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Lezione quotidiana di Kabbalah – 05.05.2011

Baal HaSulam, Shamati, Articolo 56 “ La Torà è chiamata “Indicazione”
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Il Libro dello Zohar, Mishpatim (Ordinanze), Pagina 36 “Il Nonno”, Punto 248, Lezione 8
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Talmud Eser Sefirot. Volume 1, Parte 1, Capitolo 2, Punto 5, Lezione 8
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Argomento della lezione : “La Fisica moderna e la Saggezza della Kabbalah”
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Le miniere d’oro delle anime

Baal HaSulam, Beit Shaar HaKavanot (La Porta delle Intenzioni), capitolo “Sull’esodo di Pesach”: La prima generazione, la generazione di Enoc e la generazione della Torre di Babele, esiliarono la Shechinà verso l’alto, al “settimo cielo”.

El Israel della generazione della schiavitù in Egitto era delle stesse scintille Keri (seme sprecato) che Adam HaRishon continuò a gocciolare per 130 anni, fino a che generò Set.

Le scintille Keri sono la luce di Chokhmà (Saggezza) che cerco di ricevere in maniera egoistica, per il mio beneficio. Se la Luce di Chokhmà non raggiunge il luogo adeguato, che è al di sotto dello schermo e non si veste nella Luce di Hassadim (Misericordia), è considerata come “il seme che cade sulla terra” (dall’ebraico “Aretz”, terra o suolo, e “Ratzon”, desiderio o volontà), “sprecato”.

Ogni persona deve passare attraverso questi gradi, le generazioni di Enoc e la Torre di Babele, attraverso il desiderio egoista che non ha conto di nessuno e che desidera ricevere direttamente tutti i piaceri, il che è considerato come “seme sprecato”.

Un’anima è simile all’oro e quando questo viene estratto dalla “terra”, è mischiato ai rifiuti, fino a che non viene purificato, affinché tutta la sporcizia si separi e possa essere chiamata “oro”.

Dopo la frammentazione dei vasi che avvenne nelle nostre radici, nel mondo spirituale, le nostre anime sprofondarono nel desiderio di ricevere per l’auto gratificazione e si mischiarono in esso completamente. Ci sono pochissime scintille di dazione che finirono in questo desiderio egoista, le quali sono molto difficili da recuperare.

È simile ad una miniera d’oro: questo si estrae sottoterra, dove migliaia di tonnellate di terra devono essere setacciate e sottoposte a diversi processi, prima di poter estrarre da esse pochi grammi d’oro. Lo stesso suolo non proviene da un posto qualsiasi, ma da dove si trovava prima l’oro. Tuttavia, dei camion pieni di terra devono essere portati e purificati, lavati con acqua e setacciati con dei filtri, affinché qualche scarso grammo d’oro possa finalmente venire alla luce.

La stessa cosa corrisponde alle nostre anime dopo la frammentazione. All’interno di un enorme desiderio egoista, ci sono solo alcune scintille disperse, le quali continuano ad essere egoiste, esse sono adatte ad essere corrette allo scopo di dare. Sono queste che gradualmente dobbiamo estrarre e questo è il lavoro che dobbiamo portare a termine.
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(Dalla 3° parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 18.04.2011, Beit Shaar HaKavanot)

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Lavorare in sincronia con il Superiore

Dobbiamo cercare di riconoscere tutti gli stati che speriamo di vedere dopo essere usciti dall’Egitto mentre siamo ancora in Egitto, in questo momento, quando lavoriamo nel gruppo. A prescindere dal potere dell’egoismo, vogliamo rivelare il mondo spirituale qui e adesso. Solo applicando lo sforzo attraiamo la forza che lo farà per noi.

Abbiamo bisogno di trovare il luogo nel quale desideriamo essere uno, capire in che modo esercitare lo sforzo e chiedere l’unità. Facciamo tutto il possibile attraverso il nostro sforzo e quello del superiore. Glielo chiediamo, partendo da questa richiesta e Lo attraiamo affinché ci aiuti, mentre ci ricordiamo anche di dare il nostro contributo.

