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Lezione quotidiana di Kabbalah – 22.04.2011

Scritti di Rabash, Dargot haSulam, Articolo 924
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Zohar per tutti: Pesach BeShalach (Quando Faraone lasciò andare il Popolo), Articolo “Lei è come le navi mercantili),Punto 141
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Scritti dell’ ARI, Shaar HaKavanot
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Scritti di Rabash, Shlavey HaSulam, Articolo 19 “Vieni al Faraone – 1”
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Questo non è ancora la Torà

Domanda: In uno degli articoli in Dargot HaSulam (I Gradini della Scala), Rabash scrive che è proibito insegnare ai gentili, cioè agli egoisti, la Torà. Che cosa stiamo facendo qui allora?

Risposta: “Proibito” nella Kabbalah significa impossibile. Sarebbe come dire che gli egoisti non devono ottenere la Luce Superiore. Cerca di rompere questa legge e vediamo cosa succede.

Stiamo parlando di leggi della natura, e la natura non impone divieti su di niente. Ma se vai contro di lei, sarai punito. “Proibizione” significa inabilità. Se i Kabbalisti scrivono “no” significa che sei incapace di farlo.

Gli egoisti non possono apprendere la Torà, o detto in altre parole, non possono studiare la Torà perché in principio un egoista è incapace di farlo. Non ha i mezzi per farlo, nessuno strumento. Dopotutto è un gentile e adora il proprio ego che non gli permetterà stabilire nessuna connessione con le Luci.

La Torà, o la saggezza della Kabbalah, è il metodo che collega i vasi e le Luci. Ma se non hai le prime, non puoi trovare le seconde. E pertanto non potrai apprendere la Torà poiché la Torà è il passo delle Luci che si spandono dentro i desideri in base alla legge dell’equivalenza della forma.

Continuazione della domanda: Allora cosa facciamo durante le lezioni?

Risposta: Ci muoviamo verso questo. Impieghiamo la Torà come la Luce che Riforma; la usiamo come se fosse in lontananza.

Ad un livello spirituale più alto ci sono Luci e vasi ed io sono separato da loro. Ma io desidero essere in quel gradino e in base al grado della mia motivazione, attiro da questo una piccola illuminazione che mi prepara per un’ascesa.

Cosi uso la Torà come la Luce Circostante ma non la Luce in tutto il senso della parola. Ancora non studio la Torà in questa maniera. Lo studio reale è l’espansione delle Luci nei vasi riformati (desideri), l’interazione tra la Luce e il desiderio per mezzo dello schermo. Questo è la Torà.

Il mio “io” spirituale è il recettore che è riformato dall’intenzione di donare ed è capace di ricevere la Luce. Desiderando ottenere questo, leggiamo testi Kabbalistici, aneliamo con tutte le nostre forze e lavoriamo nel gruppo per esprimere in qualche modo il nostro desiderio diretto alla dazione.

Ma arriva una risposta solamente nella forma della Luce Circostante. Non so nemmeno cosa sia, ma una volta dopo l’altra sento dei cambiamenti dentro di me: un poco più di comprensione, un po’ di sensazione. Ancora non è la Torà. La Torà è qualcosa di concreto: il desiderio, lo schermo, e la connessione tra di loro, quello che porta alla rivelazione del Creatore, o la Luce nel vaso.

Ma perfino cosi, anche adesso stiamo usando la forza della Torà. Questo è descritto come: “Ho creato l’inclinazione al male ed ho creato la Torà come spezia, poiché la Luce in questa Riforma”.
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(Dalla prima parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 12.04.2011, Scritti del Rabash)

Vuoi navigare nella rete? Prima compra un computer

Domanda: Le mie sensazioni e stati spirituali si riflettono nella realtà che vedo intorno a me. Questo significa che posso giudicare l’interiorità in base all’esteriorità?

Risposta: Assolutamente no! È detto: “ Il mondo vive secondo un piano”. Nel mondo corporale attraverso diversi stati e relazioni, alcuni sono più piacevoli degli altri, ma non posso mettergli delle “etichette spirituali”.

Devo afferrarmi allo scopo spirituale sopra tutte le sensazioni del mondo materiale. Perfino se il Creatore mi fa qualcosa di orribile, anche così io devo rimanere afferrato. Non ho coscienza di quello che mi sta accadendo. Sono intrecciato con altre anime, eventi e stati dei quali non ho idea.

Mi manca ancora la sensazione di tutto il sistema che mi permette di investigare questi temi. È sciocco da parte mia pensare che io possa creare una connessione tra la spiritualità e il corporeo. Non sono esperto in nessuna di queste cose.

