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Essere pronti a studiare la Kabbalah

Domanda: Come fa una persona a sapere di essere pronta per lo studio della Kabbalah?

Risposta: Se una persona chiede: “Qual è lo scopo della mia vita” e non trova una risposta, inizia a cercarla e spesso arriva alla Kabbalah.

Se sentono di non poter vivere senza di essa, diventa chiaro che il Bore li sta invitando a questo. E così, iniziano a studiare la scienza della Kabbalah.
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Dalla Lezione quotidiana di Kabbalah del 28/8/19, “Domande e risposte”

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Ci restano 90 Secondi

Commento: “L’Orologio dell’Apocalisse” fu avviato nel 1947 dai creatori della prima bomba atomica. Questo orologio mostra quanto tempo manca alla mezzanotte, che indica un cataclisma nucleare. La decisione sul tempo rimanente viene presa da un comitato composto da diciotto premi Nobel.

Oggi, dicono, mancano novanta secondi alla mezzanotte. A seguito dei loro calcoli avvertono che ci stiamo avvicinando alla catastrofe e che tutti devono reagire. Affermano che stiamo affrontando il momento più pericoloso della storia moderna. Ci esortano a tenere presente che ciò potrebbe benissimo accadere.

La mia Risposta: Sì.

Domanda: Perché non ci preoccupiamo affatto di queste dichiarazioni?

Risposta: Queste affermazioni sono in realtà completamente irrilevanti per noi.

Domanda: Quindi si riuniscono lì, parlano, stabiliscono quanto manca alla mezzanotte e a noi non importa. Perché? Perché non ne abbiamo paura?

Risposta: Questa è la nostra natura.

Domanda: Sarà sempre questa la tua risposta?

Risposta: Cos’altro si può fare? Ecco come la vedo io.

Domanda: Ma ho figli, nipoti. Ho la mia vita.

La mia Risposta: E allora? Vuoi davvero che continuino questa vita miserabile?

Commento: Non voglio che abbiano una vita miserabile.

La mia Risposta: Sofferenza senza fine, di secolo in secolo.

Domanda: Quindi non ci sarà nessun Orologio dell’Apocalisse che ticchetta dentro di me, facendomi tremare e preoccupare: “Sta per succedere da un momento all’altro”?

Risposta: No!

Commento: Ci sto provando; voglio fermare tutto questo!

La mia Risposta: Se finisce, che differenza fa per loro se succede oggi o tra dieci anni?

Domanda: Quindi tutti questi appelli all’azione non significano nulla?

Risposta: No.

Domanda: Allora perché chiedono di agire, firmano trattati, si riuniscono all’ONU e convocano sedute del Consiglio di Sicurezza? Perché?

Risposta: Qualcuno deve fare qualcosa e farsi pagare per farlo. Non cambierà nulla. Questo mondo rimarrà condannato.

Domanda: Quindi cosa dovremmo fare allora? Se non fermare queste guerre, lavorare per la pace nel mondo o altro, cosa dovremmo fare?

Risposta: In realtà, la cosa migliore sarebbe se andassimo tutti a dormire. Davvero. Se inventassimo una piccola pillola: adesso, diciamo a mezzanotte, prendiamo tutti la pillola e ci svegliamo tra cento anni.

Cosa accadrebbe in questo periodo? Il mondo guarirebbe.

Commento: Hai visto cosa è successo durante il periodo del Covid. Gli animali sono arrivati ​​nelle città, l’ambiente è migliorato. Ci è stato detto che sorgenti, laghi e fiumi stavano diventando più puliti. Il mondo si sarebbe purificato dal nostro inquinamento.

La mia Risposta: Sì, sarebbe una buona cosa.

Domanda: Niente male, certo. Almeno nessuno uccide nessuno. Ma nella realtà? Non ci sarà nessuna pillola, non si potrà dormire.

Queste persone hanno trovato un obiettivo per se stesse: avvertire il mondo della catastrofe nucleare. Altri, al contrario, stanno costruendo bombe nucleari. Altri ancora vogliono vivere in pace, ma non gli è permesso. In definitiva, a cosa dovremmo arrivare tutti noi, come esseri umani?

Risposta: Dovremmo arrivare alla domanda: “Qual è lo scopo della vita umana?”. E, beninteso, non certo per dormire nel corso della vita e non fare nulla, ma per ottenere una risposta a questa domanda: “Perché sto vivendo?”. Tutti dobbiamo porci questa domanda e ricevere una risposta.

