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Qualcuno riesce a cogliere il significato più profondo dei Dieci Comandamenti?

In apparenza, le leggi e i principi dei Dieci Comandamenti sembrano chiari, ma celano un significato più profondo. Sono di grande rilevanza per la realtà odierna, interconnessa e interdipendente, in cui siamo tutti sulla stessa barca, e per i problemi che attualmente minacciano il popolo di Israele e l’umanità intera.

I Dieci Comandamenti furono dati sul Monte Sinai dopo l’Esodo dall’Egitto. “Egitto” è un nome simbolico per indicare il dominio dell’ego sulla persona. Ma che cos’è esattamente l’ego? È il desiderio di godere esclusivamente per il proprio vantaggio personale, a spese degli altri. Per questo viene anche chiamato «l’inclinazione al male»: pur cercando di farci stare bene nel nostro ristretto interesse personale, finisce per condurre tutti alla sofferenza su scala più ampia.

È esattamente ciò che osserviamo nel mondo. I giochi dell’ego sono ovunque, in ogni ambito e a ogni livello: nelle relazioni affettive e familiari, nei rapporti di lavoro, nel traffico, nella vita sociale, nelle relazioni internazionali e persino nel rapporto dell’umanità con l’ambiente. Tutto è mosso dall’ego. Per natura desideriamo essere superiori agli altri in un modo o nell’altro. Quando iniziamo a riconoscere che questa è la radice di ogni problema, possiamo avviarci verso il nostro Esodo dall’Egitto, cioè verso la liberazione dalla schiavitù dell’egoismo.

La fase successiva di questo sviluppo è rappresentata dall’evento del Monte Sinai. Esso simboleggia uno stato in cui l’ego radicato nella natura umana si manifesta con ancora maggiore intensità. Fa emergere pensieri di odio tra i membri del popolo d’Israele. Maldicenza, disprezzo e rifiuto reciproco nelle loro relazioni provocano una profonda divisione. Allo stesso tempo, però, nasce la consapevolezza che proprio in quella situazione si trova l’opportunità di elevarsi al di sopra di ogni separazione e costruirsi come una nazione spirituale, cioè una nazione unita da un ideale spirituale: raggiungere l’unità attraverso il principio «Ama il prossimo tuo come te stesso», al di sopra delle divisioni, secondo il principio «L’amore coprirà tutte le trasgressioni», per diventare così un canale attraverso cui questa unità possa diffondersi a tutta l’umanità, ossia essere «una luce per le nazioni».

A differenza degli altri popoli, formatisi sulla base di elementi naturali comuni, come la condivisione di uno stesso territorio, il popolo d’Israele divenne una nazione esclusivamente attraverso uno sforzo comune di unirsi nell’amore al di sopra dell’egoismo e del rifiuto reciproco. In altre parole, si tratta di una nazione fondata su un principio ideale e spirituale, non su un’origine biologica.

La rivelazione sul Monte Sinai fu un assaggio temporaneo di ciò che significa essere veramente connessi, di come la connessione possa elevarci al di sopra dell’esistenza materiale, oltre la semplice percezione della vita fisica. L’unione, l’amore e la responsabilità reciproca generarono la percezione della rivelazione di una forza positiva superiore presente nella natura. Iniziammo a percepire un livello più elevato dell’esistenza, nel quale ogni persona esce da se stessa e vive negli altri, prendendosi cura del loro bene e desiderando colmarli. Il proprio corpo sembra perdere importanza e si comincia a sentire che tra le persone dimora una forza speciale. È così che si scopre che la natura contiene una forza interiore, il fondamento stesso della creazione. Nella Ghematria ebraica, HaTeva («Natura») ed Elohim («Dio») hanno lo stesso valore numerico (86). Questo insegna che tutta la natura costituisce un unico meccanismo, un sistema integrale le cui parti sono unite da una straordinaria armonia.

In quell’evento ci furono dati dieci principi attraverso i quali possiamo rafforzare la nostra connessione reciproca e il nostro legame con questa forza superiore. Queste leggi hanno lo scopo di condurci a una piena consapevolezza della rete di connessioni che unisce tutti i livelli della realtà, inanimato, vegetale, animale e umano, in un unico sistema armonioso. Ogni comandamento ci guida a migliorare il nostro rapporto con tutte le persone e con tutto ciò che esiste al di fuori di noi, fino a percepire la connessione eterna e perfetta che unisce tutte le parti del sistema.

