Perché la storia di Giona è importante?

Giona, il profeta che fuggì dalla sua missione e alla fine vi ritornò contro la propria volontà, rappresenta per tutti noi un segnale d’allarme. È una storia di tempeste, destino e di un processo di correzione del mondo che rimane altrettanto attuale oggi.

Nella storia, a Giona fu comandato di recarsi nella grande città di Ninive e di guidare i suoi abitanti verso una via migliore. Vi prevalevano violenza, furti, sfruttamento e rapporti estremamente negativi tra le persone. Giona decise di fuggire dalla sua missione e salì su una nave. Nel mezzo del mare si scatenò una grande tempesta. I marinai cercarono di comprenderne la causa e, alla fine, il sorteggio indicò Giona, che dormiva nella parte più profonda della nave. Rendendosi conto del proprio errore, egli ordinò loro di gettarlo in mare affinché la tempesta cessasse. Alla fine, Giona raggiunse la terraferma, andò a parlare agli abitanti di Ninive e questi abbandonarono le loro vie malvagie.

Questa storia è la storia dell’umanità nel suo insieme. Descrive come, nel corso dell’evoluzione umana, l’ego, il desiderio di godere esclusivamente a proprio vantaggio a spese degli altri, chiamato anche «inclinazione al male», diventi sempre più forte e porti i rapporti umani a una condizione così terribile che la vita non può più continuare come prima. Da una situazione di completa confusione e dalla sensazione di essere arrivati a un punto morto, deve emergere una forza speciale che spieghi come l’umanità possa essere salvata e come possa nascere una nuova umanità.

Per quanto riguarda Giona come profeta, che cos’è un profeta? Un profeta è una persona che si è sviluppata interiormente fino al punto di scoprire come opera il sistema complessivo della natura. Una persona simile vede il quadro completo, comprende la traiettoria dell’evoluzione e sa che cosa accadrà se ci muoviamo in accordo con essa oppure contro di essa. Il ruolo del profeta è spiegare come correggere la nostra direzione e come raggiungere l’armonia con l’unica forza che opera in tutta la creazione: Dio, la forza generale presente nella natura.

La missione affidata a Giona era fondamentalmente di natura educativa. Così come tutta la natura evolve gradualmente verso uno stato di omeostasi tra tutte le sue parti, interconnesse e interdipendenti, creando il meraviglioso tessuto della vita, anche noi dobbiamo imparare a funzionare attraverso la connessione e la complementarità reciproca, seppure in modo consapevole e intenzionale. Da un lato, questa potenzialità evolutiva è ciò che distingue gli esseri umani da tutte le altre creature, che agiscono istintivamente senza la capacità di esaminare e scegliere. Dall’altro, è anche il motivo per cui gli animali non commettono errori, mentre noi provochiamo tanta distruzione nelle nostre vite e nell’ambiente che ci circonda. Ninive, quella grande città, simboleggia il nostro atteggiamento egoistico gli uni verso gli altri.

La forma ideale della connessione umana è definita dal principio: «Ama il prossimo tuo come te stesso» e inizia con il principio: «Non fare al tuo prossimo ciò che tu stesso detesti». Attraverso questo processo di sviluppo, impariamo a elevarci al di sopra dei desideri egoistici e a rapportarci agli altri in modo opposto.

Che cosa significa? Significa elevarsi al di sopra del desiderio di controllare gli altri o di sfruttarli per il proprio vantaggio e raggiungere uno stato in cui, innanzitutto, ci asteniamo dal fare del male a chiunque. Dobbiamo esaminare ogni pensiero e ogni azione e chiederci: vorrei che qualcuno mi trattasse in questo modo? È come provare dei vestiti davanti a uno specchio. Mi stanno bene oppure no? L’ego diventa uno strumento di misurazione. Ciò che ci risulta sgradevole non dovrebbe essere fatto agli altri. Dopo aver neutralizzato i comportamenti dannosi, passiamo alla fase dell’amore e della dazione, facendo attivamente del bene agli altri; anche questo richiede di esaminare ciò che noi stessi desidereremmo ricevere.

