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Qual è il fine spirituale della guerra?

La guerra, come la intendiamo, è un conflitto tra forze opposte, alimentato dal desiderio di dominio, potere e controllo. Tuttavia, da una prospettiva spirituale, la guerra assume un significato completamente diverso. Nella saggezza della Kabbalah, vediamo la guerra come la lotta interna tra egoismo e altruismo: la battaglia tra la natura egoistica con cui nasciamo e la natura superiore dell’amore, della dazione  e della connessione che vogliamo di raggiungere.

Si tratta di una lotta interiore a livello dei nostri pensieri, desideri e atteggiamenti reciproci e verso il Creatore, la forza superiore di amore, dazione e connessione che ha creato e sostiene la realtà. L’umanità esiste in un sistema di natura che ci fa evolvere costantemente verso uno stato corretto in cui esistiamo in relazioni armoniose, pacifiche e felici tra di noi e con la natura. Siamo stati progettati per evolvere da uno stato di divisione e odio a uno di unità e amore. Se non riusciamo a farlo volontariamente, la natura esercita una pressione su di noi, costringendoci a riconoscere che ci troviamo in uno stato non corretto. Con il tempo, attraverso la sofferenza e le crisi, ci stanchiamo gradualmente dei nostri modi egoistici e cerchiamo un’esistenza più elevata e più connessa.

Nelle fonti kabbalistiche, questa battaglia è descritta attraverso i concetti di bene e male, luce e oscurità. Queste forze non sono nemici esterni, ma caratteristiche interiori che dobbiamo affrontare dentro di noi. La Torah, ad esempio, parla di guerre contro le nazioni, ma queste non devono essere interpretate letteralmente. Rappresentano invece guerre che dobbiamo condurre all’interno della nostra natura, guerre per trasformare le nostre intenzioni egoistiche in altruistiche.

Quando la Torah parla di conquistare le nazioni o di annientare i nemici, si riferisce al lavoro spirituale di superare i desideri interni che ostacolano la nostra connessione con il Creatore. Questi cosiddetti nemici sono le qualità egoistiche della soddisfazione personale che devono essere sottomesse e reindirizzate verso la dazione agli altri e alla natura. La Terra d’Israele, in questo contesto, non è un luogo fisico ma uno stato spirituale, un livello di esistenza in cui si raggiunge l’unità con la forza superiore di dazione.

Nel corso della storia, l’umanità si è impegnata in una miriade di guerre fisiche, giustificandole con interessi ideologici, religiosi e nazionali. Tuttavia, tutti questi conflitti esterni non sono altro che riflessi delle nostre lotte interiori, non risolte. I Greci, i Romani e le altre forze storiche che si sono scontrate con Israele simboleggiano diversi stadi dello sviluppo umano, alcuni inclini al progresso spirituale e altri che cercano di sopprimerlo.

La correzione spirituale, cioè la trasformazione dell’egoismo, con la sua divisione, l’odio e i desideri egoistici, in altruismo, con le sue qualità di unità, amore e dazione agli altri e alla natura, non può essere ottenuta attraverso la guerra fisica. Richiede un cambiamento fondamentale in ogni persona. Il mondo di oggi continua a soffrire a causa dei conflitti perché non abbiamo ancora riconosciuto la natura delle nostre battaglie. Cerchiamo di dominare all’esterno piuttosto che correggere noi stessi all’interno. È per questo che le guerre persistono e la pace rimane inafferrabile.

Se ci impegniamo nel progresso spirituale, capiamo che combattere i nemici esterni è inutile. Per progredire spiritualmente, invece, ci concentriamo sull’unione con gli altri, sul superamento della nostra natura egoistica e sulla ricerca di uno stato di dazione reciproca.  Quando ci allineiamo con le leggi della natura, leggi di amore, dazione e connessione, non c’è bisogno di conflitti fisici. La forza della natura stessa supporta coloro che si impegnano a raggiungere uno stato di amore e dazione nelle loro connessioni e nei loro atteggiamenti reciproci.

Tuttavia, quando resistiamo a questo processo, la sofferenza aumenta. All’umanità viene data una scelta: progredire applicando la propria responsabilità reciproca verso gli altri, o essere costretti a cambiare attraverso sofferenza e distruzione. Più ritardiamo questa presa di coscienza, più intense diventano le pressioni esterne.

La saggezza della Kabbalah insegna che tutte le guerre sono in definitiva guerre per l’unità. La battaglia finale non è tra nazioni, ideologie o sistemi politici, ma all’interno del cuore di ogni persona. Il nostro ego, il desiderio di godere a spese degli altri, combatte contro la forza dell’amore e della dazione e questa lotta si manifesta come guerra nel mondo esterno. Se vogliamo porre fine alla guerra, dobbiamo prima vincere la battaglia interiore.

Quando l’umanità passerà collettivamente dall’egoismo all’altruismo, ponendo il valore della connessione umana positiva al di sopra del guadagno personale, allora i conflitti esterni cesseranno. Quando applicheremo l’apprendimento di come trasformare la nostra natura egoistica nel suo opposto altruistico, imparando a unire al di sopra delle divisioni, raggiungeremo uno stato di completo amore e dazione nelle nostre relazioni reciproche e con la natura nel suo complesso. Un risultato così elevato renderà superflue le guerre, che non avranno più alcuna utilità per il nostro sviluppo.

Fino ad allora, sarebbe saggio concentrarsi sulla nostra correzione interna, riconoscendo che ogni conflitto che vediamo nel mondo è una chiamata per una guerra a un livello più interno, per elevarci al di sopra delle nostre pulsioni egoistiche di divisione e per raggiungere uno stato di amore, dazione e connessione positiva con gli altri e la natura. Le guerre del passato, del presente e del futuro ci indirizzano tutte verso questo obiettivo finale: la rivelazione della forza superiore dell’amore, della dazione e della connessione attraverso l’unità dell’umanità.

