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La spiritualità non è per gruppi isolati. È per l’umanità.

Nelle prime ore del mattino, entravo in cucina e trovavo piatti con avanzi di hummus, cipolle, pane e un po’ di liquore. Era un luogo in cui il legame tra le persone andava oltre la routine quotidiana. Questa consapevolezza mi è apparsa quando ho approfondito la saggezza della Kabbalah sotto la guida del mio maestro, il kabbalista Baruch Shalom HaLevi Ashlag (il RABASH). Intorno a me sedevano sei anziani, discepoli del grande kabbalista Yehuda Ashlag (Baal HaSulam), che formavano un piccolo gruppo affiatato, quasi un mini kibbutz all’interno della città.

Questo gruppo viveva un’esistenza semplice, lavorando solo il necessario e trascorrendo le ore rimanenti insieme a studiare e a gustare i pasti. Il cibo non era il punto focale; si trattava della connessione dei cuori, un’emulazione del nostro stato spirituale come un’unica anima vitalizzata da un’unica forza d’amore e di donazione. Il Baal HaSulam sognava di creare un kibbutz con i suoi studenti per incarnare lo stile di vita di quella che lui chiamava “l’ultima generazione”: una vita di condivisione spirituale e di collaborazione materiale.

Tuttavia, se la Kabbalah descrive come raggiungere la destinazione finale delle nostre vite nel modo più breve, piacevole e consapevole possibile, uno stato di unità globale dell’umanità, allora perché istituire una società chiusa? Non dovrebbero vivere in mezzo a tutti? L’idea non era di isolarsi, ma di costruire una piccola società, un nucleo per il popolo unito di Israele, gettando le basi per una nazione unita.

Anche dopo la morte di Rabash e la formazione di un gruppo chiamato “Bnei Baruch” (cioè i “figli di Baruch”, in riferimento al mio maestro), il sogno di fondare un kibbutz è rimasto costante. Abbiamo esplorato le opzioni in tutto Israele, a nord e a sud, alla ricerca di un luogo in cui vivere semplicemente e in cui poterci dedicare agli insegnamenti. Tuttavia, più cercavamo, più trovavamo le porte chiuse a quest’idea e ci rendevamo conto che non era destinata alla nostra generazione. Dovevamo connetterci nelle condizioni attuali.

Mentre ci avviciniamo all’ultima generazione che Baal HaSulam ha descritto, l’era del Messia, dove il “Messia” (ebr. Moshiach) è la forza (ebr. Moshech) che ci tira fuori dai nostri ego individuali per entrare in uno stato unificato, l’unità attraverso l’istituzione di una piccola società chiusa sembra un’idea sempre più lontana. Oggi, invece, l’idea dell’unità deve raggiungere l’umanità in generale e coloro che si identificano con la necessità di unirsi al di sopra delle nostre innate pulsioni egoistiche formano il piccolo gruppo pionieristico dell’umanità che avvia tale connessione. Questo gruppo non si trova fisicamente in un kibbutz o in un campo chiuso, ma piuttosto un gruppo di desideri che anelano alla realizzazione del nostro futuro stato unificato più avanzato e che sono disposti ad applicarsi per portare l’unità in primo piano tra i valori e le priorità umane.

In sostanza, la ricerca di un luogo chiuso per condurre il nostro studio e la nostra connessione ci ha portato a svegliarci da un sogno alla realtà che i kabbalisti del nostro tempo sottolineano: che l’unità di oggi non è solo per un gruppo chiuso, ma per l’umanità in generale, e il nostro percorso verso l’unità consiste nell’adattarsi alle condizioni globali della nostra epoca.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.  

Perché io ho la necessità di provare vergogna?

Ci è stata data la qualità della vergogna affinché, grazie a determinati sforzi, ci eleviamo gradualmente dalla nostra vita corporea innata, in cui siamo chiusi nei nostri desideri di godere per il proprio tornaconto, alla vita spirituale nell’opposto desiderio di dazione.

Nel metodo della Kabbalah, ci relazioniamo con la vergogna in modo costruttivo come una tappa del nostro avanzamento verso la meta spirituale, il raggiungimento del desiderio di donare, e lo facciamo in un contesto di gruppo. Cioè, ci circondiamo di persone che condividono un desiderio simile di raggiungere un obiettivo spirituale nella vita e iniziamo a lavorare su come avvicinarci e connetterci a queste persone secondo il principio “ama il tuo amico come te stesso”.