Attraverso questi esercizi scopriamo che non ci è stato dato un ego per caso. Esso ci permette di misurare e valutare ogni cosa. L’ego diventa un aiuto contro se stesso; quando impariamo a lavorare correttamente con esso, si trasforma in una leva per la crescita e il rafforzamento.

Tutto questo e molto altro, era ciò che Giona doveva spiegare agli abitanti di Ninive. Lo avrebbero ascoltato? Lo avrebbero sentito davvero? Avrebbero cercato di elevarsi al di sopra dei rapporti distruttivi e di trasformarli in rapporti positivi? Se oggi ci fosse affidata una missione simile, quale percentuale di successo prevedremmo?

Giona fugge verso il mare. Sulla nave ci sono dei marinai. Per loro è perfettamente chiaro che la cooperazione è una condizione necessaria per sopravvivere tra le onde. Si completano reciprocamente attraverso la responsabilità reciproca, rimanendo connessi mentre viaggiano verso la loro destinazione. In mare, a differenza di Ninive, valgono regole di comportamento diverse.

Poi, improvvisamente, incombe su di loro un grande pericolo. «Da dove viene tutto questo? Perché ci sta succedendo?» si chiedono. Deve esserci qualcuno tra noi che sta violando la legge dell’equilibrio che opera in tutta la natura.

I marinai risvegliano Giona alla riflessione su se stesso ed egli ricorda la sua missione. Quando dice loro di gettarlo in mare, non riescono a comprendere come si possa fare una cosa simile e cercano in vari modi di evitarlo. Alla fine, come racconta il Midrash, immergono Giona parzialmente nell’acqua e il mare si calma; lo tirano nuovamente sulla nave e la tempesta ricomincia. Questo accade diverse volte (Pirkei de Rabbi Eliezer, capitolo 10). Il punto che viene sottolineato è che il fattore umano influenza l’equilibrio dell’intero sistema naturale. Attraverso azioni che si conformano alle leggi della natura oppure vi si oppongono, determiniamo il nostro stesso destino.

Il Libro di Giona viene tradizionalmente letto nel pomeriggio di Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione, una giornata dedicata all’esame interiore, sia come individui sia come società. Al popolo d’Israele è stata affidata una missione universale: essere una luce per le nazioni. Offrire un esempio di una società modello che vive nella connessione al di sopra di tutte le differenze e nell’amore al di sopra di tutte le divisioni e i conflitti.

Che ne siamo consapevoli o meno, siamo il team di ricerca e sviluppo dell’umanità: un gruppo di individui altamente egoisti che, se imparano a connettersi positivamente, possono offrire al resto dell’umanità il codice per una connessione umana ottimale. Senza un esempio positivo da parte nostra, il mondo non ha speranza. Inoltre, nella realtà interconnessa di oggi, in cui le relazioni stanno crollando ovunque e la minaccia di una devastante guerra nucleare può emergere in qualsiasi momento, tutta la rabbia e la sofferenza dell’umanità potrebbero alla fine essere rivolte contro di noi, quelli che dormono nelle profondità della nave.

Svegliamoci. Avviciniamoci alla connessione e alla complementarità reciproca. Allora vedremo il mare in tempesta calmarsi.

Basato su “Nuova Vita 186 – Giona il Profeta” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Psicologia Spirituale

Domanda dal mio blog in inglese: Quando parli del linguaggio dei rami, ti riferisci a un’analogia o a una sorta di pensiero metaforico? In tal caso, ciò implica un linguaggio unico che non può essere espresso a parole, rendendo difficile comprendere ciò che coloro che hanno raggiunto interiormente il Creatore intendevano comunicare? Riusciremo a comprendere intuitivamente questo linguaggio una volta che il nostro raggiungimento coinciderà con il loro?

Risposta: Esiste un “io” che percepisce se stesso e un certo spazio intorno a sé, desiderando assorbire ciò che è necessario e utile da questo spazio ed eliminare ciò che è dannoso o superfluo. Imparo a costruire connessioni con questo spazio per essere sempre in uno stato di comfort ottimale. Tutta la mia conoscenza deriva da questo tipo di interazione con lo spazio che mi circonda, fatto di natura e persone. La psicologia (nel senso materialistico) è la scienza della percezione egoistica del “sé contro l’ambiente circostante”.

