Pubblicato nella 'Studio della saggezza della Kabbalah' Categoria

Perché si dice: “Chi umilia pubblicamente il prossimo non ha parte nel mondo a venire”?

È perché così facendo chi umilia infrange la legge più essenziale della natura per quanto riguarda la connessione umana positiva. Quando ci rendiamo più piccoli degli altri, senza volerli dominare ma servendoli, allora lasciamo che la forza positiva che risiede nella natura passi attraverso di noi fino a loro. È così che fluisce l’influenza della forza positiva della natura.

La nostra natura egoistica, tuttavia, desidera controllare e rendere gli altri più piccoli di noi. Ma se parliamo di raggiungere uno stato superiore, in cui il piacere che proviamo non è nei nostri desideri egoistici transitori e ristretti, ma in cui godiamo in un nuovo senso al di sopra del nostro egoismo, che ha una traiettoria uguale alla forza dell’amore, della dazione e della connessione che è nella natura, allora dobbiamo capire che questa correzione dall’egoismo all’altruismo avviene andando contro il nostro ego. Anche logicamente, possiamo ascoltare gli altri solo se ci facciamo più piccoli di loro. Questo è vero in ogni relazione preziosa e duratura. Ci abbassiamo non perché siamo inferiori agli altri, ma perché vogliamo dare.

Quando insegno ogni giorno ai miei studenti, non mi sento al di sopra di loro. Vengo per servire. Come un cameriere apparecchia la tavola, io preparo la “tavola spirituale”. Se appaio al di sopra di loro, è solo per aiutarli ad ascendere. Inoltre, chiunque può andarsene in qualsiasi momento. La saggezza della Kabbalah non obbliga mai a nulla. Alcuni se ne vanno tranquillamente, altri ritornano e io li tratto tutti allo stesso modo. Non si tratta di me. Si tratta del percorso di correzione di noi stessi per raggiungere l’equilibrio con la forza altruistica e integrale della natura, che è lo scopo della nostra creazione.

Basato sulla trasmissione “News with Dr. Michael Laitman” dell’emittente KabTV con il Kabbalista Dr. Michael Laitman in onda il 28 dicembre 2019.

Scritto/editato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Cosa ci sarà dopo la morte?

Oggi stiamo raggiungendo un punto di radicale rivalutazione dei valori. Ciò che un tempo sembrava prezioso, per il quale abbiamo combattuto, vissuto e trovato la morte, che abbiamo cercato di preservare e trasmettere alle generazioni future, sta perdendo il suo significato e sembra sempre più privo di significato.

Che cosa, allora, avrà veramente valore?

Solo il pensiero.

All’inizio potrebbe sembrare un concetto troppo astratto per una persona. Ma se ci pensiamo bene, cosa non è astratto nella nostra vita?

Il pensiero è ciò che rimane con noi. Non perisce con il corpo. I desideri, le paure e i beni del corpo svaniscono, ma il pensiero rimane.

Qual è dunque il genere di pensiero che dovremmo sviluppare? È un atteggiamento positivo nei confronti degli altri e del mondo. Questo pensiero non scompare mai. Rimane sempre con noi perché è al di fuori del raggio d’azione ristretto e passeggero del nostro egoismo, cioè del nostro desiderio di godere per il solo beneficio personale. Questo egoismo muore e si decompone con il corpo. Il pensiero di un atteggiamento positivo verso gli altri e verso il mondo vive invece nella qualità altruistica opposta all’egoismo, cioè nelle qualità positive che riusciamo ad acquisire nel corso della nostra vita. Queste qualità, come la gentilezza, l’amore e la premura, ci portano in un altro mondo, quello delle forze positive dell’amore, della dazione e della connessione che vanno oltre la nostra esistenza materiale.

Esistiamo proprio per accumulare emozioni, pensieri, desideri e aspirazioni positive che derivano dall’atteggiamento costruttivo che esercitiamo nei confronti degli altri e della natura. Questo è ciò che portiamo con noi.

Quando lasceremo questo mondo, vorremo aver trasmesso, per quanto possibile, un atteggiamento positivo nei confronti della vita, del mondo, delle persone, dei nostri figli, dei nostri nipoti e letteralmente di chiunque altro.

Questa è la mia missione e non solo la mia, ma di tutti noi. È così che i Kabbalisti di tutte le generazioni hanno inteso il nostro scopo. Oggi vediamo orrori, odio e divisioni ovunque e capiamo che questa oscurità ci spinge a riconoscere ciò che dobbiamo coltivare e trasmettere. Veniamo allontanati dall’oscurità per passare a un pensiero positivo, armonioso e pacifico di connessione.

Basato sulla trasmissione “News with Dr. Michael Laitman” dell’emittente KabTV con il Kabbalista Dr. Michael Laitman in onda il 15 giugno 2020.