Così facendo, ci mettiamo nelle condizioni di attrarre la forza d’amore e di dazione della natura e, quando sentiamo questa sublime forza spirituale, vediamo la nostra natura egoistica opposta ad essa. Questo processo continua fino a quando non ci vergogniamo della nostra natura rispetto alla natura spirituale altruistica e usiamo questa rivelazione in modo costruttivo, per uscire dal nostro attuale livello corporeo di desiderio di ricevere costantemente l’appagamento per il beneficio personale e salire al livello della natura stessa, con un desiderio  di donare e amare in modo puro.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.  

Chi era re Davide e perché è così importante?

Innanzitutto, il re Davide era un kabbalista, cioè una persona che ricevette (“Kabbalah” dalla parola “Lekabbel” [“ricevere”]) la percezione e la sensazione della forza superiore di amore e dazione. È con questa qualità che poté essere un re, un giudice e anche un capo militare in un’epoca in cui Israele era una società spirituale, cioè una società che aveva nelle sue connessioni la forza superiore dell’amore e della dazione.

Egli è considerato la base della struttura spirituale di Israele. Pertanto, la forza che verrà a correggere l’umanità, ossia a elevare l’umanità al di sopra del livello di servire meramente desideri egoistici per portarla a un livello dove l’umanità acquisisca la capacità di amare, dare e connettersi positivamente, è considerata il discendente del re Davide, il Messia, figlio di Davide (ebr. “Moshiach ben David” ). La parola “Messia” (“Moshiah“) deriva dalla parola che significa “tirare” (“Limshoch“), ovvero una forza che ci tira fuori dai nostri desideri egoistici per entrare nella qualità altruistica della forza superiore dell’amore e della dazione.

I kabbalisti considerano il re Davide un’espressione della qualità spirituale di Malchut, che letteralmente si traduce in “regno”. Per questo è stato chiamato “Re d’Israele”. Un regno di questo tipo non è un regno che si regge con il potere e la forza. È piuttosto una qualità che riempie i desideri umani.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.  

Congresso mondiale di Kabbalah, gennaio 2024

Si è appena concluso il nostro  Congresso Mondiale di Kabbalah con studenti di Kabbalah provenienti da tutto il mondo. Tutto ciò che abbiamo fatto: lo studio, i pasti, le discussioni sociali e le canzoni, era mirato a una connessione cuore-a-cuore per raggiungere una preghiera completa.

È stato veramente il primo congresso del suo genere nella sua profonda interiorità. È stato qualcosa di veramente speciale e ora serve da esempio per il futuro.

In tutto il mondo gli studenti si sono connessi virtualmente da dozzine di paesi e, in alcuni casi, hanno percorso lunghe distanze per riunirsi fisicamente in congressi specchio a New York, Los Angeles, Chicago, Salt Lake City, San Francisco, Florida, Toronto, Guadalajara, Sao Paulo, Santiago, Togo, Barcellona, Dordrecht, Vilnius, Minsk, Tbilisi, Kiev, Mosca, San Pietroburgo, Ekaterinburg, Krasnoyarsk, Novosibirsk, Crimea, Vladivostok, Baku, Budišov, Astana e Almaty.

In Israele più di milleseicento studenti si sono riuniti nel nostro centro da tutto il Paese, compresi molti sfollati dal nord e dal sud,  tanti con figli e figlie che servono nell’esercito. In considerazione delle difficili condizioni che stiamo vivendo in Israele e in tutto il mondo, il legame di cuore che abbiamo stabilito in questo congresso ha portato sicuramente grande piacere e gioia al Bore. Spero che continueremo a rivolgerci al Bore e che proseguiremo a sostenerci e incoraggiarci a vicenda per connetterci positivamente e portare al Bore contentezza.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.  

Ritorno alle nostre radici

Il ritorno alle nostre radici evoca un sentimento intenso, che risuona profondamente, suscitando un desiderio inspiegabile dentro di noi.

La saggezza della Kabbalah possiede un principio noto come “legge della radice e del ramo”. Essa afferma che ogni radice spirituale ha una controparte fisica nel nostro mondo. Per esempio, Gerusalemme (in ebraico “Yerushalaym“) deriva da una forza spirituale radicata nella completa soggezione/paura (in ebraico “Ira’a Shlema“), che è la paura di non compiere la volontà divina. È un invito ad abbracciare l’amore fraterno, la completezza, la pace e la perfezione della nostra nazione, irradiando unità a tutti i popoli.

