Pubblicato nella 'Nuova Vita' Categoria

Perché ci confrontiamo con gli altri? Possiamo smettere di farlo?

Un noto racconto chassidico narra di una figlia di re che si ammalò gravemente. Nessuna cura sembrava poterla guarire, finché arrivò un uomo saggio che disse che esisteva un solo rimedio: la principessa avrebbe dovuto indossare la camicia di una persona veramente contenta della propria sorte.

Il re inviò immediatamente messaggeri in tutto il regno per trovare qualcuno che fosse sinceramente soddisfatto della propria vita.

Per prima cosa i messaggeri si rivolsero ai ricchi e chiesero loro se fossero contenti di ciò che possedevano, ma essi iniziarono a elencare tutto ciò che ancora mancava loro per essere felici. I messaggeri si rivolsero allora alle persone della classe media, ma anche lì non trovarono nessuno realmente soddisfatto della propria vita.

Il re era ormai sul punto di perdere ogni speranza quando un messaggero arrivò trafelato annunciando che, lontano dal palazzo, viveva in una foresta un guardaboschi sempre contento della propria sorte. Illustri emissari furono immediatamente inviati nella foresta.

Quando incontrarono il guardaboschi, questi domandò che cosa avesse condotto persone tanto importanti fino a lui. Gli spiegarono la difficile situazione del regno e gli chiesero:

«Sei davvero sempre soddisfatto della tua sorte?»

«Senza alcun dubbio», rispose il guardaboschi. «Non mi manca nulla e godo di tutto ciò che la vita mi offre.»

Allora gli emissari gli chiesero di consegnare una delle sue camicie per la principessa malata.

«Credetemi», rispose il guardaboschi, «se avessi una camicia, la darei immediatamente alla principessa con tutto il cuore. Ma non ne possiedo nemmeno una.»

Attraverso questo racconto, il mio maestro RABASH mi illustrò il concetto di «gioire della misericordia», chiamato in ebraico Hafetz Hesed. Si tratta del primo grado spirituale al quale una persona ascende quando desidera correggere se stessa: essere felice e portare felicità agli altri.

Poiché il desiderio umano è immenso, l’essere umano non si accontenta di poco e non è mai pienamente soddisfatto della propria condizione. Ha sempre bisogno di qualcosa in più, di qualcosa che gli dia un vantaggio sugli altri. Per questo, in ogni momento della vita, ci confrontiamo con gli altri: La mia casa è più grande della loro? La mia automobile è più nuova o più costosa? I miei figli sono più intelligenti? Il mio partner è più bello o più bella?

Misuriamo continuamente noi stessi rispetto agli altri, in modo consapevole o inconsapevole. Se possiamo rispondere con sicurezza «sì» a qualcuna di queste domande, ci sentiamo bene. Se invece la risposta è negativa, cerchiamo immediatamente una compensazione, perché altrimenti la vita stessa può sembrarci priva di valore.

La psicologia dell’ego è sottile e profonda, e le sue motivazioni sono così ben nascoste che, perfino quando sentiamo il desiderio di aiutare gli altri, ad esempio facendo volontariato in un ospedale, a livello inconscio potremmo farlo per sentirci noi stessi più sani o migliori. Persino mettere al mondo dei figli può nascere dal desiderio di sentirci meglio con noi stessi.

La prima correzione, chiamata «gioire della misericordia», consiste dunque nello smettere di confrontarci con gli altri. È come se fossimo soli al mondo o soli in una foresta. Quando smettiamo di valutarci in relazione agli altri, ci liberiamo da ogni confronto, sia positivo sia negativo.

In che senso, allora, possiamo dire di «gioire della misericordia»? Quale gentilezza mostriamo agli altri se recidiamo ogni paragone e ogni relazione con loro? 

Nel primo stadio, il bene consiste semplicemente nel fatto che smettiamo di arrecare danno. Elevarsi al di sopra dell’ego fondamentale rappresenta già un traguardo straordinario. Da questo livello in poi iniziamo a vedere il mondo con occhi diversi, su una diversa lunghezza d’onda.