Scritto/redatto dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Qual è il fine spirituale della guerra?

La guerra, come la intendiamo, è un conflitto tra forze opposte, alimentato dal desiderio di dominio, potere e controllo. Tuttavia, da una prospettiva spirituale, la guerra assume un significato completamente diverso. Nella saggezza della Kabbalah, vediamo la guerra come la lotta interna tra egoismo e altruismo: la battaglia tra la natura egoistica con cui nasciamo e la natura superiore dell’amore, della dazione  e della connessione che vogliamo di raggiungere.

Si tratta di una lotta interiore a livello dei nostri pensieri, desideri e atteggiamenti reciproci e verso il Creatore, la forza superiore di amore, dazione e connessione che ha creato e sostiene la realtà. L’umanità esiste in un sistema di natura che ci fa evolvere costantemente verso uno stato corretto in cui esistiamo in relazioni armoniose, pacifiche e felici tra di noi e con la natura. Siamo stati progettati per evolvere da uno stato di divisione e odio a uno di unità e amore. Se non riusciamo a farlo volontariamente, la natura esercita una pressione su di noi, costringendoci a riconoscere che ci troviamo in uno stato non corretto. Con il tempo, attraverso la sofferenza e le crisi, ci stanchiamo gradualmente dei nostri modi egoistici e cerchiamo un’esistenza più elevata e più connessa.

Nelle fonti kabbalistiche, questa battaglia è descritta attraverso i concetti di bene e male, luce e oscurità. Queste forze non sono nemici esterni, ma caratteristiche interiori che dobbiamo affrontare dentro di noi. La Torah, ad esempio, parla di guerre contro le nazioni, ma queste non devono essere interpretate letteralmente. Rappresentano invece guerre che dobbiamo condurre all’interno della nostra natura, guerre per trasformare le nostre intenzioni egoistiche in altruistiche.

Quando la Torah parla di conquistare le nazioni o di annientare i nemici, si riferisce al lavoro spirituale di superare i desideri interni che ostacolano la nostra connessione con il Creatore. Questi cosiddetti nemici sono le qualità egoistiche della soddisfazione personale che devono essere sottomesse e reindirizzate verso la dazione agli altri e alla natura. La Terra d’Israele, in questo contesto, non è un luogo fisico ma uno stato spirituale, un livello di esistenza in cui si raggiunge l’unità con la forza superiore di dazione.

Nel corso della storia, l’umanità si è impegnata in una miriade di guerre fisiche, giustificandole con interessi ideologici, religiosi e nazionali. Tuttavia, tutti questi conflitti esterni non sono altro che riflessi delle nostre lotte interiori, non risolte. I Greci, i Romani e le altre forze storiche che si sono scontrate con Israele simboleggiano diversi stadi dello sviluppo umano, alcuni inclini al progresso spirituale e altri che cercano di sopprimerlo.

La correzione spirituale, cioè la trasformazione dell’egoismo, con la sua divisione, l’odio e i desideri egoistici, in altruismo, con le sue qualità di unità, amore e dazione agli altri e alla natura, non può essere ottenuta attraverso la guerra fisica. Richiede un cambiamento fondamentale in ogni persona. Il mondo di oggi continua a soffrire a causa dei conflitti perché non abbiamo ancora riconosciuto la natura delle nostre battaglie. Cerchiamo di dominare all’esterno piuttosto che correggere noi stessi all’interno. È per questo che le guerre persistono e la pace rimane inafferrabile.

Se ci impegniamo nel progresso spirituale, capiamo che combattere i nemici esterni è inutile. Per progredire spiritualmente, invece, ci concentriamo sull’unione con gli altri, sul superamento della nostra natura egoistica e sulla ricerca di uno stato di dazione reciproca.  Quando ci allineiamo con le leggi della natura, leggi di amore, dazione e connessione, non c’è bisogno di conflitti fisici. La forza della natura stessa supporta coloro che si impegnano a raggiungere uno stato di amore e dazione nelle loro connessioni e nei loro atteggiamenti reciproci.

Tuttavia, quando resistiamo a questo processo, la sofferenza aumenta. All’umanità viene data una scelta: progredire applicando la propria responsabilità reciproca verso gli altri, o essere costretti a cambiare attraverso sofferenza e distruzione. Più ritardiamo questa presa di coscienza, più intense diventano le pressioni esterne.

La saggezza della Kabbalah insegna che tutte le guerre sono in definitiva guerre per l’unità. La battaglia finale non è tra nazioni, ideologie o sistemi politici, ma all’interno del cuore di ogni persona. Il nostro ego, il desiderio di godere a spese degli altri, combatte contro la forza dell’amore e della dazione e questa lotta si manifesta come guerra nel mondo esterno. Se vogliamo porre fine alla guerra, dobbiamo prima vincere la battaglia interiore.