Domanda: Tu, personalmente, vedi che il tuo compito è far sì che le persone si pongano questa domanda?

Risposta: Sì.

Domanda: A quale risposta arriveranno se porranno la domanda?

Risposta: Perché vivo.

Domanda: E perché?

Risposta: Perché? Questo è ciò che ogni persona deve capire: lo scopo della propria vita.

Domanda: Quindi questo è il motore della vita?

Risposta: Sì, spingere le persone verso il Creatore. Credo che non ci sia compito più alto che elevarsi al livello del Bore.

Domanda: Anche una persona comune arriverà a tale domanda?

Risposta: Sì

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Da KabTV’ “News con Dr. Michael Laitman” 1/4/24

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Dalla tristezza alla gioia e viceversa

Domanda: A un anziano fu chiesto: “Cos’è la tristezza?” “Essere tristi significa pensare sempre a se stessi”, rispose l’anziano.
Questo è così semplice, e allo stesso tempo complicato. Può una persona non essere triste?

Risposta: Non lo so. Io mi impegno a tenermi occupato.

Domanda: Ti tieni occupato, ma non per evitare la tristezza, giusto? Non lo fai per quello?

Risposta: No. Anche se non facessi nulla, non sarei triste.

Domanda: Non provi mai tristezza?

Risposta: No.

Domanda: Perché? Tutti la sentono, ma tu no.

Risposta: Non lascio che questo sentimento si sviluppi dentro di me. Questa è la prima cosa.
In secondo luogo, scopro più informazioni sullo sviluppo di quante ne possa assorbire o contemplare. Per questo motivo non mi sento triste.

Commento: Quindi hai continuamente orizzonti, sempre più vasti.

La mia risposta: Sì, puoi dire così.

Domanda: L’opposto della tristezza è la gioia. Si può essere sempre gioiosi?

Risposta: No.

Domanda: Quindi, in un modo o nell’altro, dovrebbe esserci qui un movimento di questo tipo?

Risposta: Sì, è naturale per una persona.

Domanda: Per raggiungere la gioia è necessario sentirsi tristi?

Risposta: Per raggiungere la gioia, tu devi renderti conto che ciò che hai è solo una vita ordinaria. Pertanto, non puoi essere in una gioia costante o in un qualche stato euforico. Ma, in linea di principio, non puoi nemmeno essere triste. Puoi essere in uno stato neutrale e quindi avere la sensazione di galleggiare.

Domanda: E poi ci sarà la gioia, e poi tutti questi stati? Arriverà la gioia e poi galleggerai di nuovo e così via?

Risposta: Sì, a piccole dosi.

Domanda: Perché il Creatore ci dà questi stati, incluse gioia e tristezza? Perché ci dà tutto questo?

Risposta: Senza questo non saremmo in grado di accorgerci del tempo. Solo attraverso questi sentimenti opposti: dalla gioia alla tristezza, dalla paura alla felicità…

Domanda: È per questo che sentiamo che il tempo passa?

Risposta: Sì.

Domanda: Allora, cos’è il tempo?

Risposta: È l’alternanza di tali sentimenti.

Domanda: Quindi il tempo è l’alternanza di questi stati?

Risposta: Sì.

Domanda: Questo è tutto?

Risposta: Cos’altro potrebbe esserci per una persona?
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Da “Notizie con il Dr. Michael Laitman” di KabTV 17/06/24

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Immagina di essere un bambino. Pensa a quanto sia bello e piacevole avere un fratello o una sorella maggiore, forte e saggia, che si dedica a te, che ti sostiene, pronta ad aiutarti. È così che dobbiamo sentirci nella società umana nel suo insieme. Ognuno di noi dovrebbe sentire di appartenere a una società di successo e di essere in rapporto con gli altri non come individui, ma come una società coesa, come un gruppo di cui siamo tutti membri.  Inoltre, dovremmo sentire che il nostro cosiddetto gruppo è il più forte, il migliore e il più valido di tutti. Di conseguenza, saremmo fieri del nostro insieme, della nostra posizione e sentiremmo la vita come appagante e degna di essere vissuta.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman. 