La connessione nascosta tra questa radice e i suoi rami attira le persone sintonizzate con l’ideale superiore di Gerusalemme verso la città montuosa stessa. Una volta raggiunte le sue antiche mura, un fervore distinto li avvolge, influenzato non solo dall’idea ma anche dal terreno stesso su cui si trovano.

Questa unione tra radice e ramo era un tempo palpabile durante i giorni del Tempio, quando Israele perseguiva diligentemente l’unità, attirando il mondo a imparare dalla saggezza della connessione che il popolo di Israele sosteneva. L’unità, tuttavia, è venuta meno quando le lotte interne li hanno consumati, recidendo l’armonia tra l’essenza di Gerusalemme e i suoi abitanti, portando alla loro espulsione da questa terra sacra.

Anche oggi, nonostante il nostro ritorno in Israele, il legame tra la radice di Israele, la sua capitale Gerusalemme e la sua manifestazione fisica, è fragile e sbiadito. L’incapacità di dare priorità all’unità nel nostro ritorno dall’esilio ha portato a un’escalation di divisione e animosità, mettendo a rischio la nostra esistenza in questa terra.

Dovremmo infatti venerare la Terra d’Israele come estensione di una radice santificata, trattandola con il massimo rispetto, e farlo coltivando l’amore e il legame reciproco. Il nostro attaccamento alla radice di Israele e al cuore di Gerusalemme determina la nostra appartenenza a questa terra. Se non ci allineiamo di conseguenza, probabilmente andremo incontro a un altro esilio, come ha scritto il kabbalista Baruch Shalom HaLevi Ashlag (il Rabash),

“L’esilio arriva solo quando non si conserva con cautela il valore della terra, e la terra non viene apprezzata come dovrebbe. Di conseguenza, la terra getta via quella persona, come è scritto: “E la terra vomiterà”. […] Possa il Bore concederci di comprendere il grande merito della terra d’Israele e di saperla apprezzare in modo che non ci vomiti fuori”.  Rabash, “Lettera 57”.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.  

Riguardo la strofa di Saadi Shīrāzī alla sede dell’ONU a New York

Una strofa del poeta persiano Saadi Shīrāzī è scritta in lettere d’oro e decora il frontone dell’edificio della sede delle Nazioni Unite a New York.

“Tutti gli esseri umani sono membri di una sola struttura,

Poiché tutti, in principio, provengono dalla stessa essenza.

Quando il tempo affligge un arto con il dolore,

Gli altri arti non possono restare in pace.

Se non senti la miseria degli altri, un essere umano non è un nome per te.”

“Tutti gli esseri umani sono membri di un’unica struttura” è simile a ciò che diciamo nella saggezza della Kabbalah, che noi, tutta l’umanità, siamo un’unica anima, completamente connessa “come un uomo con un solo cuore”. Quest’anima è chiamata nella Kabbalah “Adam HaRishon” (ebr. “Primo Uomo”), uno stato in cui siamo completamente connessi come le cellule e gli organi di un organismo.

La nostra percezione della separazione e del distacco proviene dal nostro egoismo. Emergiamo dalla “prima essenza”, come scrive il testo, che è la nostra natura comune, il desiderio di ricevere da cui tutti affioriamo.

Allo stesso modo, possiamo interpretare “Quando il tempo affligge un arto con il dolore, gli altri arti non possono restare in pace “, che anche se solo una parte del nostro corpo è colpita dall’egoismo, il desiderio di godere esclusivamente per il proprio beneficio, allora tutto il nostro corpo si ammala, simile a come una cellula cancerosa agisce nel corpo umano.

Dell’umanità di oggi possiamo dire che è tutta affetta da egoismo, e questo in realtà è un bene. Cosa c’è di buono? È che è molto vicino al pieno riconoscimento dell’egoismo come qualità malvagia che influisce negativamente su tutti noi. Un detto afferma che la diagnosi di una malattia è metà della sua cura, di conseguenza il riconoscimento di essere affetti dall’egoismo, di sentirlo come un tumore canceroso che ci ammala e porta danno alla nostra vita, ci porta a cercare la sua cura.

Così come una malattia in una parte del corpo si ripercuote su tutto il corpo, allo stesso modo la correzione che dobbiamo fare riguarda l’intera umanità. Non è sufficiente che solo una parte dell’umanità guarisca; oggi è necessario che la correzione sia globale, poiché siamo un’umanità globalmente integrata.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.   