Se comincio ad espandere il mio “io” intorno a me in cerchi sempre più ampi, accettando gradualmente ciò che mi circonda come parte di me, come qualcosa che entra nel mio “io”, e subordinandolo egoisticamente a me stesso, questo costituisce conquista e acquisizione.

Ma se, pur continuando a percepirmi come distinto dall’ambiente circostante (un “io” contrapposto a ciò che è al di fuori di me), mi sforzo comunque di relazionarmi con l’ambiente circostante come mi relaziono con me stesso, o addirittura di più, questo è altruismo. Questo perché un senso di alienazione o persino di odio permane, ma al di sopra di questo sentimento, in contrapposizione ad esso, sorge un sentimento di amore. Esso emerge perché smetto di identificarmi unicamente con il mio “io”; ne esco e, come da un punto di vista esterno, costruisco un nuovo atteggiamento da questo “io” verso l’ambiente circostante.

Elevandomi al di sopra del mio egoistico “io”, creo uno schermo attraverso il quale mi relaziono con l’ambiente circostante con amore, trattandolo come me stesso e persino di più; questa è chiamata la proprietà della donazione o della luce riflessa. La Kabbalah, una psicologia spirituale, si occupa della percezione del “sé in relazione all’ambiente circostante”.

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I sensori (sensi) attraverso i quali entra il Creatore

Il mondo rimane invariato; siamo solo noi a cambiare dentro di noi.

Dipende interamente da me, da come sperimento il Creatore: nel Suo “doppio occultamento”, “nel singolo occultamento”, o nel Suo rapporto diretto con me, “faccia a faccia.”
Da parte Sua, Egli è sempre presente nel Kli (vaso), in un rapporto diretto con me. Io percepisco questo in base al livello della mia correzione. Se tutte le mie qualità sono corrette e sento la piena manifestazione del Creatore, allora siamo “faccia a faccia.” Questo stato si chiama “adesione” (Dvekut), la “fine della correzione” (Gmar Tikkun), o il “mondo dell’infinito” (Ein Sof), dove non esistono limiti.
Nella misura in cui i miei 620 sensi, percezioni, desideri e qualità non sono corretti (possono essere parzialmente corretti e parzialmente non corretti, formando uno spettro di tutti i 620 desideri), ciascuno deve essere portato all’altezza massima di tutte le sue dieci Sefirot particolari. Solo allora tutti i 620 desideri raggiungeranno la loro altezza massima.

Possono anche essere a livelli diversi, uno più basso e un altro più alto, come un’immagine dello spettro o come la rappresentazione visiva del suono su un equalizzatore, organizzata per frequenze. Supponiamo ci siano venti frequenze selezionate e vediamo quanto ciascuna è alta o bassa. Allo stesso modo, abbiamo 620 qualità e ciascuna raggiunge un’altezza fino a dieci Sefirot. L’altezza di ciascuna determina l’immagine del mondo che ci viene presentata. Le nostre qualità sono esattamente quei sensori attraverso i quali entra il Creatore. Più sono corrette, più il Creatore vi entra; meno sono corrette, meno Egli vi entra.

Questi gradi della manifestazione del Creatore nelle 620 qualità disegnano per noi l’immagine del mondo. Nella parte delle 620 desideri che è corretta, il Creatore è presente; questo si chiama la “misura della rivelazione del Creatore.” Nella parte inferiore, ancora non corretta, dei 620 desideri, il Creatore non si manifesta; questo si chiama la “misura della dissimulazione del Creatore.”

Così, la parola “mondo” (Olam) deriva dalla parola “occultamento.” È la misura della rivelazione e dell’occultamento del Creatore. Il nostro mondo più basso è il completo occultamento del Creatore. Tutti i mondi spirituali esistono secondo una certa misura di rivelazione del Creatore: in una particolare combinazione e disposizione dei miei 620 desideri, percepisco già il Creatore.

Perché questi desideri non vengono corretti tutti allo stesso modo? Perché differiscono sia per qualità sia per il loro Aviut (egoismo). Ecco perché esiste un mondo chiamato Assiya.
Il mondo di Assiya, caratterizzato dalla qualità di Malchut, differisce dal mondo di Yetzira, la cui qualità è Zeir Anpin; dal mondo di Beria, qualità di Binah; dal mondo di Atzilut, qualità di Hochma; e da Adam Kadmon, qualità di Keter. Oltre al fatto che ogni mondo rappresenta una maggiore sensazione e ricezione del Creatore, la qualità di ciascuno dei 620 desideri aumenta in un grado o nell’altro.