 

Il Paradosso dello Sviluppo

Gli uomini si distinguono dagli animali perché, oltre ai desideri di cibo, sesso, riparo e procreazione, hanno anche i cosiddetti desideri sociali di ricchezza, potere e conoscenza, che possono essere soddisfatti a spese della società circostante.

Questi ulteriori desideri sociali, chiamati desideri umani del nostro mondo, possono essere diretti a sottomettere la società, a sopprimerla, a essere al di sopra di essa, oppure a elevare se stessi, il proprio sviluppo, in somiglianza con la natura, in adesione con l’ambiente, in connessione con la società per il suo beneficio.

E qui sorge un paradosso: quando agisco a beneficio della società, comincio a sentire tutto ciò che è in essa, dentro di me, e mi arricchisco interiormente. Se, invece, sfrutto le persone che mi circondano, allora non mi elevo al di sopra di loro, ma al contrario, essendo al mio livello animale, sopprimo le qualità umane in loro.

È qui che si manifesta la differenza in merito a ciò per cui un uomo usa i suoi desideri aggiuntivi. Lo fa per migliorare la sua vita corporea, creare comfort per se stesso, prendersi cura dell’ambiente, sviluppare l’ingegneria, la tecnologia e così via, oppure non gli importa nulla di tutto questo.

Per lui conta solo lo sviluppo interiore: come realizzare se stesso. Dopo tutto, per quanti anni vivrà su questa terra? In ogni caso, il suo corpo marcirà, la sua casa cadrà a pezzi, ecc. Perché dovrebbe pensare a qualcosa di transitorio? Dovrebbe pensare all’eterno! A ciò che può sviluppare in se stesso e realmente raggiungere lo stadio successivo, il suo stato eterno, che si realizza solo nel nostro mondo.

Esattamente in contrasto con le sue preferenze: “A cosa mi rivolgerò: a beneficio degli altri o a loro discapito? A beneficio del mio stato animale o spirituale? Raggiungere il Creatore e diventare simile a Lui attraverso l’amore per il prossimo o amare me stesso e concedermi tutto fino all’ultimo istante della mia vita? Questa è la scelta!

Ma la scelta riguarda proprio quei desideri che vanno oltre le necessità. Nessuno parla di quanto devo mangiare o dormire. Non devo vivere in una caverna. Devo avere una famiglia, cibo adeguato e vestiti. Questo è tutto. Non si parla d’altro. Si dice: “A cosa aspiri oltre a questo?”.

Il libero arbitrio dell’uomo consiste nella scelta delle attività. È questo che determina se si tratta di una persona spirituale o terrena.

Le persone che aspirano alla spiritualità si sentono ossessionate dalla domanda sul senso della vita. Una persona è obbligata a rispondere, altrimenti non ha senso vivere. In altre parole, non ha senso usare le proprie qualità per diventare ricchi, potenti o addirittura intelligenti. Che senso ha? Morirò e basta. Perché sprecare la mia vita in questo?

E molti non vogliono farlo. Cadono nella depressione, nella droga e persino nell’alcolismo, oppure cercano una via d’uscita.

Ed ecco che una sorta di fortuna, una qualità del destino, li conduce al metodo per rivelare la loro giusta realizzazione.
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Da “Ho ricevuto una chiamata. Il sentiero senza uscita dello sviluppo umano” 24/1/12

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Come si dovrebbe vivere la propria vita per non avere rimpianti prima di morire?

La formula per morire senza rimpianti è lo sforzo di essere pronti alla morte, cioè di vivere come crediamo di dover fare nell’ambito delle nostre capacità limitate. Così, quando arriverà il momento di morire, non avremo rimpianti per come abbiamo vissuto.

La vita stessa è la nostra connessione con il pensiero supremo che crea e sostiene la vita. Nella saggezza della Kabbalah, questo pensiero supremo è chiamato “il pensiero del Bore”. Questo pensiero è al di là della comprensione della mente umana, ma possiamo cercare di capire e mettere in pratica ciò che questo pensiero vuole farci conoscere e raggiungere.

La vita consiste nell’apprendere costantemente questo pensiero superiore, subendo alti e bassi nell’ambito di tale apprendimento,  ciò che ci aiuta nel cammino è la nostra connessione reciproca e il raggiungimento della saggezza superiore che deriva dai nostri tentativi di avvicinarci al pensiero del Bore.

