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In Egitto e al di sopra di esso

Dagli Scritti di Rabash, il saggio, “Che cos’è “un pastore del popolo è tutto del popolo, nel lavoro“: E poi egli può capire quale sia la “Shechina nella Polvere”, dato che poi vede dove lui ha bisogno di fare qualcosa per il bene del Cielo e non per il proprio vantaggio, immediatamente il corpo si lamenta e chiede: “che cosa è questo lavoro per te”, e non vuole dargli l’energia per lavorare, questo è ciò che è chiamata “Shechina nella Polvere”, che significa cosa vuole fare per il bene della Shechina, egli assaggia la polvere in questo, e non ha la forza di superare i suoi pensieri e i suoi desideri.

In generale, noi descriviamo l’esodo dall’Egitto semplicemente: “È stato molto brutto per noi lì, e siamo fuggiti da questo male per una vita bella.” L’approccio superficiale, egoistico e infantile è questo: “Eravamo schiavi, e ora siamo liberi. “E questo è davvero corretto, per la volontà di ricevere accetta solo questa semplice spiegazione.

Ma abbiamo bisogno di capire che siamo avanzati su due livelli: all’interno della ragione e al di sopra della ragione. Ciò che viene scoperto all’interno della ragione non punta verso l’esodo dall’Egitto di tutti, piuttosto il contrario; Egitto diventa solo più forte e sempre più difficile per noi. Ed è per questo che siamo in grado di elevarci al di sopra dell’Egitto, tutto il tempo per andare a di sopra della ragione.

Questo viene chiamato l’esodo spirituale dall’Egitto e, quindi, con ogni comandamento, ossia, con ogni correzione, diciamo che è un ricordo dell’Esodo. Non è sbagliato il fatto che si dica che la persona deve personalmente sentire che ora sta lasciando l’Egitto. Nel percorso spirituale, sentiamo sempre non soltanto una differenza, ma un’opposizione tra questi due livelli: la ragione e l’andare al di sopra di essa. E noi stabiliamo la nostra realtà, la realtà dell’Essere Umano (Adam), attraverso la distanza tra loro.
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(Dalla quarta parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 03.04.2013, Scritti del Rabash)

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Una vecchia trappola sui percorsi da fare

Domanda: Il 15 aprile, Israele festeggia il Giorno della Memoria per onorare i soldati caduti e le vittime del terrorismo. Come può una persona affrontare il dolore di una perdita? E, in generale, come si rapporta la scienza della Kabbalah ad un argomento così doloroso?

Risposta: Ho avuto di fronte questa inevitabile questione, che in sostanza è il tentativo di trovare il colpevole. “Chi deve essere incolpato per la mia sensazione di sofferenza?”- chiede una madre inconsolabile, ed insieme a lei, in un modo o nell’altro, tutti gli altri lo chiedono. In conclusione, questa domanda ci porta inequivocabilmente a chi è che può fare la differenza.

Ci sono dei momenti quando quello che succede non può essere cambiato. Per esempio, la natura inanimata, vegetativa ed animata obbedisce alle leggi del proprio sviluppo. Fino a quando un uomo non si è separato dal legame con le scimmie e a partire dal tempo di Adamo non ha avuto la possibilità di determinare i suoi stati in qualcosa, si è sviluppato attraverso una sequenza continua di tribolazioni: i nostri progenitori erano mangiati dagli animali, uccisi dalle malattie, dai disastri naturali, ecc.

In generale, possiamo solamente fare riferimento alla legge generale dell’universo, che indica cosa sta succedendo, come richiesto dallo sviluppo graduale. Si dice: “Non mostrare ad uno sciocco un lavoro fatto a metà”. Anche noi passiamo attraverso questo processo.

Tuttavia, quando abbiamo l’opportunità di determinare i nostri stati nel bene o nel male, è allora necessario comprendere cosa sta succedendo. Ora, in aggiunta al “rullo dello sviluppo” messo in moto dalla Natura, l’uomo ha una specie di aggiunta.

Per esempio, guido una macchina che non è completamente a posto per affrontare una strada dissestata. Una gomma è a terra; i freni funzionano appena; in breve, sono nei pasticci.

E così è anche nella vita: parte dei nostri problemi sono causati dalla natura che ha preparato per noi questo percorso e l’altra parte dipende da noi. Questa è la parte di cui solitamente parliamo. Infatti, niente può essere fatto con la natura; essa guida la creazione dal suo stato primitivo ed egoistico verso quello finale, che è altruistico. E’ una forza potente ed irresistibile che spinge tutto in avanti. E, inoltre, ad ogni stato, l’essere creato ha l’opportunità di facilitare il proprio sviluppo, comprendendo che è inevitabile e desiderabile. L’essere creato è capace di guardare al futuro nel suo stato finale e vedere che non c’è alternativa, che ne vale la pena.

