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Come puoi allinearti al piano del Creatore?

Tutto ciò che accade intorno a noi su questa vasta scala nella società o dell’universo nel suo insieme, avviene secondo uno specifico, immenso piano, e noi esistiamo all’interno di questo piano. Il nostro compito è allinearci correttamente a tale piano. Tuttavia, in nessun caso dovremmo tentare di alterare ciò che proviene dall’esterno; piuttosto, dobbiamo correggere noi stessi in modo da adattarci a questo movimento esterno.

Domanda: In tal caso, percepirò qualsiasi cosa accada come avvenuta al momento giusto?

Risposta: Arriva al momento giusto, normalmente e correttamente. E all’improvviso comprendo la correttezza intrinseca di tutto ciò che sta accadendo e mi rendo conto di quanto sia perfettamente adatto a me.

Domanda: E non mi pento di nulla?

Risposta: Non c’è nulla di cui pentirsi perché tutto questo si sta svolgendo fuori di me, davanti ai miei occhi. Serve solo a mostrarmi i passi che devo compiere dentro di me per percepirlo correttamente, accettarlo, unirmi ad esso e procedere ulteriormente in risonanza con esso.

Domanda: In equilibrio con esso?

Risposta: Sì, in armonia.

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Tratto da “News with Dr. Michael Laitman” di KabTV, 29/04/2026

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“Che egli possa pregare tutto il giorno”

Domanda: Come possiamo raggiungere uno stato in cui una preghiera non sia falsa?

Risposta: Tutte le nostre preghiere sono false. Quando una persona raggiunge il punto in cui non è più in grado di elevare una preghiera, entra nello stato della preghiera autentica. Prima di allora, tutte le sue preghiere sono false.

È scritto che bisogna rimanere sempre in preghiera, come si dice: «Che preghi tutto il giorno». Dobbiamo sforzarci di pregare con tutta serietà, spinti da pensieri profondi. Una volta che tutto questo giunge al termine, arriva il momento della vera preghiera.

Dobbiamo renderci conto di una cosa: tutto ciò che comprendiamo non funziona affatto. Le nostre menti si sentono piene. Immaginate di lasciare questa lezione soddisfatti, avendo compreso tutto, felici di averla compresa e di esservi sentiti appagati. In realtà, provate esattamente l’opposto: tutto è opaco, poco chiaro e, in generale, non avete idea di come percorrere questo sentiero.

Qual è la differenza tra questi due stati, a parte la falsa sensazione interiore? È ingannevole in quanto non sapete perché vi venga data una sensazione del genere.

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Dalla Lezione quotidiana di Kabbalah del 4/5/26, Rabash, “Che cos’è la pesantezza della testa nel lavoro?”

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Chi è un Amico e Chi è un Nemico?

La cosa più importante per una persona è correggere,  lungo il cammino della vita, se  stessa. Chiunque metta in evidenza i tuoi difetti sta facendo un lavoro enorme a tuo favore.

Per scoprire questi difetti (non parliamo di correggerli ma semplicemente di scoprirli) dovrai scontrarti con un vasto numero di seri ostacoli, sbattere la testa contro un muro e cacciarti in ogni tipo di guai..

Le persone finiscono improvvisamente in prigione, vi escono anni dopo, ricominciano da capo e così via. Ma qualcuno che possa davvero indicarti i tuoi difetti e che ti metta in grado di sentirli, di capirli e di diventarne consapevole, ti fa risparmiare una quantità enorme di sofferenza.

Commento: Noi consideriamo una persona del genere un nemico che mi ha fatto scoprire i miei difetti e che mi ha umiliato.

La mia risposta: L’umiliazione è un’altra questione. Posso riconoscere i miei difetti e allo stesso tempo essere grato che me li stia mostrando. Colui che non dice nulla o che addirittura mi loda, forse mi sta lodando maliziosamente affinché io non presti attenzione alla mia personale correzione.

Domanda: Non ti sorprende che tu dica sempre che colui che ti critica ti è più vicino di colui che ti loda?

Risposta: Sì. Certamente.