Qual è il pensiero principale del Bore? È quello di raggiungere il desiderio di connettersi con tutti e con la natura come un unico insieme, di scoprire l’eternità e la perfezione del Bore in questo movimento.

Da una parte, possiamo esercitare la nostra immaginazione per figurarci cosa significhi esistere nell’eternità e nella perfezione. Dall’altra, possiamo anche raffigurare il tipo di sofferenza che deriva dal fatto che il Bore non ci concede un’uscita dai limiti della mente. Speriamo di progredire nel nostro sviluppo fino al punto in cui ci troveremo di fronte a questa scelta.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.  

La futilità della vita

Se un uomo non dedica la sua vita a perseguire un percorso, o si spreca in molte ricerche diverse e finisce la sua vita con un nulla di fatto, o vive come un animale senza cercare uno scopo. Tutto questo non è determinato da lui, ma dal suo desiderio.

Non mi immagino di perseguire la ricchezza, il potere o la fama. Dopo tutto, queste cose finiscono insieme alla mia vita. Perché farlo? Ho già più di settant’anni. Diciamo che mi restano altri dieci anni. E poi cosa c’è? Poi niente e basta, è finita. Allora cosa dovrei fare in questi dieci anni?

Commento: Lavorare in un giardino, coltivare fiori, guardare la TV.

La mia risposta: Sì, sì, anche figli, nipoti… Non sono contrario. La Kabbalah obbliga l’uomo a partecipare alla vita quotidiana, ma lo scopo della vita deve comunque guidarci in avanti.

Commento: C’è una nozione classica: avrò i miei figli che mi daranno un bicchiere d’acqua nella mia vecchiaia.

La mia risposta: Che differenza fa questo nel modo in cui muoio? Cosa cambia se i miei figli mi porteranno o meno l’acqua in vecchiaia? Qui finisce tutto. Diciamo che ho una casa di cura speciale a cinque stelle. Infermieri e assistenti mi staranno intorno, coccolandomi come un bambino piccolo. Mi puliranno e mi daranno il biberon finché non mi addormenterò felicemente tra le loro braccia, rasserenato da un eterno sonno ristoratore. È così? Perché ho vissuto la mia vita?

Oggi un uomo pensa solo alla sua vita e alla sua fine, sperando di vivere i suoi ultimi anni in modo più confortevole. Non c’è nulla di cui parlare qui.

Ma il fatto è che le persone che si avvicinano allo studio della Kabbalah capiscono che se non trovano lo scopo della vita, allora questa vita non serve a nulla; sarebbe meglio se non esistesse.

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Da “Ho ricevuto una chiamata, credere a un cabalista” di KabTV 1/28/10

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Gli scoiattoli e il senso della vita

Domanda: Due scoiattoli erano seduti sotto il caldo sole di settembre e uno chiese all’altro: “Dimmi, qual è il senso della vita?”.
Il secondo scoiattolo pensò e disse: “Ti ricordi l’anno scorso? C’era la siccità, la foresta bruciava, non c’era niente da mangiare, le volpi affamate ci cercavano e noi avevamo fame. Abbiamo dovuto correre per sopravvivere. Non stavamo cercando questo significato. Si scopre che allora ce n’era uno. Ora che siamo al sicuro, le volpi e le persone non ci danno fastidio, c’è cibo in abbondanza, la vita va bene, ma stiamo cercando questo significato. Significa forse che l’abbiamo perso?”.

La logica dello scoiattolo è ferrea. Perché non cerchiamo il senso della vita quando ci sentiamo bene?

Risposta: Perché? Non ci sono desideri; c’è abbastanza di tutto. Pertanto, non cerchiamo alcun significato nella vita. La vita è lì. È appagata? Sì. Ci dà ogni tipo di piacere? Sì.

Domanda: In questo modo la vita ha un senso?

Risposta: No, non ha un senso, ma non c’è sofferenza.

Domanda: Questo significa che il Creatore deve fare qualche trucco per farci cercare il senso della vita?

Risposta: Certamente.

Domanda: È necessario?

Risposta: Sì, come può essere altrimenti? Che dire di un bambino? Se non lo si costringe, non crescerà.

Domanda: Quindi devo sempre spingere. La tua conclusione è che una persona deve sperimentare la sofferenza.

Risposta: Sì, ma la gente non comprende. Pensano: “Eliminiamo la sofferenza dal mondo e il mondo sarà buono. Perché il Creatore non l’ha creato così?”. Perché altrimenti l’umanità non progredisce.