Ci comportiamo nello stesso modo quando facciamo un qualunque duro lavoro. Per esempio, essendomi iscritto all’università, mi sono “procurato” del duro lavoro da fare tutti i giorni per quattro o sei anni, sapendo che non ci sono alternative. Inoltre, continuerò a studiare anche in seguito perché non voglio rimanere un ingegnere per tutta la mia vita. Sebbene, lungo la strada, incontrerò delle cose che non mi piaceranno e soffrirò per gli ostacoli che non dipendono da me, che si tratti degli esami o dei compiti che mi sembrano senza senso e che odio, guarderò avanti e capirò che devo passare attraverso tutto questo.

Infatti, tutti gli intelligentoni sopra di me hanno deciso che ho bisogno di tutto questo, se non altro per allargare i miei orizzonti in modo da non avere delle vedute ristrette.

Nella Kabbalah, sappiamo che parliamo di un programma completo e perfetto, che prevede tutte le sfumature. Ci vengono mandati i passi necessari e li compiamo nella via di “mezzo”, senza una serie infinita di terribili sofferenze, e senza passare per una “valle incantata”, sopra la quale suonano le melodie delle sfere celesti.

Non possiamo percorrere il cammino più facile e più corto; però, naturalmente, non siamo interessati al cammino della sofferenza con i suoi incubi ad ogni angolo. Dunque, in qualche modo ci costruiamo la nostra strada nel mezzo, in base a quanto viene detto nella Torà. Ovviamente, a causa della nostra natura, dobbiamo stare in equilibrio tra due forze – negativa e positiva – combinando le proprietà del “giudizio” e della “misericordia”, avendo il timore e, nello stesso tempo, valorizzando ciò che riceviamo.

E, ripeto, ci sono periodi di sviluppo differenti. Talvolta, abbiamo l’opportunità di farcela nel cammino piacevole dell’unione, raggiungendo facilmente e comodamente un risultato intermedio. Ma succede anche che ci troviamo davanti delle difficoltà insormontabili; non riusciamo ad unirci, e allora quello che succede succede. Questo vale per tutte le guerre che abbiamo combattuto dal momento della rinascita dello stato di Israele e anche prima, compreso l’Olocausto.

E, naturalmente, tutto questo lo avremmo potuto correggere ed evitare in anticipo ma, sfortunatamente, non abbiamo realizzato le correzioni. Non solo Baal HaSulam ma anche altri Kabbalisti ne scrivono e ne fanno cenno, ma in un certo senso preferiscono non addentrarsi in questo argomento. Infatti, cosa possono dire agli uomini? Questo argomento è così doloroso che delle spiegazioni dirette non farebbero che provocare del rifiuto. Un uomo dovrebbe giungere da solo alla conclusione che tutto dipende da noi. Degli studi corretti sono necessari, basati sulle scoperte che saranno fatte dallo studente e non dall’insegnante…
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(Dalla 4.a parte della Lezione quotidiana di Kabbalah del 15.04.2013 “La Nazione di Israele” (Il giorno dell’indipendenza in Israele)

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Riassunto della Lezione quotidiana di Kabbalah
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La scelta tra il calcolo dell’asino e il calcolo dell’uomo

Dobbiamo accettare tutti gli eventi con pazienza e vederli in due modi, dal punto di vista del giudizio e della misericordia, allo scopo di distinguere con precisione tra ciò che influenza il mio “asino” (la mia sostanza egoistica) e ciò che potrebbe influenzare l’umano che c’è in me. Allora sentirò una rottura dentro di me e nella misura in cui ciò sarà possibile, aderirò all’umano che c’è in me.

Se improvvisamente scoprissi di essere stato dalla parte dell’asino per un po’ di tempo, avrò bisogno di essere riconoscente di questo invece che sentirmene rincresciuto. Infatti, è il Creatore che ha predisposto tutto senza che me accorgessi e così mi sono ritrovato ad essermi rivestito del mio “asino” ed in questo modo, di nuovo, ingloberò i desideri dell’asino e scoprirò che ancora ero ritornato ai calcoli dell’asino. Da qui, mi devo elevare ai calcoli dell’umano e sforzarmi sempre di più per restarci aggrappato con l’aiuto del gruppo.

Se mi dimentico del gruppo e non ho alcun posto da cui attingere il suo materiale e i suoi pensieri al fine di attaccare e sviluppare la parte umana che c’è in me, il Creatore mi getta di nuovo sul mio asino. Da qui gradualmente costruisco l’umano che c’è in me con l’aiuto di queste due fonti: il gruppo e l’asino.