Domanda: La pensi davvero così?

Risposta: Sì, proprio così.

Domanda: Ascolti davvero qualcuno quando all’improvviso ti critica?

Risposta: Sì, avrei veramente molto piacere.

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Da “News with Dr. Michael Laitman” di KabTV, 28/4/26

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Un percorso basato su un’idea astratta

Tutto ciò di cui abbiamo bisogno per dedicarci alla Torah e alle Mitzvot [i comandamenti] è la rivelazione. Ovvero dobbiamo  rivelare la gioia e il piacere nascosti in essi, al fine di poterli vedere apertamente (Rabash,”Riguardo Hesed [la Misericordia]”).

Se ci venisse rivelato ora che la dazione racchiude molti piaceri, allora, come farebbe un  ladro, inseguiremmo questa qualità solo al fine di ottenere quei piaceri.

Da un lato siamo spinti dal piacere che sentiamo anticipatamente verso la dazione,  dall’altro siamo spinti  dalla sofferenza che proviamo dentro al nostro stato. Ma mentre avanziamo lungo questo cammino, ci rendiamo conto che si tratta di un grande piacere? Il beneficio della dazione ci viene rivelato nella nostra volontà di ricevere? Stiamo bruciando di desiderio al fine di dare per la promessa di ricevere piaceri?

Se ci trovassimo in questo stato, staremmo inseguendo le Klipot. Saremmo inclusi solo nella ricerca dei piaceri delle Klipot e non saremmo mai in grado di uscirne.

È per questo che il nostro cammino è chiamato: “Poichè la Torah emergerà da Sion”, cioè dalle “uscite” (Yetsiot), attraverso le delusioni, la confusione e non attraverso i piaceri. Se fosse attraverso i piaceri, allora sarebbe tramite la Klipa, che ti “compra” dandoti piacere: “Lavora per me”.

Con noi questo non accade, e questo è un segno che siamo sulla retta via, che le azioni compiute su di noi dall’alto sono davvero destinate a trasformarci in coloro che donano.

Non è semplice, è difficile, perché nei vasi di ricezione, nella nostra percezione egoistica, è impossibile discernere come farlo. Il nostro cammino è privo di piaceri. Non ci viene dato alcun compenso lungo il cammino per il quale valga la pena di lavorare, solo un’idea astratta: la grandezza del Creatore, la grandezza del gruppo.

E questo lo vediamo in noi stessi. Non progrediamo per mezzo dei piaceri, quindi non abbiamo nulla di cui preoccuparci. Solo se saremo veramente in grado di compiere un atto di dazione potremo goderne. Questo sarà un po’ come ottenere “doppio guadagno”.

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Dalla Lezione quotidiana di Kabbalah del 19/03/2026, Rabash, “A proposito di Hesed [Misericordia]”

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Interiorizzare i desideri altrui

Questo viene chiamato “il dolore della Shekinah”. Ovvero, il fatto che il Creatore non possa impartire la gioia e il piacere come vorrebbe, poiché il Suo desiderio è di fare del bene alle Sue creature (Rabash, “Che cosa significa, nel Lavoro, ‘Quando Israele è in esilio, la Shechinah è con loro’?”).

Domanda: Perché diciamo “il dolore della Shekinah” e non “il dolore del Creatore”?

Risposta: Perché la rivelazione del Creatore dal punto di vista dell’essere creato appare come un’immagine riflessa della Malchut corretta. Questo serve da esempio per Malchut di come dovrebbe essere. Ma naturalmente, è il dolore del Creatore per l’incapacità di donare agli inferiori.

Rabash scrive che la luce è chiamata Shochen, e il vaso che la riveste è chiamato Shekinah. Pertanto, la Shechinah è la percezione del dolore del Creatore nell’essere inferiore, perché l’essere inferiore lo sente nei propri vasi.

Il Creatore vuole dare a lui. Questo non si riferisce esattamente al Creatore stesso, ma all’atteggiamento del Creatore nei nostri confronti.

Domanda: Ma perché non riguarda il rapporto del Creatore con Sé stesso?

