Pubblicato nella 'Nuova Vita' Categoria

Qual è il quinto comandamento?

Il quinto comandamento, «Onora tuo padre e tua madre», è uno dei più conosciuti. A livello letterale, ci esorta a onorare i nostri genitori. Prima di esplorarne il significato più profondo, consideriamo che cosa comporta onorare i propri genitori. Un figlio che onora i propri genitori riconosce e apprezza le cure e l’educazione che ha ricevuto. Li tratta con rispetto e riverenza e non ignora i loro insegnamenti. Inoltre, ha la certezza che, quando avrà bisogno di sostegno, i suoi genitori saranno presenti per lui.

Il significato più profondo e interiore di questo comandamento può essere spiegato con il seguente esempio. Quando desideriamo connetterci con gli altri attraverso relazioni fondate sulla dazione e sull’amore, ma ci sentiamo impotenti, privi di orientamento e della forza necessaria per farlo, ci rendiamo conto di aver bisogno di una guida. Quando avvertiamo questa mancanza e, allo stesso tempo, onoriamo e attribuiamo il massimo valore alle caratteristiche della dazione e dell’amore, considerandole le più elevate di tutte, iniziamo a scoprire che esiste un sistema spirituale al di sopra di noi, progettato per correggere la nostra natura egoistica e aiutarci a connetterci gli uni con gli altri.

Si tratta di un sistema speciale dal quale possiamo ricevere aiuto. Nel linguaggio della Kabbalah, questo sistema spirituale è chiamato «Padre e Madre» (Abba ve Ima).

Basato su “New Life 159 – I Dieci Comandamenti, Parte 2” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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Che cosa significa realmente il quarto comandamento?

Il quarto comandamento, «Ricordati del giorno di Shabbat per santificarlo», significa che dobbiamo attraversare un processo di correzione per raggiungere uno stato di connessione perfetta. La correzione avviene quando usiamo il nostro ego a beneficio degli altri anziché per il nostro interesse personale. Per natura, pensiamo continuamente a noi stessi. Ora, però, ci assumiamo un nuovo impegno: quello di agire per il bene degli altri in ogni nostra possibilità, cioè nel pensiero, nel sentimento e nell’azione. Ci mettiamo al servizio della collettività. Questo è ciò che significa correggere noi stessi. 

Otteniamo questa correzione gradualmente, attraverso fasi chiamate i «sei giorni feriali». Passo dopo passo, diventiamo sempre più connessi gli uni agli altri. Di conseguenza, mentre l’ego continua a crescere, dobbiamo rafforzare la nostra connessione. Ogni volta che tra noi emergono nuove «trasgressioni» o divisioni, le ricopriamo con l’amore, come è scritto: «L’amore copre tutte le trasgressioni» (Proverbi 10,12).

È così che, alla fine, raggiungiamo uno stato in cui abbiamo usato pienamente tutti i nostri desideri egoistici, che si trasformano in qualità di dazione, amore e connessione. A quel punto scopriamo la forza della dazione e dell’amore nella sua pienezza. Questo stato è chiamato «il giorno di Shabbat».

In sintesi, il comandamento «Ricordati del giorno di Shabbat per santificarlo» ci insegna a mantenere sempre come obiettivo finale lo stato dello Shabbat, cioè uno stato di connessione perfetta.

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Cosa significa violare il terzo comandamento?

«Pronunciare il nome del Signore invano» significa compiere varie azioni che non hanno alcun rapporto con la costruzione della connessione tra di noi, aspettandosi tuttavia che in qualche modo ci mettano in contatto con il Creatore, cioè con la forza superiore dell’amore e della dazione. In altre parole, se indirizziamo i nostri sforzi verso qualsiasi cosa diversa dalla connessione positiva tra gli esseri umani, le nostre azioni saranno, alla fine, vane.

Pronunciare il nome del Signore invano significa anche fraintendere il concetto di preghiera. La vera preghiera è il lavoro del cuore. È lo sforzo di orientare il nostro cuore verso la connessione con tutti e di coltivare l’amore per ogni persona. Quando ci impegniamo in questo e scopriamo di non esserne capaci, si forma dentro di noi una mancanza, cioè un divario tra ciò che desideriamo e ciò che siamo realmente in grado di realizzare.

Da questa mancanza nasce una richiesta autentica: il desiderio di diventare capaci di dare e di amare, la supplica di acquisire una «seconda natura», al di sopra della nostra natura egoistica originaria.