Perché C’è Così Tanto Male nel Mondo?

Nella saggezza della Kabbalah apprendiamo che esiste un’unica forza, eterna e perfetta, che ha creato e sostiene la realtà, e che questa forza agisce su di noi per amore e misericordia, al fine di farci progredire al suo livello. Ci ha creati in una qualità opposta alla sua – la sua è dare, la nostra è ricevere – in cui ognuno di noi desidera servire solo se stesso, e in tale qualità siamo in innato disaccordo con l’esistenza di un’unica forza, poiché percepiamo diverse forze diverse e opposte in una lotta costante.

Vediamo un mondo pieno di forze, conflittuali, opposte e di resistenza. Non vediamo il mondo reale perché la nostra percezione si basa sul nostro disaccordo fondamentale con l’idea che ci sia una sola forza che agisce esclusivamente a nostro vantaggio. Nel linguaggio della Kabbalah, un tale disaccordo è chiamato “la qualità del giudizio”. Se percepissimo il vero mondo, vedremmo che nella realtà abita un’unica forza di amore e di dazione, che la Kabbalah chiama “qualità della misericordia”, e vedremmo questa forza agire con misericordia verso tutti.

La ragione per cui vediamo il mondo comportarsi secondo la qualità del giudizio, ossia sentiamo regolarmente parlare di eventi terribili e maligni, è dovuta a ciò che la Kabbalah chiama la nostra “mancanza di correzione”. Questo significa che vediamo la realtà attraverso una lente frantumata dalla nostra opposizione alla qualità di amore e dazione. Inoltre, sebbene di natura siamo l’opposto  della qualità dell’amore e della dazione, dobbiamo attraversare un processo di sviluppo per cambiare la nostra percezione: dalla transitorietà, dalla separazione e dall’incompletezza alla visione di una forza che agisce in modo eterno, perfetto e integro. Poi, quando completeremo questo processo di correzione, vedremo che solo una forza, la qualità di amore e dazione, risiede nel mondo e che questa forza è buona e fa solo il bene.

Quale dovrebbe essere la nostra risposta al sentir parlare di fenomeni negativi, cioè di tutte le guerre, le sofferenze e le crisi a livello personale, sociale e globale? Dovrebbe essere, come è scritto, che “hanno occhi e non vedono; hanno orecchie e non sentono”. Quando assistiamo ai disastri, dovremmo riconoscere che non riusciamo a percepire la forza positiva dell’amore, del dono e della connessione che sta dietro a tutto questo, e anche che vorremmo percepirla e vedere che agisce in ultima analisi a nostro vantaggio.

Dobbiamo ricordare che esiste una fonte buona che agisce sul mondo, che ha creato tutto ciò che è opposto alla sua qualità di bontà, affinché noi ci sviluppiamo per raggiungere la percezione della sua unicità, eternità e perfezione al di sopra della nostra opposizione a tale qualità.

Pertanto, i conflitti, il male e l’odio che vediamo nel mondo sono parte integrante di un grande spettacolo teatrale che si svolge davanti a noi. Attraverso questo teatro, possiamo raggiungere la capacità di accettare la provvidenza dietro questo spettacolo come assolutamente buona e benevola nei nostri confronti. È un gioco che ci è stato dato di giocare. Questo è il significato di “giocare con la balena”, che è ciò che facciamo quando ci eleviamo al di sopra delle opposizioni nella nostra percezione per rivelare l’unica forza benevola che guida la realtà.

Tuttavia, da un lato, dobbiamo stare attenti a non trattare la questione con leggerezza, cioè a considerare la nostra vita come falsa e “solo un gioco”. Dall’altro lato, dobbiamo anche stare attenti a non cadere in stati di intensa tristezza e/o rabbia per quello che vediamo accadere nel mondo. Dobbiamo invece navigare costantemente tra questi due poli, in quella che la Kabbalah chiama “la linea di mezzo”.

Pertanto, dovremmo riconoscere che il ruolo del male nel mondo è quello di mostrarci che tutto è buono. Non saremmo in grado di percepire la bontà, l’amore, il dono, l’armonia, la pace, la felicità e la fiducia senza le loro controparti negative. Inoltre, dobbiamo capire come ci sviluppiamo per raggiungere una destinazione finale nella nostra vita in cui percepiremo un’unica forza buona e benevola.