Risposta: Perché questa rivelazione avviene in Malchut, che si trova in uno stato in cui può sentire il dolore altrui e agire di conseguenza attraverso il dare.

In sostanza, il dolore della Shekinah è il dolore di Malchut. Non significa che il Creatore si penta o provi dolore; piuttosto, Malchut rivela quanto grande sia il proprio dolore, quanto profondamente si rammarica che il Creatore non possa dare ad essa.

Tutto qui è focalizzato specificamente sul vaso dell’essere inferiore, perché il vaso dell’essere inferiore è pronto a sentire questo dolore, avendo già attraversato la correzione di Hafetz Hesed. Altrimenti, non sarebbe in grado di sentire il dolore di un altro.

Hafetz Hesed significa che non desidero nulla per me stesso, quindi sono in grado di essere colmato dai desideri di un altro.

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Dalla Lezione quotidiana di Kabbalah del 24/03/2026, Rabash, “Che cosa significa, nel Lavoro, ‘Quando Israele è in esilio, la Shechinah è con loro’?”

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Un momento dedicato alla Torah e un momento dedicato alla preghiera

Quando studia la Torah, una persona è nella completezza, secondo la regola: «Dove uno pensa, lì si trova». Si deve ricevere vitalità da questo momento per il resto della giornata, poiché questo è chiamato «Un tempo separato per la Torah e un tempo separato per la preghiera» (Rabash, «Dobbiamo sempre distinguere tra Torah e Lavoro).

“Un momento per la Torah” significa che studio la Torah e devo essere in massima equivalenza con la luce affinché essa mi influenzi.

L’unica legge che esiste al mondo è la legge dell’equivalenza di forma, e tutte le altre leggi ne sono le conseguenze. Pertanto, se studio ciò che riguarda le luci superiori e voglio che qualcosa dall’alto mi influenzi, devo essere il più vicino possibile alla fonte nei miei pensieri, intenzioni, desideri, qualità e impressioni.

In altre parole, mentre studio la Torah, da un lato devo sentire la totalità e l’eternità, che non mi manca nulla e che sono interamente in essa. Dall’altro lato, devo capire cosa pretendo dal mio studio. Dopotutto, non intendo semplicemente comportarmi come un angelo.

Pertanto, si dice: “ Un tempo separato per la Torah”, il che significa che da un lato mi connetto attraverso la Torah, e dall’altro, attraverso lo studio chiedo correzione, che si chiama preghiera, “un tempo separato per la preghiera”. Entrambi sono presenti nel mio atteggiamento verso la forza superiore che cerco di ricevere.

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Dalla Lezione Giornaliera di Kabbalah del 21/03/26, Rabash, “Dovremmo sempre discernere tra là Torah e Lavoro

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Si può compiere una buona azione senza sentirsi egoisti?

Potremmo pensare che aiutare qualcuno, ad esempio con un piccolo gesto come assistere un’anziana, sia una buona azione. Tuttavia, se guardiamo più a fondo, dobbiamo chiederci: per chi stiamo veramente compiendo questa azione?

Se riteniamo di accrescere il nostro merito, sia per il futuro, sia per una ricompensa o per un riconoscimento, allora l’azione compiuta è egoistica. È fatta per un beneficio personale. Se non avessimo più quel beneficio, non compiremmo quell’azione.

Ecco perché tali azioni, pur potendo essere utili in questo mondo, non sono ancora considerate buone azioni in senso spirituale.

Dobbiamo giungere alla consapevolezza che siamo costantemente corrotti dall’ego. Ogni azione che compiamo viene misurata secondo il calcolo: “Cosa ne ricaverò?”. Anche se il guadagno è sottile, come un senso di onore, soddisfazione interiore o di rettitudine, è comunque egoistico.

Che cos’è, dunque, una vera buona azione?

Una buona azione è un’azione compiuta contro l’ego, senza alcuna aspettativa di ricompensa, ovvero senza premio, riconoscimento e, in generale, senza alcun calcolo interiore che restituisca qualcosa a chi la compie. È come se nessuno lo sapesse e nessuno lo saprà mai. Non rimane nulla, nemmeno il nome.