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Qual è il secondo dei Dieci Comandamenti?

Il secondo comandamento afferma: «Non avrai altri dèi all’infuori di Me.» Questo è il secondo precetto e insegna che non dobbiamo immaginare la forza superiore in forme o figure diverse.

Piuttosto, solo ciò che raggiungiamo concretamente, attraverso le connessioni tra le persone, può essere considerato la forza superiore che dimora nelle nostre relazioni.

In altre parole, è solo attraverso la connessione reciproca che possiamo giungere alla percezione di Dio, la forza superiore, la cui natura è quella della dazione e dell’amore.

La formula generale dello sviluppo spirituale è: «Dall’amore per gli altri all’amore per il Creatore.» Solo attraverso l’amore per gli altri possiamo raggiungere la forma più elevata di amore nella realtà, chiamata anche «amore per il Creatore.» Così si raggiunge la qualità dell’amore puro e della dazione.

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Qual è il primo comandamento e che cosa significa secondo la Bibbia?

Il primo comandamento afferma: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti fece uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa della schiavitù».

I Dieci Comandamenti, che costituiscono le leggi che governano il sistema della connessione, iniziano con il principio fondamentale che rende possibile una corretta percezione della realtà: la rivelazione dell’unica forza che dimora in ogni cosa. Questa forza incarna l’unità di tutta l’esistenza e la sua qualità è puro amore e dazione.

Per natura, inizialmente non percepiamo questa forza unica che opera in tutta la realtà, perché ci manca il recettore adatto. In altre parole, non possediamo la qualità necessaria per percepirla. Tale qualità è la dazione e l’amore, mentre l’essere umano è stato creato con la qualità opposta, chiamata «ego» o «amor proprio».

Per questo il primo comandamento ci invita a imparare a riconoscere fino a che punto l’ego ci rende schiavi, come siamo al suo servizio e quanto spietatamente esso ci sfrutti. Questa consapevolezza ci permette di distinguere tra una vita asservita all’ego, che nella Bibbia è chiamata «l’esilio in Egitto», e una vita al di là di esso.

Nel linguaggio della Bibbia siamo chiamati «schiavi» quando cerchiamo di sfruttare gli altri. Questo perché agiamo interamente al servizio del nostro desiderio egoistico, cercando di soddisfarlo e dedicando a esso tutte le nostre energie e i nostri pensieri. Così perdiamo l’opportunità di elevarci alle qualità della dazione e dell’amore, di raggiungere la completezza e di entrare in contatto con l’eternità, rimanendo invece confinati in una percezione egoistica e limitata della realtà, dominata dall’amor proprio.

L’uscita del popolo d’Israele dalla terra d’Egitto simboleggiò il passaggio da un atteggiamento egoistico verso la realtà a uno nuovo. Successivamente, sul Monte Sinai, comprendemmo che cosa significa essere uniti attraverso l’amore e la responsabilità reciproca. Fu allora che ricevemmo il primo comandamento: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti  fece uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa della schiavitù».

Questo comandamento definisce la condizione fondamentale per l’esistenza del popolo d’Israele: attraverso lo sforzo di unirci al di sopra delle divisioni, si rivela tra noi una forza superiore di dazione e di amore. Essa ci solleva al di sopra del nostro ristretto amor proprio e ci unisce in armonia.

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Che cosa accadde realmente sul Monte Sinai?

Il racconto del Monte Sinai solleva una domanda fondamentale: che tipo di interazione esisteva in quel tempo tra le persone e che cosa possiamo imparare da essa riguardo a ciò che sta accadendo oggi in Israele e nel mondo? Esso indica il prossimo stadio dell’evoluzione umana e un futuro che si sta rapidamente avvicinando.

La nostra storia inizia nell’antica Babilonia. Abramo, figlio di Terach, un instancabile ricercatore babilonese, scoprì che la natura è una rete integrale governata da un’unica forza. Per essere in armonia con l’unità della natura, anche l’umanità deve diventare unita. Per questo Abramo insegnava la benevolenza e l’amore per il prossimo. «Dobbiamo vivere come un’unica famiglia», diceva a tutti. Migliaia e decine di migliaia di persone aderirono alla sua idea, come descrive Maimonide nel Libro della Conoscenza, e da quel gruppo si sviluppò in seguito il popolo d’Israele.