In altre parole, quando si sale da un grado all’altro, non tutti i 620 miei desideri migliorano, diciamo, del 10 percento: uno può migliorare solo dell’1 percento, mentre un altro può migliorare dell’8 percento.
Inoltre, l’acquisizione cambia non solo attraverso l’intensificazione generale della sensazione della forza in cui esisto, ma anche nella qualità, nel modo in cui mi influenza. È lo stesso nel nostro mondo. La sperimentiamo non solo come più forte o più debole nella sua manifestazione nei nostri confronti, ma anche in base al carattere di quella manifestazione, più piacevole o sgradevole.
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Dalla Lezione Giornaliera di Kabbalah del 24/09/26, Congresso Sitrin, Sukkot 2003

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Come possiamo elevarci per rivelare la Luce e l’amore del Creatore?

Quando l’umanità si trova circondata dalla confusione e dall’oscurità, ci chiediamo naturalmente: perché il Creatore non ci concede nemmeno un piccolo raggio di luce? Perché non ci mostra chiaramente dove andare?

Secondo la saggezza della Kabbalah, Egli non può farlo perché ci priverebbe proprio di ciò che siamo destinati ad acquisire: la libertà.

La nostra natura egoistica è completamente opposta a quella del Creatore. Lo scopo del nostro sviluppo non è semplicemente essere attratti dal bene perché ci fa stare bene. Dobbiamo scegliere autonomamente di diventare simili al Creatore, nonostante il nostro egoismo e l’oscurità che Lo nasconde alla nostra percezione.

Se il Creatore rivelasse apertamente la Sua Luce, correremmo naturalmente verso di essa. Saremmo attratti dal piacere e dal compimento che essa contiene. Ma allora non saremmo liberi. Ci limiteremmo a seguire ciò che ci attrae, proprio come inseguiamo istintivamente qualsiasi piacere in questo mondo.

Lo scopo della creazione è molto più elevato.

Una persona deve infine diventare indipendente e acquisire qualità simili a quelle del Creatore. Da tutto ciò che scopriamo dentro di noi e nell’universo, dobbiamo costruire consapevolmente dentro di noi un’immagine che Gli assomigli. Dobbiamo scegliere l’amore al di sopra dell’odio, la connessione al di sopra della separazione e la dazione al di sopra della ricezione egoistica, non perché siamo costretti da una ricompensa evidente, ma perché siamo noi stessi a scegliere queste qualità.

Ecco perché i periodi di oscurità sono necessari.

Prima della correzione finale, quando l’umanità entrerà in uno stato di armonia, pace, eternità e perfezione, dovremo scoprire fino in fondo la nostra natura egoistica. Questa può manifestarsi come caos, ostilità e una crescente incapacità di comprendere come vivere insieme. Tuttavia, l’oscurità si rivela soltanto quando, accanto ad essa, esiste la possibilità di rivelare la Luce.

Pertanto, la rivelazione dell’oscurità non dovrebbe portarci alla disperazione. Al contrario, ci offre l’opportunità di reagire nel modo corretto.

Possiamo contrapporre la Luce all’oscurità.

Quanto più l’umanità comprende ciò che le sta accadendo, che cos’è l’egoismo, perché ci separa e quale tipo di connessione la natura richiede da noi, tanto più consapevolmente possiamo attraversare questi stati. La conoscenza non elimina le fasi che dobbiamo attraversare, ma ci permette di riconoscerle e di attraversarle nel modo corretto.

L’oscurità non ci viene mostrata semplicemente perché dobbiamo soffrire. Ci viene mostrato il contrasto tra la nostra natura egoistica e la qualità del Creatore affinché possiamo scegliere liberamente a quale delle due vogliamo assomigliare.

Il Creatore non farà questa scelta al posto nostro.

Il nostro compito è arrivare al punto in cui, proprio dall’interno dell’oscurità, siamo noi stessi a scegliere la Luce.