Solo quando avremo un’idea chiara del luogo, dello sforzo e della natura della nostra azione, prenderemo la decisione corretta.
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(Dalla 1° parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 18.04.2011, “Questo è per Judah”)

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Dall’odio all’amore

Domanda: Quale intenzione, che richiesta dobbiamo fare quando entriamo in Pesach?

Risposta: Non c’è un’altra intenzione o pensiero oltre all’unità. Nella nostra unità vogliamo rivelare il Creatore, mentre il Creatore è la proprietà di dazione e amore, la forza fondamentale dell’Universo, che vogliamo rivelare in noi.

Questo non è amore che noi “portiamo a compimento”, questa forza agisce sopra il nostro egoismo. È detto: “L’amore coprirà tutti i peccati”. Si stende sopra l’odio e insieme creano la sensazione del Creatore per me.

Allo stesso tempo, solamente una di queste due forze può governare in me, ma non tutte e due simultaneamente. E più è grande la breccia (la differenza) tra l’amore e l’odio, più grande sarà il Creatore ai miei occhi.
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(Dalla prima parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 18.04.2011, “Questo è per Giuda”)

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Lasciamo che l’asino lavori per l’uomo

I tentativi di porsi nella fede al di sopra della ragione costituiscono una preparazione del Machsom. Dobbiamo desiderare questo stato, anche se ancora non siamo in grado di raggiungerlo. A volte ci viene data l’occasione di percepire “la fede al di sopra della ragione” ma, intanto che ci avviciniamo al Machsom (la barriera che ci separa dalla spiritualità), vogliamo restare nella fede al di sopra della ragione, per avere almeno qualche contatto con essa, e non ritrovarci dentro soltanto un punto: l’odio ( l’ego) o l’amore (la dazione).

Dobbiamo vivere sempre con questo timore. Infatti, se io mi avvicino alla realtà solamente da un solo punto di vista, non sono altro che una bestia. Se voglio essere un umano, “in groppa al mio asino” (al mio desiderio egoistico), devo includere dentro di me questi di due punti opposti.

Il primo punto è il mio criticismo ed il mio disaccordo con gli altri. Ed il secondo punto è il mio “Io” che non è d’accordo con il mio criticismo verso gli altri. (Per essere chiari, non stiamo parlando del lavoro di divulgazione, ma del lavoro interiore dentro il gruppo verso l’unione, quando critico “un amico”, le sue qualità che non riguardano il lavoro). E anche se capisco che le mie critiche sono vere, desidero comunque rivelare il Creatore tra di noi. E’ Lui che gioca il ruolo del Faraone, trasformando il mio amore in odio, l’unione e la connessione in resistenza, criticismo e disaccordo.

Egli gioca questo ruolo in modo che io cerchi la connessione con l’amico al di sopra del Faraone, nonostante il mio cuore lo rifiuti e lo odi, ed io non sia disposto ad unirmi a lui. Ho un mucchio di lamentele da fargli, ma con tutto questo stiamo comunque costruendo una relazione d’amore, di armonia, e di totale unità. Dentro il mio amico, desiderio vedere il Creatore.

Io non me ne scappo nel punto straordinario dove tutto va bene; invece, mantengo sempre questi due punti opposti dentro di me e continuo ad andare avanti in mezzo a loro. A questo punto io possiedo di già il principio del vaso spirituale, Malchut e Keter, i due punti opposti. Ed io mi trovo nel mezzo, mantenendo la condizione di restrizione tra di essi.

E allora la distanza tra di loro continua a crescere, finché non forma un certo oggetto spirituale. Tutto questo lavoro è svolto in forma pratica nel gruppo, e solo in relazione agli amici.
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(Dalla 1.a parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 13.04.2011, Shamati No. 59)

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Lezione quotidiana di Kabbalah – 04.05.2011

Baal HaSulam, Shamati, Articolo 19 “Cos’ è che il Creatore odia i corpi nel lavoro”
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Il Libro dello Zohar, Mishpatim (Ordinanze), Pagina 34 “Il Nonno”, Punto 231, Lezione 7
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Talmud Eser Sefirot. Volume 1, Parte 1, Capitolo 2, Punto 1: Punto 2 in Ohr Pnimi, Inizia con “Ora si può capire il significato delle parole di Rav”, Lezione 7
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Rav Yehuda Ashlag, KFS Pagina 83, Articolo Pace nel mondo, “La debolezza dei riformatori del mondo”, Lezione 2
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Colpi in un punto

Domanda: Devo forzare me stesso ad unirmi con gli amici anche se non ho nessun desiderio di farlo?