Domanda: Quando c’è il sole, usciamo, ci sentiamo bene, ci sorridiamo a vicenda e viviamo, viviamo, viviamo. Stai dicendo che in questo caso il mondo ristagna?

Risposta: Sì, vediamo il mondo intero, come giace lì, la gente muore, tutto va bene e marcisce.

Domanda: Questo se non c’è sofferenza?

Risposta: Sì.

Domanda: La gente non lo capirà mai. Una persona non vuole soffrire, non è vero?

Risposta: Sì, ma in linea di principio dobbiamo elevare il nostro livello mentale e le nostre esigenze e guardarci dall’esterno.

Domanda: In un modo o nell’altro, la sofferenza porta a qualcosa?

Risposta: La sofferenza porta alla consapevolezza della sua causa. Quando soffriamo, vogliamo sapere perché e come superarla.

Domanda: Qual è la causa principale della sofferenza? Deve portare a qualcosa un giorno.

Risposta: Gradualmente, la sofferenza porta l’umanità alla consapevolezza che l’uomo è l’intera causa della sofferenza.

Commento: Inizio con il fatto che il mio vicino, o i miei vicini, o il paese vicino…

Risposta: Abbiamo già affrontato questo argomento molto, molto tempo fa. Se volessimo davvero conoscere la causa della sofferenza, capiremmo subito che è nel nostro egoismo.

Domanda: È in noi? È la cosa principale che ci spinge?

Risposta: Sì.

Domanda: Nel momento in cui capisco che l’intera causa della sofferenza è in noi, nel nostro egoismo, cosa succede? La sofferenza cessa? Non c’è più bisogno di allontanarci?

Risposta: Certamente.

Commento: Se diciamo che il Creatore spinge l’umanità attraverso la sofferenza, allora si calma quando capiamo che l’intero problema è in noi.

Risposta: Non si calma. Il Creatore non ha bisogno di cambiare se stesso. Se noi cambiamo, la sofferenza scompare.

Domanda: Il problema è tutto in me. Finalmente l’ho capito. E poi? Quali sono i miei prossimi passi?

Risposta: Se mi sforzo di eliminare la sofferenza, ne cerco la causa. Se il mio odio per tutto ciò che mi circonda è la causa della mia sofferenza, cambio il mio atteggiamento verso tutto.

Domanda: Devo sempre sintonizzare il mio odio?

Risposta: Sì, gradualmente, cambiandolo, comincio a sentire che questo mi porta a una buona vita. Questo è tutto. Non appena mi elevo al di sopra di questo odio o lo sostituisco con l’amore e un atteggiamento caloroso, la sofferenza cessa.

Domanda: Come si chiama questa vita? Questa non è più la vita terrena, perché la nostra vita è diversa.

Risposta: Non importa. Chiamiamola terrena.

Domanda: È così che l’uomo e l’umanità iniziano a vivere?

Risposta: Sì.

Domanda: È possibile? Tui ci credi? Sembra logico.

Risposta: Non ci credo. Ma se vogliamo, possiamo renderci conto di come possiamo costringere il Creatore a cambiarci in modo da fare questo.

Commento: Cioè, sentiremmo che l’intera ragione…

Risposta: L’intera ragione è l’odio.

Domanda: E dovremmo chiedere a Lui?

Risposta: Sì, dobbiamo chiederglielo. Questo è tutto.

Commento: Questa è una psicologia diversa, la psicologia del “posso cambiare”. Tu dici che non posso cambiare.

La mia risposta: Non posso cambiare in nessun modo. L’unica cosa che posso fare è chiedere al Creatore di cambiarmi. E allora il sole splenderà.

Domanda: Non sentiamo né vediamo il Creatore. Pronunciamo la parola “Creatore” e, nonostante questo, il mio appello a ciò che non vedo e non conosco o capisco è efficace?

Risposta: Sì.
Domanda: Quindi tu sei a favore di una persona che non capisce nulla e si rivolge comunque al Creatore? Dici che funziona.

Risposta: Sì, funziona. Vediamo bambini piccoli e neonati che piangono. Non è chiaro per quale motivo piangano, ma è un segno dei loro sentimenti negativi.

Domanda: Piangono: “Fammi stare bene!”. Una persona deve fare lo stesso?

Risposta: Sì.