Questo gruppo attraversò una successione di stati e, in ciascuno di essi, si trovò di fronte allo stesso compito: preservare l’unità e costruire una società che funzionasse come una famiglia. Ogni evento che colpiva il gruppo veniva considerato un’opportunità per rafforzare la connessione reciproca. Ogni esplosione di egoismo che minacciava di separare le persone era vista come un aiuto contro se stessa, una leva per accrescere l’unità. Così il gruppo avanzava da uno stato all’altro, diventando sempre più forte e coeso nel suo cammino verso una connessione integrale completa. In sostanza, questa è tutta la Torah in poche parole; tutto il resto non è che un approfondimento di questo principio.

Abramo, Isacco e Giacobbe rappresentano le «tre linee» presenti in questo processo di connessione: Abramo rappresenta la linea destra, Isacco la linea sinistra e Giacobbe la linea di mezzo. In termini semplici, il processo può essere descritto così: prima cerco di relazionarmi positivamente con un’altra persona (linea destra); poi scopro di non esserne capace, perché sono dominato dall’egoismo (linea sinistra); infine, al di sopra dell’egoismo che si è rivelato, chiedo la forza per superarlo e connettermi comunque attraverso l’amore (linea di mezzo).

Durante l’esilio in Egitto, il Faraone governava il popolo d’Israele. Dal punto di vista spirituale, ciò significa che l’intensificazione dell’egoismo ristretto, il desiderio di godere unicamente a proprio vantaggio e a spese degli altri, danneggiò il legame tra le persone. Alla fine, quando compresero come la forza della separazione li avesse resi schiavi e minacciasse di distruggerli, fu data loro l’opportunità di liberarsene, cioè di uscire dall’Egitto.

L’egoismo che si manifestò in Egitto, sotto forma di sentimenti di rifiuto, distanza, critica e disprezzo, costituì la preparazione all’evento del Monte Sinai. È significativo anche che la parola ebraica per «monte» (Har) sia collegata ai pensieri e alle riflessioni (Hirhurim), mentre la parola «Sinai» è collegata all’odio (Sinah).

Al Sinai fu posta loro una condizione: sarebbero stati capaci di elevarsi al di sopra del proprio egoismo? Avrebbero potuto connettersi positivamente nonostante tutto e diventare come una cosa sola? Sarebbero riusciti a raggiungere uno stato in cui le differenze tra loro sembrassero scomparire, come gocce d’acqua che, riunendosi in un bicchiere, formano un unico liquido omogeneo? Erano pronti a diventare garanti gli uni degli altri? A prendersi cura soltanto degli altri? A costruire una società in cui tutti fossero amici, uguali, fratelli e compagni amati? Se sì, sarebbero stati degni di ricevere la Torah, che rappresenta una luce superiore, una forza speciale capace di rendere possibile una simile connessione.

Il primo principio della connessione integrale è: «Non fare al tuo amico ciò che tu odi». Bisogna astenersi dal nuocere all’altro, perfino nel pensiero. La prova consiste in questo: ciò che non vorresti che gli altri pensassero di te o facessero a te, non pensarlo né farlo a loro. È come provare un vestito per vedere se ti sta bene.

Il secondo principio è ancora più elevato: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Dobbiamo imparare a sentire il cuore degli altri, includerci nei loro desideri e metterci al loro servizio. In altre parole, dovremmo desiderare di esistere soltanto per il bene degli altri.

A prima vista, queste condizioni e questi principi sembrano irrealistici e contrari alla natura umana. Soprattutto oggi, in un’epoca di egoismo sempre più accentuato, è difficile immaginare come qualcuno possa realizzarli. Eppure è proprio questa la direzione verso cui le forze evolutive della natura stanno guidando l’umanità. Non è un caso che il mondo diventi sempre più interconnesso e interdipendente. È il modo in cui la natura ci mostra che, dal punto di vista del sistema, siamo tutti parti di un unico corpo e che una connessione completa fra tutti gli esseri umani è una necessità inevitabile.

Tornando al Monte Sinai, la legge dello sviluppo della natura opera gradualmente. Innanzitutto era necessario che esistesse un piccolo gruppo capace di realizzare al proprio interno una connessione integrale, affinché questo modello potesse poi estendersi a tutta l’umanità. Come afferma la Bibbia: «Voi sarete per Me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Questa comunità iniziò a formarsi ai tempi di Abramo e continuò a crescere nel corso della storia. Chiunque fosse attratto dall’ideale spirituale poteva unirsi al popolo, indipendentemente dalle proprie origini. Esempi significativi sono Rut la Moabita, dalla quale discese il re Davide; Rabbi Akiva, figlio di convertiti; Onkelos, anch’egli convertito; e molti altri ancora.

