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Che cosa rappresentano Noè e l’Arca?

Il racconto biblico afferma che il Diluvio arrivò perché «la malvagità dell’uomo era grande sulla terra e ogni inclinazione dei pensieri del suo cuore era soltanto male per tutto il giorno». Dice inoltre che «ogni carne aveva corrotto la propria condotta sulla terra» e che «la terra era piena di violenza» (Genesi 6). Le fonti spiegano che Dio è la forza generale della natura, un’unica forza che governa l’intero sistema delle forze naturali. Questo sistema gestisce tutta la realtà, sia la parte che attualmente percepiamo attraverso i nostri cinque sensi, sia la dimensione superiore che rimane nascosta a causa della nostra mancanza di strumenti percettivi adeguati.

Milioni di anni fa, secondo gli scienziati, scendemmo dagli alberi e cominciammo a diventare esseri umani. La forza interiore che guidò questo processo fu la crescita del desiderio egoistico. È l’ego che ha fatto uscire l’umanità dal regno animale e, da allora, ha continuato a intensificarsi. Esso ha risvegliato pensieri dannosi verso gli altri, ovvero pensieri su come sfruttare ogni cosa e ogni persona a proprio vantaggio, senza preoccuparsi delle conseguenze.

Quando questi pensieri egoistici raggiunsero un certo livello, il delicato equilibrio tra l’umanità e il resto della natura fu compromesso. Il sistema della natura, che è intrinsecamente integrale, dovette ristabilire il proprio equilibrio. Fu allora che arrivò il Diluvio. Dopo il Diluvio emerse un mondo nuovo, cioè si instaurò una nuova relazione tra l’umanità e la natura, meno diretta e meno potente di quella precedente.

Per approfondire, i livelli inanimato, vegetativo e animale della natura sono connessi alla natura come se esistessero all’interno di un grembo. Ogni azione che compiono segue i comandi della natura e ogni risposta che manifestano è esattamente ciò che la natura richiede. Essi sono parte della natura stessa, parte della forza superiore, perché sono governati dagli istinti e non possiedono libertà di scelta.

Man mano che la forza egoistica si sviluppava negli esseri umani, l’umanità diventava sempre più distaccata dalla natura, sempre più opposta a essa, violando le leggi dell’equilibrio sistemico. I pensieri e i desideri umani cominciarono a divergere dall’intenzione generale della natura.

A quel punto, all’umanità fu richiesto di completare un processo di correzione, elevandosi consapevolmente al di sopra dell’ego che si risvegliava nel cuore e nella mente, per rimanere connessa alla natura nel suo insieme. Le persone dovevano esaminare ogni pensiero e ogni desiderio che emergeva dentro di loro, determinando se ciò che intendevano fare fosse veramente necessario per la sopravvivenza e se avrebbe arrecato danno a qualcuno o a qualcosa.

Se ciò fosse accaduto, l’umanità sarebbe entrata negli strati più profondi della natura, iniziando a comprendere il suo sistema operativo interiore, il suo programma di sviluppo, la direzione dell’evoluzione e le connessioni tra tutte le parti della realtà. Ma l’umanità fallì ripetutamente. Le persone sfruttarono tutto ciò che le circondava nel modo più rozzo possibile, fino a provocare su se stesse un duro colpo. La natura non tollera lo squilibrio e il sistema corresse la deviazione.

Il Diluvio simboleggia una riduzione della sensibilità sistemica della natura nei confronti delle azioni umane. È come se la natura avesse detto: «Fate ciò che volete. La vostra importanza è stata ridotta di cento volte e, di conseguenza, la vostra influenza sul sistema complessivo è ora minore. Alla fine, ogni azione verrà presa in considerazione, ma per il momento fate ciò che volete nel mondo».

Il mondo si oscurò. L’umanità perse l’opportunità che le era stata data di conoscere la natura nella sua piena profondità, di acquisire un intelletto e una percezione simili a quelli della natura stessa e di partecipare consapevolmente al governo della realtà. Invece, rimase racchiusa in uno stretto guscio egoistico. Le persone attraversano di corsa i settant’anni della vita, si stancano, appassiscono e muoiono senza aver realmente conseguito nulla di sostanziale.

Questo solleva una domanda urgente: ciò che accadde era inevitabile, oppure l’umanità avrebbe potuto svilupparsi senza peccato, senza un diluvio, lungo un percorso agevole e positivo? A quanto pare, no. Forse l’umanità doveva percorrere questa lunga strada perché, senza una completa separazione dalla natura, l’indipendenza raggiunta in seguito non avrebbe mai potuto essere completa.

In ogni caso, oggi il cerchio si sta chiudendo. Migliaia di anni di sviluppo egoistico ci hanno portato a un vicolo cieco, alla consapevolezza che non abbiamo futuro se non compiamo un cambiamento fondamentale nella nostra percezione. Il mondo è diventato strettamente interconnesso e interdipendente e ci troviamo tutti sulla stessa barca. Senza equilibrio e completamento reciproco, affonderemo tutti insieme.

È così che la natura ci costringe a riconoscere le leggi integrali che governano il sistema e a costruire consapevolmente questi principi nelle relazioni tra gli individui e la società.

Lo squilibrio provocato dall’intensificazione dell’egoismo si manifesta nel modo più grave nelle relazioni umane. Pertanto, è proprio qui che deve concentrarsi il processo di correzione. Esiste un metodo completo per trasformare la forza dell’ego, affinché essa serva gli altri anziché danneggiarli. Quando impareremo a utilizzare questo metodo, diventeremo «come un solo uomo con un solo cuore». L’ego continuerà a crescere, ma sapremo come lavorare con esso come con una forza che ci aiuta ad avanzare, come una leva per accrescere la connessione positiva.

Una simile connessione integrale tra noi creerà un sensore comune capace di percepire la dimensione interiore della natura, il pensiero e il sentimento che esistono al livello superiore della realtà, chiamato «conseguimento della divinità».

In uno stato simile, ulteriori colpi da parte della natura non saranno più necessari e persino i danni che abbiamo causato fino a oggi cominceranno a guarire.

Il principio fondamentale di questa storia è che la condizione del mondo è un riflesso della condizione delle relazioni umane. Se impariamo a connetterci nell’amore al di sopra dell’ego che ci separa e ci divide, vedremo tutta la natura rivolgere il proprio volto verso di noi con benevolenza.