Quando l’umanità passerà collettivamente dall’egoismo all’altruismo, ponendo il valore della connessione umana positiva al di sopra del guadagno personale, allora i conflitti esterni cesseranno. Quando applicheremo l’apprendimento di come trasformare la nostra natura egoistica nel suo opposto altruistico, imparando a unire al di sopra delle divisioni, raggiungeremo uno stato di completo amore e dazione nelle nostre relazioni reciproche e con la natura nel suo complesso. Un risultato così elevato renderà superflue le guerre, che non avranno più alcuna utilità per il nostro sviluppo.

Fino ad allora, sarebbe saggio concentrarsi sulla nostra correzione interna, riconoscendo che ogni conflitto che vediamo nel mondo è una chiamata per una guerra a un livello più interno, per elevarci al di sopra delle nostre pulsioni egoistiche di divisione e per raggiungere uno stato di amore, dazione e connessione positiva con gli altri e la natura. Le guerre del passato, del presente e del futuro ci indirizzano tutte verso questo obiettivo finale: la rivelazione della forza superiore dell’amore, della dazione e della connessione attraverso l’unità dell’umanità.

Basato sul video: “The Wars of the Jews – Spiritual States with Kabbalist Dr. Michael Laitman.”

Scritto/editato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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In quali occasioni avete sperimentato di essere pieni di gioia?

La gioia è una delle emozioni più potenti e appaganti che una persona possa provare. Le persone trovano gioia in molti modi, sia attraverso piaceri semplici come un pasto delizioso, amicizie significative, o grandi realizzazioni come vincere una medaglia olimpica. Tuttavia, per un Kabbalista, la gioia assume un significato completamente diverso.

Un Kabbalista prova gioia non solo negli eventi positivi, ma anche nei momenti che potrebbero sembrare negativi. La sua gioia non deriva dal guadagno personale o dalle circostanze esterne. Piuttosto, essa nasce dal raggiungimento dell’equivalenza di forma con il Creatore. Quando ci uniamo agli altri e creiamo uno spazio per la rivelazione della forza superiore, la forza dell’amore, della dazione e della connessione, proviamo una sensazione piena, genuina e duratura di gioia. Più ci uniamo nel prendersi cura reciproca e nella dazione, più permettiamo alla luce superiore di fluire tra di noi, rivelando il Creatore nella nostra connessione. Questa è la forma più profonda di felicità, in quanto non è fugace, ma è una sensazione eterna di completezza.

Questa gioia spirituale è unica perché deriva dal dare piacere al Creatore e questo, al contempo, ci appaga. Il Creatore stesso non ha bisogno di nulla da noi, ma quando ci allineiamo con le sue qualità e sperimentiamo questa connessione, sentiamo che gioisce con noi. La gioia spirituale non consiste nell’accumulare felicità personale, ma nel lasciare che la forza superiore si manifesti tra noi. Quando le persone si uniscono con l’intenzione di avvicinarsi a questa forza, creano le condizioni per la sua rivelazione e nasce la gioia.

Anche nelle esperienze terrene, l’unione porta gioia. Che le persone si riuniscano per immergersi in una sinfonia, per festeggiare durante un evento sportivo o per condividere altre esperienze comuni, c’è un senso di gioia in questa connessione. Il mio maestro, il Kabbalista Baruch Ashlag (RABASH), una volta indicò uno stadio pieno di tifosi che esultavano e disse: “Rispettate questo posto perché porta gioia alle persone”. Qualsiasi forma di connessione che non provochi danni è, in fondo, una forza positiva. Tuttavia, perché sia spirituale, deve essere diretta all’unità dell’umanità attraverso la quale scopriamo il Creatore.

La gioia, secondo la Kabbalah, non è statica. È un processo che può essere sempre ampliato. Non esiste uno stato in cui una persona dice: “Sono abbastanza felice, non ho bisogno di nient’altro”. La sensazione di completa realizzazione è un’illusione, perché la vita è un viaggio in continua evoluzione. Pertanto, la gioia deriva dall’avanzare costantemente verso una connessione più grande, proprio come un atleta che si sforza sempre di superare i suoi precedenti risultati.

Curiosamente, la gioia più grande spesso deriva dall’aspettativa. Le gioie future sono le più forti perché rimangono illimitate nella nostra mente. I piaceri del passato sono immagazzinati nella memoria e svaniscono con il tempo, mentre le gioie del presente sono sperimentate ma non ancora pienamente apprezzate. Tuttavia, le gioie future esistono in uno spazio illimitato di possibilità. Quando ci prefiggiamo l’obiettivo del raggiungimento spirituale, cioè di raggiungere il completo equilibrio con la natura o l’adesione al Creatore, che sono la stessa cosa, l’attesa di raggiungere questa meta ci riempie di un immenso senso di gioia.