«Israele si accampò là di fronte al monte», dice il versetto che descrive il Monte Sinai. I saggi spiegano che il verbo è scritto al singolare perché il popolo si sentiva «come un solo uomo con un solo cuore». Di conseguenza, il popolo dichiarò: «Faremo e ascolteremo».

In parole semplici, il desiderio comune di liberarsi dall’egoismo ristretto raggiunse un’intensità tale da produrre un’elevazione collettiva. Le persone smisero di percepire soltanto se stesse e iniziarono a sentire tutti come un unico insieme connesso. Una simile connessione assomigliava, almeno in parte, alla forza generale della natura, chiamata anche Dio, il Creatore o la Forza Unica, e per questo tale forza si rivelò tra loro come una qualità di reciproca dazione e di bontà che li colmò per un certo periodo.

La Torah che fu data contiene un metodo nascosto per la completa correzione della natura egoistica dell’essere umano, un metodo studiato nella saggezza della Kabbalah. In termini generali, la natura umana comprende 613 desideri, tutti governati da un’intenzione egoistica, cioè dal desiderio di usare gli altri per il proprio vantaggio. Questi desideri devono essere rivelati e corretti, vale a dire che l’intenzione con cui vengono utilizzati deve trasformarsi in un’intenzione orientata al bene degli altri. Ciascuna di queste trasformazioni è chiamata adempimento di una Mitzvah (comandamento); per questo esistono 613 Mitzvot (comandamenti), ovvero 613 correzioni dell’intenzione.

«La nazione d’Israele fu costruita come una sorta di canale attraverso il quale le scintille della correzione si sarebbero diffuse all’intero genere umano… fino a quando tutti si saranno sviluppati al punto da comprendere la dolcezza e la serenità racchiuse nel principio dell’amore per il prossimo.»

Dal Kabbalista Yehuda Ashlag (Baal HaSulam), L’Arvut (La Garanzia Reciproca).

Da duemila anni l’odio infondato ci ha condotti alla rovina, ma oggi la realtà ci costringe a ritrovare consapevolezza: chi siamo? In quale mondo viviamo? Qual è il nostro scopo più elevato? Israele e il mondo si stanno disgregando sotto il peso dei conflitti alimentati dall’egoismo e l’odio nei nostri confronti continua ad aumentare. Questo continuerà finché non torneremo a seguire la via di Abramo e a diventare la forza pionieristica nella correzione della natura umana.

Abbiamo l’opportunità di offrire un esempio positivo e di guidare l’umanità verso una connessione integrale, armoniosa e pacifica, fondata sull’unità e sull’amore. È una connessione che allargherà i confini della nostra percezione limitata e ci introdurrà in una dimensione spirituale al di là del tempo, dello spazio e del movimento. È uno stato di armonia con tutta la natura, di adesione alla perfezione e all’eternità insite nella creazione.

Auguro a tutti noi il massimo successo in questa impresa decisiva.

Basato su “New Life 158 – I Dieci Comandamenti, Parte 1” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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La natura è soltanto Dio?

Molte persone, quando sentono la parola: “Dio”, immaginano un essere lontano, situato da qualche parte oltre il mondo, che osserva e guida le vicende umane. Tuttavia, la saggezza della Kabbalah descrive Dio in modo molto diverso. Dio non è una figura esterna alla realtà. Dio è la forza generale della natura stessa: una forza di amore, di dazione e di connessione che sostiene e governa l’esistenza.

La parola ebraica per Dio, “Elokim”, ha lo stesso valore numerico della parola che indica la natura, “HaTeva”. I Kabbalisti utilizzano questa corrispondenza come esempio per insegnarci che Dio coincide con la natura: la forza e la legge universale dell’amore e della dazione che operano in tutta la realtà. Tutto esiste all’interno di questa forza. Essa ci circonda, ci permea e dirige l’intero processo della creazione.

Vi è però un elemento della natura che si percepisce separato da questa forza: l’essere umano. Nasciamo con un desiderio egoistico di godere esclusivamente a beneficio di noi stessi, che ci porta a pensare costantemente a noi. Invece di prenderci spontaneamente cura degli altri, valutiamo ogni cosa in funzione del nostro vantaggio personale. Questa qualità ci separa dalla forza della natura e ci impedisce di percepire l’armonia che permea l’intera creazione.