Basato sul programma “News with Dr. Michael Laitman” di KabTV, con il Kabbalista Dr. Michael Laitman, del 25 maggio 2026.

Scritto e curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Come posso avvicinarmi al Creatore?

Che cosa significa avvicinarsi al Creatore? Di solito immaginiamo la vicinanza in termini di distanza. Ma il Creatore non si trova da qualche parte lontano da noi. Avvicinarsi al Creatore significa acquisire la Sua qualità di dazione e di amore, il che significa sviluppare una preoccupazione incessante per gli altri.

Quando iniziamo a prenderci cura di un’altra persona invece di pensare continuamente a noi stessi, entriamo in una percezione della vita completamente diversa. Iniziamo a sentire che questa preoccupazione non ha fine. Essa ci conduce verso la sensazione dell’eternità.

Oggi l’idea della vita eterna ci sembra irrealistica. Associamo immediatamente la vita al corpo fisico e, poiché il corpo esiste per un tempo limitato, non riusciamo a immaginare che cosa possa significare l’eternità.

Questo accade perché tutta la nostra percezione è centrata su noi stessi.

Continuamente percepisco me stesso: Di che cosa ho bisogno? Che cosa mi succederà? Che cosa guadagnerò? Che cosa perderò? Finché la mia esistenza rimane racchiusa in questo calcolo, naturalmente mi percepisco come qualcosa di finito.

Tuttavia, se riesco a trasferire la mia preoccupazione da me stesso agli altri, qualcosa cambia. È come se trasferissi me stesso dentro di loro. Inizio a esistere nel mio atteggiamento verso gli altri, anziché nella mia preoccupazione per me stesso.

È lì che comincio a percepire l’infinito.

Questo è ciò che significa avvicinarsi al Creatore. Il Creatore è la qualità della cura assoluta per gli altri. Pertanto, se riesco a dimenticarmi di me stesso e a pensare sinceramente a un’altra persona senza calcolare segretamente ciò che riceverò in cambio, comincio ad acquisire la sensazione dell’eternità.

Il tempo gradualmente scompare da questa percezione e ciò che rimane è la sensazione.

Questo è lo scopo verso il quale le nostre vite ci stanno conducendo. Tutto ciò che ci circonda ci viene infine dato affinché possiamo elevarci al di sopra della preoccupazione per noi stessi e avvicinarci al Creatore.

Anche le difficoltà della vita, tutta la sofferenza, la malattia, i conflitti e le tragedie che sperimentiamo, sono collegate a questo processo. Ciò non rende il dolore in sé qualcosa di buono. Piuttosto, secondo la Kabbalah, abbiamo bisogno della rivelazione dell’inclinazione al male per comprendere che cosa significhi elevarci al di sopra di essa.

Senza sperimentare la nostra natura egoistica, non avremmo nulla al di sopra del quale costruire la qualità opposta.

Non possiamo riconoscere il bene senza prima scoprire il male. Non possiamo comprendere la preoccupazione altruistica senza confrontarci con la potente tendenza a preoccuparci soltanto di noi stessi.

Pertanto, il nostro compito non è cancellare l’inclinazione al male, ma elevarci al di sopra di essa.

Ogni volta che mi elevo al di sopra del calcolo per me stesso e rivolgo la mia attenzione e la mia preoccupazione verso un’altra persona, compio un altro passo verso il Creatore.

E in questo atteggiamento verso l’altro, comincio a scoprire qualcosa che non può essere misurato dalla durata della vita del corpo: la sensazione dell’eternità.

Basato sul programma “News with Dr. Michael Laitman” di KabTV, con il Kabbalista Dr. Michael Laitman, del 13 giugno 2026.

Scritto e curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Costruire un Sistema di Sostegno

Quando una persona inizia a percepire la propria natura egoistica come malvagia, non si tratta ancora di un vero riconoscimento del male in relazione al Creatore. Costoro semplicemente, vedono se stessi — in una certa misura — come cattivi rispetto alla luce circostante, agli altri, o a un qualche modello che considerano un esempio di bontà.

Non pensano ancora al danno che arrecano al Creatore; vedono soltanto se stessi sotto questo aspetto. Se si dà loro la possibilità di correggersi e di ritrovare la calma, tutto tornerà al suo posto.