I Kabbalisti trovano gioia anche in quelli che la maggior parte delle persone considererebbe ostacoli. Le discese e le difficoltà sono una parte naturale del processo spirituale. Tuttavia, un Kabbalista comprende che ogni discesa è una preparazione per un’ascesa più elevata. Rivelando un desiderio più grande durante questi punti bassi, creiamo il potenziale per una rivelazione di luce più significativa. Per questo motivo i Kabbalisti si rallegrano sia delle discese che delle ascese spirituali, sapendo che il percorso stesso porta a un maggiore sviluppo spirituale.

Uno dei principi fondamentali della Kabbalah è che il lavoro stesso deve risvegliare la gioia. Non si tratta di inseguire ricompense o di aspettarsi benefici in futuro, ma di trovare la felicità nel processo di cercare di attivare le qualità spirituali nelle nostre stesse connessioni, cioè i nostri impulsi a dare, a connetterci positivamente e a prenderci cura degli altri. Possiamo coltivare questa gioia ricordandoci costantemente che siamo stati scelti per questo cammino, che il Creatore ci avvicina e che ogni momento è un’opportunità per rivelare qualcosa di più profondo.

Ma come possiamo noi esseri egoisti, che desideriamo godere solo per il nostro beneficio personale, provare gioia per qualcosa che contraddice la nostra natura? La gioia deriva dall’inserimento in un ambiente che sostiene il nostro desiderio di elevarci al di sopra del nostro egoismo e di sentire la presenza del Creatore. Come un viaggiatore attende con ansia un viaggio imminente e prova gioia ancor prima che inizi, così anche noi che desideriamo avanzare spiritualmente dobbiamo immaginare il nostro progresso spirituale come un viaggio in divenire verso un futuro incredibile.

Un altro aspetto fondamentale della gioia provata da un Kabbalista è che non si tratta di una gioia legata a un risultato individuale, ma a una dazione reciproca. Quando agiamo non per un guadagno personale ma per portare gioia agli altri, emerge un nuovo tipo di appagamento. Questo si chiama “lavorare per il bene del Creatore”, perché rispecchia la qualità di dazione assoluta della forza superiore. Quando le persone si uniscono in questo modo, creano un vaso per la rivelazione del Creatore e questa rivelazione è la fonte ultima della gioia.

Raggiungere questa gioia richiede studio e pratica. Non nasce naturalmente in un mondo guidato dall’ego. Ecco perché la saggezza della Kabbalah sottolinea l’importanza di un gruppo di sostegno, che noi chiamiamo “ decina”, in cui i suoi membri si esercitano nella reciproca dazione. Attraverso questi esercizi, iniziamo gradualmente a percepire la forza nascosta dietro la realtà, il Creatore. Proprio come un artista allena il proprio occhio a vedere la bellezza nei dettagli più sottili, una persona immersa in un ambiente che da valore al progresso spirituale inizia a percepire la gioia della dazione.

La gioia spirituale che sperimentiamo in questo processo è quindi una sensazione in continua espansione che cresce man mano che ci allineiamo con le qualità spirituali eterne e perfette dell’amore, della dazione e della connessione. Più coltiviamo queste qualità nelle nostre intenzioni, nei nostri atteggiamenti e nelle nostre connessioni reciproche, più trasformiamo la nostra percezione della realtà e scopriamo che la gioia non si trova in ciò che riceviamo dagli altri, ma nel nostro moto per uscire da noi stessi, per amare, curare e connetterci positivamente con gli altri.

Basato sul video “Joy – Spiritual States with Kabbalist Dr. Michael Laitman”.

Scritto/editato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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A che età si sviluppa la vergogna?

Crescendo i bambini incontrano regole ed aspettative sociali. Non possono più avere tutto ciò che desiderano e comprendono che deve esserci reciprocità ed impegno per essere ricompensati. Ed è allora che emerge una nuova consapevolezza, una distinzione tra superiore ed inferiore, tra ciò che è lodato e ciò che è condannato.

Questa consapevolezza va oltre le azioni e tocca la nostra stessa natura. Iniziamo a percepire che ci sono qualità che la società valorizza ed altre che rifiuta. Con il tempo, questo porta a un’analisi di sé sempre più profonda e complessa, in cui arriviamo a misurarci rispetto a uno standard esterno di amore e di dazione.

Tuttavia, un sentimento di vergogna più profondo non nasce da ciò che riceviamo, ma dal riconoscere che la nostra natura di ricezione è contrapposta alla qualità di amore e di dazione. È il momento in cui comprendiamo che siamo controllati da un desiderio egoistico di godere per il solo beneficio personale, mentre esiste una qualità opposta, molto più grande e nobile, che si trova fuori dalla nostra natura: una qualità di amore e di dazione. I Kabbalisti  chiamano questa qualità di amore e di dazione: “il Creatore” e la definiscono come la forza che ci ha creato e che ci dona ogni singolo momento della nostra vita e del nostro sviluppo. Il “riconoscimento del male” indica quello stato di vergogna spirituale che raggiungiamo quando ci sentiamo come se stessimo di fronte al “Creatore”.