Basato su “Nuova Vita 184 – Il Diluvio come atto di equilibrio della natura” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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In che modo Mosè rappresentò un modello di buon comando?

All’inizio, il nostro popolo emerse da un insieme di persone sconosciute tra loro, provenienti da diverse nazioni e riunitesi attorno all’idea di Abramo. È così che Maimonide lo spiega nel Libro della Conoscenza. Abramo era un ricercatore babilonese che scoprì che tutta la natura è unita, che esiste un’unica forza che connette tutte le forze individuali in un unico sistema integrale. Di conseguenza, anche gli esseri umani devono raggiungere uno stato in cui desiderano unirsi al di sopra di tutte le differenze. Questa è la direzione verso la quale ci spinge la legge dello sviluppo della natura.

Abramo insegnava la benevolenza e l’amore per gli altri e cercava di stabilire la pace tra tutte le persone. La maggior parte dell’umanità, tuttavia, non accolse l’idea dell’unità. I pochi che sentirono che nei suoi insegnamenti vi fosse della verità divennero il suo gruppo di studenti, da loro sarebbe poi emerso il nostro popolo.

Da quel momento in poi, il ruolo dei leader, dei governanti e dei giudici fu quello di guidare il popolo verso una connessione ottimale, vale a dire verso la costruzione dell’unità, dell’armonia e della reciproca complementarità, fino al livello di “Amare il prossimo come se stessi”. Ciò aveva lo scopo di allinearsi alle leggi integrali della creazione e raggiungere l’equilibrio con la forza generale della natura, chiamata anche “il Creatore” o “Dio”.

Mosè fu il primo capo chiamato a istituire, al proprio fianco, un sistema giudiziario significativo. I requisiti per questo ruolo erano: “Uomini capaci, timorati di Dio, uomini di verità e che odiano il guadagno ingiusto” (Esodo 18:21).

Gli “uomini capaci” sono coloro che sanno confrontarsi con il proprio ego, elevarsi al di sopra di esso e prendersi cura del popolo più che di se stessi.

Gli “uomini timorati di Dio” sono coloro che vivono con la consapevolezza del sistema generale della natura e si sforzano costantemente di mantenere l’equilibrio con esso.

Gli “uomini di verità” sono coloro che sono capaci di giudicare il popolo dal punto di vista della verità. La verità è il punto di equilibrio tra la misericordia e il giudizio. Un autentico sviluppo non può avvenire attraverso una sola di queste forze, ma soltanto percorrendo la via di mezzo. Mantenere questa linea mediana tra giudizio e misericordia garantisce che le loro decisioni siano veri giudizi.

Coloro che “odiano il guadagno ingiusto” sono quelli che fanno in modo che il proprio desiderio di ricevere, il grande desiderio egoistico che continuamente ci inganna, chiamato anche “inclinazione al male”, non li svii né li manipoli. Al contrario, rimangono costantemente al di sopra di esso.

Mosè si circondò di persone di questo tipo affinché lo aiutassero a giudicare il popolo. In seguito istituì un altro sistema, che di fatto fu il primo governo nella storia del popolo d’Israele: l’istituzione dei Settanta Anziani.

I saggi insegnavano: “Un anziano è colui che ha acquisito saggezza” (Kiddushin 32b). La saggezza è la comprensione della rete di relazioni tra tutte le parti del sistema completo.

Mosè comprendeva come funziona il meccanismo del sistema generale della realtà. Da questa comprensione, sapeva come il popolo dovesse essere organizzato in modo analogo. Istituì quindi i Settanta Anziani, settanta persone sagge che avrebbero operato al suo fianco e contribuito a guidare la nazione. Nell’equilibrio tra loro vi era una forza unica, attraverso la quale il popolo poteva essere guidato correttamente.

Mosè scelse circa sei rappresentanti da ogni tribù e li riunì in un unico organismo cooperativo. Il loro compito era assicurarsi che la propria tribù fornisse ciò che mancava per il bene dell’intera nazione, affinché potesse emergere un unico sistema completo.

La reciproca complementarità è la via per raggiungere completezza, prosperità e pace. Solo quando ci organizziamo nella forma di un unico corpo, ognuno può avere tutto ciò di cui ha bisogno. Oggi, al contrario, siamo abituati a vedere rappresentanti che si preoccupano esclusivamente degli interessi del proprio settore. Nello stato ideale, invece, i rappresentanti del popolo dovrebbero agire in modo completamente diverso.

Mosè riunì rappresentanti di ogni tribù perché questo riflette la forma corretta e reciprocamente complementare della connessione. Proprio come il corpo umano contiene molti organi vitali, come il cuore, il fegato, il cervello e i reni, ognuno dei quali svolge una funzione molto diversa e ricopre un ruolo unico, tutti lavorano per il bene del corpo nel suo insieme, affinché esso rimanga equilibrato e sano. Allo stesso modo, tra i rappresentanti delle tribù, l’aspirazione alla reciproca complementarità crea equilibrio e rivela che c’è abbastanza per tutti.

Scritto e curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Qual è lo stile di comando di Mosè?

Fin dalle sue origini, la nazione d’Israele emerse in un modo davvero unico. Un insieme di persone provenienti da diverse nazioni si riunì attorno a un’idea, come descrive Maimonide nel Libro della Conoscenza. Da Abramo impararono a connettersi gli uni con gli altri attraverso la benevolenza e l’amore, per allinearsi con l’unità della natura, l’unica forza che opera in tutta la creazione. Da questa guida spirituale in poi, il comando fu illuminato dall’amore.

Nel corso del tempo, il gruppo degli studenti di Abramo si sviluppò. I capi che seguirono insegnarono come affrontare l’ego, che per sua natura cresce continuamente e crea distanza e rifiuto tra le persone. A un livello più profondo, la storia dell’esilio in Egitto simboleggia proprio una simile condizione. I figli d’Israele si allontanarono gli uni dagli altri e, quando si resero conto che dovevano unirsi, videro che l’ego di ciascuno li teneva confinati dentro se stessi. Non permetteva loro di connettersi.

Mosè, che trascorse quarant’anni nella casa del faraone e altri quarant’anni presso Jethro, sacerdote di Madian, fu scelto per liberare il popolo dalla schiavitù a un  bieco egoismo. Nel linguaggio della Bibbia, questa forza egoistica viene chiamata: “Faraone”.