Basato su “New Life 159 – I Dieci Comandamenti, Parte 2” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Qual è il tema principale dei Dieci Comandamenti?

In definitiva, tutto ciò che è contenuto nei Dieci Comandamenti si riconduce al principio fondamentale: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Quando iniziamo ad apprendere il metodo di connessione da cuore a cuore sviluppato dai saggi, un metodo spiegato nella saggezza della Kabbalah, il significato interiore dei Dieci Comandamenti si rivela nella rete di connessioni che costruiamo tra di noi, insieme alla capacità di metterli in pratica.

Passo dopo passo, ci eleveremo insieme in un nuovo livello di esistenza. Scopriremo la Divinità in mezzo a noi come qualità di dazione e amore, e attraverso questo esempio aiuteremo tutta l’umanità a instaurare relazioni di questo tipo.

Osservando ciò che accade nel mondo oggi, appare chiaro che non esiste alternativa. La connessione autentica è l’unica via per la salvezza.

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Cosa dice il decimo comandamento?

Il decimo e ultimo comandamento è: «Non desidererai la casa del tuo prossimo; non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».

Non veniamo giudicati solo dalle nostre azioni, ma anche dalle nostre intenzioni. Ogni azione è preceduta da un pensiero e da un’intenzione. Pertanto, la vera correzione non consiste semplicemente nel compiere buone azioni verso gli altri, ma principalmente nel correggere le intenzioni che si celano dietro a tali azioni. Ognuno può esaminare se intende sinceramente fare del bene agli altri, o se, al contrario, cerca segretamente un tornaconto personale con le proprie azioni.

Aspirare a qualcosa significa avere l’intenzione di usare a proprio vantaggio qualcosa che non ci appartiene, o in altre parole, agire nei confronti di un’altra persona con un intento egoistico. Anche se, esteriormente, sembra che abbiamo fatto qualcosa di buono per qualcun altro, è possibile che la nostra vera intenzione fosse quella di ottenere qualcosa per un beneficio personale.

Per questo motivo, il comandamento “Non desiderare la roba d’altro” insegna che non dobbiamo cercare il nostro tornaconto personale a spese altrui. La nostra correzione deve raggiungere un livello tale che neanche nel nostro cuore sorga l’intenzione di sfruttare gli altri per il nostro tornaconto. L’obiettivo è raggiungere uno stato in cui le nostre motivazioni siano pure quanto le nostre azioni, interamente orientate al benessere degli altri e al rafforzamento dei legami che ci uniscono.

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Cosa significa il nono comandamento?

Il nono comandamento, «Non testimoniare il falso contro il tuo prossimo», racchiude un significato profondo. La falsa testimonianza implica che, sia nei confronti di noi stessi sia degli altri, siamo testimoni, partecipanti e corresponsabili di tutto ciò che avviene nel sistema delle connessioni.

Che cosa significa? I saggi spiegano che l’essere umano è un microcosmo, un mondo in miniatura, e che perciò ciascuno di noi è responsabile di tutti gli altri. Se in una qualsiasi parte del sistema emerge un guasto o un problema, ognuno dovrebbe sentirne una responsabilità personale. Dovremmo considerarci corresponsabili di ciò che è accaduto. Questo è il livello di responsabilità reciproca a cui dovremmo aspirare.

La falsa testimonianza significa che, in un certo senso, abbiamo permesso che si sviluppassero condizioni dannose. Abbiamo partecipato al sistema in modo scorretto oppure, in altre parole, non abbiamo apportato una sufficiente misura di energia positiva alla rete delle connessioni. Invece di sottrarci alla responsabilità, dovremmo impegnarci a correggere noi stessi e, così facendo, esercitare un’influenza positiva sull’intero sistema.