In questa fase non ci vergogniamo solo di ricevere, ma di come riceviamo, cioè di come sfruttiamo gli altri e la natura per il nostro beneficio personale. Non si tratta di un giudizio esterno, ma di una presa di coscienza interiore ed è un momento chiave nella nostra trasformazione dal ricevere per il solo beneficio personale al diventare come la forza di amore e di dazione, come il Creatore.

Basato sul video “ Shame – Spiritual States with Kabbalist Dr. Michael Laitman.”

Scritto/modificato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Cos’è la Verità Assoluta?


La verità assoluta è il riconoscimento che tutto nel nostro mondo è relativo, tranne due forze fondamentali: il desiderio di ricevere e il desiderio di dare. Queste due forze opposte definiscono tutta l’esistenza. La forza della dazione è la forza che risiede nella natura, mentre noi esseri umani siamo la forza della ricezione.

La saggezza della Kabbalah chiama la forza della dazione “il Creatore”, così come “la Natura” e diversi altri nomi che definiscono la potenza del dare rivolta verso l’esterno e che ha creato e sostiene tutta la vita.

La forza della ricezione è ciò che questa forza di dazione ha creato: gli esseri di livello inanimato, vegetale, animale e umano.

Per determinare la verità, dobbiamo misurare tutto in base a questo standard assoluto: la forza o qualità della dazione. Se qualcosa ci avvicina alla dazione e alla connessione, è vero. Se ci allontana dalla dazione, è falso. Questa comprensione ci consente di fare veri progressi per scoprire come e perché la natura funziona come funziona, come e perché la natura dell’essere creato è stata creata in opposizione alla natura generale e come passare dalla nostra natura di ricezione alla natura della dazione per scoprire la realtà al di fuori della nostra percezione innata, una realtà di eternità e perfezione. Altrimenti, ci perdiamo in molteplici “verità” soggettive.

Ma perché dovremmo pensare che la dazione sia la verità ultima? Dopotutto, non lo percepiamo immediatamente come tale. È qui che la Kabbalah offre un metodo, non un sistema di credenze, ma un approccio pratico, scientifico ed empirico. Siamo invitati ad esaminare la saggezza, per vedere come essa spiega la struttura dell’universo, la natura dell’umanità e la direzione del nostro sviluppo in modo logico e pratico. Col tempo, attraverso lo studio e l’esperienza personale, sviluppiamo gli strumenti sensoriali per percepire direttamente questa realtà.

Proprio come i primi scienziati che dedussero l’esistenza dei microrganismi prima di poterli vedere al microscopio, i kabbalisti lavorano con forze che inizialmente sono al di là della percezione ordinaria. Ma attraverso un processo strutturato, chiunque può sviluppare queste capacità e sperimentare direttamente il Creatore, la forza assoluta della verità.

Pertanto, la verità non riguarda solo i fatti o la logica. Si tratta di raggiungere uno stato in cui ci allineiamo con la forza della dazione, elevandoci al di sopra della nostra percezione limitata ed egocentrica per recepire la realtà come è al di fuori della nostra innata visione e sensibilità egoistica.

Basato sul video: “Verità e menzogna – Stati spirituali con il Kabbalista Dr. Michael Laitman”.

Scritto/editato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Qual è la radice della vergogna?

Secondo la saggezza della Kabbalah, la radice della vergogna si trova in quelle che vengono chiamate le “Quattro Fasi della Luce Diretta”, il progetto iniziale della creazione che esiste alla base della vita.

Queste quattro fasi sono quattro discernimenti e decisioni chiave che hanno avuto luogo ben oltre l’universo fisico come lo conosciamo, in una relazione primordiale tra la forza originaria dell’amore e della dazione, chiamata “il Creatore”, che ha creato un essere in forma opposta, come forza di ricezione.

La natura fondamentale dell’essere creato è stata creata come desiderio di ricevere piacere, senza alcuna consapevolezza di chi o cosa gli stia dando il suo appagamento. All’inizio, l’essere creato non riconosce nemmeno l’esistenza di chi dona. È come un neonato che prende dai genitori senza pensarci due volte. L’essere creato non avverte quindi alcuna differenza tra sé e il Creatore. Percepisce solo l’appagamento che riceve.

Tuttavia, man mano che l’essere creato si sviluppa, sorge una nuova sensazione: il riconoscimento che riceve mentre il Creatore dà. Questa consapevolezza crea un senso di disparità, la comprensione che c’è una natura superiore che dona, mentre lui prende soltanto. Questa sensazione di disparità che emerge è la prima sensazione di vergogna nella creazione, la radice della vergogna.