Nessuno strumento d’investigazione è disponibile per me in questo momento: non possiedo l’ intelletto, la sensibilità o l’acutezza. Non posso osservare il sistema superiore (mondo), il sistema inferiore (mondo), ne posso creare una connessione tra di loro. È ancora molto lontano da me. Non lo capisco nemmeno nel primo livello spirituale. Non lo posso capire ancora perché è basato nell’annullamento del proprio ego. Sono incapace di chiarire questo dato che non ho ancora, questo desiderio, perfino se desidero essere incluso nel sistema superiore.

Che cosa ho oltre l’egoismo? C’è qualcos’altro che io debba raggiungere oltre la dazione? Per questo devo annullare il mio proprio ego e dirigere il lavoro interiore nel gruppo con i miei amici. Costruiamo la nostra unità interiore per ottenere una forza comune che esiste fuori ognuno di noi e che ci appartiene a tutti.

Perché fantastico sulla spiritualità e l’essenza occulta di una malattia, di problemi familiari o finanziari, o di un conflitto con il mio capo? È sciocco! Ancora non sono pronto per questo tipo di calcoli.

Un computer nuovo è soltanto un pezzo di metallo finché non gli installo il sistema operativo, lo metto in azione, scorro i programmi e inserisco i dati. Soltanto quando avrò dimestichezza con il software sarò capace di iniziare a lavorarci.

Finché non abbiamo i Kelim (computer)! E non parliamo del software! Per questo non possiamo capire l’interiorità osservando l’esteriorità.
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(Dalla prima parte della lezione quotidiana di Kabbalah 11.04.2011, scritti di Rabash)

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La schiavitù d’Egitto vuol dire che non hai il diritto di Dare

Scritti del Rabash, “Fino a che il governante d’Egitto cadde”: Una persona deve lavorare per il bene dei cieli, cioè per il bene della dazione. In esilio, questa valutazione si realizzò sotto il potere del Faraone, il re d’Egitto.

Non so cosa sia la vera dazione o come si possa dare qualcosa ad una persona che è completamente separata da me, quando non c’è una “base comune” per la bontà, come la morale comunemente accettata, il rispetto per gli altri intorno a me o qualsiasi altra cosa.

Alcune persone condividono dei soldi o sprecano delle fortune, e sentono piacere in questo. Esse ricevono un sufficiente compenso per la loro “donazione”. Una persona è soddisfatta con una parola gentile, un’altra per essere ricordata bene dalle generazioni future ed una terza per il rispetto verso se stessa.

In Occidente c’è una nuova tendenza chiamata “un dollaro al giorno”. Una persona contribuisce con un dollaro al giorno ad alimentare un bambino africano affamato che non arriverà mai ad individuare. Tuttavia, i contributi come questo, portano anche soddisfazione, perché sto dando la vita a qualcuno. Cos’è un dollaro in confronto ai sentimenti che questo provoca in me?

Tuttavia, stiamo parlando di una separazione totale dall’auto gratificazione. Non possiamo immaginare o sentire una cosa simile nella nostra vita. Non capiamo come sia possibile dare a qualcuno senza nessun tipo di risposta nel pensiero o nella sensazione. Questo ci è sconosciuto.

Questo è il significato dell’esilio quando lo incontriamo per la prima volta. Ne risulta che io non so cosa sia la dazione pura. Sono separato dalla spiritualità, proprio in questo senso.

Egitto (Mitzraim) significa una spaccatura (Metzer), ed una spaccatura significa un’insufficienza di misericordia, quando una persona sa solo ricevere senza dare niente.

Dobbiamo ancora scoprire di essere privi del principio della dazione e sappiamo solo ricevere. Se io ricevo allora do, ma in generale non si tratta di dazione. La chiamo in questo modo perché nel nostro mondo giudichiamo una persona per le sue azioni invece di farlo per le sue intenzioni. Le intenzioni appartengono alla scienza della Kabbalah, mentre che le azioni appartengono all’opinione di questo mondo.

“L’Ampiezza” è generosità, una grande dazione. Una “spaccatura” è il contrario, la carenza della dazione. Pertanto, il potere dell’Egitto fu che ogni persona poteva fare delle azioni solo in cambio di una ricompensa.

Questo siamo noi, ma in verità non ce ne rendiamo conto ed è per questo che il nostro stato ancora non viene considerato esilio. Sono le nostre vite e va bene così. È sicuro che siamo egiziani e con ciò?
Anche Lui, non ci permette di realizzare una sola azione senza una ricompensa, solo per il bene della dazione.

Questo è il nostro Faraone e non ci rendiamo neanche conto che lui ci controlla. Il potere del Faraone si rivela solo quando tu vuoi fare qualcosa per il bene della dazione e scopri che non puoi. È allora che il Faraone, il re d’Egitto si rivela; però, fino ad allora, tu stesso sei seduto sul trono e fai quello che vuoi.

