo di sofferenza accumulata in cui l’umanità si trova attualmente.

Un detto recita che l’acqua può consumare la pietra, goccia a goccia. È così che funziona. Devo semplicemente continuare e farlo contro la ragione umana, che si lamenta e sostiene che tali sforzi sono infruttuosi.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.