Basato sul video: “Vergogna – Stati spirituali con il Kabbalista Dr. Michael Laitman”.

Scritto/editato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Che cos’è la verità? Come possiamo definire la verità?

La verità e la falsità sono tra gli aspetti più fondamentali ma fraintesi della percezione umana. Il kabbalista Yehuda Ashlag (Baal HaSulam) scrive che “nessun merito è più importante della qualità della verità e non esiste disonore maggiore della qualità della falsità.” Eppure, nel nostro mondo, la verità sembra sfuggente. Ognuno ha la propria versione della verità. Questa è la radice di molta confusione, laddove  le persone sostituiscono continuamente la verità con le bugie e le bugie con la verità.

Come possiamo quindi stabilire cosa sia effettivamente vero?

Il problema risiede nella nostra incapacità di misurare la verità rispetto a uno standard assoluto. In filosofia, psicologia e religione, non esiste una verità unica e universalmente condivisa. Le leggi e i codici morali variano da paese a paese, e anche valori fondamentali come libertà ed uguaglianza sono interpretati in modo diverso da persone diverse. Se gli esseri umani vivessero in isolamento, separati in piccoli gruppi senza interazione, forse queste variazioni non avrebbero importanza. Ma oggi, il mondo è interconnesso e, senza una base comune, nascono malintesi e conflitti.

Esiste uno standard assoluto per la verità?

Nel mondo fisico, accettiamo che alcune leggi siano immutabili. La legge di gravità, ad esempio, si applica allo stesso modo a tutte le persone, indipendentemente dal credo o dalla cultura. Se le leggi sociali fossero altrettanto universali, avremmo una solida base per le relazioni umane. Tuttavia, poiché siamo egoisti, in quanto ognuno di noi desidera godere di un vantaggio personale a spese degli altri, modelliamo le leggi sociali per adattarle ai nostri desideri. Invece di cercare uno standard oggettivo, adattiamo continuamente le nostre percezioni di verità e falsità per servire i nostri interessi personali.

La saggezza della Kabbalah insegna che la verità non è statica, ma deve essere ricercata continuamente. “Cercate la giustizia e la verità”, dicono le fonti, il che significa che dobbiamo perseguire attivamente la verità nel corso della vita. È un processo di perfezionamento che avviene di generazione in generazione e che porta a una società che si sviluppa e progredisce. Se abbandoniamo questa ricerca e insistiamo a mantenere le nostre verità soggettive, rimaniamo divisi e stagnanti.

Perché la falsità è così profondamente radicata nella natura umana?

Nasce dal nostro desiderio intrinseco di godere per il proprio tornaconto. Quando una persona opera esclusivamente per interesse personale, la verità e la falsità diventano secondarie. L’unica considerazione diventa ciò che ci fa stare bene in quel determinato momento. In questo stato, ognuno giustifica il proprio punto di vista, convinto di essere nel giusto mentre gli altri sono nel torto. Il mondo, quindi, si frammenta in prospettive contrastanti.

Questa divergenza di opinioni non è intrinsecamente negativa. Anzi, le differenze tra le persone sono necessarie e benefiche. Il vero problema è che non sappiamo come lavorare con le nostre differenze per raggiungere una verità superiore comune. Invece di elevarci al di sopra delle nostre dispute, lasciamo che ci separino. La Kabbalah non invita a cancellare le differenze, ma a trovare l’unità al di sopra di esse. Sarebbe quindi saggio imparare ad elevarci al di sopra delle nostre pulsioni egoistiche di divisione per unirci.

Cosa è più importante: la verità o l’unità?

L’unità. La verità e la falsità, così come le percepiamo, sono relative. Dipendono dal nostro livello di comprensione, dai nostri desideri e dalle nostre emozioni. Ciò che una persona considera vero, un’altra potrebbe considerarlo falso. Ma l’unità è una necessità assoluta. Una società che dà priorità ai legami umani positivi e alla responsabilità reciproca si allineerà naturalmente alla verità nel tempo. Anche una bugia, se usata per il bene dell’unità, può essere giustificata. Per esempio, un genitore potrebbe ingannare un figlio per guidarlo verso qualcosa di benefico. Allo stesso modo, se una persona annulla le proprie pulsioni egoistiche per il bene della società, può raggiungere il miglior stato possibile per sé e per gli altri.

C’è una ragione per cui i saggi dicono: “La verità cresce dalla terra.” La terra simboleggia il desiderio umano, che è nel suo stato più basso e più egoistico. Da lì, una persona deve ascendere a uno stato unificato e altruistico. Il movimento verso la verità è sempre una salita verticale, che richiede un movimento continuo per elevarsi al di sopra del proprio interesse personale.

I kabbalisti mentono?