Se vediamo il male nel mondo, dobbiamo esercitare le qualità positive opposte dell’amore e della dazione collegandoci positivamente gli uni agli altri. Così facendo, si arriva gradualmente a neutralizzare ogni apparenza di male nel mondo, scoprendo sempre più l’unica forza positiva dell’amore e della dazione che risiede nella realtà.

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L’amore richiede un lavoro costante per mantenerlo vivo?

Nella saggezza della Kabbalah si dice che “tutto il nostro lavoro consiste nello scoprire l’amore tra di noi ogni giorno”.

L’amore è la forza generale inclusiva della natura e si legge che raggiungere l’amore per gli altri come per noi stessi “è la più grande regola della Torah” (si veda il kabbalista Yehuda Ashlag, “Matan Torah [Il dono della Torah]”).

Oggi, nell’era della globalizzazione, stiamo scoprendo la nostra interconnessione e interdipendenza globale. La forza dell’amore ci avvicina dalla parte della natura, ma noi siamo all’opposto, in uno stato di odio reciproco. In altre parole, la natura è una forza altruista e la nostra natura è egoista, un desiderio di beneficiare se stessi a spese degli altri e della natura. Siamo quindi opposti alla natura e questa opposizione è la causa di ogni nostro problema.

Il nostro problema principale è la mancanza di amore. Nell’amore scopriamo una vita eterna e perfetta.

Allora perché dobbiamo lavorare per l’amore? Non è forse vero che tutti vogliono già l’amore?

In effetti, tutti abbiamo il desiderio di sentire l’amore, ma come possiamo realizzarlo non in modo transitorio e involontario, che è il modo in cui generalmente sentiamo l’amore nel nostro mondo, ma in un modo in cui possiamo far crescere l’amore? Lo realizziamo invitando nei nostri legami la forza dell’amore che risiede in abbondanza nella natura. A proposito di attirare la forza dell’amore nella nostra vita, è scritto che “ho creato l’inclinazione al male, ho creato la Torah come una spezia, perché la Luce in essa riforma”

La luce è la forza dell’amore che può entrare nella nostra vita e correggere le nostre intenzioni in modo che vogliamo veramente amare gli altri come noi stessi. Più ci colleghiamo a fonti che spiegano i fondamenti della natura, sia della natura umana che di quella generale e inclusiva, come possiamo attrarre la forza dell’amore della natura nelle nostre connessioni e, così facendo, ottenere una vita felice e armoniosa in tutto il mondo, più attiriamo la forza della luce e questa lavora per correggerci.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.   

Che cosa significa completezza?

Possiamo comprendere e apprezzare la completezza quando percepiamo la forza superiore dell’amore, della dazione e della connessione che entra nelle nostre vite, poiché solo quella forza è veramente completa.

Nella saggezza della Kabbalah, questa forza superiore è chiamata “il Creatore” e anche “la Natura”, cioè il Creatore e la Natura sono trattati come sinonimi della forza d’amore e dazione, che ha la capacità di cambiarci in modo che sperimentiamo la completezza raggiungendo la stessa traiettoria della forza superiore nella nostra intenzione.

Ecco perché lo scopo dello studio della Kabbalah, all’inizio, è quello di raggiungere la sensazione della forza superiore. Prima non possiamo capire cosa sia l’interezza e la forza superiore sceglie di rivelarsi a noi proprio nelle nostre qualità più incomplete.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman. 

 

Perché la Kabbalah è ritenuta una saggezza nascosta?

La saggezza della Kabbalah è chiamata saggezza nascosta perché solo le persone che la usano correttamente possono rivelarla.

Cosa significa usare la saggezza della Kabbalah “correttamente”? Significa che i suoi praticanti costruiscono un sistema di connessione tra di loro in cui rivelano l’insegnamento.

È un insegnamento che non proviene dalla nostra mente. In diversi punti è scritto che la saggezza della Kabbalah non ha bisogno di persone intellettualmente intelligenti. Invece, ha bisogno di persone che lavorino sui loro cuori, cioè persone che calibrino i loro desideri in modo da influenzarsi reciprocamente. Così facendo, influenzano il sistema di connessione che esiste tra loro e, di conseguenza, ricevono un’influenza speciale chiamata “il Creatore”, la forza superiore dell’amore e della dazione che risplende all’interno del sistema di connessione che costruiscono.

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