Questo significa che l’Egitto fu una spaccatura per Israele.

In altre parole, questa ostruì la direzione giusta verso il Creatore. (Iashar El)

(Dalla 4°parte della lezione quotidiana di Kabbalah dell’ 11.04.2011, preparazione per l’uscita dall’Egitto)

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Il male si realizza per mezzo della comparazione

La storia dell’esodo dall’Egitto e le tradizioni ad esso relazionate sono destinate solo a dirigersi ai nostri stati interiori. Siamo in una spaccatura, in un problema, con dei colpi che cadono su di noi, in un’atmosfera di fuga, in una corsa e nell’oscurità. In sostanza, questo è il processo della nascita spirituale paragonabile alla nascita del corpo fisico.

Questo è quello che dobbiamo realizzare, ma come? Dopotutto, scappiamo sempre dalla sofferenza, allora come possiamo non sfuggire allo stato dell’uscita dall’Egitto? Nel mondo materiale posso trovarmi in una situazione nella quale c’è solo un’uscita, ma nella spiritualità tutto avviene in relazione al mio desiderio. Se non voglio sperimentare le piaghe d’Egitto, allora non le sperimento, ma più tardi prenderò il cammino spinoso insieme all’umanità sotto la tensione “della pressione dello sviluppo”. Tuttavia, voglio accelerare il cammino, quindi mi metterò io stesso sotto il colpo?

I Kabbalisti rispondono: non devi rivelare i colpi ed i problemi in qualche luogo all’esterno, ma solo nello stato presente. Come? Potrebbe essere davvero che nella mia sensazione debba “trasformare” la realtà dal bene al male? Questo è giusto! Probabilmente dirai: “Però quando sentirò il male, scapperò!”. In realtà, non lo farai. Questo è dovuto al fatto che rivelerai il male in relazione allo scopo più elevato. Devi valorizzare la spiritualità come qualcosa di desiderabile e davvero inestimabile. Allora il presente stato ti sembrerà cattivo. In questo modo sarai capace di avanzare senza abbandonare il cammino.

Risvegliamo la meta spirituale affinché questa brilli per noi. Allora desidereremo raggiungerla, mentre lo stato attuale diventerà un esilio, l’oscurità e le piaghe d’Egitto. Questo ci impedisce di elevare l’importanza della spiritualità ai nostri occhi, di elevare l’importanza della dazione, dell’amore per il prossimo e dell’unità degli amici a tal punto che l’esilio arriverà ad essere insopportabile e cercheremo di scapparne.

Domanda: Se l’uscita dall’Egitto avviene in simili condizioni difficili, come dovrebbe combinarsi questo con l’ottimismo e l’energia che ci riempiono dopo il congresso?

Risposta: Noi aspiriamo solo al bene ed allora lo stato attuale ci sembra insopportabile. Nel cammino dell’accelerazione rivelo i buoni stati in anticipo e paragonata ad essi, la situazione attuale mi sembra cattiva.

Io non devo soffrire assolutamente in un vicolo cieco, senza sapere cosa fare di me stesso. Quest’ultimo approccio si chiama “avanzare a tempo debito” fino a che sotto “la pressione dello sviluppo”, riveliamo comunque il bene in anticipo. Questo fa tutta la differenza. Paragonando lo stato attuale all’unità desiderata, all’amore per il prossimo e alla dazione, sento di essere in un problema, nell’oscurità. Così mi preparo alla percezione spirituale, formando già dei valori spirituali dentro di me. Elevando la dazione ai miei occhi, mi preparo per la redenzione ed accelero il cammino, mi spingo in avanti.
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(Dalla 4° parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 10.04.2011, preparazione per l’uscita dall’Egitto)

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Una scatola da mendicante per la Luce Superiore

Rabash, “Spiegazione all’articolo, Prefazione alla saggezza della Kabbalah”: Baal HaSulam una volta raccontò un’allegoria: due uomini che erano amici di infanzia erano separati da adulti. Uno di loro diventò re e l’altro povero. Dopo molti anni, il povero sentì che il suo amico era diventato re e decise di andare nel regno del suo amico e chiedere aiuto. Impacchettò le sue poche cose e partì.

Quando si incontrarono, il povero disse al re di essere un diseredato e questo toccò il cuore del re. Il re disse al suo amico: “Ti darò una lettera affinché il mio tesoriere ti permetta di avere accesso al tesoro per due ore. In queste due ore, ciò che puoi raccogliere è tuo”. Il povero andò con il tesoriere, munito della sua lettera e ricevette il permesso anelato. Entrò al tesoro con la scatola che era solito usare per mendicare, in cinque minuti riempì la scatola fino al bordo ed uscì felicemente dalla stanza del tesoro.