Sì, ma solo per il bene di un obiettivo più alto, che è l’unità. La saggezza della Kabbalah spiega che la verità non riguarda l’accuratezza dei fatti, ma l’allineamento con lo scopo della creazione. Questo scopo è che tutte le persone raggiungano una connessione completa, formando un insieme unificato. Per raggiungere questo stato, dobbiamo comprendere le leggi della natura, come operano e dove ci guidano. La verità più alta non si trova nelle prospettive individuali, ma nella legge universale che, in ultima analisi, ci sviluppa fino a uno stato di completa connessione.

Allo stesso tempo, dobbiamo preservare l’individualità delle persone. L’unità non consiste nel rendere tutti uguali. L’unità si realizza invece quando individui diversi si integrano volontariamente in un insieme più grande. La verità, quindi, ha luogo quando tutte le prospettive individuali si fondono armoniosamente.

Come si fa a stabilire cosa è effettivamente vero?

Qual è l’obiettivo comune verso cui dobbiamo unirci? È la connessione stessa. Secondo la Kabbalah, riveliamo la vera natura della realtà solo attraverso la nostra connessione. Il Creatore, la verità ultima, non è un concetto astratto, ma una forza d’amore, di dazione e di connessione che si rivela nell’unità delle persone. Non ci sono esempi di questo che possiamo vedere con i nostri occhi nel mondo fisico. Dobbiamo invece farne esperienza interiormente. Il principio chiave è mettere il desiderio degli altri al di sopra del nostro, come espresso nel comandamento: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Quando raggiungiamo questo livello, diventiamo parti attive dell’unico sistema unificato e iniziamo a sentire la presenza del Creatore.

In che modo la Kabbalah distingue tra diversi tipi di verità e falsità?

La saggezza della Kabbalah fa un’importante distinzione tra due tipi di analisi: verità e falsità rispetto a dolce e amaro. La verità e la falsità sono determinate dall’intelletto, mentre il dolce e l’amaro sono percepiti emotivamente. Fin dalla nascita, operiamo naturalmente sulla base del dolce e dell’amaro. Cioè, consideriamo “buono” ciò che ci sembra o ci fa sentire bene e “cattivo” ciò che sentiamo o immaginiamo come negativo per noi. Un neonato cerca istintivamente il piacere ed evita il dolore, senza alcuna valutazione intellettuale, come risposta corporea automatica.

Tuttavia, man mano che ci sviluppiamo, impariamo gradualmente ad applicare la seconda analisi: verità e falsità. Dobbiamo essere in grado di riconoscere che qualcosa può essere dolce ma dannoso, o amaro ma benefico. Ad esempio, la medicina potrebbe avere un sapore amaro, ma porta alla guarigione. Al contrario, qualcosa che è piacevole nel momento può portare a danni a lungo termine.

La sfida è imparare come integrare questi due tipi di analisi. Come possiamo allineare le nostre valutazioni emotive e intellettuali affinché lavorino insieme invece che in opposizione? La chiave sta nell’imparare a perfezionare continuamente la nostra analisi intellettuale per valutare i nostri impulsi emotivi.

Basato sul video “Verità e menzogna – Stati spirituali con il Kabbalista Dr. Michael Laitman”. Scritto/editato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Cosa può far venire voglia di vivere a una persona con tendenze suicide?

Nel maggio 2019, una ragazza di sedici anni in Malesia si è tragicamente tolta la vita dopo aver pubblicato un sondaggio su Instagram in cui chiedeva ai suoi follower di scegliere tra la vita e la morte. La domanda del sondaggio era: “Davvero importante, aiutatemi a scegliere D/L”, dove D stava per morte e L per vita. La polizia ha riferito che al momento della sua morte, il 69% degli intervistati aveva scelto “D” (morte). L’adolescente è stata trovata morta ai piedi di un edificio nella città di Kuching, sull’isola del Borneo. Questo incidente ha suscitato discussioni sulla salute mentale, sul comportamento online e sulle responsabilità delle piattaforme di social media nel proteggere gli utenti vulnerabili.

Questo non è sorprendente. Molte persone sceglierebbero la morte se fosse facile, basterebbe prendere una pillola, addormentarsi ed è tutto. Perché sopportare la sofferenza quando la vita non offre nessun appagamento, nessuna ispirazione, nessuna realizzazione dei sogni? Se non vediamo un senso nella vita, l’esistenza stessa diventa un peso. Inoltre, viviamo con la consapevolezza che alla fine moriremo comunque.

È proprio per questo che la società e lo Stato devono impedire che tali idee prendano piede. La Torah comanda: “Scegli la vita”. Questa scelta, tuttavia, deve essere una scelta a cui ci applichiamo. In altre parole, dobbiamo provare, cercare e sforzarci di scoprire la vera vita. La saggezza della Kabbalah ci offre un percorso di questo tipo, ma dobbiamo arrivare ad esso volontariamente. Attraverso questa saggezza, possiamo trovare la vita eterna e perfetta che esiste oltre i confini della nostra realtà attuale.