Lo scopo dello sviluppo umano è colmare questo divario.

Per questo impariamo ciò che il Rabbi Akiva definisce «la grande regola»: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Questo principio guida il nostro progressivo diventare simili a Dio, cioè alla Natura. Man mano che impariamo a elevarci al di sopra della nostra innata preoccupazione per noi stessi e sviluppiamo una sincera attenzione verso gli altri, acquisiamo gradualmente la stessa qualità di amore e di dazione presente nella natura. Questo processo è chiamato «correzione spirituale». Attraverso questa trasformazione giungiamo a sperimentare una connessione armoniosa e pacifica, un senso di responsabilità reciproca, di eternità e di perfezione. Dio o, se preferiamo, la Natura, agisce costantemente su di noi, guidando il nostro sviluppo verso questo stato. Quando lo raggiungiamo, conseguiamo ciò che viene chiamato «adesione al Creatore» oppure «equilibrio con la natura».

Quando iniziamo a costruire relazioni fondate sulla cura reciproca, scopriamo che proprio nella connessione tra noi cominciamo a percepire quella forza che è sempre stata presente, ma nascosta. Dio o la Natura  non si rivela al di fuori del mondo. Al contrario, la rivelazione di questa forza superiore avviene nelle relazioni corrette tra le persone, nei legami positivi fondati sull’amore e sulla dazione.

Per questo il futuro dell’umanità non dipende dalla tecnologia, dalla politica o dall’economia, bensì dalla nostra capacità di imparare a connetterci positivamente al di sopra delle nostre differenze. Così facendo, riveliamo la forza dell’amore che riempie tutta la realtà e scopriamo il significato e lo scopo della nostra vita.

Basato su “Nuova Vita 157 – Sul tema di Dio” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto e curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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In una società profondamente divisa, come possono gli individui che nutrono forti convinzioni personali impegnarsi per un senso di unità nazionale?

Come possiamo sentire di appartenere a un’unica nazione insieme a qualcuno che la pensa esattamente all’opposto di noi, che si comporta in modi che ci fanno infuriare e che ci dà l’impressione di stare trascinando il nostro stesso Paese verso il collasso?

Fermiamoci un momento.

Immaginiamo di essere marito e moglie. Condividiamo una casa, un letto, una cucina, dei figli, una famiglia. All’improvviso, ci troviamo in disaccordo su una questione politica.

E allora? Significa forse che il giorno dopo ci svegliamo pensando di non poter più vivere con una persona del genere?

Il pluralismo è un bene per la società e la diversità di opinioni favorisce lo sviluppo. Nessuno dovrebbe reprimere le idee degli altri. Tuttavia, al di sopra di tutto, deve esserci un accordo fondamentale: siamo un’unica famiglia. E, inoltre, la serenità della famiglia è per noi più importante di qualsiasi opinione personale.

Domani potremmo avere idee diverse e anche questo è una benedizione. Ma il valore più alto e costante è che siamo una famiglia.

Se qualcuno comincia a considerare la propria opinione più importante della relazione stessa, con il coniuge o con i figli, allora la famiglia si disgrega.

La sopravvivenza di una nazione dipende innanzitutto dalla capacità di costruire un senso di appartenenza familiare. Nel nostro Paese dobbiamo creare processi che colleghino i nostri cuori, fino a farci sentire calore e vicinanza reciproca.

In Israele, dove vivo, questo non è ancora accaduto. Non è accaduto fin dalla fondazione dello Stato. Siamo un insieme di esuli riuniti, al massimo fratelli nella difficoltà. E, a dire il vero, negli ultimi tempi sembra che nemmeno questo legame resista più.

«L’amore copre tutte le trasgressioni», è scritto nelle fonti. Questa è la direzione che dobbiamo prendere. Prima costruiamo l’amore per Israele; poi ci sediamo a discutere delle nostre opinioni.

Allora tutto apparirà diverso. Saremo in grado di affrontare i problemi da una prospettiva più elevata.

Potremmo persino scoprire che lo sforzo di fare spazio agli altri nel nostro cuore ha fatto dissolvere i problemi stessi, dando origine a una nuova realtà.

Basato su “New Life 153 – Il conflitto israelo-palestinese, parte 2” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto e curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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In che modo il vostro sistema può aumentare l’efficienza produttiva?