Se l’umanità riuscisse a elevarsi a un simile grado spirituale, l’intera nostra percezione del mondo cambierebbe. Tutto ciò che abbiamo costruito sulla competizione e sul confronto perderebbe importanza, lasciando soltanto ciò che è realmente necessario alla nostra esistenza.  Dopo aver smesso di farci del male a vicenda ed essere diventati contenti della nostra condizione, saremmo allora in grado di fare del bene nel mondo, di agire con amore autentico per gli altri.

Basato su “Nuova Vita 161 – Relazioni Corrette – Pettegolezzi e Calunnie, Parte 1” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

ISCRIVITI QUI AL CORSO BASE  “LA KABBALAH RIVELATA”

Qualcuno riesce a cogliere il significato più profondo dei Dieci Comandamenti?

In apparenza, le leggi e i principi dei Dieci Comandamenti sembrano chiari, ma celano un significato più profondo. Sono di grande rilevanza per la realtà odierna, interconnessa e interdipendente, in cui siamo tutti sulla stessa barca, e per i problemi che attualmente minacciano il popolo di Israele e l’umanità intera.

I Dieci Comandamenti furono dati sul Monte Sinai dopo l’Esodo dall’Egitto. “Egitto” è un nome simbolico per indicare il dominio dell’ego sulla persona. Ma che cos’è esattamente l’ego? È il desiderio di godere esclusivamente per il proprio vantaggio personale, a spese degli altri. Per questo viene anche chiamato «l’inclinazione al male»: pur cercando di farci stare bene nel nostro ristretto interesse personale, finisce per condurre tutti alla sofferenza su scala più ampia.

È esattamente ciò che osserviamo nel mondo. I giochi dell’ego sono ovunque, in ogni ambito e a ogni livello: nelle relazioni affettive e familiari, nei rapporti di lavoro, nel traffico, nella vita sociale, nelle relazioni internazionali e persino nel rapporto dell’umanità con l’ambiente. Tutto è mosso dall’ego. Per natura desideriamo essere superiori agli altri in un modo o nell’altro. Quando iniziamo a riconoscere che questa è la radice di ogni problema, possiamo avviarci verso il nostro Esodo dall’Egitto, cioè verso la liberazione dalla schiavitù dell’egoismo.

La fase successiva di questo sviluppo è rappresentata dall’evento del Monte Sinai. Esso simboleggia uno stato in cui l’ego radicato nella natura umana si manifesta con ancora maggiore intensità. Fa emergere pensieri di odio tra i membri del popolo d’Israele. Maldicenza, disprezzo e rifiuto reciproco nelle loro relazioni provocano una profonda divisione. Allo stesso tempo, però, nasce la consapevolezza che proprio in quella situazione si trova l’opportunità di elevarsi al di sopra di ogni separazione e costruirsi come una nazione spirituale, cioè una nazione unita da un ideale spirituale: raggiungere l’unità attraverso il principio «Ama il prossimo tuo come te stesso», al di sopra delle divisioni, secondo il principio «L’amore coprirà tutte le trasgressioni», per diventare così un canale attraverso cui questa unità possa diffondersi a tutta l’umanità, ossia essere «una luce per le nazioni».

A differenza degli altri popoli, formatisi sulla base di elementi naturali comuni, come la condivisione di uno stesso territorio, il popolo d’Israele divenne una nazione esclusivamente attraverso uno sforzo comune di unirsi nell’amore al di sopra dell’egoismo e del rifiuto reciproco. In altre parole, si tratta di una nazione fondata su un principio ideale e spirituale, non su un’origine biologica.