Basato sul video: “The Wars of the Jews – Spiritual States with Kabbalist Dr. Michael Laitman.”

Scritto/editato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Qual è il significato spirituale della separazione del Mar Rosso?

La storia della separazione del Mar Rosso è uno degli eventi più noti e dibattuti della storia. Per oltre tremila anni si è discusso se fosse realmente accaduto. Tuttavia, dal punto di vista kabbalistico, non ci concentriamo sul fatto che si sia trattato di un evento storico, ma piuttosto sul suo significato spirituale più profondo, ossia il processo spirituale che ogni persona subisce nel percorso di cambiamento dell’intenzione egoistica per il solo beneficio di sé, in un’intenzione di amore e dazione agli altri e alla natura.

Secondo la Kabbalah, ogni evento spirituale deve manifestarsi almeno una volta anche nel mondo fisico. Questo non significa che avvenga nella stessa forma o nello stesso tempo, ma che deve esserci un’espressione di esso. Tuttavia, lasciamo i dibattiti storici agli storici. Ciò che conta davvero è comprendere il significato della separazione del Mar Rosso nella vita di una persona che aspira al conseguimento spirituale.

Il viaggio interiore: lasciare l’Egitto e affrontare il mare 

La Torah descrive come il popolo d’Israele lasciò l’Egitto in fretta e furia dopo che il Faraone aveva concesso loro il permesso di partire. Nella saggezza della Kabbalah, l’Egitto simboleggia la natura egocentrica di una persona, uno stato in cui si è schiavi di desideri egoistici, perseguendo il piacere personale a spese degli altri. L’Esodo dall’Egitto rappresenta il momento in cui una persona inizia a liberarsi dal proprio ego, aspirando a uno stile di vita più connesso e altruistico.

Tuttavia, appena lasciamo l’Egitto, il Faraone si pente di averci lasciato andare e manda il suo esercito a inseguirci. Questo significa che, quando cerchiamo di fuggire dall’egoismo, il nostro ego non scompare semplicemente: al contrario, si risveglia con ancora più forza, cercando di tirarci indietro. Il Faraone interiore, la forza egoistica dentro di noi, non si arrende senza combattere.

Il popolo d’Israele raggiunge il Mar Rosso con l’esercito del Faraone che si avvicina alle sue spalle. Sono in uno stato di disperazione, incerti se tornare alla schiavitù o andare avanti verso l’ignoto. Questo conflitto interiore accade a ogni persona che percorre il cammino spirituale. Da un lato, c’è il conforto di tornare alle abitudini egoistiche familiari. Dall’altro lato, c’è l’aspirazione a una nuova esistenza altruistica, che si sente incerta e spaventosa.

Cosa rappresenta la separazione del Mar Rosso?

La separazione del Mar Rosso rappresenta un cambiamento fondamentale nella percezione. Il mare, nella Kabbalah, simboleggia la qualità di Bina, che è la qualità della dazione. È una forza enorme, ma finché è mescolata all’egoismo, rimane pericolosa e caotica, come le acque in tempesta. Nel momento in cui una persona è pronta ad avanzare in ciò che la Kabbalah chiama: “Fede al di sopra della ragione”, cioè ad elevarsi al di sopra del proprio ego, immergendosi nella forza della dazione, allora il mare si separa e appare il sentiero da seguire.

A Mosè viene detto di sollevare il suo bastone (“Mateh” in ebraico), che rappresenta la fede sopra la ragione. In altre parole, per attraversare il Mar Rosso dobbiamo sottomettere l’ego all’aspirazione di dazione. Dobbiamo mettere l’amore, la dazione e la connessione al di sopra dei calcoli personali di guadagno o perdita. Quando facciamo questo, le acque si separano, aprendo il cammino verso la nostra trasformazione.

Cosa succede ai desideri egoistici?

Quando il popolo d’Israele attraversa, il mare torna al suo stato naturale e sommerge l’esercito del Faraone. Questo significa che coloro che non riescono ad elevarsi sopra l’egoismo, che insistono a vivere solo per sé stessi, non possono passare alla nuova realtà della dazione. I desideri egoistici che rifiutano di trasformarsi in altruismo vengono lasciati indietro e “annegano”, perdendo il loro potere sul nostro sviluppo spirituale.

Perché l’acqua?  Il significato spirituale del mare

L’acqua rappresenta la forza della vita, la qualità del dare. Siamo tutti nati nell’acqua, che è la base della vita. Tuttavia, l’acqua può essere sia una forza di vita sia una forza di distruzione. Se è mescolata con l’egoismo, diventa turbolenta e minacciosa. Ma se è allineata alla qualità della dazione, allora nutre e sostiene la vita.

Il Mar Rosso è chiamato in ebraico “Yam Suf“, che significa “Mare della Fine”. Esso rappresenta la fine di uno stato e la transizione verso un altro. Una volta attraversato, non si torna più in Egitto. Si supera il confine tra egoismo e altruismo, entrando in uno stato in cui la dazione, e non più l’interesse personale, guida la nostra vita.

La chiave per attraversare il Mar Rosso

La lezione del Mar Rosso è che dobbiamo essere disposti a fare un salto di fede al di sopra della ragione. Ciò significa abbandonarsi alla qualità della dazione e agire in base ad essa anche quando contraddice la logica egoistica. Quando l’amore, la dazione e la connessione diventano più importanti dei guadagni egoistici, possiamo compiere tale transizione.

È per questo che il mare viene diviso dalla fede e non da Mosè stesso. Mosè, come guida, è già oltre questa transizione. Rappresenta la forza di Bina, la forza della dazione, e quindi non ha bisogno di attraversare.  Esiste già in quella qualità. Ma il popolo, che rappresenta i desideri ancora in trasformazione, deve fare il salto.