Il Midrash racconta che, mentre Mosè pascolava il gregge di Jethro nel deserto, un giovane capretto si allontanò per bere da una sorgente. Quando Mosè vide che l’animale, esausto, non era in grado di tornare dal gregge, lo prese sulle spalle e lo riportò indietro. Allo stesso modo, Mosè guidò il popolo con compassione e si guadagnò così il titolo di “pastore fedele”.

“Lascia andare il mio popolo”, intimò al Faraone, senza paura. Diede tutto se stesso per il popolo e combatté per la sua libertà. Comprendeva chiaramente che, finché fossero rimasti sotto il dominio dell’ego, non avrebbero avuto alcuna possibilità di connettersi gli uni con gli altri né con l’unica forza che governa la realtà.

La Torah afferma: “Ora l’uomo Mosè era molto umile, più di qualunque altra persona sulla faccia della terra” (Numeri 12:3). Mosè si sentiva piccolo di fronte alla natura. Cercava di apprendere le leggi della perfezione insite nel sistema della creazione e di trasmetterle al popolo d’Israele.

Grazie a questa umiltà, Mosè non si considerava superiore al popolo e non lo governava con la forza. Al contrario, si vedeva come suo servitore. Si poneva al di sotto di tutti gli altri, affinché potesse realmente sentirli. Come genitori amorevoli che educano i propri figli con grande sensibilità, li guidava alternando affetto e fermezza, cercando di aiutarli a crescere e svilupparsi.

Lo scopo di una guida è portare la pace all’individuo, la pace alla nazione e la pace al mondo. Questo deriva dalla legge generale dello sviluppo scoperta da Abramo, una legge che conduce alla connessione e al completamento tra tutte le persone. Per questo motivo, il capo era anche uno studioso e un giudice. Guidava il popolo secondo giustizia e misericordia. Queste due linee, quella del giudizio e quella della compassione, erano sempre davanti ai suoi occhi, ed egli si consultava con altre persone sagge per raggiungere insieme le decisioni corrette.

Chi assume una posizione di tale guida viene ammonito a “non insuperbirsi sui propri fratelli” (Deuteronomio 17:20). Un capo non deve diventare orgoglioso. Deve rimanere connesso a tutto il popolo e lavorare per la sua unità. Una guida il cui scopo è unire tutti non si sente elevata al di sopra del popolo. Questa è la natura della connessione: pone tutti sullo stesso piano.

Mosè era lento nel parlare e aveva una lingua impacciata. A differenza dei capi il cui carisma si esprime attraverso discorsi coinvolgenti, Mosè si concentrava sulle azioni. La lezione è che una guida non si misura dalle belle parole, ma dalle opere.

Mosè pensava forse di non essere la persona giusta per il comando e lo stesso accadde in seguito al re Saul. Questa caratteristica deriva dal fatto che un vero capo esamina continuamente se stesso: “Forse c’è qualcuno che può svolgere questo compito meglio di me. Gli lascerei volentieri spazio”. Ciò che conta per lui è unicamente il benessere e la pace del popolo; non ha interessi personali.

Basato su “New Life 180 – Leadership, Parte 1” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto e curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Cosa ci insegna la storia della Torre di Babele nella Bibbia?

Nella storia della Torre di Babele, gli uomini volevano raggiungere i cieli. In effetti, questa storia ci accompagna ancora oggi. Al suo interno sono nascosti principi fondamentali che possono salvare l’umanità dal rischio di distruggersi a vicenda.

Facciamo un salto indietro nel tunnel del tempo, 3.800 anni fa, nell’antica Babilonia. Al traguardo emergono due figure: Abramo e il sovrano della regione, Nimrod. Ognuno rappresentava un diverso approccio alla vita, un diverso modo di affrontare l’ego umano, che a quel tempo era cresciuto fino alle stelle.

La visione di Nimrod era semplice: quando l’ego di tutti cresce, non c’è nulla da fare al riguardo. Per evitare attriti che non portano a nulla di buono, è meglio separarsi. Che ciascuno vada per la propria strada, persegua le proprie ambizioni e costruisca la propria torre nella vita.

Abramo vedeva le cose diversamente: in nessun caso le persone dovrebbero allontanarsi le une dalle altre. Al contrario, quando l’ego cresce e separa le persone, questo è un invito a elevare la relazione a un livello superiore. Il punto più alto della vita, spiegava Abramo, può essere raggiunto soltanto attraverso uno sforzo comune e unito per elevarsi al di sopra dell’ego.

La maggior parte delle persone seguì Nimrod, ma alcuni sentirono che Abramo aveva ragione. Da lui impararono ad attivare la forza della connessione ogni volta che tra loro emergeva una divisione. Impararono la responsabilità reciproca, la solidarietà, la benevolenza e ad “amare il prossimo come se stessi”. Da questa base ideologica sarebbe poi emerso il popolo d’Israele.

Per diffondere l’idea dell’unità, Abramo e sua moglie Sara allestirono una tenda e aprirono la loro tavola ai passanti. Di cosa parlavano? Soltanto dell’amore tra le persone, della connessione al di sopra di tutte le differenze. Studiavano la natura umana, l’ego umano e come affrontarlo ogni volta che suscitava conflitti tra loro.

“L’amore copre tutte le trasgressioni” era il principio guida. Ognuno di noi è egoista e naturalmente desidera usare gli altri a proprio vantaggio. Come è scritto: “L’inclinazione del cuore dell’uomo è malvagia fin dalla sua giovinezza”. Pertanto, per costruire una connessione autentica, abbiamo bisogno di una forza unificante, di una forza superiore più potente dell’ego di ciascuna persona, capace di colmare le distanze tra noi.

Questa forza esiste nella natura stessa. Essa connette elementi opposti e sviluppa la vita. Abramo insegnò come scoprire questa forza unificante e vivere veramente nell’amore. Quando tutti si relazionano gli uni agli altri in questo modo, emerge una società unica, che vive secondo la legge della responsabilità reciproca, “come un solo uomo con un solo cuore”.

“Amerai il tuo prossimo come te stesso”, nel suo significato più completo, significa che tutti i nostri pensieri e desideri non sono più centrati su noi stessi, ma sugli altri. Sostituiamo la nostra percezione della realtà. Non esistiamo più dentro noi stessi, ma dentro gli altri. Ci espandiamo nell’intera realtà.

Che cosa ci dà questo a livello emotivo? Sentiamo tutti come un’unica cosa. Sentiamo che tutta la realtà è una. Non percepiamo più noi stessi e la realtà come due cose separate. Esiste una sola realtà. Percepiamo questa realtà come una forza superiore, come il Creatore, e in essa sentiamo l’eternità e la perfezione.