La rivelazione sul Monte Sinai fu un assaggio temporaneo di ciò che significa essere veramente connessi, di come la connessione possa elevarci al di sopra dell’esistenza materiale, oltre la semplice percezione della vita fisica. L’unione, l’amore e la responsabilità reciproca generarono la percezione della rivelazione di una forza positiva superiore presente nella natura. Iniziammo a percepire un livello più elevato dell’esistenza, nel quale ogni persona esce da se stessa e vive negli altri, prendendosi cura del loro bene e desiderando colmarli. Il proprio corpo sembra perdere importanza e si comincia a sentire che tra le persone dimora una forza speciale. È così che si scopre che la natura contiene una forza interiore, il fondamento stesso della creazione. Nella Ghematria ebraica, HaTeva («Natura») ed Elohim («Dio») hanno lo stesso valore numerico (86). Questo insegna che tutta la natura costituisce un unico meccanismo, un sistema integrale le cui parti sono unite da una straordinaria armonia.

In quell’evento ci furono dati dieci principi attraverso i quali possiamo rafforzare la nostra connessione reciproca e il nostro legame con questa forza superiore. Queste leggi hanno lo scopo di condurci a una piena consapevolezza della rete di connessioni che unisce tutti i livelli della realtà, inanimato, vegetale, animale e umano, in un unico sistema armonioso. Ogni comandamento ci guida a migliorare il nostro rapporto con tutte le persone e con tutto ciò che esiste al di fuori di noi, fino a percepire la connessione eterna e perfetta che unisce tutte le parti del sistema.

Basato su “New Life 159 – I Dieci Comandamenti, Parte 2” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

ISCRIVITI QUI AL CORSO BASE  “LA KABBALAH RIVELATA”

Qual è il tema principale dei Dieci Comandamenti?

In definitiva, tutto ciò che è contenuto nei Dieci Comandamenti si riconduce al principio fondamentale: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Quando iniziamo ad apprendere il metodo di connessione da cuore a cuore sviluppato dai saggi, un metodo spiegato nella saggezza della Kabbalah, il significato interiore dei Dieci Comandamenti si rivela nella rete di connessioni che costruiamo tra di noi, insieme alla capacità di metterli in pratica.

Passo dopo passo, ci eleveremo insieme in un nuovo livello di esistenza. Scopriremo la Divinità in mezzo a noi come qualità di dazione e amore, e attraverso questo esempio aiuteremo tutta l’umanità a instaurare relazioni di questo tipo.

Osservando ciò che accade nel mondo oggi, appare chiaro che non esiste alternativa. La connessione autentica è l’unica via per la salvezza.

Basato su “New Life 159 – I Dieci Comandamenti, Parte 2” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

ISCRIVITI QUI AL CORSO BASE  “LA KABBALAH RIVELATA”

Cosa ci insegna la storia di Abramo su noi stessi?

La Mesopotamia, culla della civiltà moderna, conosciuta anche come «la terra tra i due fiumi», era una vasta e fertile regione situata tra i fiumi Eufrate e Tigri, nell’attuale Iraq. In Mesopotamia nacquero molte delle innovazioni che permisero lo sviluppo della civiltà umana: l’invenzione della ruota, i progressi nella matematica e nell’astronomia e le prime coltivazioni di cereali che ancora oggi costituiscono alimenti fondamentali. Fu anche la terra natale di un uomo chiamato Abramo.

Fino a quel periodo, l’atmosfera in Mesopotamia era stata relativamente pacifica. Come descrive la Bibbia: «Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole» (Genesi 11:1). Le persone si sentivano vicine le une alle altre, come una grande famiglia. Poi, improvvisamente, l’ego di ciascuno. il desiderio di trarre piacere a spese degli altri, iniziò a crescere rapidamente, come simboleggia il racconto della Torre di Babele. Comparvero così la competizione distruttiva, l’invidia dannosa, la lotta per il potere, lo sfruttamento e l’odio.

Abramo osservò ciò che stava accadendo e comprese che l’umanità si trovava di fronte a una prova decisiva: le persone avrebbero capito di dover elevarsi al di sopra del proprio egoismo e costruire relazioni armoniose tra loro, oppure avrebbero scelto di separarsi? Egli cercò di spiegare che la natura è un sistema unitario, che la vita si sviluppa grazie alla connessione e all’armonia tra gli opposti e che anche gli esseri umani devono imparare a vivere in pace gli uni con gli altri. Tuttavia, la maggior parte delle persone non era pronta ad accogliere l’idea dell’unità universale. Scelsero quindi di disperdersi da quella regione verso ogni parte del mondo.