Ma perché le persone sono portate a tale disperazione? Perché possano riconoscere che la vita ha davvero un senso, ma non quello che stavano vivendo. La maggior parte delle persone vive un’esistenza non diversa da quella degli animali, dettata dalla sopravvivenza di base e da piaceri fugaci. Però non siamo stati creati apposta per cercare di sopravvivere e divertirci per qualche anno. Siamo stati creati per elevarci a un livello di esistenza completamente diverso.

La vita è davvero degna di essere vissuta. Tuttavia, dobbiamo capire che al di là di questa vita che viviamo attualmente, c’è una vita più elevata nel mondo superiore, al di sopra del nostro desiderio egoistico di godere solo per il proprio tornaconto, e al di là delle lotte transitorie di questo mondo. La vita serve proprio a scoprire la realtà superiore, lo scopo dell’esistenza, e a scegliere la vita nel suo senso più pieno ed eterno.

Basato sulla trasmissione “News with Dr. Michael Laitman” dell’emittente KabTV con il Kabbalista Dr. Michael Laitman in onda il 4 maggio 2019.

Scritto/redatto dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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La felicità può essere misurata? Perché o perché no?

I tentativi scientifici di definire la felicità si basano spesso su indicatori esterni come un reddito medio elevato, un basso tasso di disoccupazione, la libertà economica e un mercato del lavoro aperto. Tuttavia, nonostante queste condizioni apparentemente favorevoli, la vera felicità rimane sfuggente. Anche i generosi benefici sociali e la riduzione delle disuguaglianze non garantiscono un senso di benessere. Ad esempio, la Norvegia, nonostante l’elevato tenore di vita, ha uno dei più alti tassi di suicidio.

Gli scienziati cercano di misurare la felicità attraverso l’aspettativa di vita, l’istruzione, il PIL pro capite e il potere d’acquisto, ma le persone non si sentono ancora davvero felici. Questo perché la felicità non è uno stato materiale, ma spirituale.

La felicità è la connessione con l’eternità e la perfezione, lo scopo stesso della vita verso cui possiamo continuamente calibrarci. Tuttavia, se facciamo un passo verso questo scopo ultimo, ci ritroviamo di nuovo ad allontanarci da esso e questo genera un processo continuo di aspirazione. Questa ricerca ha i suoi dolori e le sue lotte, ma non sono dolori vuoti. Sono invece le dolci sofferenze dell’amore, cioè il sentimento simultaneo di desiderio e di appagamento che insieme formano la sensazione di felicità.

Ad esempio, due persone possono desiderarsi per molti anni, soffrendo per la separazione, avvicinandosi l’una all’altra, sognando l’unione. Quando finalmente si incontrano, tutte le sofferenze passate si fondono con il momento attuale di vicinanza, creando un potente senso di felicità. Più queste due forze opposte di desiderio e appagamento crescono e si sostengono a vicenda, più forte diventa la sensazione di felicità.

Non c’è felicità senza sofferenza e la sofferenza deve inevitabilmente portare alla felicità. Per questo si chiama “sofferenza d’amore”, perché l’amore non può esistere senza l’esperienza precedente della nostalgia, della mancanza e del desiderio. Questi desideri emergono proprio nella ricerca, nel movimento verso l’amore, formando un contenitore per la sensazione di felicità. Tuttavia, quando raggiungiamo la felicità, questa comincia a svanire.

Pertanto, la felicità deve essere continuamente rinnovata. Anche se rimaniamo fisicamente con la persona amata, dobbiamo coltivare costantemente nuovi desideri e aspirazioni nei suoi confronti. Così facendo, creiamo l’illusione della distanza, riaccendendo il desiderio e la gioia della vicinanza.

La felicità esiste in equilibrio, nella linea di mezzo tra due forze. Da un lato c’è la continua rivelazione dello sforzo, del desiderio e del vuoto; dall’altro c’è la connessione, l’amore e la pienezza. La linea di mezzo unisce queste forze, assicurando che il desiderio e l’appagamento crescano insieme. Questo ci permette di sperimentare l’eternità e la perfezione, oscillando tra gli estremi ma esistendo in entrambi contemporaneamente.

Tuttavia, questa comprensione non può essere trasmessa attraverso spiegazioni esterne. Richiede uno sviluppo interiore, un affinamento della percezione che le persone non possiedono ancora. È proprio questo lo scopo della saggezza della Kabbalah, cioè la saggezza di “come ricevere” (“Kabbalah” in ebraico significa “ricezione”). Essa insegna come costruire un contenitore tale da poter provare una felicità autentica e duratura.

Tratto dalla trasmissione “News with Dr. Michael Laitman” in onda su KabTV il 12 maggio 2022.

Scritto/redatto da studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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