La trasformazione soprannaturale

Il miracolo del Mar Rosso non è la separazione fisica delle acque, bensì la trasformazione che avviene all’interno di una persona. È il momento in cui iniziamo a pensare agli altri più che a noi stessi, non per un tornaconto personale, ma per una nuova natura di amore e di dazione. Si tratta davvero di un cambiamento soprannaturale, perché va contro la nostra natura egoistica innata.

Attraversare il Mar Rosso significa entrare in una nuova realtà in cui il benessere degli altri viene anteposto all’interesse personale. Non si tratta di un cambiamento temporaneo, ma di un cambiamento permanente nella percezione. Una volta attraversato questo confine, tutta la nostra visione del mondo cambia. Non calcoliamo più in funzione di ciò che possiamo ricevere per noi stessi, ma in funzione di ciò che può giovare agli altri, sapendo che, così facendo, arriviamo a somigliare alla qualità spirituale dell’amore e della dazione.

Perché una persona compie questo cambiamento?

La spinta a questa trasformazione è il desiderio di somigliare al Creatore. Se non fosse per questa aspirazione, non lasceremmo mai volontariamente il nostro ego. Ma poiché la qualità del Creatore è l’amore assoluto e il dare incondizionato, chi desidera avvicinarsi al Creatore deve adottare la stessa natura. Deve attraversare questa trasformazione, non perché sia facile o comoda, ma perché è l’unico modo per diventare simili alla forza superiore.

Il punto di non ritorno

Il Mar Rosso è il “Mare della Fine” (Yam Suf) perché, una volta attraversato, non si può più tornare indietro. Chi si trasforma dall’egoismo alla dazione  rimane in questo nuovo stato. Non è più schiavo dei propri desideri personali, ma vive in un sistema completamente diverso, fatto di amore, dazione  e connessione umana positiva.

Questo è il significato spirituale più profondo della separazione del Mar Rosso. Non si tratta di dividere acque fisiche, ma di aprire un nuovo sentiero nella nostra attitudine verso gli altri e verso la realtà. È il passaggio da un mondo centrato su sé stessi a un mondo in cui la qualità del Creatore, l’amore e la dazione, governano i nostri pensieri, desideri, decisioni e azioni.

Questa è la grande transizione che tutta l’umanità dovrà infine compiere e ogni persona vivrà il proprio “momento del Mar Rosso” quando sarà pronta a spiccare quel salto.

Basato su “The Parting of the Red Sea – Spiritual States with Kabbalist Dr. Michael Laitman”.

Scritto/redatto dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Cosa resterà di noi dopo la morte?

Stiamo arrivando a una radicale rivalutazione dei valori. Ciò che aveva valore per me, per cui ho lottato, vissuto, sono morto, ho cercato di mettere da parte e trasmettere alle generazioni future, sta perdendo tutto il suo valore e oggi non vale più nulla.

Domanda: Cosa varrà davvero la vita o il denaro?

Risposta: Solo il pensiero.

Domanda: Non è troppo astratto per una persona?

Risposta: Ma cosa possiede una persona che non sia astratto se vive e muore? La cosa più preziosa è ciò che può portare da uno stato in cui vive, a quello in cui muore, oltre la morte.

Domanda: Può portare lì i suoi pensieri?

Risposta: Certo che può. Il pensiero è ciò che rimane di lui.

Domanda: Che tipo di pensiero una persona dovrebbe sviluppare ora affinché sia ​​prezioso e necessario?

Risposta: Un atteggiamento positivo verso il mondo e gli altri. Non scompare. Rimane con te costantemente perché non risiede nel tuo egoismo, che muore con il tuo corpo e si decompone, ma nell’altruismo, nelle buone qualità che hai acquisito durante la vita terrena. E poi voli via con loro ed entri in uno spazio diverso, lo spazio delle qualità e delle forze positive.

Esistiamo per accumulare emozioni, pensieri, desideri, aspirazioni e impulsi positivi e lasciare il mondo con essi.
Lascio questo mondo avendo trasmesso, per quanto possibile, un atteggiamento positivo verso il mondo, le persone e la vita ai miei figli e nipoti, e a chiunque sia possibile.

Domanda: Pensi che questa sia la tua missione e quella di tutti noi?

Risposta: Certamente. Ma questa è la mia opinione.

Domanda: Ma questa è anche l’opinione dei kabbalisti di tutte le generazioni?

Risposta: Sì, certo.

Commento: E quello che vedo ora, come tutti scrivono nei commenti: malvagità, orrore, odio, divisione…

La mia risposta: Questo ci spinge a valutare ciò che abbiamo veramente bisogno di rivelare nella nostra vita, di raccogliere e trasmettere, di insegnare alla prossima generazione.

Domanda: È come allontanarsi da questa oscurità e procedere verso un pensiero buono?

Risposta: Sì, andrà tutto bene.

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Da KabTV “News with Dr. Michael Laitman” 15/6/20

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Cos’è la Torah?

La Torah non è un semplice testo storico né una raccolta di leggi. È un manuale di istruzioni per la forma ottimale di connessione tra le persone, una guida che insegna come raggiungere l’equilibrio con le forze della natura e, infine, rivelare il Creatore, la forza superiore di amore, dazione  e connessione, nelle nostre relazioni. In breve, la Torah è un sistema che ci conduce al conseguimento spirituale.

La Torah è apparsa per la prima volta oltre tremila anni fa. Inizialmente era scritta come un’unica parola, senza divisioni tra le lettere, in seguito è stata strutturata in cinque libri. Nel corso del tempo sono stati compilati altri testi, come i Profeti e gli Scritti. Questi libri contengono messaggi in codice scritti da coloro che avevano raggiunto un livello spirituale, con lo scopo di accompagnare le generazioni future a raggiungere lo stesso livello di connessione con la forza superiore.