Abramo, però, vedeva più lontano. Comprendeva che la dispersione non avrebbe risolto la crisi delle relazioni umane, ma ne avrebbe soltanto rimandato le conseguenze. Ed è proprio al medesimo punto che siamo giunti oggi. La rete di connessioni che si è sviluppata tra tutti gli esseri umani ci ha messi sulla stessa barca. Che lo vogliamo o no, dipendiamo gli uni dagli altri; tuttavia, con l’enorme ego che è cresciuto in ciascuno di noi, non sappiamo come convivere. A differenza dell’antica Babilonia, però, questa volta non esiste più alcun luogo in cui disperdersi. Per sopravvivere saremo costretti a imparare a connetterci.

L’opera di divulgazione di Abramo non ebbe un successo travolgente, ma alcune migliaia di persone si riunirono comunque per studiare il suo metodo. Con il tempo, quella comunità di discepoli divenne il popolo d’Israele, come descrive Maimonide nel Libro della Conoscenza.

Abramo insegnava che «l’inclinazione del cuore dell’uomo è malvagia fin dalla sua infanzia, intendendo che l’egoismo è radicato nella nostra natura. Tuttavia, attraverso lo sforzo di superarlo, possiamo elevarci a una forza superiore. Una «forza superiore» non è qualcosa che si trova oltre le stelle né un’entità mistica appartenente a un’altra dimensione. È piuttosto una forza superiore all’ego, una forza capace di governarlo.

Ciò che distingueva il gruppo di Abramo da tutti gli altri era un sentimento interiore secondo cui la vita possiede uno scopo più elevato del semplice raggiungimento del successo materiale. Il benessere materiale è importante, ma non basta. In altre parole, in quelle persone cresceva il desiderio di scoprire il segreto della vita al di là di ciò che è visibile sul piano materiale.

Abramo insegnava loro che la forza egoistica è naturale. Grazie ad essa proviamo repulsione verso ciò che percepiamo come dannoso e attrazione verso ciò che riteniamo possa portarci beneficio o piacere. Anche quando amiamo qualcuno e desideriamo stargli vicino, ciò avviene ancora sulla base di calcoli egoistici, consapevoli o inconsapevoli. Esiste forse una forza diversa da quella egoistica? Nei livelli inanimato, vegetale, animale e umano della natura non ne osserviamo alcuna. Persino le interazioni tra atomi e molecole sono guidate da forze naturali orientate all’autoconservazione, che tendono al completamento, all’equilibrio e alla stabilità.

Eppure, quasi seimila anni fa, in alcune persone iniziò a emergere il desiderio di scoprire una forza diversa da quella egoistica: una forza di pura dazione, inesistente nella nostra ordinaria percezione del mondo. Questi individui svilupparono un livello più avanzato di percezione, chiamato «percezione spirituale». Abramo seguì il loro cammino, ma ciò che lo rese unico fu il fatto che durante la sua epoca esplose una estesa crisi sociale.

Abramo spiegava che, se impariamo a costruire una connessione positiva al di sopra dell’ego, scopriamo una forza superiore che si manifesta nei legami tra noi: una forza di amore e di dazione. Queste qualità diventano autentiche non perché il nostro ego ne tragga piacere, ma perché impariamo realmente a vivere dentro quella nuova forza. In questo modo possiamo costruire tra noi un nuovo sistema di relazioni, una rete integrale. Quando tale rete raggiunge l’equilibrio, iniziamo a percepire al suo interno quella che viene chiamata «la sorgente della vita», l’unica forza che sta alla base della natura, dalla quale proveniamo e verso la quale siamo diretti.