Esistono molti metodi per lo sviluppo organizzativo e aziendale, quindi cosa rende unico il metodo integrale?

Prima di tutto, il metodo integrale non analizza l’organizzazione né il modo in cui ha operato fino a oggi. Mette temporaneamente da parte tutte le relazioni esistenti tra i membri dell’organizzazione e si concentra esclusivamente sull’elevare tutti a un nuovo livello di relazioni integrali, complementari e positive.

Il metodo integrale parla della natura umana e dell’ego, cioè del desiderio di trarre piacere e beneficio personale, e insegna come gestirlo in modo ottimale ed equilibrato. Non cerca di distruggere o reprimere l’ego. Al contrario, fornisce alla persona strumenti per utilizzarlo saggiamente, in un modo che sia vantaggioso sia per l’individuo sia per l’ambiente che lo circonda.

L’obiettivo del metodo integrale è costruire l’organizzazione come una famiglia. Una famiglia che funziona bene rappresenta un esempio di sistema di relazioni sano, stabile e altamente sviluppato. In una famiglia di questo tipo, ogni membro sente un forte senso di appartenenza e desidera contribuire il più possibile al suo successo. Da questo clima familiare e caloroso possono essere risolti i problemi che oggi esistono tra i membri dell’organizzazione.

Inoltre, questo approccio porterà benefici anche alla vita personale di ciascuno: in casa, nelle relazioni di coppia, con i figli e così via. Perché? Perché i membri dell’organizzazione acquisiranno non semplicemente un buon umore, ma un modo completamente nuovo di affrontare la vita. Di conseguenza, ovunque andranno in banca, al supermercato, nelle attività quotidiane, con amici e parenti o persino nel traffico, si comporteranno in modo diverso e riceveranno una risposta positiva da parte delle persone che li circondano.

Lo sviluppo dell’approccio integrale richiede un quadro temporale costante. Se le condizioni lo consentono, si raccomanda di dedicare a questo processo circa un’ora o un’ora e mezza, due o tre volte alla settimana. In base ai cambiamenti che si verificheranno nelle relazioni reciproche, si potrà determinare quali adeguamenti apportare al funzionamento dell’organizzazione.

In tempi relativamente brevi, anche dopo poche settimane, sarà possibile osservare e misurare i miglioramenti: i membri dell’organizzazione si sentiranno più vicini tra loro, collaboreranno con maggiore facilità, risolveranno i problemi più rapidamente e con uno spirito positivo, evitando di perdere tempo in riunioni inutili o di sprecare energie in giochi di potere, lotte di prestigio e conflitti per il controllo.

Man mano che le persone acquisiscono l’approccio integrale, risparmieranno risorse, tempo, denaro e materiali. La loro creatività e produttività aumenteranno, così come il loro coinvolgimento emotivo verso il lavoro, il luogo di lavoro e i colleghi. Il senso di connessione renderà più fluidi i processi e migliorerà l’efficienza in tutti gli ambiti.

Un altro principio del metodo integrale è che non richiede sforzi individuali isolati. Al contrario, lavora alla costruzione di una nuova atmosfera all’interno dell’organizzazione. L’atmosfera integrale che creiamo insieme diventa come una serra: un ambiente di sostegno dal quale tutti riceviamo nutrimento e forza.

All’interno di questo metodo si svolgono lezioni, discussioni, workshop, esercizi e attività coinvolgenti. Si impara a riconoscere la natura egoistica dell’essere umano e la direzione integrale dello sviluppo verso una connessione complementare tra tutti.

Giochi Seri (Serious Games)

Uno degli strumenti utilizzati nel metodo è il gioco di ruolo. Il gioco è uno strumento capace di trasformare una persona, come suggerisce il detto: «Il gioco di oggi è la realtà di domani». In effetti, in tutta la natura gli esseri viventi giocano per crescere, noi stessi progettiamo giochi per i nostri figli affinché si sviluppino in modo armonioso.

Tuttavia, a differenza di un corso di teatro, dove l’obiettivo è perfezionare l’interpretazione dell’attore, nel metodo integrale il gioco non è il fine ma il mezzo. Giochiamo per trasformare le nostre relazioni e connetterci gli uni agli altri e il gioco ci aiuta a farlo più facilmente.

Che cosa rende il gioco così efficace nel favorire la connessione?