Il tesoriere però, gli tolse la scatola e ne rovesciò il contenuto. Poi disse allo sconsolato povero: “Prendi la tua scatola e riempila un’altra volta”. Il poveruomo entrò nella stanza del tesoro un’altra volta e riempì la sua scatola; però uscendo, il tesoriere rovesciò il suo contenuto come in precedenza.

Il ciclo si ripeté per la durata delle due ore. L’ultima volta che il mendicante uscì, disse al tesoriere: “Ti supplico, lasciami quello che ho riunito. È finito il tempo e non posso avere accesso al tesoro un’altra volta”. Così il tesoriere gli disse: “Il contenuto di questa scatola è tuo ed anche tutto quello che ho rovesciato dalla tua scatola nelle passate due ore. Ho rovesciato tutto il tempo il tuo denaro perché volevo farti del bene, poiché ad ogni occasione uscivi con la tua piccola scatola e non avevi spazio per nient’altro”.

Siamo incapaci di ricevere tutta la Luce dell’Infinito in un solo colpo. Pertanto, tutto il nostro lavoro di ricevere la Luce è diviso in molte fasi e stati.

In aggiunta, tutti i nostri stati passati dei cicli di vita precedenti si accumulano e si riuniscono in uno stato comune nel quale tutti i desideri (Kelim) e tutte le Luci si riuniscono fino a che arriviamo alla correzione finale (Gmar Tikkun). In questo stato tutto si fonde in uno e Malchut dell’Infinito, pieno della Luce eterna, si rivela una volta ancora.
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(Dalla 3° parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 17.02.2011, “spiegazione dell’articolo, Prefazione alla saggezza della Kabbalah”)

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Un uomo saggio guarda alla distanza

Nel cammino spirituale, noi sperimentiamo fasi di sviluppo e allo stesso tempo, di sviluppo creativo. È la stessa cosa nel nostro mondo: l’uomo non vive di solo pane.

Noi non solo alimentiamo i bambini per fortificarli, ma neanche li valorizziamo per il peso che essi raggiungono; anzi, il fattore cruciale è la misura nella quale un bambino diventa un essere umano: uno che è comprensivo, percettivo, recettivo, desideroso e diretto verso la qualità piuttosto che verso le acquisizioni quantitative. Ovvero il bambino cresce ed è una tristezza se viene privato di questo.

È la stessa cosa nella spiritualità. È davvero possibile valutare se stessi in accordo al numero di ore passate nello studio? No, noi richiediamo la crescita qualitativa affinché i nostri desideri ed i pensieri si focalizzino sempre di più sul principio di “Israele, la Torah ed il Creatore sono una cosa sola”, sulla meta della nostra crescita.

La natura ci impartisce lo sviluppo determinante e ci obbliga ad imparare a relazionarci con tutto quello che facciamo nella vita con determinazione. Questo significa che dobbiamo definire noi stessi come dovrebbe essere una persona. Dopotutto, un uomo saggio guarda alla distanza. Se ci sviluppiamo con determinazione, abbiamo bisogno di capire cosa vuole la natura.

La natura ci dimostra l’integrità, l’interconnessione, l’integrità di tutte le parti, uno sviluppo costante. Così, anche noi dobbiamo distinguere le tappe del nostro sviluppo, accettandole come desiderabili.

Oggi, esigiamo un’educazione corretta sia per i genitori che per i figli. Dobbiamo consegnare i principi basilari a tutti, ovvero il costante auto perfezionamento, mirare all’unità, alla bontà della connessione qualitativa e quantitativa tra di noi, elevarci in maniera naturale come risultato della relazione, dell’unità, dell’armonia e dell’omeostasi con la natura.

Se noi stessi ci comportiamo in questa maniera e lo cominciamo ad insegnare alla generazione dei giovani, se facciamo continui passi verso l’unità, se ci avviciniamo di più e ci comprendiamo reciprocamente fino a che amare il nostro prossimo come noi stessi diventi una regola, ci avvicineremmo ancora di più alla meta. La nostra educazione avrà uno scopo.

Mentre ci sviluppiamo e sperimentiamo degli stati che contraddicono il nostro egoismo, dobbiamo capire che il fine dell’azione giace nel pensiero iniziale. La natura ha posto la meta finale: dobbiamo unirci gli uni con gli altri, e siccome non c’è altra strada, abbiamo bisogno di educare noi stessi e la generazione crescente con il metodo dell’unione.

In altro modo, al posto della nostalgia per un frutto dolce, saremo ancora più immersi nell’amarezza delle fasi precedenti alla maturazione.
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(Dalla 4° parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 24.03.2011, principi dell’educazione globale)

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