Solo allora l’azione comincia ad avvicinarsi a un puro atto di generosità e dazione.

Questo è, ovviamente, l’esatto opposto di come funziona il nostro mondo. Il nostro intero sistema culturale, artistico ed economico si basa su proprietà, riconoscimento e ricompensa. “Questo è mio.” “Mi merito un riconoscimento.” “Dovrei ricevere qualcosa in cambio.” Tuttavia, il percorso spirituale va nella direzione opposta.

Allo stesso tempo, dobbiamo essere realisti. Non possiamo agire immediatamente senza alcun tornaconto personale. Pertanto, anche le azioni che rimangono egoistiche, compiute con una qualche aspettativa di ricompensa, sono utili. Riducono il male nel mondo. Iniziano a formare un’abitudine.

Gradualmente, attraverso tali azioni, possiamo elevarci a un livello superiore. A un certo punto, iniziamo ad agire semplicemente perché è un bene per gli altri, non per noi stessi. Questo rappresenta già una transizione verso un nuovo livello. Il lavoro spirituale inizia da quel momento in poi.

E poi qualcosa di nuovo viene rivelato, l’anima.

L’anima non è qualcosa che esiste dentro una persona fin dall’inizio. È uno spazio che creiamo al di fuori di noi stessi, attraverso il nostro atteggiamento verso gli altri. Questo spazio deve essere riempito dal desiderio di giovare al mondo, non per il proprio tornaconto, ma interamente rivolto verso l’esterno.

L’umanità nel suo complesso si sta evolvendo verso questa consapevolezza, ed è effettivamente possibile raggiungerla.

Basato sul programma “News with Dr. Michael Laitman” di KabTV, con il Kabbalista Dr. Michael Laitman, del 2 febbraio 2026.

Scritto e curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Dalla meraviglia all’amore

Sul cammino spirituale ci sono delle linee guida che ci conducono alla correzione finale. Questo cammino è diviso in correzioni, la prima delle quali è chiamata Ira, paura o timore reverenziale.

Nel Libro dello Zohar viene posta una domanda: da dove viene questo timore se il Creatore è buono e fa del bene, se è perfetto e al di sopra di ogni calcolo per Sé stesso? Come mai, allora, una persona dovrebbe temerLo? Non conviene al Creatore, che dimora nella perfezione assoluta, agire in modo da incutere paura. Come può essere possibile?

Lo Zohar spiega che esiste un tipo di timore chiamato timore a livello del nostro mondo, quando una persona teme punizioni per sé stessa e per la sua famiglia in questo mondo. Inoltre, teme ciò che le accadrà nel mondo a venire, sebbene questo sia già un concetto più elevato. Tuttavia, si tratta ancora di paura della punizione.

Ma quando una persona corregge i suoi Kelim in Kelim di dazione e acquisisce uno schermo (Masach), allora smette del tutto di temere il Creatore, poiché vede che Egli è buono e compie il bene. Il Creatore le si manifesta e comincia a capire che anche prima provava paura, non perché il Creatore esista e possa punirla, ma perché all’interno dei suoi Kelim non corretti temeva di ricevere la punizione. In verità, non esiste una punizione dall’alto. La separazione dal Creatore è essa stessa la punizione.

E così, una persona arriva a un altro tipo di paura: quella di non essere in grado di dare. Questo è essenzialmente la correzione stessa; è ciò che le dà la capacità di costruire i Kelim della dazione per la sua anima. Nella rivelazione di questa paura, una persona riceve il riempimento chiamato amore. Pertanto, l’amore è il risultato della paura.

Nella misura in cui teme di non poter donare, la luce la riempie e le trasmette una sensazione d’amore, un senso di somiglianza con il Creatore, equivalenza con Lui nelle qualità, unità e adesione al Creatore. Pertanto, il concetto di timore reverenziale è correzione. Ciò perché, Inizialmente, siamo stati creati con un desiderio di ricevere, e deve essere per il bene della dazione; altrimenti, non proveremo piacere.