Tuttavia, nel corso della storia sono stati scritti molti altri testi che non sono entrati a far parte del Tanakh. Alcuni di questi sono stati scoperti nelle grotte di Qumran nel 1947. Sebbene questi rotoli forniscano una visione storica, non sono stati scritti da coloro che hanno raggiunto il Creatore. I saggi della Grande Assemblea stabilirono quali scritti contenevano la vera saggezza spirituale, cioè quali erano stati scritti da uno stato di conseguimento spirituale, e questi sono i testi che sono stati conservati all’interno della Torah.

Anche la divisione tra Torah scritta e orale è significativa. La Torah scritta si riferisce ai testi che sono stati registrati e tramandati come scritti strutturati. La Torah orale, invece, è stata trasmessa direttamente dal maestro allo studente attraverso il raggiungimento interiore, al di là delle parole. Non si tratta di una semplice tradizione orale, ma di un trasferimento di percezione spirituale, qualcosa che non può essere catturato solo dalle lettere. La Torah orale è la conoscenza che si acquisisce attraverso la propria crescita spirituale, guidata da un maestro che ha già raggiunto quegli stati.

Il nucleo della Torah non è costituito da leggi e comandamenti nel senso convenzionale del termine. Piuttosto, la Torah è racchiusa nella frase: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Non si tratta di una direttiva morale, come molti pensano. È la legge fondamentale dell’intero sistema della natura. Proprio come gli atomi e le molecole formano strutture superiori attraverso la connessione reciproca, così anche l’umanità deve connettersi con atteggiamenti di amore nelle connessioni. Quando le persone si uniscono in un legame di dazione e amore, creano un vaso in cui il Creatore può rivelarsi.

La complessità della Torah è necessaria perché raggiungere questa connessione non è semplice. L’umanità non è istintivamente portata all’unità come gli elementi della natura. Dobbiamo quindi applicarci a questo scopo, superando le forze egoistiche che ci dividono. Per questo la Torah contiene migliaia di pagine di commentari e spiegazioni. Non basta semplicemente dire “ama il tuo prossimo come te stesso.” Dobbiamo imparare come avvicinarci a questa legge, comprendere la nostra natura, la natura che ci circonda, e la metodologia precisa necessaria per realizzare questa legge e acquisire la natura di amore e dazione al di sopra della nostra natura egoistica.

Lo Zohar, scritto circa 2.000 anni fa, è uno dei più grandi commentari sulla Torah. Tuttavia, senza conseguimento spirituale, anche lo Zohar rimane chiuso per una persona. La Torah è scritta nel “linguaggio dei rami”, ovvero nella descrizione di stati spirituali attraverso immagini del nostro mondo materiale. Per comprendere la Torah, dobbiamo sviluppare una percezione spirituale interiore. Per questo i kabbalisti, nel corso della storia, hanno fornito spiegazioni per aiutare gli studenti ad avvicinarsi a questi scritti in modo da poter conseguire la realtà spirituale attraverso lo studio.

Col tempo, è sorta la necessità di ulteriori spiegazioni, man mano che le generazioni si allontanavano dalla percezione spirituale. La Mishnah, il Talmud e successivamente gli scritti kabbalistici hanno adattato la saggezza a ogni epoca, permettendo alle persone di riconnettersi gradualmente alla spiritualità attraverso la Torah. Senza tali spiegazioni, i cinque libri della Torah apparirebbero come semplici racconti storici, mentre in realtà descrivono il processo dell’ascesa dell’anima verso il Creatore.

La Torah non riguarda l’osservanza esteriore, ma la trasformazione interiore. Essa ci istruisce su come passare da una percezione egoistica della realtà, dove cerchiamo solo il nostro beneficio personale, a una percezione altruistica, dove agiamo per il bene degli altri e per il bene del Creatore. Un simile cambiamento richiede un ambiente strutturato composto da testi che descrivono il mondo e il processo spirituale, dal supporto di altri in un gruppo (quello che la Kabbalah chiama: “Decina”), ovvero altri che hanno ricevuto il desiderio di ascendere spiritualmente e che possono sostenersi a vicenda nella crescita spirituale, e anche da un maestro spiritualmente realizzato che possa guidare gli studenti attraverso le tappe dello sviluppo spirituale.

Una delle sfide più grandi riguardo alla Torah è che spesso viene fraintesa nel suo vero significato e scopo. Viene vista come un libro di comandamenti, racconti o cronache storiche, invece di una guida su come cambiare la nostra intenzione egoistica nel suo opposto altruistico, raggiungendo così la qualità stessa del Creatore, quella di amore e dazione, e scoprendo il Creatore stesso. Questo fraintendimento conduce a un mondo in cui le persone si allontanano sempre più dallo scopo originale della Torah. Tuttavia, coloro che sinceramente cercano la verità verranno condotti alla saggezza della Kabbalah, che apre al significato più profondo della Torah.

La Torah è un manuale di istruzioni per costruire connessioni positive di amore e dazione tra le persone, che portano alla rivelazione del Creatore. Coloro che desiderano comprendere il significato più profondo della Torah devono studiarla attraverso la lente della saggezza della Kabbalah, che, se studiata correttamente, guida gli studenti verso questi obiettivi. Alla fine, quando l’umanità imparerà a vivere secondo la legge: “Ama il tuo prossimo come te stesso,” comprenderemo pienamente il motivo per cui la Torah ci è stata data.

Basato sul video: “Reception of the Torah – Spiritual States with Kabbalist Dr. Michael Laitman.”

Scritto/editato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Storie brevi: Un modello per una vita felice

La felicità è la realizzazione dei desideri più profondi di una persona. Di norma, nasce in contrasto con un senso di insoddisfazione.