In questo contesto è importante ricordare la particolare responsabilità che il popolo d’Israele porta nei confronti dell’umanità. Poiché il popolo d’Israele costituisce la parte interiore e trainante tra le nazioni del mondo, tutto ciò che accade nel mondo trova, in ultima analisi, la propria radice nella qualità delle connessioni tra gli appartenenti a questo popolo. Quando tra questi prevalgono relazioni fondate sulla connessione, sulla responsabilità reciproca e sul dare agli altri, abbondanza e benessere si diffondono in tutto il mondo. Al contrario, quando nelle loro relazioni prevalgono divisione e frammentazione, il mondo intero ne subisce le conseguenze e cresce l’ostilità nei loro confronti.

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Di cosa tratta l’ottavo comandamento?

L’ottavo comandamento è: «Non rubare». Che cosa significa?

Se pensiamo al nostro tornaconto personale anziché al bene della collettività, questo è considerato un furto. Inoltre, nel suo significato più profondo, il furto non consiste soltanto nel sottrarre qualcosa alla società, ma anche nel non contribuire alla società, al meglio delle proprie capacità, in ogni momento.

In altre parole, se abbiamo la possibilità di partecipare attivamente alla vita sociale e di contribuire al bene comune attraverso una particolare capacità di cui disponiamo in quel momento, ma scegliamo di non farlo, questo è considerato un furto nei confronti della società. Abbiamo infatti trattenuto qualcosa che eravamo in grado di offrire.

Il corpo umano offre un’utile analogia. La vita è possibile solo perché ogni parte del corpo svolge la propria funzione specifica al massimo delle sue capacità. Allo stesso modo, in una società che aspira a funzionare come un unico sistema integrato, chiunque contribuisca meno di quanto sia in grado di fare è considerato un ladro, perché priva l’intero sistema del beneficio che avrebbe potuto apportare.

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Qual è il settimo comandamento?

Per costruire una società fondata sulla connessione e sull’amore, dobbiamo aspirare a connetterci con i desideri degli altri e a soddisfare le loro mancanze Dovremmo metterci al servizio del prossimo, cercando di percepire ciò che gli manca e di appagare i suoi bisogni.

Questo processo di sviluppo di un atteggiamento di dazione e amore verso gli altri avviene gradualmente. Ogni persona ha molti desideri e non ci è richiesto, né siamo in grado, di soddisfarli tutti contemporaneamente. A ogni nuova fase del nostro sviluppo, dobbiamo distinguere tra i desideri degli altri che siamo capaci di soddisfare e quelli che, per il momento, non siamo ancora in grado di gestire.

Qual è, dunque, il legame con il comandamento «Non commettere adulterio»?

Nel linguaggio della Bibbia, i desideri di un’altra persona che sono alla mia portata e che posso soddisfare al mio attuale livello spirituale sono considerati la mia «moglie». Sono i desideri con cui sono chiamato a lavorare e che devo appagare. Gli altri desideri di quella stessa persona, che non sono ancora in grado di soddisfare, sono invece considerati la «moglie di un altro». In altre parole, quei desideri non mi sono ancora assegnati:  non rientrano ancora nel mio compito né nella mia responsabilità.

Poiché non sono ancora capace di rivolgermi a essi con una corretta intenzione di dazione, mi astengo dall’interferire. In questo modo evito di provocare danno o distorsione. Il comandamento «Non commettere adulterio» insegna quindi a riconoscere i limiti della propria attuale capacità di donare e a operare soltanto con quei desideri che si è realmente in grado di soddisfare per il bene degli altri.

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Qual è il quinto comandamento?

Il quinto comandamento, «Onora tuo padre e tua madre», è uno dei più conosciuti. A livello letterale, ci esorta a onorare i nostri genitori. Prima di esplorarne il significato più profondo, consideriamo che cosa comporta onorare i propri genitori. Un figlio che onora i propri genitori riconosce e apprezza le cure e l’educazione che ha ricevuto. Li tratta con rispetto e riverenza e non ignora i loro insegnamenti. Inoltre, ha la certezza che, quando avrà bisogno di sostegno, i suoi genitori saranno presenti per lui.

Il significato più profondo e interiore di questo comandamento può essere spiegato con il seguente esempio. Quando desideriamo connetterci con gli altri attraverso relazioni fondate sulla dazione e sull’amore, ma ci sentiamo impotenti, privi di orientamento e della forza necessaria per farlo, ci rendiamo conto di aver bisogno di una guida. Quando avvertiamo questa mancanza e, allo stesso tempo, onoriamo e attribuiamo il massimo valore alle caratteristiche della dazione e dell’amore, considerandole le più elevate di tutte, iniziamo a scoprire che esiste un sistema spirituale al di sopra di noi, progettato per correggere la nostra natura egoistica e aiutarci a connetterci gli uni con gli altri.