Questo è il nuovo-antico inizio d’Israele e oggi si prevede che sarà richiesta come mai prima d’ora. Perché? Perché le torri che ciascuno di noi ha costruito per se stesso non portano più i risultati sperati. In altre parole, non portano la vera felicità. Auguro a tutti noi un lancio di successo.

Dalle fonti

“L’uomo è stato creato per innalzare i cieli.”

– Rabbi Menachem Mendel di Kotzk

“Quando i figli d’Israele saranno completati con la conoscenza perfetta, le fonti dell’intelligenza e della conoscenza sgorgheranno oltre i confini d’Israele e disseteranno tutte le nazioni del mondo.”

– Il Kabbalista Yehuda Ashlag (Baal HaSulam), “Introduzione a Panim Meirot uMasbirot.”

“‘Esci dalla tua terra significa dal tuo stesso desiderio… che è l’amore per se stessi. Pertanto, ad Abramo fu detto di lasciare indietro l’amore per se stesso.”

– Il Kabbalista Baruch Shalom HaLevi Ashlag (RABASH)

“Costruiamo una grande torre e saliamo fino ai cieli… e facciamoci un grande nome sulla terra… La costruirono molto alta. Se un uomo cadeva e moriva, non vi prestavano attenzione; ma se cadeva un solo mattone, si sedevano e piangevano, dicendo: ‘Ahimè per noi! Quando ne verrà un altro a sostituirlo?’ Abramo, figlio di Terach, passò di lì e li vide costruire… ma essi respinsero le sue parole… Volevano parlarsi l’un l’altro, ma non riuscivano più a comprendere la lingua dell’altro. Che cosa fecero? Ognuno impugnò la propria spada e si combatterono fino alla distruzione. Metà del mondo cadde lì per la spada.”

– Pirkei de-Rabbi Eliezer, capitolo 24.

Basato su “Nuova Vita 156 – La visione di un’unica famiglia e le radici ebraiche” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Come la porzione settimanale della Torah offre un contesto alla nostra vita di oggi?

La porzione settimanale della Torah indica le correzioni che dobbiamo compiere nelle nostre relazioni reciproche.

Ogni porzione rivela sfide diverse e offre indicazioni su come affrontarle. Questi insegnamenti ci guidano verso il raggiungimento dell’amore per tutte le persone e di una connessione perfetta con l’intera creazione.

Il più grande e rinomato Kabbalista del XX secolo, Yehuda Ashlag (Baal HaSulam), autore dei monumentali commentari al Libro dello Zohar e agli scritti dell ARI, scrisse:

«Secondo le parole di Hillel — il maestro di tutti i Tannaim [i saggi dei primi secoli dell’era volgare], attraverso il quale vengono interpretate le leggi — ci è perfettamente chiaro che lo scopo principale della nostra sacra Torah è condurci a quel grado sublime in cui possiamo osservare il precetto: “Ama il tuo prossimo come te stesso”.»

Quando aspiriamo sinceramente a vivere secondo tutta la profondità di questo principio, scopriamo un processo complesso che comprende molti stati, forze opposte, ascese e discese, connessione e separazione, odio e amore.

Scopriamo che, attraverso le nostre relazioni reciproche, siamo essenzialmente noi stessi a scrivere la Torah, porzione dopo porzione.

Di conseguenza, ogni Shabbat simboleggia una tappa settimanale del processo di correzione e di connessione, indicando al tempo stesso il Grande Shabbat, ossia la correzione finale e completa dell’umanità.

Basato su “Nuova Vita 171 – Il Sabato” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto e curato dagli allievi del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Nella Bibbia quali donne sono state una guida esemplare?

Miriam, Giaele, la regina Ester, Anna la donna sterile e Rut la Moabita. Che cosa possiamo imparare da queste figure femminili per costruire una società migliore?

Quando Mosè fu deposto nel cesto, Miriam vegliò su di lui. E quando la figlia del faraone lo trasse fuori dal Nilo, Miriam apparve immediatamente e si offrì di trovare una nutrice per il bambino. Giaele, grazie alla sua ingegnosità, provocò la caduta di Sisara, comandante dell’esercito nemico. E la regina Ester, con saggezza e finezza, guidò sia Assuero sia Aman fino a riuscire a salvare il suo popolo.

Certamente, dietro i racconti biblici si cela una profondità straordinaria. Tuttavia, anche a un livello più semplice, possiamo riconoscere alcune qualità ricorrenti nelle figure femminili più importanti: saggezza, flessibilità, capacità strategica, discrezione, influenza esercitata dietro le quinte e una particolare abilità nell’intraprendere iniziative intelligenti capaci di produrre un cambiamento positivo.

Lo stesso vale all’interno della famiglia. La forza femminile è ciò che mette le cose in movimento. I desideri di una madre spingono i figli a crescere, a svilupparsi e a realizzarsi. Anche il padre, spesso, finisce per seguire la sua guida, come tutti sappiamo. Un’altra caratteristica femminile è la vicinanza alla natura e al sistema stesso della vita. La donna porta il feto nel proprio grembo, lo mette al mondo e sperimenta la creazione dall’interno. Possiede la capacità di nutrire, di dare, di alimentare e di prendersi cura degli altri.

La donna, nell’essenza del concetto, è la madre. È la terra. Da lei gli esseri umani nascono e crescono, sia fisicamente sia spiritualmente. Certamente anche la forza maschile ha un proprio ruolo nel mondo, ma non può realizzarsi pienamente senza la guida della forza femminile.

Se allarghiamo lo sguardo, vediamo che la realtà in cui viviamo è diventata sempre più interconnessa. La dipendenza reciproca aumenta e siamo tutti sulla stessa barca. Allo stesso tempo, però, l’ego di ciascuno continua a crescere senza limiti. Mentre le relazioni a ogni livello iniziano a deteriorarsi, ci rendiamo conto di avere bisogno della saggezza femminile: la saggezza di una madre.

«Smettete di litigare», ci ripete continuamente. «Siate dei bravi figli.»

Con pazienza, costanza e perseveranza, una madre trasmette nuove abitudini e comportamenti più sani. Non affronta l’ego frontalmente, come spesso fanno gli uomini quando si lanciano nella battaglia. Agisce invece con delicatezza, indirettamente e con creatività.