Innanzitutto, l’abitudine. Io non sono un attore professionista; perciò, quando interpreto il ruolo di una persona che tratta gli altri con gentilezza, l’atto stesso di recitare influenza realmente il mio comportamento e mi migliora.

In secondo luogo, il gioco crea apertura.

Quando recito, mi sento libero di dire davanti agli altri frasi come: «Ti apprezzo davvero moltissimo, trabocco di gratitudine nei tuoi confronti». Tutti comprendono che si tratta di un esercizio, e proprio per questo mi permetto di esprimermi in quel modo. Allo stesso tempo, inizio gradualmente a cambiare, perché questo nuovo comportamento esercita su di me un’influenza positiva.

Diventa più facile comportarsi così senza paura di essere feriti, perché, in un certo senso, non sono “io”, ma il personaggio che sto interpretando. Per rafforzare l’effetto dell’esercizio, è utile che i partecipanti rispondano con incoraggiamento, ad esempio: «Che ruolo meraviglioso hai interpretato! Come hai fatto? Ti si addice davvero. In fondo, questo sei veramente tu». Sentire risposte di questo tipo genera una sensazione positiva e aiuta la persona ad adottare quel comportamento in modo più naturale.

È importante sottolineare che questi esercizi dovrebbero includere soltanto ruoli positivi, che incoraggino ciascuno a esprimere la migliore versione di sé stesso.

Piccolo, Grande, Uguale

Un altro strumento centrale del metodo integrale è il laboratorio di connessione. Si tratta di una discussione strutturata, guidata da regole speciali che consentono la formazione di un legame profondo tra i partecipanti.

Il laboratorio è condotto da un facilitatore che propone una domanda da discutere. Ogni partecipante prende la parola a turno, mentre gli altri cercano di percepire chi sta parlando, di connettersi con lui e di assorbire le sue parole come se provenissero dalla persona più saggia del mondo.

Quando ascolto, mi pongo nella posizione di essere piccolo davanti a persone grandi, così da poter ricevere ciò che gli altri hanno da offrire. Quando parlo, invece, mi considero grande davanti a chi è piccolo, così da poter trasmettere e condividere con gli altri il meglio che è dentro di me.

Per natura siamo diversi, ma questi sforzi condivisi, a volte essere piccoli e ricettivi, altre volte essere grandi e generosi, ci rendono uguali. L’uguaglianza è un valore fondamentale del metodo integrale e una condizione necessaria per costruire connessioni armoniose.

Infine, un’ultima osservazione sull’unicità del metodo integrale da una prospettiva più ampia. La connessione integrale tra i membri di un’organizzazione crea un allineamento con l’integralità presente nell’intero sistema della natura. Si muove nella stessa direzione della tendenza evolutiva che sta mettendo tutti noi sulla stessa barca. La crescente interdipendenza del nostro mondo interconnesso è un segnale sistemico che il futuro sarà caratterizzato da livelli sempre maggiori di connessione reciproca.

Le organizzazioni che riconosceranno questa tendenza in anticipo ne trarranno enormi vantaggi. Sapranno cavalcare l’onda del cambiamento.

Basato su “New Life 120 – L’unicità dell’approccio integrale” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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In che modo le aziende dovrebbero adattare le proprie strategie in vista del futuro?

Quando il mondo è fragile e in costante cambiamento, quando i mercati sono instabili e il futuro è incerto, diventa molto difficile per imprese, organizzazioni e aziende pianificare la propria strategia.

Per avere successo nelle nuove condizioni interconnesse e interdipendenti verso cui il mondo continua a evolversi, è necessario comprendere la direzione generale del nostro sviluppo. Se manteniamo davanti ai nostri occhi il quadro evolutivo complessivo, saremo in grado di decifrare i cambiamenti che le persone stanno vivendo oggi e di individuare i bisogni che avranno a breve. In questo ambito, ciò che valeva in passato non sarà necessariamente valido in futuro. Stiamo cambiando.

Cosa osserviamo quindi nei mercati? Innanzitutto, il pubblico è saturo. Le persone si annoiano di fronte a nuovi prodotti e sono stanche della pubblicità e delle strategie di marketing. E in una realtà in cui l’intelligenza artificiale contribuisce ad aumentare esponenzialmente questa saturazione, cosa saremo in grado di offrire alle persone?