Dopo che i discepoli di Abramo avevano  iniziato a lavorare sulla loro connessione e si erano elevati in una certa misura al livello dell’esistenza spirituale, anche la forza egoistica che li separava crebbe. Sperimentarono esplosioni di odio reciproco e furono chiamati a superarle mediante una forza ancora maggiore di amore e di dazione. Così avanzarono in ogni fase del loro sviluppo secondo il principio: «L’amore copre tutte le trasgressioni.» Alla fine, però, i loro legami positivi si spezzarono in un clima di distruzione. Tra loro esplose un odio profondo e non ebbero più la forza di coprirlo con l’amore. L’ego prese il sopravvento e il popolo d’Israele andò in esilio tra le nazioni del mondo.

Oggi il cerchio si è chiuso e siamo tornati allo stesso punto. Siamo i discendenti del gruppo di Abramo e dobbiamo ricostruirci a partire da quello stato di distruzione. Dobbiamo imparare nuovamente il suo metodo di connessione al di sopra dell’ego e guidare il processo di riparazione del mondo. Il deterioramento delle relazioni, da quelle tra individui fino ai rapporti tra le nazioni e l’intera umanità, dimostra che non esiste alternativa: la connessione positiva al di sopra di ogni divisione è la nostra unica salvezza.

Basato su “Nuova Vita 147 – Viaggio alle Radici, Parte 1” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto e curato dagli allievi del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

ISCRIVITI QUI AL CORSO BASE  “LA KABBALAH RIVELATA”

Cosa dice il decimo comandamento?

Il decimo e ultimo comandamento è: «Non desidererai la casa del tuo prossimo; non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».

Non veniamo giudicati solo dalle nostre azioni, ma anche dalle nostre intenzioni. Ogni azione è preceduta da un pensiero e da un’intenzione. Pertanto, la vera correzione non consiste semplicemente nel compiere buone azioni verso gli altri, ma principalmente nel correggere le intenzioni che si celano dietro a tali azioni. Ognuno può esaminare se intende sinceramente fare del bene agli altri, o se, al contrario, cerca segretamente un tornaconto personale con le proprie azioni.

Aspirare a qualcosa significa avere l’intenzione di usare a proprio vantaggio qualcosa che non ci appartiene, o in altre parole, agire nei confronti di un’altra persona con un intento egoistico. Anche se, esteriormente, sembra che abbiamo fatto qualcosa di buono per qualcun altro, è possibile che la nostra vera intenzione fosse quella di ottenere qualcosa per un beneficio personale.

Per questo motivo, il comandamento “Non desiderare la roba d’altro” insegna che non dobbiamo cercare il nostro tornaconto personale a spese altrui. La nostra correzione deve raggiungere un livello tale che neanche nel nostro cuore sorga l’intenzione di sfruttare gli altri per il nostro tornaconto. L’obiettivo è raggiungere uno stato in cui le nostre motivazioni siano pure quanto le nostre azioni, interamente orientate al benessere degli altri e al rafforzamento dei legami che ci uniscono.

Basato su “Nuova Vita 159 – I Dieci Comandamenti, Parte 2” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

ISCRIVITI QUI AL CORSO BASE  “LA KABBALAH RIVELATA”

Cosa significa il nono comandamento?

Il nono comandamento, «Non testimoniare il falso contro il tuo prossimo», racchiude un significato profondo. La falsa testimonianza implica che, sia nei confronti di noi stessi sia degli altri, siamo testimoni, partecipanti e corresponsabili di tutto ciò che avviene nel sistema delle connessioni.

Che cosa significa? I saggi spiegano che l’essere umano è un microcosmo, un mondo in miniatura, e che perciò ciascuno di noi è responsabile di tutti gli altri. Se in una qualsiasi parte del sistema emerge un guasto o un problema, ognuno dovrebbe sentirne una responsabilità personale. Dovremmo considerarci corresponsabili di ciò che è accaduto. Questo è il livello di responsabilità reciproca a cui dovremmo aspirare.