Si tratta di un sistema speciale dal quale possiamo ricevere aiuto. Nel linguaggio della Kabbalah, questo sistema spirituale è chiamato «Padre e Madre» (Abba ve Ima).

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Che cosa significa realmente il quarto comandamento?

Il quarto comandamento, «Ricordati del giorno di Shabbat per santificarlo», significa che dobbiamo attraversare un processo di correzione per raggiungere uno stato di connessione perfetta. La correzione avviene quando usiamo il nostro ego a beneficio degli altri anziché per il nostro interesse personale. Per natura, pensiamo continuamente a noi stessi. Ora, però, ci assumiamo un nuovo impegno: quello di agire per il bene degli altri in ogni nostra possibilità, cioè nel pensiero, nel sentimento e nell’azione. Ci mettiamo al servizio della collettività. Questo è ciò che significa correggere noi stessi. 

Otteniamo questa correzione gradualmente, attraverso fasi chiamate i «sei giorni feriali». Passo dopo passo, diventiamo sempre più connessi gli uni agli altri. Di conseguenza, mentre l’ego continua a crescere, dobbiamo rafforzare la nostra connessione. Ogni volta che tra noi emergono nuove «trasgressioni» o divisioni, le ricopriamo con l’amore, come è scritto: «L’amore copre tutte le trasgressioni» (Proverbi 10,12).

È così che, alla fine, raggiungiamo uno stato in cui abbiamo usato pienamente tutti i nostri desideri egoistici, che si trasformano in qualità di dazione, amore e connessione. A quel punto scopriamo la forza della dazione e dell’amore nella sua pienezza. Questo stato è chiamato «il giorno di Shabbat».

In sintesi, il comandamento «Ricordati del giorno di Shabbat per santificarlo» ci insegna a mantenere sempre come obiettivo finale lo stato dello Shabbat, cioè uno stato di connessione perfetta.

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Cosa significa violare il terzo comandamento?

«Pronunciare il nome del Signore invano» significa compiere varie azioni che non hanno alcun rapporto con la costruzione della connessione tra di noi, aspettandosi tuttavia che in qualche modo ci mettano in contatto con il Creatore, cioè con la forza superiore dell’amore e della dazione. In altre parole, se indirizziamo i nostri sforzi verso qualsiasi cosa diversa dalla connessione positiva tra gli esseri umani, le nostre azioni saranno, alla fine, vane.

Pronunciare il nome del Signore invano significa anche fraintendere il concetto di preghiera. La vera preghiera è il lavoro del cuore. È lo sforzo di orientare il nostro cuore verso la connessione con tutti e di coltivare l’amore per ogni persona. Quando ci impegniamo in questo e scopriamo di non esserne capaci, si forma dentro di noi una mancanza, cioè un divario tra ciò che desideriamo e ciò che siamo realmente in grado di realizzare.

Da questa mancanza nasce una richiesta autentica: il desiderio di diventare capaci di dare e di amare, la supplica di acquisire una «seconda natura», al di sopra della nostra natura egoistica originaria.

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Qual è il secondo dei Dieci Comandamenti?

Il secondo comandamento afferma: «Non avrai altri dèi all’infuori di Me.» Questo è il secondo precetto e insegna che non dobbiamo immaginare la forza superiore in forme o figure diverse.

Piuttosto, solo ciò che raggiungiamo concretamente, attraverso le connessioni tra le persone, può essere considerato la forza superiore che dimora nelle nostre relazioni.

In altre parole, è solo attraverso la connessione reciproca che possiamo giungere alla percezione di Dio, la forza superiore, la cui natura è quella della dazione e dell’amore.

La formula generale dello sviluppo spirituale è: «Dall’amore per gli altri all’amore per il Creatore.» Solo attraverso l’amore per gli altri possiamo raggiungere la forma più elevata di amore nella realtà, chiamata anche «amore per il Creatore.» Così si raggiunge la qualità dell’amore puro e della dazione.

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