Inoltre, vediamo che il mondo sta diventando sempre più interconnesso sul piano finanziario, sanitario, ecologico e sotto molti altri aspetti. Innumerevoli canali e linee di collegamento creano una dipendenza reciproca tra tutti, a livelli sempre più elevati. È come se il grande sistema della natura mettesse uno specchio davanti all’umanità e dicesse: «Guardate, siete tutti sulla stessa barca».

Da questo momento in poi, la scelta è tra resistere alla connettività che si sta rivelando e continuare a vedere soltanto i propri interessi, con il rischio di arrivare infine a conflitti devastanti, oppure avanzare consapevolmente verso una percezione integrale e più ampia della realtà. Le organizzazioni che sceglieranno la seconda opzione procederanno rapidamente. Quelle che non lo faranno rischieranno di entrare in una fase di declino.

Adattarsi alla realtà integrale emergente significa offrire al mondo prodotti e servizi che favoriscano connessioni integrali tra persone, settori, organizzazioni e paesi, ossia connessioni fondate su unità, reciprocità e complementarità.

Il bisogno centrale che guiderà i mercati e i consumatori di domani sarà il bisogno di una connessione umana positiva. Questo è ciò che soddisferà profondamente le persone. I maggiori piaceri, le soddisfazioni più intense e le emozioni più significative nasceranno da relazioni calorose, collaborative e reciprocamente benefiche all’interno della rete generale delle relazioni umane.

Le persone comprenderanno che la loro salute, il loro umore, il loro senso di felicità e di realizzazione personale dipendono tutti dalla qualità delle loro relazioni con gli altri. Se in passato era ancora possibile avere gratificazioni principalmente attraverso successi individuali, quell’epoca sta giungendo al termine. Nell’era integrale, l’ appagamento deriverà soprattutto da connessioni umane positive.

Immaginiamo una rete di condutture. Il numero di connessioni corrette tra i tubi determina quanta abbondanza possa fluire da un punto all’altro della rete. Lo stesso accadrà nella società futura. In una rete interconnessa, il successo sarà misurato dalla nostra apertura e disponibilità a dare agli altri e a ricevere da loro.

Una persona o un’organizzazione di successo sarà descritta come posta al centro della rete, perché connessa a tutti, capace di collegare tutti, di dare agli altri e di ricevere da loro. Essa includerà tutti e sarà inclusa in tutti. La nuova misura con cui verrà valutato il valore di una persona in futuro sarà determinata dal grado della sua apertura verso gli altri, in entrambe le direzioni.

Tutto ciò che le organizzazioni faranno nel mondo futuro, nell’industria, nel commercio, nell’economia, nella tecnologia, nella cultura o nell’educazione, sarà orientato a sostenere questo “sistema di connessioni”, con l’obiettivo di creare una rete di relazioni aperta, completa e connessa.

Per avere successo in un mondo interconnesso, le organizzazioni dovranno adottare questo approccio integrale. Tuttavia, un amministratore delegato non può semplicemente impartire un ordine improvviso dicendo: «Da oggi siamo un’organizzazione integrale». Si tratta di un processo graduale che richiede investimenti e tempo.

Ogni manager e ogni dipendente dovrà intraprendere un percorso di sviluppo della consapevolezza, fino a quando le relazioni interne all’organizzazione diventeranno realmente integrali. Solo quando i collaboratori si sentiranno sufficientemente vicini tra loro e connessi nel modo corretto, saranno davvero adatti al nuovo mondo. Allora, come risultato del cambiamento interiore vissuto, inizieranno a emergere nuove idee integrali e, insieme, saranno in grado di percepire ciò che la loro organizzazione può offrire al pubblico per migliorare la vita delle persone.

In altre parole, lavorare allo sviluppo di questo approccio integrale renderà più acuta la visione delle persone all’interno dell’organizzazione e chiarirà quali nuove indicazioni sviluppare e quali prodotti e servizi portare sul mercato. Un atteggiamento positivo e collaborativo verso il mondo rafforzerà e migliorerà la qualità delle relazioni umane; da questa nuova consapevolezza nasceranno prodotti e servizi orientati al benessere della collettività.

È simile a una madre amorevole che guarda il proprio bambino e si chiede: «Di cosa ha bisogno adesso? Cosa posso fare per lui?». Davanti a noi si profila infatti una vera rivoluzione nella percezione della realtà. Le ruote dell’evoluzione ci stanno conducendo verso un mondo che assomiglierà sempre più a una grande famiglia.

Basato su “New Life 108 – Costruire una strategia aziendale per il futuro, Parte 1” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.

Scritto e curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.

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