La falsa testimonianza significa che, in un certo senso, abbiamo permesso che si sviluppassero condizioni dannose. Abbiamo partecipato al sistema in modo scorretto oppure, in altre parole, non abbiamo apportato una sufficiente misura di energia positiva alla rete delle connessioni. Invece di sottrarci alla responsabilità, dovremmo impegnarci a correggere noi stessi e, così facendo, esercitare un’influenza positiva sull’intero sistema.

In questo contesto è importante ricordare la particolare responsabilità che il popolo d’Israele porta nei confronti dell’umanità. Poiché il popolo d’Israele costituisce la parte interiore e trainante tra le nazioni del mondo, tutto ciò che accade nel mondo trova, in ultima analisi, la propria radice nella qualità delle connessioni tra gli appartenenti a questo popolo. Quando tra questi prevalgono relazioni fondate sulla connessione, sulla responsabilità reciproca e sul dare agli altri, abbondanza e benessere si diffondono in tutto il mondo. Al contrario, quando nelle loro relazioni prevalgono divisione e frammentazione, il mondo intero ne subisce le conseguenze e cresce l’ostilità nei loro confronti.

Basato su “Nuova Vita 159 – I Dieci Comandamenti, Parte 2” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

ISCRIVITI QUI AL CORSO BASE  “LA KABBALAH RIVELATA”

Qual è il settimo comandamento?

Per costruire una società fondata sulla connessione e sull’amore, dobbiamo aspirare a connetterci con i desideri degli altri e a soddisfare le loro mancanze Dovremmo metterci al servizio del prossimo, cercando di percepire ciò che gli manca e di appagare i suoi bisogni.

Questo processo di sviluppo di un atteggiamento di dazione e amore verso gli altri avviene gradualmente. Ogni persona ha molti desideri e non ci è richiesto, né siamo in grado, di soddisfarli tutti contemporaneamente. A ogni nuova fase del nostro sviluppo, dobbiamo distinguere tra i desideri degli altri che siamo capaci di soddisfare e quelli che, per il momento, non siamo ancora in grado di gestire.

Qual è, dunque, il legame con il comandamento «Non commettere adulterio»?

Nel linguaggio della Bibbia, i desideri di un’altra persona che sono alla mia portata e che posso soddisfare al mio attuale livello spirituale sono considerati la mia «moglie». Sono i desideri con cui sono chiamato a lavorare e che devo appagare. Gli altri desideri di quella stessa persona, che non sono ancora in grado di soddisfare, sono invece considerati la «moglie di un altro». In altre parole, quei desideri non mi sono ancora assegnati:  non rientrano ancora nel mio compito né nella mia responsabilità.

Poiché non sono ancora capace di rivolgermi a essi con una corretta intenzione di dazione, mi astengo dall’interferire. In questo modo evito di provocare danno o distorsione. Il comandamento «Non commettere adulterio» insegna quindi a riconoscere i limiti della propria attuale capacità di donare e a operare soltanto con quei desideri che si è realmente in grado di soddisfare per il bene degli altri.

Basato su “New Life 159 – I Dieci Comandamenti, Parte 2” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

ISCRIVITI QUI AL CORSO BASE “LA KABBALAH RIVELATA”

Qual è il sesto comandamento?

Il comandamento «Non uccidere» insegna che non dobbiamo mai recidere alcuna possibile connessione con un’altra persona e che dobbiamo sempre giudicare gli altri favorevolmente. Dovremmo vedere in ogni individuo una possibilità di connessione, anche quando ci sembra che ci odi, che non ci comprenda, che non sia capace di entrare in relazione con noi, oppure quando siamo noi stessi a sentirci estranei nei suoi confronti.

In ogni situazione, dovremmo evitare di recidere il legame. Al contrario, dovremmo permettere all’altra persona di ricevere, attraverso di noi, lo spirito della vita e della connessione. Questo è il significato di non «ucciderla».

In questo contesto, «uccidere» significa privare un’altra persona della sua connessione con la «Luce della Vita», con l’ «aria da respirare» che esiste nel legame tra di noi. Spezzando quella connessione, la separiamo dalla forza vitale che scorre attraverso l’unità umana.