Risposta: Certamente, devi forzare te stesso. Altrimenti come potremmo rivelare il Faraone se non esprimiamo il nostro desiderio di liberarci da lui?

Se io non mi sforzo di unirmi con gli altri, io non mostro il mio desiderio di uscire dal mio egoismo. Di conseguenza, io mi trovo bene in Egitto, cioè io progredisco nel percorso delle sofferenze (Beito) invece di “affrettare i tempi”, il cammino della Luce (Achishena).

“Affrettare i tempi” significa fare degli sforzi sopra il desiderio, cioè, contro il desiderio. Io non ho nessun desiderio di unirmi agli altri, non desidero annullarmi, non ho bisogno del Creatore. Tutto quello che voglio, è una buona vita per me e scoprire il mondo spirituale, nel modo in cui io immagino che sia. Anche questo è allettante, innalzarsi da questo mondo e vedere degli angeli spiccare il volo.

Tuttavia, ovviamente, io ancora non comprendo che il mondo spirituale significhi l’annullamento personale e l’unificazione con gli altri. Se io rimango nel mio desiderio “umano” comune ed io vengo a studiare e a fare divulgazione, ma io non faccio pressione su di me per unirmi con gli altri e annullarmi davanti a miei amici, allora non sono coinvolto nel lavoro spirituale. Quello non è progredire “affrettando i tempi”. Posso fare mille cose con il gruppo, venire alle lezioni tutti i giorni, fare divulgazione e parlare in modo magnifico, ma ciò non significa che io vada avanti, che io studi Kabbalah, e che segua il percorso della Luce (Achishena).

Soltanto se io faccio pressione su di me contro il mio desiderio, forzandomi a collegarmi con il gruppo, perlomeno nella forma di unirmi con tutti in un solo cuore, anche artificialmente, essere insieme con tutti nella misura di pensiero e desideri, questi miei sforzi sono chiamati Achishena o lavoro di gruppo. Tutto il resto non lo é.

Ed è per questo motivo che abbiamo tante persone che hanno studiato nel gruppo per diversi anni, ma ancora non hanno fatto un passo in avanti. Ma se una persona inizia a fare questi passi in avanti, facendo dei grossi sforzi interiori per unirsi agli altri nei desideri interiori, lui porta a termine l’esodo dall’Egitto molto velocemente. La chiave qui è di afferrare questo punto e di avere influenza su di esso.
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Lascia la redenzione al Creatore

Il libro dello Zohar, capitolo “Bo (Vieni dal Faraone) ”, punto 169: E non esiste una domanda su come a Pasqua, il Mochim de Gadlut [la Luce di Hochmà] brilla già, anche se Israele [quelli che aspirano a rivelare il Creatore] non ha fatto Priah (la correzione del desiderio egoista) ancora, perché questo è fatto da un risveglio dal basso [dall’uomo], mentre nella notte di Pasqua c’è stata l’illuminazione di Mochin [la Luce di Hochmà] solo dal risveglio dall’Alto [dal Creatore].

Fino all’esodo dall’Egitto devi fare tutti gli sforzi possibili. Dopotutto, non hai altra scelta di raggiungere e realizzare l’uscita da te poiché si tratta di un livello superiore. Qui, la Luce di Hochma (Saggezza) deve arrivare ed eseguire questo passaggio per te, realizzare questo balzo (in ebraico la parola” Pesach” viene dalla parola “Pasach”, che significa passare, saltare). Ed è per questo che accadde soltanto dalla virtù del risveglio dall’Alto.

La preparazione è affidata a te, la realizzazione al Creatore. Succede la stessa cosa con lo stato spirituale chiamato “Sabato”, poiché non viene dal calendario. Da una parte è rievocato dal risveglio dall’Alto, ma dall’altra è detto: “Uno che non ha faticato nella vigilia di Shabbat (Sabato) cosa mangerà a Shabbat?” Cioè, se non hai fatto le correzioni durante gli altri sei giorni della settimana, non puoi raggiungere il settimo giorno, Shabbat (Sabato).