Quando improvvisamente ci ritroviamo di sotto, dentro il nostro desiderio di ricevere, e di nuovo facciamo dei materiali calcoli pragmatici come se non ci fosse alcun Creatore e uno scopo superiore, come se non ci fosse alcun cammino spirituale, ma solo la nostra vita ordinaria, non ce ne dobbiamo dispiacere. Un uomo si dovrebbe dispiacere solamente un pochino del fatto che il Creatore lo ha gettato in un “luogo di lerciume”, nell’ego puzzolente, e la cosa principale è trarre le conclusioni, per separarsi da questa discesa ed iniziare a paragonare gli stati per comprenderli e percepirli meglio.

In questo modo, questi concetti entrano ancora più profondamente nella mente e nelle sensazioni di una persona che compie lo sforzo di analizzarli dentro di sé. Di conseguenza questa persona costruisce un sistema per controllare se stesso e i suoi stati, e da qui avanza.
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(Dalla 3.a parte della Lezione quotidiana di Kabbalah del 03.04.2013, TES)

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Riassunto della Lezione quotidiana di Kabbalah
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Il male dell’Ego ai raggi X dell’Odio

Esaminiamo l’amore rispetto all’odio che si risveglia in un uomo verso la fonte del male: se egli è capace di amare la fonte della sua sofferenza nonostante abbia delle sensazioni negative. In questo modo, egli si deve isolare dal male, dal luogo in cui egli percepisce la sofferenza, come se non fosse la sua natura.

Si tratta di un punto molto delicato. Nella natura egoistica ordinaria io odio colui che mi procura della sofferenza, la fonte del male. E’ come se delle volte confortassimo un bambino che si fa del male picchiandosi la testa contro il tavolo, dicendogli di colpire il tavolo. E’ una risposta naturale, istintiva dell’animale.

Ma il lavoro spirituale è stato previsto per la correzione dell’uomo, e tutte le correzioni sono possibili solamente se sento che qualcuno mi fa stare male e mi rendo conto che ciò che mi arriva è solamente amore e bene. Quindi, tutti i segni di sofferenza mi dovrebbero fare concentrare non sulla fonte di queste sensazioni negative ma sulla fonte del male dentro di me, nel luogo in cui percepisco questo male, sulla mia inclinazione al male. E’ qui che sento la sofferenza, i cattivi rapporti, e questo è ciò che devo staccare da me stesso, per realizzare il Masach (schermo), la restrizione, in modo che alla fine il male si trasformerà nella sua forma opposta.

E’ come se ci fosse un tavolo davanti a me con un pasto di cinque portate e ogni piatto fosse terribile, puzzasse, e sembrasse marcio. Non è che il cibo è soltanto un po’ salato o troppo piccante, ma che è proprio velenoso. Io, invece, devo correggere i miei vasi della percezione in modo da riuscire ad amare questo cibo, il che all’inizio sembrava impossibile. Nella stessa maniera, anche noi raggiungiamo l’amore in cima alla correzione dei nostri vasi nei quali sentiamo l’odio.
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(Dalla Preparazione alla Lezione quotidiana di Kabbalah del 03.04.2013)

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“Uno dovrebbe sempre vendere le travi della sua casa”

Uno dovrebbe vendere sempre le travi della sua casa e mettere le scarpe ai piedi” (Shabbat, 129).

Domanda: In senso spirituale, che cosa significa “vendere le travi della sua casa”?

Risposta: “Le travi della sua casa” sono tutti i pensieri, i desideri, e tutto il mio atteggiamento verso la vita, che mi obbligano a preoccuparmi di me e mi impediscono di unirmi agli amici. Per costruire un’immagine generale, un unico sistema, devo vendere questa “casa” che mi è tanto cara.

Ma neppure questo basta. Devo comprare delle scarpe da mettere ai piedi, il che significa che ho bisogno di una forza difensiva che mi tiene nei suoi settori. Non è sufficiente annullare la mia opinione e abbassare la testa davanti al gruppo, che è chiamato “vendere le travi della sua casa.” Ho anche bisogno di ricevere le forze che mi permettono di restare attaccato agli amici al di sopra di tutti i pensieri che sono evocati in me.

Questo significa che non è sufficiente annullare me stesso, ma che ho bisogno di una forza supplementare che mi leghi al gruppo. Questo è chiamato un “patto” o “scarpe ai suoi piedi (raglan),” in modo da non “spiare” (in ebraico, meragel, ha la stessa radice della parola piedi) a beneficio del mio ego.
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(Dalla prima parte della Lezione quotidiana di Kabbalah del 07.04.2013, Scritti di Rabash)

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