Questa è una delle lezioni più importanti che possiamo trarre da questi racconti biblici. Come società, dobbiamo agire con saggezza. Abbiamo bisogno di costruire processi educativi e culturali che conducano le persone a sentire che è meglio connettersi con gli altri piuttosto che combattere una guerra senza fine contro tutti e contro tutto.

Un altro motivo ricorrente nella Bibbia è la sterilità. Sara era sterile. Rachele era sterile. Anna è forse l’esempio più noto. Sul piano sociale, la sterilità simboleggia un mondo che non funziona correttamente, la mancanza di una connessione sana tra le persone capace di generare uno sviluppo positivo.

Qui è importante comprendere un principio fondamentale legato al significato interiore della Torah e all’essenza più profonda del popolo d’Israele.

La nostra storia comincia con Abramo, che scoprì che tutta la natura è unita e che un’unica forza sostiene la realtà, guidandoci verso una completa unità. Sulla base di questa scoperta, iniziò a insegnare alle persone come relazionarsi reciprocamente con bontà e amore. Tuttavia, solo una piccola parte dell’umanità di allora era pronta ad accogliere un’idea così elevata. Con il tempo, da quel gruppo nacque il popolo d’Israele.

Nel loro significato più profondo, tutti i racconti della Torah descrivono la lotta tra la naturale tendenza egoistica dell’essere umano e la necessità di sviluppare connessione e amore. Tutti i personaggi e tutti i conflitti rappresentano una battaglia che decide se avanzeremo verso una realtà in cui «siamo tutti un’unica famiglia» oppure rimarremo imprigionati nell’egoismo ordinario. Quando l’egoismo ebbe il sopravvento e cademmo nell’odio infondato, ne seguì la distruzione.

Le donne che pregavano per avere dei figli, tra cui Anna, la cui preghiera è particolarmente famosa, simboleggiano l’aspirazione spirituale a dare vita a una società corretta: una società simile all’unica forza le cui qualità sono la benevolenza, l’amore e la dazione pura.

La preghiera, in questo senso, rappresenta una profonda mancanza interiore, il sentimento che «devo contribuire alla correzione del mondo».

Anna pregò con tutto il cuore per questo e le fu donato Samuele, che contribuì in modo decisivo alla saggezza e all’unità del popolo.

La storia di Rut la Moabita racconta di una donna che lasciò tutto ciò che possedeva per unirsi al popolo d’Israele. Rut simboleggia la disponibilità femminile ad affrontare ogni sfida e ogni difficoltà lungo il cammino in nome di un ideale più elevato.

Dalla sua discendenza nacque il re Davide, il cui ruolo ci ricorda che, alla fine, tutti gli esseri umani dovranno unirsi nell’amore come un’unica famiglia.

«Tutte le nazioni affluiranno ad essa» e «La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli», proclamarono i profeti.

Il popolo d’Israele è semplicemente il progetto pilota, il gruppo pioniere nel quale deve formarsi per primo un esempio di connessione armoniosa al di sopra di ogni divisione.

Se desideriamo vedere noi stessi, i nostri figli e i nostri nipoti vivere con successo, sicurezza, salute e realizzazione, dobbiamo creare un ambiente che funzioni come una buona famiglia.

Questa aspirazione è profondamente incisa nell’anima d’Israele e, da lì, può diffondersi a tutta l’umanità. Legami simili a quelli di una famiglia faranno sì che nessuno desideri farci del male e che tutti vogliano unirsi nella connessione e nell’amore.

Tutto questo dipende soprattutto dalla «Grande Madre», dalla «Donna Saggia», che saprà spingere il mondo a realizzare la sua potente richiesta interiore: che vi sia pace nella casa, che tutti vivano nell’unità e nella complementarità reciproca.

Questa è la gioia di una madre e tutte le forze della natura verranno in suo aiuto.

Basato su “New Life 166 – Donne eccezionali nella cultura ebraica, Parte 2” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto e curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Quali sono i segreti più interessanti della Bibbia?

Nessun libro ha influenzato il mondo più della Bibbia. Ha gettato le basi per lo sviluppo della civiltà umana, della cultura, dell’arte, dell’istruzione, del diritto e molto altro. In un certo senso, tutto affonda le proprie radici in essa.

Che cosa rende la Bibbia unica? Il fatto che il suo protagonista sia Dio. Egli parla, agisce, ammonisce, punisce, diffonde la Sua presenza tra gli esseri umani e dirige tutti gli avvenimenti. La Torah, i Profeti e gli Scritti descrivono il rapporto tra l’essere umano, la società e la forza superiore: come le persone dovrebbero organizzare la propria vita secondo la chiamata di Dio e fino a che punto riescano oppure falliscano, nel realizzarla.

La Bibbia rivela la legge della connessione tra gli esseri umani e la forza superiore. Spiega come armonizzarsi con essa e, così facendo, raggiungere una vita virtuosa. Approfondisce l’argomento in dettaglio, trattando i pensieri umani, il comportamento verso se stessi, le proprie famiglie, gli altri, la società e anche i livelli inanimato, vegetativo e animato della natura. Insegna come elevare tutti questi aspetti a una connessione reciproca più profonda, nella quale la Divinità possa dimorare.

La Torah, dal termine ebraico che significa “istruzione” ( Hora’ah ), insegna come comportarsi in ogni situazione della vita. Il suo principio fondamentale è “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Seguendo questo principio possiamo sempre progredire nella giusta direzione. Il problema è che nel corso della storia le persone hanno interpretato i suoi insegnamenti in modi egoistici e opportunistici.

Sono state scritte innumerevoli interpretazioni della Bibbia: alcune da persone che ne hanno compreso profondamente il significato, altre da chi non è riuscito a coglierlo. La Bibbia è composta da quattro livelli di interpretazione, noti con l’acronimo PARDES: Peshat (significato letterale), Remez (suggerimento), Drush (interpretazione) e Sod (segreto). Possiamo leggere le sue parole in modo superficiale oppure penetrarne il significato interiore. Il livello del nostro sviluppo determina ciò che vedremo nel testo e la profondità con cui lo comprenderemo.

I saggi che riuscirono a penetrare nelle profondità del libro scoprirono che esso non è semplicemente un insieme di lettere e parole stampate sulla carta o sulla pergamena. È un vero e proprio sistema operativo. Secondo questo sistema dobbiamo «programmare» noi stessi e organizzare le nostre caratteristiche, i nostri desideri e i nostri pensieri affinché corrispondano a ciò che il libro insegna. Così come un software viene installato in un computer per definire le relazioni tra i suoi componenti e il loro modus operandi, allo stesso modo la Torah è destinata a organizzare l’essere umano.