Questo succede sempre. Tu devi fare tutto quello che dipende da te e pertinente al tuo livello, e allora la Luce viene dall’Alto e completa la tua ascesa al prossimo livello.
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(Dalla seconda parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 18.04.2011, Il Libro dello Zohar)

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La fine della schiavitù egiziana

Non è forse difficile rispondere alla domanda su dov’è il punto nel quale un uomo può stabilire se sta ricevendo il piacere dall’egoismo o dalla dazione? Se vuole essere schiavo del Faraone o del Creatore?

Il nostro compito principale è di raggiungere un punto in cui chiediamo che cambi ciò che ci governa, in modo che la forza della dazione ci dominerà al posto di quella della ricezione. Noi studiamo la Kabbalah e mettiamo in pratica tutte le raccomandazioni dei Kabbalisti per essere capaci di fare questa scelta.

Possiamo arrivare a questa scelta sia attraverso il cammino della sofferenza, attraverso il naturale trascorrere del tempo (Beito), o attraverso il cammino della Luce (Achishena). Lungo il cammino del normale sviluppo legato al tempo, ci aspettano solo dei colpi. Questo cammino si ha quando il Creatore porta via tutti i possibili piaceri che derivano dal Faraone, dal nostro egoismo, conosciuto anche come desiderio di ricevere per noi stessi, e perciò viviamo la sofferenza. Questa è la ragione per cui siamo pronti ad uscire dal dominio del Faraone e ad allontanarci da lui. Infatti, la natura stessa ci sta forzando ad evitare ciò che ci fa soffrire.

E poi c’è il cammino della Luce, “Accelerare il tempo” (Achishena). Si ha quando il nostro desiderio egoistico ci sta ancora permettendo di ricevere piacere, ma noi compiamo diverse azioni per costruire un nuovo atteggiamento verso il desiderio di donare. E anche se ricevo il piacere egoistico e mi trovo sotto il dominio del Faraone, non sento che si tratta di qualcosa di negativo: mi sto godendo la vita.

Tuttavia, incomincio a cercare una via per innalzarmi al di sopra di esso per non dipendere più da lui, ed incomincio a considerare la qualità della dazione.

Ciò significa che provo a percorrere il cammino della Luce, in modo che la qualità della dazione mi influenzerà e mi farà capire che il faraone è un dominatore negativo. Il suo male non è nei piaceri che dona, ma nel ricevere questi piaceri per il mio solo bene. Tutto questo nuovo criterio di valutazione si basa non sui piaceri, ma sulla loro direzione, su chi riceve: Io o gli altri (o il Creatore insieme con gli altri.)

E allora invece di giudicare il cammino attraverso le sensazioni, in base al piacere o alla sofferenza, mi sposto al calcolo logico di ciò che è bene e ciò che è male, del verso contro il falso. Mi rendo conto che la verità è la dazione, la forza superiore, il Creatore, ed io voglio questa verità! E anche se mi trovo bene sotto il dominio del Faraone, voglio comunque aderire alla dazione.

Se un uomo si rende conto di tutto questo, egli si eleva al di sopra dell’evoluzione naturale o animale (Beito) e prende delle decisioni al livello di “Achishena,” sottraendosi così al dominio del Faraone. E allora non ha bisogno di passare attraverso la sofferenza fisica e di ricevere dei colpi al suo desiderio di ricevere attraverso le tante crisi che viviamo oggi nel mondo e che non faranno altro che aumentare in futuro se continueremo ad andare avanti in base al naturale scorrimento degli eventi (Beito).

La sua sofferenza diventa la sofferenza lungo il cammino di “Achishena,” la sofferenza dell’amore. Infatti, l’uomo aspira alla dazione, qualcosa di opposto all’amore in se stesso. Egli chiede al Creatore, o alla Luce Superiore, di cambiare il suo piacere da egoistico in quello che deriva dalla dazione. Questo è il modo in cui un uomo avanza.
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(Dalla 1.a parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 15.04.2011, gli scritti del Rabash)

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