Ad esempio: la fame porta al piacere dal cibo, la separazione porta alla gioia dal ricongiungimento con una persona cara e così via. In altre parole, siamo costruiti in modo tale da poter sperimentare il positivo solo attraverso il negativo.

Ciò solleva la domanda: “Dovremmo anche lottare per la felicità se prima è necessario soffrire per poi sentirsi felici?”.

Il fatto è che il metodo kabbalistico permette di sperimentare la felicità contemporaneamente alla sensazione di mancanza. Cioè, nel momento in cui assaggio qualcosa, sento sia il desiderio di quel gusto che il suo appagamento.

Non devo separare questo nel tempo, prima soffrendo e poi ricevendo. È per questo che per le persone impegnate nella pratica spirituale non esiste la questione del tempo. Esistono al di là di esso, sperimentando simultaneamente stati di sofferenza e di appagamento, di fame e di sazietà.

Questa è la saggezza della Kabbalah: la saggezza del ricevere! Insegna a ricevere ciò che si desidera, non tra un mese o un anno, ma nel momento stesso del desiderio. Allo stesso tempo, due stati apparentemente opposti, il meno e il più, coesistono in armonia.

Nel nostro mondo questo non esiste. Qui c’è un grande meno e non riceviamo quasi mai il più. Ma secondo il metodo kabbalistico, l’atto stesso di ricevere il piacere, risveglia in noi sia il desiderio che la sua realizzazione.

Domanda: Ma come raggiungiamo questo obiettivo? Come possiamo essere veramente felici in questo mondo?

Risposta: Questo è possibile solo quando sono soddisfatto, non da solo, ma attraverso gli altri. Questo è il brevetto della felicità, perché non posso mai realizzare veramente me stesso. Tuttavia, se sento e assorbo i desideri degli altri, allora, soddisfacendoli, soddisfo me stesso, poiché i loro desideri diventano miei. Si scopre che mi realizzo esistendo negli altri.

Il segreto è che esco da me stesso, scopro i desideri al di fuori di me, li accetto come miei e li realizzo. Ossia, il desiderio e la sua realizzazione esistono al di fuori di me. Proprio questo costituisce la mia anima.

Domanda: Questo significa che esaudiamo anche i desideri corporei di una persona?

Risposta: Soddisfiamo tutti i desideri di una persona, ma solo in una certa misura. I desideri corporei sono appagati solo nella misura necessaria all’esistenza e non di più. Ma i desideri spirituali sono appagati nella misura in cui ci sforziamo di elevarci insieme, poiché la mia e la sua ascesa sono interconnesse e si completano a vicenda.
Perciò, soddisfare i desideri degli altri ci dà un senso di felicità.

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Da KabTV “Short Stories” 22/10/14, Parte 2

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Si può misurare la spiritualità?

Possiamo misurare la spiritualità in base all’importanza che le attribuiamo. Nel mondo materiale, misuriamo tutto attraverso parametri fisici come volume, distanza e peso, ma nel mondo spirituale questi parametri non esistono. Tutto si misura invece in base al significato emotivo e percettivo che gli assegniamo. Questo significa che il peso o la grandezza di un oggetto spirituale è determinato esclusivamente dall’importanza che gli attribuiamo.

Una persona che raggiunge la spiritualità, un Kabbalista, non gode dei doni che riceve, ma piuttosto del significato di colui che li elargisce. L’esperienza della spiritualità non risiede nell’oggetto o nel piacere in sé, ma nel riconoscimento della sua fonte. Per esempio, se qualcuno riceve una semplice tazza di caffè, il suo valore non è nel caffè stesso, ma in chi l’ha preparato e nell’intenzione con la quale è stato offerto. Se a porgerlo è una grande persona, il caffè assume improvvisamente un significato immenso. Lo stesso vale per il Creatore: quando ci rendiamo conto che tutto ciò che riceviamo proviene dal Creatore, la forza superiore dell’amore, della dazione e della connessione, allora la nostra esperienza si sposta dall’attenzione all’oggetto alla grandezza del Donatore, il Creatore.

Ecco perché la spiritualità inizia con lo sviluppo del senso dell’importanza del Donatore. Più attribuiamo valore al Creatore, più ci eleviamo al di sopra della percezione materiale ed entriamo in una nuova dimensione dell’esistenza. Quando iniziamo a riconoscere il significato della fonte della nostra vita, passiamo dal mondo materiale al mondo spirituale. Nella spiritualità, invece di misurare le esperienze in termini materiali, costruiamo il nostro mondo interiore sulla base della grandezza del Donatore.

Ci deve essere però una scintilla iniziale, un piacere minimo, un cosiddetto “grammo di luce”, che entri nella nostra percezione. Questo è il fondamento su cui costruiamo la nostra consapevolezza dell’importanza del Creatore. Nel nostro mondo, tutto ciò che sperimentiamo, che sia un momento di gioia, di amore, di successo o anche un semplice atto di gentilezza, non è che un minuscolo frammento di luce proveniente dalla fonte. Il nostro compito è quello di determinare l’origine e di spostare la nostra attenzione dal piacere in sé a Colui che lo ha procurato.

Il metodo per sviluppare questa consapevolezza esiste all’interno di un quadro strutturato: il gruppo kabbalistico, detto “decina”. Quando le persone si riuniscono con l’intenzione di cercare la fonte della propria vita, si aiutano a vicenda a sviluppare la percezione necessaria per rivelare la presenza del Creatore, ossia la presenza della forza superiore di amore, dazione e connessione. Proprio come una donna in stato interessante inizia improvvisamente a notare carrozzine per bambini dappertutto o una persona che sta cercando di acquistare una particolare auto inizia a vederla più spesso, la nostra percezione è guidata dai nostri desideri. Se desideriamo conoscere e sentire il Creatore, iniziamo a notare la Sua presenza in ogni aspetto della nostra vita. 