Studiare la Torah, nel senso più profondo del termine, significa programmare il nostro mondo interiore secondo le sue istruzioni. Chi riesce a farlo inizia a scorgere vette e abissi della realtà prima invisibili. Percepisce le forze che si celano dietro all’immagine del mondo ricevuta attraverso i cinque sensi e che governano ogni cosa fin nei minimi dettagli. Queste persone leggono la realtà in profondità ed essa diventa per loro come un libro aperto. Scoprono un mondo completamente diverso e comprendono che la Torah è nata per aprire una nuova percezione della realtà.

Il metodo per accedere alla dimensione interiore della Torah è insegnato dalla saggezza della Kabbalah. In generale, esso si basa sul lavoro in un piccolo gruppo di circa dieci persone, guidato da un insegnante esperto. L’obiettivo è elevarsi al di sopra della propria natura egoistica e acquisire una nuova natura fondata sull’amore per gli altri, rivelando così tra i membri del gruppo la forza superiore, la cui essenza è puro amore e dazione.

Quando nel gruppo si sviluppa il desiderio di essere «come un solo uomo con un solo cuore», esso diventa capace di «ricevere la Torah». Si tratta di una forza speciale, chiamata anche «la luce che riforma», che costruisce dentro di noi la qualità dell’amore e della dazione. Man mano che questo processo procede, il gruppo inizia a riconoscersi nelle parole della Torah. Parola per parola, frase per frase, tutto ciò che vi è scritto si realizza concretamente all’interno del gruppo, e attraverso questo progrediamo nel nostro sviluppo.

Questo percorso prende il nome di sviluppo spirituale e consiste in una scala di 125 gradi di conseguimento spirituale. Tali gradi sono suddivisi in cinque mondi superiori, riflessi anche nei Cinque Libri di Mosè. I loro nomi sono Adam Kadmon, Atzilut, Beria, Yetzira e Assiya. Le realizzazioni spirituali raggiunte in questi mondi sono chiamate “luci” e i loro nomi sono Nefesh , Ruach , Neshama , Haya e Yechida.

A ogni grado spirituale, la connessione tra le persone diventa più profonda e la luce che la pervade aumenta di conseguenza. L’ultimo grado è chiamato Gmar Tikkun («la fine della correzione»), dove tutto il potere dell’egoismo si trasforma nel potere dell’amore. L’umanità diventa come un’unica persona, un essere creato del tutto simile a Dio, la forza suprema posta a fondamento della  creazione. 

I saggi hanno attraversato l’intero processo di sviluppo. In ogni fase, in loro si rivelava un desiderio egoistico sempre più forte, che portava a separazione, rifiuto e odio, e venivano chiamati a superarlo accrescendo l’amore. “L’amore copre ogni colpa” (Proverbi 10:12) è la formula di quest’opera.

Nella misura in cui ebbero successo o fallirono in questo compito, registrarono le loro esperienze nella Bibbia in una forma codificata che diventa chiara solo a coloro che intraprendono lo stesso lavoro interiore.

Il Monte Sinai, per esempio, simboleggia i pensieri di odio. Il popolo doveva elevarsi al di sopra di tali pensieri divisivi, comprendendo che ogni essere umano è egoista per natura e tende a privilegiare il proprio interesse rispetto al bene degli altri e della natura. Per connettersi positivamente era quindi necessaria una forza superiore capace di unirli, una forza che coprisse l’ego con l’amore.

Quando tra loro si stabilì una rete di connessione adeguata, chiamata Torah, scoprirono al suo interno la forza superiore dell’amore e della dazione che vi dimorava. Da quel momento lo sviluppo proseguì. Improvvisamente si manifestò l’episodio del Vitello d’oro, in seguito giunse Jethro e diede dei consigli, poi le spie andarono a esplorare il paese, questi stati vengono vissuti dentro di noi, passo dopo passo, nel nostro sviluppo interiore.

Se oggi ci avvicinassimo al Libro dei Libri con il desiderio di costruire connessione e amore tra tutti coloro che avvertono un primo impulso verso una nuova realtà fondata sulla connessione positiva al di sopra dell’ego, allora questo libro tornerebbe a vivere tra noi. Il mondo percepirebbe che una forza superiore dimora in una simile comunità e desidererebbe unirsi ad essa e sostenerla in ogni modo possibile.

È ciò di cui parlava il profeta Isaia quando diceva: «Essi porteranno i tuoi figli in braccio e le tue figlie saranno portate sulle spalle» (Isaia 49:22); e: «Tutte le nazioni affluiranno ad esso» (Isaia 2:2); e ancora: «La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli» (Isaia 56:7).

Allora mostreremo a tutte le creature il metodo per costruire una «casa di santità», un legame di amore e di dazione nel quale la Divinità possa rivelarsi.

Basato su “New Life 160 – La Bibbia – Il Popolo del Libro” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto e curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Qual è il primo comandamento e che cosa significa secondo la Bibbia?

Il primo comandamento afferma: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti fece uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa della schiavitù».

I Dieci Comandamenti, che costituiscono le leggi che governano il sistema della connessione, iniziano con il principio fondamentale che rende possibile una corretta percezione della realtà: la rivelazione dell’unica forza che dimora in ogni cosa. Questa forza incarna l’unità di tutta l’esistenza e la sua qualità è puro amore e dazione.

Per natura, inizialmente non percepiamo questa forza unica che opera in tutta la realtà, perché ci manca il recettore adatto. In altre parole, non possediamo la qualità necessaria per percepirla. Tale qualità è la dazione e l’amore, mentre l’essere umano è stato creato con la qualità opposta, chiamata «ego» o «amor proprio».

Per questo il primo comandamento ci invita a imparare a riconoscere fino a che punto l’ego ci rende schiavi, come siamo al suo servizio e quanto spietatamente esso ci sfrutti. Questa consapevolezza ci permette di distinguere tra una vita asservita all’ego, che nella Bibbia è chiamata «l’esilio in Egitto», e una vita al di là di esso.

Nel linguaggio della Bibbia siamo chiamati «schiavi» quando cerchiamo di sfruttare gli altri. Questo perché agiamo interamente al servizio del nostro desiderio egoistico, cercando di soddisfarlo e dedicando a esso tutte le nostre energie e i nostri pensieri. Così perdiamo l’opportunità di elevarci alle qualità della dazione e dell’amore, di raggiungere la completezza e di entrare in contatto con l’eternità, rimanendo invece confinati in una percezione egoistica e limitata della realtà, dominata dall’amor proprio.