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Dalla Lezione di Kabbalah Quotidiana 1/7/26, Rabash, “Riguardo alla Paura e alla Gioia”

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Tre condizioni del lavoro spirituale

Ci sono tre condizioni per il lavoro spirituale in un gruppo.

Innanzitutto, “fatti un Rav”. Un Rav (insegnante) è qualcuno più grande di me che mi dà una direzione. Ciò che dice definisce il mio cammino. Nel dare indicazioni, deve sempre lasciare allo studente una certa libertà, apparire debole, a volte confuso e a volte contraddirsi. Questo crea allo studente ostacoli, vari dubbi e riflessioni sulla correttezza dell’insegnante; questo lascia allo studente la possibilità di compiere l’azione “fatti un Rav”.

Il secondo è “comprati un amico”. Devo trovare persone che, proprio come me, attraversano lo stesso processo insieme a me, e attraverso il mio investimento in loro, trarrò forza da loro. Poiché ho investito energie nei miei amici, queste forze diventano mie: le ho comprate; le ho acquisite.

E il terzo è “giudicare tutti in base al merito”. Ciò significa che quando vedo ostacoli da parte di varie persone, devo interpretarli come provenienti da rappresentanti del Creatore, che hanno lo scopo di confondermi con varie situazioni ottimali per il graduale sviluppo della mia anima verso il Creatore.

Quindi, c’è un insegnante davanti a me, verso il quale devo agire secondo il principio del “fatti un Rav”, ci sono amici con cui lavoro secondo il principio del “comprati un amico” e c’è l’ambiente esterno, il mondo intero, tutti gli altri, che giudico in base al merito, in base al fatto che loro stessi non compiono alcuna azione, ma il Creatore mi influenza attraverso di loro. Quindi, li vedo solo come burattini piuttosto che come personaggi colpevoli o giusti nelle loro azioni.

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Dalla Lezione quotidiana di Kabbalah del 16/02/26, Rabash, “Fatti un Rav e comprati un amico – 1”

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Come possiamo trasformare la sofferenza in piacere?

Domanda: Come possiamo raggiungere uno stato in cui lavoriamo senza provare sofferenza?

Risposta: Ho spesso citato l’esempio della mia condizione prima di sottopormi a un intervento chirurgico. Non avevo paura dell’operazione; la desideravo ed ero persino disposto a pagare il medico per eseguirla. La stavo aspettando.

Ma se una persona non vede, non sa o non sente che una certa azione è per la sua salvezza, la rifugge, la teme e non la vuole. Tutto dipende dal grado in cui riconosce la necessità. Se l’obiettivo è importante per te, allora consideri tutti i mezzi che portano al suo raggiungimento come un bene. Li consideri come una medicina che stai aspettando e per la quale sei disposto a pagare una somma considerevole. Non li percepisci come un colpo.

Il nostro atteggiamento verso la volontà di ricevere e verso i mezzi con cui essa sarà corretta trasforma la sensazione di sofferenza in una sensazione di piacere. Questa è la differenza.

Passo dalla volontà di ricevere all’aspirazione di dare. Tutti i colpi che questo desiderio subisce, li percepisco come mezzi per raggiungere il desiderio di dare. Mi sembrano dolci e li sento al 100% in questo modo. Non li valuto come colpi, perché attraverso di essi mi distacco dalla mia volontà di ricevere e non provo nulla di negativo in questo.

Definitela psicologia o in altro modo, ma questo è ciò che accade con la sostanza della nostra volontà di ricevere. Ciò vale letteralmente per tutti i tipi di piaceri, sia nei mondi spirituali che in questo mondo. Se collego qualsiasi mia sensazione, positiva o negativa, con la dazione al Creatore, con lo scopo, allora tutto ciò che serve a questo proposito sarà percepito da me come piacere.

Capiamo, così, che lo scopo della creazione è quello di deliziare gli esseri creati. Nella dazione riveleremo piaceri illimitati.

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Dalla lezione quotidiana di Kabbalah del 25/2/26, Rabash, “Cosa significa che la creazione del mondo è stata opera della generosità?”

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