Il motivo per cui la maggior parte delle persone non percepisce il Creatore è che non Gli riconosce alcun valore. Danno valore solo a ciò che le avvantaggia direttamente. Per tale ragione, nel corso della storia, le persone hanno venerato il guadagno materiale, in cerca di benedizioni per la ricchezza, la salute e il successo. Tuttavia, la spiritualità non consiste nel pregare per ricevere qualcosa. Si tratta invece di sviluppare la qualità dell’amore e della dazione. Se coltiviamo l’amore e la dazione agli altri, inizieremo gradualmente a percepire il Creatore, in quanto Egli è l’incarnazione ultima di queste qualità.

Il Creatore non si è posto direttamente davanti a noi, ma ci ha circondato di altre persone, offrendoci un “campo da gioco” in cui sviluppare la nostra capacità di amare e connetterci. Trattando gli altri con cura e rispetto, ci alleniamo a relazionarci allo stesso modo con il Creatore. È per questo che la saggezza della Kabbalah insegna che l’amore per il Creatore comincia con l’amore per il prossimo.

Tuttavia, questo cambiamento non è facile. Richiede un radicale riassetto dal valore dei beni materiali al valore delle relazioni e delle intenzioni. Immaginate un matrimonio sontuoso, gremito di personaggi illustri, ma i bambini che girano intorno a loro non si accorgono della loro importanza. Allo stesso modo, ogni giorno passiamo accanto a innumerevoli persone senza riconoscerne il valore. Lo sviluppo spirituale richiede la capacità di apprezzare non le cose materiali, ma le relazioni tra le persone e, in ultima analisi, il nostro rapporto con il Creatore.

Basato sul video: “The Importance of Spirituality – Spiritual States with Kabbalist Dr. Michael Laitman.”

Scritto/editato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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L’uguaglianza esiste in natura?

Per niente. In natura non esiste l’uguaglianza, né può esistere. Se tutto fosse uguale, l’esistenza stessa sarebbe impossibile.

La natura prospera grazie alla diversità, ovvero alla presenza di specie differenti, ruoli differenti e un sistema in cui ogni elemento completa e bilancia gli altri. Anche all’interno di un singolo organismo, esistono innumerevoli differenze. I nostri corpi sono costruiti sull’ineguaglianza: alcune cellule fungono da cellule cerebrali, altre da cellule muscolari, alcune trasportano ossigeno, mentre altre digeriscono il cibo. Ogni parte svolge il proprio ruolo e insieme formano un tutto funzionante.

Se la natura avesse reso tutto uguale, non ci sarebbe sviluppo, evoluzione o movimento. Le differenze generano interazione, scambio e completamento. La chiave non è cancellare le differenze, ma usarle nel modo corretto.

A livello di società umana, l’uguaglianza è stata e continua a essere uno dei concetti più discussi e combattuti. Le persone hanno rivendicato l’uguaglianza in tutti gli aspetti della vita, nella legge, nelle risorse, nell’istruzione e nelle opportunità. Rimane una questione centrale nella politica, nell’economia e nelle strutture sociali. Ma se l’uguaglianza non esiste in natura, a quale tipo di uguaglianza dovremmo aspirare, se ne esiste una?

In primo luogo, se la natura stessa ci ha reso diversi, allora dovremmo capire che cercare di imporre un’uguaglianza artificiale rendendo tutti identici va contro la natura. Invece di eliminare le differenze, sarebbe più saggio evidenziarle e utilizzarle a vantaggio dell’insieme. L’uguaglianza nella società umana non consiste quindi nel rendere tutti uguali, ma nel garantire che ciascuno dia il massimo contributo alla società in base alle proprie qualità uniche.

Una persona che è più forte, più intelligente o più capace in certi ambiti dovrebbe usare quelle forze a beneficio del tutto. Qualcun altro, con qualità diverse, contribuirà a modo suo. Questo è l’unico vero modo per raggiungere uguaglianza ed equilibrio nella società umana.

Basato sul video “Equality – Spiritual States with Kabbalist Dr. Michael Laitman”.

Scritto/editato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Pensi che l’uguaglianza sia possibile?

Innanzitutto, dovremmo capire perché l’umanità ha difficoltà a comprendere il concetto di uguaglianza. È perché non aspiriamo naturalmente a tale uguaglianza.
La nostra natura egoista, il desiderio di godere per il solo beneficio personale, ha come strumento di misura il livello di superiorità ed inferiorità rispetto agli altri e non considera l’uguaglianza. Misura la superiorità e l’inferiorità. Ci confrontiamo costantemente con gli altri e cerchiamo di elevarci rispetto a loro.

Ecco perché l’uguaglianza è impossibile da realizzare se restiamo vincolati alle nostre forze egoiche. Per rendere possibile tale uguaglianza, abbiamo bisogno di una forza esterna che ci guidi. Se lasciati a noi stessi, il nostro ego ci spingerà sempre a desiderare più degli altri, a ricevere più di quanto diamo.

Pertanto, raggiungere l’uguaglianza è possibile solo se ci impegniamo a sviluppare connessioni positive tra di noi e, così facendo, attraiamo nelle nostre relazioni la forza positiva di connessione che dimora in natura. Questa forza positiva, una forza altruistica opposta alla nostra natura egoista, è il denominatore comune che ha il potere di unire le persone e portare l’uguaglianza nella società umana. Senza di essa, nessun tentativo di uguaglianza potrà mai avere successo.

La storia lo dimostra. Le persone hanno cercato di imporre l’uguaglianza attraverso rivoluzioni, sistemi economici e quadri legislativi, ma senza uno scopo comune superiore, che inviti la forza di connessione positiva della natura nelle relazioni umane, l’uguaglianza diventa o una tirannia o un’illusione.