L’uscita del popolo d’Israele dalla terra d’Egitto simboleggiò il passaggio da un atteggiamento egoistico verso la realtà a uno nuovo. Successivamente, sul Monte Sinai, comprendemmo che cosa significa essere uniti attraverso l’amore e la responsabilità reciproca. Fu allora che ricevemmo il primo comandamento: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti  fece uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa della schiavitù».

Questo comandamento definisce la condizione fondamentale per l’esistenza del popolo d’Israele: attraverso lo sforzo di unirci al di sopra delle divisioni, si rivela tra noi una forza superiore di dazione e di amore. Essa ci solleva al di sopra del nostro ristretto amor proprio e ci unisce in armonia.

Basato su “Nuova Vita 159 – I Dieci Comandamenti, Parte 2” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Che cosa accadde realmente sul Monte Sinai?

Il racconto del Monte Sinai solleva una domanda fondamentale: che tipo di interazione esisteva in quel tempo tra le persone e che cosa possiamo imparare da essa riguardo a ciò che sta accadendo oggi in Israele e nel mondo? Esso indica il prossimo stadio dell’evoluzione umana e un futuro che si sta rapidamente avvicinando.

La nostra storia inizia nell’antica Babilonia. Abramo, figlio di Terach, un instancabile ricercatore babilonese, scoprì che la natura è una rete integrale governata da un’unica forza. Per essere in armonia con l’unità della natura, anche l’umanità deve diventare unita. Per questo Abramo insegnava la benevolenza e l’amore per il prossimo. «Dobbiamo vivere come un’unica famiglia», diceva a tutti. Migliaia e decine di migliaia di persone aderirono alla sua idea, come descrive Maimonide nel Libro della Conoscenza, e da quel gruppo si sviluppò in seguito il popolo d’Israele.

Questo gruppo attraversò una successione di stati e, in ciascuno di essi, si trovò di fronte allo stesso compito: preservare l’unità e costruire una società che funzionasse come una famiglia. Ogni evento che colpiva il gruppo veniva considerato un’opportunità per rafforzare la connessione reciproca. Ogni esplosione di egoismo che minacciava di separare le persone era vista come un aiuto contro se stessa, una leva per accrescere l’unità. Così il gruppo avanzava da uno stato all’altro, diventando sempre più forte e coeso nel suo cammino verso una connessione integrale completa. In sostanza, questa è tutta la Torah in poche parole; tutto il resto non è che un approfondimento di questo principio.

Abramo, Isacco e Giacobbe rappresentano le «tre linee» presenti in questo processo di connessione: Abramo rappresenta la linea destra, Isacco la linea sinistra e Giacobbe la linea di mezzo. In termini semplici, il processo può essere descritto così: prima cerco di relazionarmi positivamente con un’altra persona (linea destra); poi scopro di non esserne capace, perché sono dominato dall’egoismo (linea sinistra); infine, al di sopra dell’egoismo che si è rivelato, chiedo la forza per superarlo e connettermi comunque attraverso l’amore (linea di mezzo).

Durante l’esilio in Egitto, il Faraone governava il popolo d’Israele. Dal punto di vista spirituale, ciò significa che l’intensificazione dell’egoismo ristretto, il desiderio di godere unicamente a proprio vantaggio e a spese degli altri, danneggiò il legame tra le persone. Alla fine, quando compresero come la forza della separazione li avesse resi schiavi e minacciasse di distruggerli, fu data loro l’opportunità di liberarsene, cioè di uscire dall’Egitto.

L’egoismo che si manifestò in Egitto, sotto forma di sentimenti di rifiuto, distanza, critica e disprezzo, costituì la preparazione all’evento del Monte Sinai. È significativo anche che la parola ebraica per «monte» (Har) sia collegata ai pensieri e alle riflessioni (Hirhurim), mentre la parola «Sinai» è collegata all’odio (Sinah).

Al Sinai fu posta loro una condizione: sarebbero stati capaci di elevarsi al di sopra del proprio egoismo? Avrebbero potuto connettersi positivamente nonostante tutto e diventare come una cosa sola? Sarebbero riusciti a raggiungere uno stato in cui le differenze tra loro sembrassero scomparire, come gocce d’acqua che, riunendosi in un bicchiere, formano un unico liquido omogeneo? Erano pronti a diventare garanti gli uni degli altri? A prendersi cura soltanto degli altri? A costruire una società in cui tutti fossero amici, uguali, fratelli e compagni amati? Se sì, sarebbero stati degni di ricevere la Torah, che rappresenta una luce superiore, una forza speciale capace di rendere possibile una simile connessione.

Il primo principio della connessione integrale è: «Non fare al tuo amico ciò che tu odi». Bisogna astenersi dal nuocere all’altro, perfino nel pensiero. La prova consiste in questo: ciò che non vorresti che gli altri pensassero di te o facessero a te, non pensarlo né farlo a loro. È come provare un vestito per vedere se ti sta bene.

Il secondo principio è ancora più elevato: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Dobbiamo imparare a sentire il cuore degli altri, includerci nei loro desideri e metterci al loro servizio. In altre parole, dovremmo desiderare di esistere soltanto per il bene degli altri.

A prima vista, queste condizioni e questi principi sembrano irrealistici e contrari alla natura umana. Soprattutto oggi, in un’epoca di egoismo sempre più accentuato, è difficile immaginare come qualcuno possa realizzarli. Eppure è proprio questa la direzione verso cui le forze evolutive della natura stanno guidando l’umanità. Non è un caso che il mondo diventi sempre più interconnesso e interdipendente. È il modo in cui la natura ci mostra che, dal punto di vista del sistema, siamo tutti parti di un unico corpo e che una connessione completa fra tutti gli esseri umani è una necessità inevitabile.

Tornando al Monte Sinai, la legge dello sviluppo della natura opera gradualmente. Innanzitutto era necessario che esistesse un piccolo gruppo capace di realizzare al proprio interno una connessione integrale, affinché questo modello potesse poi estendersi a tutta l’umanità. Come afferma la Bibbia: «Voi sarete per Me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Questa comunità iniziò a formarsi ai tempi di Abramo e continuò a crescere nel corso della storia. Chiunque fosse attratto dall’ideale spirituale poteva unirsi al popolo, indipendentemente dalle proprie origini. Esempi significativi sono Rut la Moabita, dalla quale discese il re Davide; Rabbi Akiva, figlio di convertiti; Onkelos, anch’egli convertito; e molti altri ancora.