Domanda: Ma in linea di principio il suo grido dovrebbe essere, come dici tu: “Trasforma il mio odio, rendimi amorevole”?

Risposta: Ma questo è già cosciente, e ci sono altri stati.

Domanda: Questo è uno stato elevato. È a questo che dobbiamo arrivare, esattamente?

Risposta: Sì.
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Da “Notizie con il dott. Michael Laitman” di KabTV 3/4/24

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Quali sono i tuoi pensieri e i tuoi bisogni per essere felice?

Una parabola racconta di tre fratelli che videro  Felicità seduta dentro un pozzo. Uno si avvicinò e chiese a Felicità del denaro e lo ricevette. Un altro chiese una bella moglie e la ottenne.

Il terzo si chinò sul pozzo. “Cosa ti serve?”, chiese  Felicità.

L’uomo le domandò: “Tu, di cosa hai bisogno?”

“Fratello, portami fuori di qui”, chiese Felicità.

Il fratello allungò la mano, tirò fuori  Felicità dalla fossa, si girò e se ne andò. E Felicità lo seguì.

La parabola ci mostra che la felicità ha seguito il fratello che non ha preteso nulla e che ha compiuto una buona azione, rendendo un servizio alla felicità. Non credo però che questo debba essere interpretato come una condizione perché la felicità ci segua, né che non dobbiamo avere richieste.

Penso che la felicità dipenda dal destino di ciascuno. Ognuno di noi si comporta in base a ciò che gli viene offerto, possiamo regalare la felicità o pretenderla per noi stessi. Il punto più importante è che dovremmo essere d’accordo.

In pratica, non possiamo cambiare. Forse la forza superiore può a volte attuare un cambiamento in base alla nostra sincera richiesta, ma noi stessi non possiamo modificare nulla personalmente.

Per quale motivo, inoltre, desideriamo la felicità degli altri?  Di solito è perché calcoliamo che di conseguenza otterremo anche noi la felicità. Se non dovessimo trarre vantaggio dal nostro desiderio apparentemente positivo verso gli altri, allora non avremmo tale desiderio. Non c’è via d’uscita da questo circolo vizioso egocentrico poiché il desiderio egoistico di profitto personale è la natura umana.

Non credo che si possa trovare la felicità. Piuttosto, dobbiamo crearla. Cioè, dobbiamo metterci in uno stato in cui sappiamo esattamente come far sì che la felicità si riveli, allora la sentiremo.

Che cos’è la felicità? La felicità è la sensazione che la nostra vita sia stata un successo, credo che questa sensazione ci arrivi con più facilità verso la fine della nostra vita.

La vita stessa è un lavoro costante, cioè una ricerca di metodi per ricostruire la nostra vita più e più volte in modo che porti la felicità che immaginiamo. Gradualmente, passiamo dall’immaginare la felicità per noi stessi a desiderarla per gli altri. Inoltre, troviamo il senso della nostra vita in questo percorso: “da me agli altri”. Attraverso questo percorso, possiamo raggiungere una condizione finale di felicità. È un lavoro costante e incessante e sarebbe saggio cercare di capire come farlo.

Probabilmente incontreremo una miriade di perturbazioni su questo cammino, ma la chiave per resistere è immaginare quel cammino e poi, come si dice, “la strada si arrende a colui che la percorre”. Quindi, se la felicità ci segue, non significa che siamo felici. Dobbiamo piuttosto lavorare costantemente per rendere felici gli altri, il che non è un compito facile. Tuttavia, non importa se sia facile o meno. Nulla è facile nella vita, ma questa è la strada per una vita significativa e felice.

Nella saggezza della Kabbalah si parla di due sentieri di sviluppo: il sentiero della luce e il sentiero delle tenebre. Il sentiero della luce è quando portiamo la luce alle altre persone, mentre il sentiero delle tenebre è quando non possiamo e non vogliamo farlo. In questo caso, “non possiamo” e “non vogliamo” sono la stessa cosa.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.  

Quante strade si trovano davanti a noi?

Domanda: Un cavaliere si trovò davanti a un bivio, vide tre segni minacciosi e tornò a casa per imparare a leggere. La prima domanda che sorge è: quante strade abbiamo effettivamente davanti a noi? Su ognuna c’è scritto qualcosa. Potresti dirmi cosa c’è scritto sopra che non riusciamo a capire? Noi, che abbiamo finito la scuola, siamo ricercatori, dottori in scienze, non capiamo cosa c’è scritto. Dobbiamo tornare indietro e in qualche modo imparare a leggere. Cosa c’è scritto lì?