Ma già un primo passo è stato compiuto: la persona percepisce se stessa come sempre peggiore, il che è segno che sta effettivamente progredendo verso la linea di mezzo. Certo, cadono nella disperazione e si sentono impotenti; maledicono ogni cosa e dubitano anche della correttezza del percorso, proprio perché continuano a vedersi come cattivi. Tuttavia, proprio per evitare che abbandonino il campo di battaglia, è necessario che costruiscano un sistema di sostegno, un meccanismo capace di spingerli in avanti.

Si pensi a ciò che accade in questo mondo: per ogni paziente in ospedale, vi sono tre o quattro persone che si prendono cura di lui. Esistono grandi cucine, enormi scorte di medicinali, una banca del sangue, sale operatorie e reparti dotati di ogni sorta di attrezzatura. Un ospedale che accoglie, poniamo, cento pazienti, può richiedere un personale di supporto di cinquecento unità. Ma una volta guarito, il paziente non ha più bisogno di tutto quel sostegno.

Allo stesso modo, dobbiamo costruire una società dotata di meccanismi che si prendano cura di chi è “malato”. Ognuno di noi, a volte, è “malato”. Pertanto, questi sistemi di supporto devono farsi carico della persona, sostenerla e provvedere a tutto ciò di cui ha bisogno.

Ricordo di essermi trovato in condizioni in cui non riuscivo a muovermi, nemmeno per andare in negozio a fare la spesa. È proprio a questo che servono gli amici. Il lavoro per il Creatore non è un cammino semplice.

Una persona che riceve aiuto dagli amici, amici che lei stessa ha saputo conquistare, sta in un certo senso, agendo insieme a loro. Dopotutto, è stata lei stessa a finanziare e a costruire questo “ospedale”, ed è sempre lei a lavorarci quando è in salute. E quando è malata, essi in egual modo si prendono cura di lei.

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Dalla Lezione quotidiana di Kabbalah del 26/12/08, Rabash, “Si dovrebbe sempre vendere tutto ciò che si possiede e sposare la figlia di un saggio discepolo”

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Come distinguiamo il bene dal male?

Qual è il male fondamentale dell’umanità? Il problema è che non sappiamo distinguere correttamente il bene dal male. Istintivamente definiamo «bene» tutto ciò che ci procura piacere e «male» tutto ciò che ci provoca dolore. Ma questo non ci rivela la vera natura né del bene né del male.

Secondo la saggezza della Kabbalah, il male che alla fine dobbiamo scoprire è la nostra stessa natura egoistica, cioè la nostra natura che desidera godere a spese degli altri. Non è una presa di coscienza facile. Naturalmente desideriamo avere una buona opinione di noi stessi e siamo abituati ad ascoltare messaggi incoraggianti su noi stessi: «C’è del bene in te. Credi in te stesso. Ne sei capace. Puoi avere successo». Un simile incoraggiamento ha il suo posto, soprattutto come punto di partenza, perché senza una certa forza e fiducia non possiamo avanzare.

Ma alla fine dobbiamo guardare più in profondità. Dobbiamo scoprire fino a che punto il nostro egoismo ci governa: quanto istintivamente calcoliamo ogni cosa in base a ciò che ci conviene, come utilizziamo gli altri per la nostra realizzazione e quanto ci sia difficile elevarci realmente al di sopra della preoccupazione per noi stessi.

Riconoscere questa natura egoistica come male è già un enorme progresso. Perché? Perché finché non riconosciamo la malattia, non possiamo chiederne il rimedio.

L’umanità deve quindi raggiungere uno stato in cui inizi a cercare il vero bene. Attraverso la sofferenza e la delusione, gradualmente attiriamo un’illuminazione che ci aiuta a identificare dove risiede realmente il male. Iniziamo a comprendere che il problema non sono semplicemente le circostanze che ci circondano, cioè le altre persone, i governi, la società o il mondo. Il problema è la natura egoistica che opera dentro di noi.

A questo punto può nascere una vera richiesta di correzione. Tuttavia, scoprire il male dentro di noi non significa cadere nella disperazione. Dentro di noi esiste qualcos’altro che, nella saggezza della Kabbalah, chiamiamo: «Una scintilla».