Quando ci uniamo alla nostra radice, quando riconosciamo che siamo tutti parti di un unico sistema, guidato da una forza superiore di connessione che dimora in natura, possiamo raggiungere l’uguaglianza nella società umana. Questo non significa rendere tutti identici ma, al contrario, con le nostre innumerevoli differenze, attirando la forza positiva della natura nelle nostre relazioni, lasciamo che le differenze fioriscano in un arazzo integrato, rendendo il contributo unico di ciascuno benefico per l’intero sistema.

Basato sul video “Equality – Spiritual States with Kabbalist Dr. Michael Laitman”.

Scritto/editato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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In quali occasioni avete sperimentato di essere pieni di gioia?

La gioia è una delle emozioni più potenti e appaganti che una persona possa provare. Le persone trovano gioia in molti modi, sia attraverso piaceri semplici come un pasto delizioso, amicizie significative, o grandi realizzazioni come vincere una medaglia olimpica. Tuttavia, per un Kabbalista, la gioia assume un significato completamente diverso.

Un Kabbalista prova gioia non solo negli eventi positivi, ma anche nei momenti che potrebbero sembrare negativi. La sua gioia non deriva dal guadagno personale o dalle circostanze esterne. Piuttosto, essa nasce dal raggiungimento dell’equivalenza di forma con il Creatore. Quando ci uniamo agli altri e creiamo uno spazio per la rivelazione della forza superiore, la forza dell’amore, della dazione e della connessione, proviamo una sensazione piena, genuina e duratura di gioia. Più ci uniamo nel prendersi cura reciproca e nella dazione, più permettiamo alla luce superiore di fluire tra di noi, rivelando il Creatore nella nostra connessione. Questa è la forma più profonda di felicità, in quanto non è fugace, ma è una sensazione eterna di completezza.

Questa gioia spirituale è unica perché deriva dal dare piacere al Creatore e questo, al contempo, ci appaga. Il Creatore stesso non ha bisogno di nulla da noi, ma quando ci allineiamo con le sue qualità e sperimentiamo questa connessione, sentiamo che gioisce con noi. La gioia spirituale non consiste nell’accumulare felicità personale, ma nel lasciare che la forza superiore si manifesti tra noi. Quando le persone si uniscono con l’intenzione di avvicinarsi a questa forza, creano le condizioni per la sua rivelazione e nasce la gioia.

Anche nelle esperienze terrene, l’unione porta gioia. Che le persone si riuniscano per immergersi in una sinfonia, per festeggiare durante un evento sportivo o per condividere altre esperienze comuni, c’è un senso di gioia in questa connessione. Il mio maestro, il Kabbalista Baruch Ashlag (RABASH), una volta indicò uno stadio pieno di tifosi che esultavano e disse: “Rispettate questo posto perché porta gioia alle persone”. Qualsiasi forma di connessione che non provochi danni è, in fondo, una forza positiva. Tuttavia, perché sia spirituale, deve essere diretta all’unità dell’umanità attraverso la quale scopriamo il Creatore.

La gioia, secondo la Kabbalah, non è statica. È un processo che può essere sempre ampliato. Non esiste uno stato in cui una persona dice: “Sono abbastanza felice, non ho bisogno di nient’altro”. La sensazione di completa realizzazione è un’illusione, perché la vita è un viaggio in continua evoluzione. Pertanto, la gioia deriva dall’avanzare costantemente verso una connessione più grande, proprio come un atleta che si sforza sempre di superare i suoi precedenti risultati.

Curiosamente, la gioia più grande spesso deriva dall’aspettativa. Le gioie future sono le più forti perché rimangono illimitate nella nostra mente. I piaceri del passato sono immagazzinati nella memoria e svaniscono con il tempo, mentre le gioie del presente sono sperimentate ma non ancora pienamente apprezzate. Tuttavia, le gioie future esistono in uno spazio illimitato di possibilità. Quando ci prefiggiamo l’obiettivo del raggiungimento spirituale, cioè di raggiungere il completo equilibrio con la natura o l’adesione al Creatore, che sono la stessa cosa, l’attesa di raggiungere questa meta ci riempie di un immenso senso di gioia.

I Kabbalisti trovano gioia anche in quelli che la maggior parte delle persone considererebbe ostacoli. Le discese e le difficoltà sono una parte naturale del processo spirituale. Tuttavia, un Kabbalista comprende che ogni discesa è una preparazione per un’ascesa più elevata. Rivelando un desiderio più grande durante questi punti bassi, creiamo il potenziale per una rivelazione di luce più significativa. Per questo motivo i Kabbalisti si rallegrano sia delle discese che delle ascese spirituali, sapendo che il percorso stesso porta a un maggiore sviluppo spirituale.

Uno dei principi fondamentali della Kabbalah è che il lavoro stesso deve risvegliare la gioia. Non si tratta di inseguire ricompense o di aspettarsi benefici in futuro, ma di trovare la felicità nel processo di cercare di attivare le qualità spirituali nelle nostre stesse connessioni, cioè i nostri impulsi a dare, a connetterci positivamente e a prenderci cura degli altri. Possiamo coltivare questa gioia ricordandoci costantemente che siamo stati scelti per questo cammino, che il Creatore ci avvicina e che ogni momento è un’opportunità per rivelare qualcosa di più profondo.

Ma come possiamo noi esseri egoisti, che desideriamo godere solo per il nostro beneficio personale, provare gioia per qualcosa che contraddice la nostra natura? La gioia deriva dall’inserimento in un ambiente che sostiene il nostro desiderio di elevarci al di sopra del nostro egoismo e di sentire la presenza del Creatore. Come un viaggiatore attende con ansia un viaggio imminente e prova gioia ancor prima che inizi, così anche noi che desideriamo avanzare spiritualmente dobbiamo immaginare il nostro progresso spirituale come un viaggio in divenire verso un futuro incredibile.