Risposta: Dice: “Non cercare la felicità, ma scoprila dentro di te”.

Domanda: E comunque non riusciamo a leggerlo. Che cosa mi impedisce di essere d’accordo e di seguire questa strada? O addirittura di leggerlo?

Risposta: Perché in realtà non esiste una strada. Non c’è nessuna strada. È solo una pietra che ti ferma. E ora devi imparare come raggiungere quella libertà interiore nel punto in cui ti trovi. In linea di principio, non è necessario andare da nessuna parte. Stando davanti a questa pietra ora, devi trovare la verità. Cioè, un individuo deve entrare dentro se stesso. E poi tutto si risolverà per lui.

Domanda: Cosa troverò dentro di me?

Risposta: Troverai te stesso: chi sono, cosa sono, per cosa, perché e cosa voglio trovare. Troverai tutto questo solo dentro di te.

Domanda: Diciamo che la natura di una persona è in gran parte nota. È il desiderio di ricevere: l’egoismo. Cosa troverò lì oltre a questo?

Risposta: Tutto inizia con l’egoismo.

Domanda: Quindi il punto di partenza sarà in qualche modo lì. Capirò che questa è la mia natura, è così?
Risposta: Sì, e come posso controllarla questa mia natura.

Commento: Sento che non mi porta a una grande felicità.

La mia risposta: Non mi porta alla felicità. Mi ha portato su questa strada e io devo continuare a percorrerla. Dove? Che cosa? Non si sa nulla e non c’è un punto. E io cercherò per tutti i miserabili anni che mi restano finché non ritornerò alla stessa pietra, allo stesso bivio, solo più stanco, con i capelli grigi, come Don Chisciotte su un cavallo morto. E questo è tutto.

Domanda: E questo è tutto? Ed è la mia natura che ha fatto girare tutto questo per me?

Risposta: Sì.

Domanda: È meglio che questa considerazione avvenga prima piuttosto che dopo?

Risposta: Certo!

Domanda: È questa la strada che devo indagare?

Risposta: Sì.

Domanda: È il destino di ogni persona arrivare alla “pietra” e trovarsi davanti ad essa in questo modo?

Risposta: Tutti hanno questa opportunità. Ma fino a che punto uno sia disposto ad accontentarsi di questo e a fermarsi a questo, non lo so.

Domanda: Quindi, pensi che molti di coloro che si sono avviati su quelle strade e percorrono quelle strade, stiano sbagliando?

Risposta: Sì.

Commento: Il nostro ego ci guida, e ci chiede di correre lungo le strade? Ma noi dovremmo fermarci, non correre da nessuna parte.

La mia risposta: Dovremmo fermarci, pensare e tornare indietro.

Domanda: E tornare a casa?

Risposta: Sì.

Domanda: Qui dice: “Torna a casa, impara a leggere”. Impara a leggere. Cosa significa imparare a leggere?

Risposta: Imparare a leggere significa decifrare correttamente le domande che sorgono nel tuo cuore. In realtà queste sono le domande. E leggere, direi che è come quello che ti dice il tuo cuore. Impara ad ascoltarlo, a parlargli e a sentirti appagato con ciò che il tuo cuore ti suggerisce.

Domanda: Il cuore, che cosa è?

Risposta: Il cuore è il mio “io”.

Domanda: Non è la mente?

Risposta: No, il cuore sono “io”. E voglio sentirmi, conoscermi, scoprirmi come se parlassi a me stesso stando di fronte a me stesso. Questo significa parlare con il tuo cuore.

Domanda: Quindi devo davvero stare di fronte a me stesso? E per tutto questo tempo sto fuggendo da questo mio “io”?

Risposta: Sì, stiamo scappando da noi stessi. Io sto sempre davanti a me stesso e sto fuggendo da questo.

Commento: Ci deve essere lì qualcosa che non vogliamo conoscere.

La mia risposta: Non voglio parlarne.

Domanda: È questo che significa “imparare a leggere”? Imparare a leggere significa parlare direttamente con me stesso?

Risposta: Sì.
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Da “Notizie con il Dr. Michael Laitman” di KabTV 15/01/24

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