Quella scintilla è l’inizio di un’aspirazione verso un’altra forma di esistenza. Ci permette di riconoscere la nostra natura egoistica e, allo stesso tempo, di desiderare qualcosa di più elevato di essa. Il nostro lavoro consiste nel proteggere questa scintilla, rafforzarla e, gradualmente, alimentarla fino a trasformarla in una fiamma.

Allora il bene può iniziare a coprire il male.

Non cancelliamo la natura egoistica. Impariamo a elevarci al di sopra di essa e a integrare sempre più dentro di noi la forza del bene, fino a quando essa copre il male.

Pertanto, riconoscere il male dentro di noi non è la fine del cammino. È il vero inizio.

Dobbiamo arrivare al punto in cui possiamo vedere onestamente la nostra natura senza nasconderci da essa, mantenendo allo stesso tempo salda quella scintilla che indica la via verso la correzione. Quella piccola scintilla contiene tutta la nostra speranza. Dobbiamo solo imparare a trasformarla in una fiamma.

Basato sul programma “News with Dr. Michael Laitman” di KabTV, con il Kabbalista Dr. Michael Laitman, del 15 giugno 2026.

Scritto e curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Che cosa significa creare il Creatore?

Che cosa vuole da noi la natura? In definitiva, vuole una sola cosa: che diventiamo buoni e gentili.

Ma che cosa significa essere buoni?

Non può significare semplicemente soddisfare i desideri egoistici di tutte le persone intorno a noi. Nello stato in cui ci troviamo oggi, le persone desiderano cose diverse e spesso contraddittorie. Cercare di accontentare tutti in base ai loro desideri attuali sarebbe impossibile. Quando parliamo di diventare buoni e gentili, parliamo del raggiungimento di un livello di esistenza completamente diverso.

Dobbiamo raggiungere uno stato in cui vediamo l’umanità come corretta, buona e perfetta.

Tuttavia, a questo punto sorge una domanda interessante: chi deve correggere tutte queste persone?

Io.

Questo sembra strano. Perché dovrei essere responsabile della correzione di tutti? Certamente dovrei correggere me stesso e lasciare al Creatore la correzione degli altri.

Eppure, secondo la saggezza della Kabbalah, queste non sono due correzioni diverse.

Le persone che vedo intorno a me sono un riflesso di ciò che esiste dentro di me. Pertanto, correggere il mio rapporto con loro e correggere me stesso sono un unico e medesimo processo. Non posso isolarmi dall’umanità e dire: «Io correggerò me stesso e tutti gli altri possono rimanere come sono». La mia correzione si realizza precisamente nella mia percezione corretta degli altri e nel mio rapporto corretto con loro.

Questo conduce a un principio ancora più sorprendente: in questo modo, io «correggo» anche il Creatore.

Come può il Creatore aver bisogno di essere corretto?

Dobbiamo comprendere che cosa intendiamo con «Creatore». In ebraico, la parola Boreh (Creatore) può essere interpretata come Bo-Reh, cioè «vieni e vedi». Il Creatore è ciò che si rivela a una persona attraverso qualità e relazioni corrette. Pertanto, dal punto di vista della nostra percezione e realizzazione, dobbiamo costruire dentro di noi questa immagine del Creatore.

Per questo si può dire che noi «creiamo» il Creatore.

Man mano che correggo il mio atteggiamento verso gli altri, comincio a rivelare bontà, perfezione, amore e dazione. Quanto più completamente correggo la mia percezione e le mie relazioni, tanto più completamente il Creatore si rivela a me.

Pertanto, la correzione di me stesso, la correzione dell’umanità e la rivelazione del Creatore non sono processi separati. Sono descrizioni diverse della stessa trasformazione interiore.

Guardo l’umanità e vedo me stesso. Correggo il mio rapporto con ciò che vedo e, attraverso questa correzione, emerge una nuova immagine della realtà. All’interno di questa immagine corretta, rivelo il Creatore.

Questo è il significato della straordinaria affermazione attribuita al Creatore: «Voi Mi avete fatto».

Perciò non dovremmo aspettare che il Creatore appaia da qualche parte al di fuori di noi e corregga il mondo al nostro posto. Il nostro compito è creare le condizioni per la Sua rivelazione nella connessione corretta tra di noi.