Un altro aspetto fondamentale della gioia provata da un Kabbalista è che non si tratta di una gioia legata a un risultato individuale, ma a una dazione reciproca. Quando agiamo non per un guadagno personale ma per portare gioia agli altri, emerge un nuovo tipo di appagamento. Questo si chiama “lavorare per il bene del Creatore”, perché rispecchia la qualità di dazione assoluta della forza superiore. Quando le persone si uniscono in questo modo, creano un vaso per la rivelazione del Creatore e questa rivelazione è la fonte ultima della gioia.

Raggiungere questa gioia richiede studio e pratica. Non nasce naturalmente in un mondo guidato dall’ego. Ecco perché la saggezza della Kabbalah sottolinea l’importanza di un gruppo di sostegno, che noi chiamiamo “ decina”, in cui i suoi membri si esercitano nella reciproca dazione. Attraverso questi esercizi, iniziamo gradualmente a percepire la forza nascosta dietro la realtà, il Creatore. Proprio come un artista allena il proprio occhio a vedere la bellezza nei dettagli più sottili, una persona immersa in un ambiente che da valore al progresso spirituale inizia a percepire la gioia della dazione.

La gioia spirituale che sperimentiamo in questo processo è quindi una sensazione in continua espansione che cresce man mano che ci allineiamo con le qualità spirituali eterne e perfette dell’amore, della dazione e della connessione. Più coltiviamo queste qualità nelle nostre intenzioni, nei nostri atteggiamenti e nelle nostre connessioni reciproche, più trasformiamo la nostra percezione della realtà e scopriamo che la gioia non si trova in ciò che riceviamo dagli altri, ma nel nostro moto per uscire da noi stessi, per amare, curare e connetterci positivamente con gli altri.

Basato sul video “Joy – Spiritual States with Kabbalist Dr. Michael Laitman”.

Scritto/editato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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La missione umana

Domanda: Una persona può decidere la propria missione? Non inventarla, ma rivelarla chiaramente?

Risposta: Bisogna sentirla da soli. Penso che in questa questione non si possa ascoltare nessuno, solo il proprio cuore. Guardare all’essenziale. Cosa vuoi lasciare dietro di te? Come puoi contribuire a questo grande processo che si sta svolgendo con l’umanità, anche con le anime? Cioè, con l’umanità, non nel nostro mondo, ma in uno spazio più perfetto.

Domanda: Supponiamo che tu abbia degli studenti che vengono, studino e vadano via, e ci siano quelli che si impegnino in determinati percorsi. Come possono coloro che vengono a studiare trovare la loro funzione? O la loro funzione è semplicemente quella di studiare?

Risposta: Prima di tutto, studiando la Kabbalah, correggi contemporaneamente te stesso e il mondo e avvicini altre anime al punto in cui anch’esse iniziano a rivelare il mondo superiore e il Creatore. Studiare la Kabbalah è già un’attività in sé.

Tuttavia, in linea di principio, quando un Kabbalista è coinvolto in altre questioni quotidiane e interagisce con il mondo, queste attività esercitano comunque un’influenza positiva sul mondo. Anche sul posto di lavoro, indipendentemente da ciò che fa o da come comunica con le persone, porta avanti inconsciamente la sua linea, la sua influenza positiva sul mondo.

Domanda: Quindi non è necessario uno sforzo esplicito per investire nella divulgazione, per avere un forte impatto sul mondo?

Risposta: No, se è dato, è dato; se non lo è, non lo è. È semplicemente la missione di ognuno. Non è colpa mia se sono così come sono. Se tu mi chiedessi: “Cosa ti piacerebbe fare?” forse sarei più coinvolto nello sviluppo, nella scrittura e nella creazione di un’altra metodologia. Non solo un’altra, ma un’area meno pratica.

Capisco che ciò che mi è stato dato è il più adatto a me; è solo che non me ne rendo pienamente conto ancora. Ma sono attratto meno dalle azioni pratiche in cui mi impegno (lavorare con un gruppo di studenti, la televisione, i libri e tutto il resto) e più dallo studio profondo, interiore del materiale.

Ma probabilmente le necessità del mondo e dei tempi mi spingono verso le azioni pratiche. Anche Rabash me lo disse.

Quindi non c’è nulla da fare. Ognuno ha la sua missione e deve adempiere ad essa. Non vedo nulla di grandioso nella mia missione. Non penso che sia visibile in me l’orgoglio o il valore di ciò che faccio. Non c’è nulla del genere nella Kabbalah, queste cose vengono rimosse immediatamente.

Il fatto è che tutto lo spazio è colmato solo dal Creatore; mentre ti dissolvi in Lui, il tuo “Io” non è tuo. Un Kabbalista può solo dire che sta adempiendo al volere del Bore e questo è tutto. Non ha un proprio desiderio, non ha se stesso perché il suo desiderio è già allineato con il desiderio del Creatore.

Domanda: Hai detto che sei attratto da uno studio più profondo e interiore del materiale. Cosa intendi?

Risposta: Personalmente, studierei molto più a fondo il materiale Kabbalistico. Non so se riuscirei a descriverlo come Baal HaSulam ha fatto in Lo studio delle dieci Sefirot o nei suoi articoli. Molto probabilmente, non sarei in grado. Ma sono attratto da un’analisi più profonda, nel rivelare connessioni, non per rivelarle al mondo, ma prima di tutto a me stesso. È difficile per me esprimerlo.

Per esempio, presentare la metodologia come fece Rabbi Shimon nel Libro dello Zohar, ma descriverla in un modo che sia più vicino a noi, alle persone in un modo più emotivo, più psicologico.

Purtroppo, per mancanza di tempo, non posso impegnarmi in questo.
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Dal programma KabTV “I Got A Call. La Missione di una Persona” 14/07/10

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