«Israele si accampò là di fronte al monte», dice il versetto che descrive il Monte Sinai. I saggi spiegano che il verbo è scritto al singolare perché il popolo si sentiva «come un solo uomo con un solo cuore». Di conseguenza, il popolo dichiarò: «Faremo e ascolteremo».

In parole semplici, il desiderio comune di liberarsi dall’egoismo ristretto raggiunse un’intensità tale da produrre un’elevazione collettiva. Le persone smisero di percepire soltanto se stesse e iniziarono a sentire tutti come un unico insieme connesso. Una simile connessione assomigliava, almeno in parte, alla forza generale della natura, chiamata anche Dio, il Creatore o la Forza Unica, e per questo tale forza si rivelò tra loro come una qualità di reciproca dazione e di bontà che li colmò per un certo periodo.

La Torah che fu data contiene un metodo nascosto per la completa correzione della natura egoistica dell’essere umano, un metodo studiato nella saggezza della Kabbalah. In termini generali, la natura umana comprende 613 desideri, tutti governati da un’intenzione egoistica, cioè dal desiderio di usare gli altri per il proprio vantaggio. Questi desideri devono essere rivelati e corretti, vale a dire che l’intenzione con cui vengono utilizzati deve trasformarsi in un’intenzione orientata al bene degli altri. Ciascuna di queste trasformazioni è chiamata adempimento di una Mitzvah (comandamento); per questo esistono 613 Mitzvot (comandamenti), ovvero 613 correzioni dell’intenzione.

«La nazione d’Israele fu costruita come una sorta di canale attraverso il quale le scintille della correzione si sarebbero diffuse all’intero genere umano… fino a quando tutti si saranno sviluppati al punto da comprendere la dolcezza e la serenità racchiuse nel principio dell’amore per il prossimo.»

Dal Kabbalista Yehuda Ashlag (Baal HaSulam), L’Arvut (La Garanzia Reciproca).

Da duemila anni l’odio infondato ci ha condotti alla rovina, ma oggi la realtà ci costringe a ritrovare consapevolezza: chi siamo? In quale mondo viviamo? Qual è il nostro scopo più elevato? Israele e il mondo si stanno disgregando sotto il peso dei conflitti alimentati dall’egoismo e l’odio nei nostri confronti continua ad aumentare. Questo continuerà finché non torneremo a seguire la via di Abramo e a diventare la forza pionieristica nella correzione della natura umana.

Abbiamo l’opportunità di offrire un esempio positivo e di guidare l’umanità verso una connessione integrale, armoniosa e pacifica, fondata sull’unità e sull’amore. È una connessione che allargherà i confini della nostra percezione limitata e ci introdurrà in una dimensione spirituale al di là del tempo, dello spazio e del movimento. È uno stato di armonia con tutta la natura, di adesione alla perfezione e all’eternità insite nella creazione.

Auguro a tutti noi il massimo successo in questa impresa decisiva.

Basato su “New Life 158 – I Dieci Comandamenti, Parte 1” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Perché è stata data la Torah?

«Esisteva una condizione preliminare fin dall’inizio della ricezione della Torah, ma in seguito, dal tempo della costruzione del vitello d’oro, quel “patto” si è disgregato.» – Il Kabbalista Yehuda Ashlag (Baal HaSulam), Lettera 60.

Qual era la condizione per ricevere la Torah? Perché la Torah fu data?

La Torah fu data per un unico scopo: raggiungere la connessione tra di noi al livello di «Ama il prossimo tuo come te stesso». All’interno di questo amore reciproco si rivela poi «Ama il Signore tuo Dio», ossia la completa adesione spirituale.

Questa era la condizione, ed era chiara a tutti. La difficoltà, tuttavia, consiste nel mantenerla costantemente al di sopra dei problemi sempre più grandi che emergono tra noi, vale a dire al di sopra del crescente desiderio di ricevere, che richiede un continuo rafforzamento della nostra connessione. In ogni momento, il desiderio di ricevere, che per sua natura è frammentato e diviso, si manifesta con maggiore intensità, noi dobbiamo mantenere al di sopra di esso la connessione, l’amore, il lavoro reciproco, la preghiera e il sostegno vicendevole. Ma non siamo riusciti a farlo.

Già ai tempi del Primo Tempio emersero difficoltà nel mantenere la connessione al livello di «Ama il prossimo tuo come te stesso». Come è scritto, il “patto” che era stato stabilito al livello di Bina (un livello spirituale di dazione), entrando nel livello della Terra d’Israele, cioè quando iniziammo a impegnarci concretamente nell’amore reciproco, cominciò a sgretolarsi. Da quel momento ebbe inizio il nostro declino.

I Kabbalisti spiegano che questo processo era necessario e che dovevamo attraversarlo. La costruzione del Primo Tempio, la sua distruzione, la costruzione del Secondo Tempio e la sua inevitabile distruzione: nonostante tutto ciò, eravamo comunque tenuti a mantenere la connessione e a preservare il principio di «Ama il prossimo tuo come te stesso», come Rabbi Akiva richiedeva ai suoi discepoli. Eppure persino i suoi studenti, i migliori della loro generazione, non riuscirono a sostenerlo e tra loro si manifestò l’odio.

Oggi ci troviamo in una fase completamente diversa. Dopo la distruzione del Primo e del Secondo Tempio e dopo i periodi di esilio, siamo ora di fronte alla costruzione del Terzo Tempio, che certamente sarà edificato. L’unica domanda è fino a che punto possiamo contribuire a questo processo attraverso il nostro impegno e il nostro sostegno. Fino a che punto possiamo favorirlo mediante una corretta e volontaria inclinazione verso la connessione e il raggiungimento di uno stato di amore reciproco, cioè procedendo «dall’amore per gli altri all’amore per il Creatore».

Altrimenti, anche la sofferenza può condurci a quello stesso stato di armonia e pace, ma attraverso un cammino molto più lungo e difficile.

Basato sulla lezione quotidiana di Kabbalah tenuta dal Kabbalista Dr. Michael Laitman sul tema “Yom HaZikaron e Yom HaAtzmaut” del 7 maggio 2019.

Scritto e curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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