Il comandamento ci invita quindi a preservare e coltivare ogni opportunità di connessione, indipendentemente dalle difficoltà o dalle divisioni che possono sorgere tra di noi.

Basato su “New Life 159 – I Dieci Comandamenti, Parte 2” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

ISCRIVITI QUI AL CORSO BASE “LA KABBALAH RIVELATA”

Qual è il quinto comandamento?

Il quinto comandamento, «Onora tuo padre e tua madre», è uno dei più conosciuti. A livello letterale, ci esorta a onorare i nostri genitori. Prima di esplorarne il significato più profondo, consideriamo che cosa comporta onorare i propri genitori. Un figlio che onora i propri genitori riconosce e apprezza le cure e l’educazione che ha ricevuto. Li tratta con rispetto e riverenza e non ignora i loro insegnamenti. Inoltre, ha la certezza che, quando avrà bisogno di sostegno, i suoi genitori saranno presenti per lui.

Il significato più profondo e interiore di questo comandamento può essere spiegato con il seguente esempio. Quando desideriamo connetterci con gli altri attraverso relazioni fondate sulla dazione e sull’amore, ma ci sentiamo impotenti, privi di orientamento e della forza necessaria per farlo, ci rendiamo conto di aver bisogno di una guida. Quando avvertiamo questa mancanza e, allo stesso tempo, onoriamo e attribuiamo il massimo valore alle caratteristiche della dazione e dell’amore, considerandole le più elevate di tutte, iniziamo a scoprire che esiste un sistema spirituale al di sopra di noi, progettato per correggere la nostra natura egoistica e aiutarci a connetterci gli uni con gli altri.

Si tratta di un sistema speciale dal quale possiamo ricevere aiuto. Nel linguaggio della Kabbalah, questo sistema spirituale è chiamato «Padre e Madre» (Abba ve Ima).

Basato su “New Life 159 – I Dieci Comandamenti, Parte 2” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

ISCRIVITI QUI AL CORSO BASE  “LA KABBALAH RIVELATA”

Che cosa significa realmente il quarto comandamento?

Il quarto comandamento, «Ricordati del giorno di Shabbat per santificarlo», significa che dobbiamo attraversare un processo di correzione per raggiungere uno stato di connessione perfetta. La correzione avviene quando usiamo il nostro ego a beneficio degli altri anziché per il nostro interesse personale. Per natura, pensiamo continuamente a noi stessi. Ora, però, ci assumiamo un nuovo impegno: quello di agire per il bene degli altri in ogni nostra possibilità, cioè nel pensiero, nel sentimento e nell’azione. Ci mettiamo al servizio della collettività. Questo è ciò che significa correggere noi stessi. 

Otteniamo questa correzione gradualmente, attraverso fasi chiamate i «sei giorni feriali». Passo dopo passo, diventiamo sempre più connessi gli uni agli altri. Di conseguenza, mentre l’ego continua a crescere, dobbiamo rafforzare la nostra connessione. Ogni volta che tra noi emergono nuove «trasgressioni» o divisioni, le ricopriamo con l’amore, come è scritto: «L’amore copre tutte le trasgressioni» (Proverbi 10,12).

È così che, alla fine, raggiungiamo uno stato in cui abbiamo usato pienamente tutti i nostri desideri egoistici, che si trasformano in qualità di dazione, amore e connessione. A quel punto scopriamo la forza della dazione e dell’amore nella sua pienezza. Questo stato è chiamato «il giorno di Shabbat».

In sintesi, il comandamento «Ricordati del giorno di Shabbat per santificarlo» ci insegna a mantenere sempre come obiettivo finale lo stato dello Shabbat, cioè uno stato di connessione perfetta.

Basato su “New Life 159 – I Dieci Comandamenti, Parte 2” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

ISCRIVITI QUI AL CORSO BASE  “LA KABBALAH RIVELATA”