Basato sul programma “News with Dr. Michael Laitman” di KabTV, con il Kabbalista Dr. Michael Laitman, del 20 giugno 2026.

Scritto e curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Per un bambino, l’abbandono del padre è un tradimento

Domanda: Esistono ancora matrimoni solidi. Ad esempio, sono sposato da 38 anni. Voi vi  state già avvicinando alle vostre nozze d’oro.

Risposta: Infatti. Ma vivo tra mia moglie, i miei figli e il mio gruppo. Anche questa non è una vita normale. Non posso essere un esempio. Soprattutto date le mie caratteristiche naturali.

Ma il divorzio non l’ho mai nemmeno preso in considerazione. Non avrei mai pensato di poter divorziare e lasciare mia moglie e i miei figli. No. Ho comprato un appartamento e l’ho ceduto a mia moglie. È solo a nome di mia moglie, non a nome mio. Non ho proprio niente! Seriamente.

Mi sono preso cura dei bambini in modo che tutti fossero assistiti, ricevessero un’istruzione, una casa e tutto il resto. Sposarsi è d’obbligo! Così avrei potuto svolgere il mio lavoro in pace. Questo è tutto; le cose più importanti.

Se hai figli, devi prenderti cura di loro. I bambini sono i più importanti.

Domanda: Il divorzio è un disastro? Il bambino sente di non avere un padre o una madre.

Risposta: Il bambino soffre dell’assenza di uno dei genitori! Mamma o papà. Naturalmente, l’assenza della madre è peggiore. Ma lo è comunque anche quello del padre. Lascia il segno. Questo non è perdonato!

I bambini considerano la partenza del padre da loro come un tradimento, come un divorzio da loro. E non lo dimenticano. Non possono. Cioè, sentono che papà  ha lasciato ME. E questo, ovviamente, è molto difficile.

Domanda: E se l’amore se ne fosse andato?

Risposta: Quale amore?

Commento: Dicono: “L’amore è sparito.” Ecco come le persone si giustificano.

La mia risposta: Dov’è finito? Non capisco quella parola. So solo una cosa: se le persone vivono insieme, se sono persone normali, se sono più o meno comprensive e ben educate, possono creare condizioni in cui si sentono a proprio agio insieme. Non è un granché, non sono felici, ma stanno bene insieme.

Domanda: Quindi formano un’alleanza di convenienza?

Risposta: Certo! E cos’è il matrimonio, in fondo? Una vita in comune! Quando si crede di potersi sostenere a vicenda, aiutarsi l’un l’altro e si è soddisfatti di questo. Questo è ciò che conta prima di tutto. E tutto il resto, se intendi il sesso, per una persona cambia ogni pochi anni, prendendo direzioni diverse.

Dopotutto, oggi viviamo tutti cinque volte più a lungo rispetto a 200 anni fa. Per non parlare di 1.000 anni fa.

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From KabTV’s “News with Dr. Michael Laitman,” 7/27/26

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Il Gruppo: il Punto che abbiamo in comune

Il gruppo è qualcosa di spirituale che esiste tra noi. È la nostra concezione comune, il nostro pensiero comune, la nostra idea comune. Tuttavia, il gruppo non è semplicemente il mio atteggiamento verso ogni singola persona, ma anche il mio atteggiamento verso ciò che si manifesterà tra di noi come il Creatore.

Se iniziamo a relazionarci l’uno con l’altro in questo modo, tra noi sorgerà un sentimento che verrà chiamato “il Creatore”. Allora percepiremo la luce, l’atteggiamento benevolo, ed è così che il Creatore si manifesterà in mezzo a noi.

Vedremo che Egli è lì, all’interno di questo gruppo, nelle relazioni tra noi. E entrando in queste relazioni, mi avvicino a Lui e mi unisco a Lui al punto tale da perdere il mio “Io”. Questo è ciò che viene chiamato attraversare il Machsom. È come se si saltasse dall’altra parte, mentre il proprio “Io” (l’egoismo) rimane fuori, sull’altro versante.

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Dalla lezione quotidiana di Kabbalah del 24/09/26, Congresso di Sitrin, Sukkot 2003

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