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Alleati nella guerra contro il Faraone

Dr. Michael LaitmanI Kabbalisti ci avvertono di non filosofare, (dato che la nostra mente egoista può solamente fermarci), ma piuttosto di fare più sforzi pratici.) Chiaramente, i miei pensieri e desideri mi manterranno nel mio egoismo, ma attraverso le mie azioni io donerò. E va bene se io sto donando perché mi aspetto di ricevere qualcosa per me, perché altrimenti non donerei in assoluto.

Ma se io eseguirò le azioni raccomandate dai Kabbalisti, esiste già un elemento spirituale in questo. A questo punto non si tratta solamente del mio beneficio personale, ma mi può dare un risultato spirituale su quale io non posso pensare direttamente. Funziona tutto in maniera indiretta.

In altre parole, avanziamo indirettamente. E mediante ogni azione che compiamo, creiamo magnifiche città per il nostro egoismo, che diverranno delle povere città per Israele (“Yashar Kel”, quelli che aspirano diritto verso il Creatore).

E qui si nasconde un ostacolo addizionale. Se io ho lavorato per il Faraone creando città per lui, ma allo stesso tempo avessi potuto vedere parallelamente, come un “sottoprodotto” del mio lavoro egoista, che sto guadagnando proprietà di dazione, fede, amore, unità e adesione, allora sarebbe grandioso e chiaro! Saprei che aspettando una ricompensa egoista io acquisirei gradualmente i desideri di dazione.

Ma non funziona cosi. Non soltanto non acquisisco desideri di dazione, ma scopro che ho perso doppiamente! Nel mio ego mi accorgo di aver guadagnato grandiose città; io non le volevo, ma non avevo scelta. Ma per Israele che è dentro di me ho perso ben due volte: invece di progredire, ho ricevuto delle povere città.

Se accanto alle belle città per il Faraone noi costruissimo delle belle città anche per Israele, se spuntasse fuori lì un “affare” spirituale, sarebbe molto buono. Ma non c’è niente! Io vedo che il mio ego, il mio Faraone ha vinto, mentre la mi lotta verso il Creatore ha perso e mi ha allontanato ancora più da Lui.

E allora mi confondo e inizio a preoccuparmi. Cos’è questo percorso dopo tutto? Cosa mi avvicinerà di più alla dazione? E qui si trova l’ostacolo che può bloccare una persona nel proprio percorso poiché da questo punto in avanti la persona deve muoversi verso la richiesta, un urlo di protesta personale al Creatore. Lui lo capirà da se, non può lottare contro il Faraone e condurre se stesso fuori dalla schiavitù e ci deve essere una terza forza.

Prima d’ora non aveva sentito il bisogno del Creatore, per cui se ne dimenticava. Pensava che fosse una sorta di forza accompagnatrice addizionale che si rivela alla fine del percorso. Non lo vedeva come una cosa necessaria. Anche vedendo la storia di Mosè, noi possiamo notare che è il Creatore stesso che gli dice: “Andiamo dal Faraone”; il Creatore Stesso appare davanti a Mosè come un cespuglio ardente.

Questo significa che l’uomo incontra ancora dei grossi ostacoli che non gli permettono di connettersi con il Creatore e appellarsi a Lui in modo di poter lavorare assieme, come compagni, contro il Faraone.
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(Dalla prima parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 12.04.2011, Shamati 86).

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L’Egitto è tra di noi

Domanda: Cosa possiamo ottenere da tutto questo processo di esodo dall’Egitto nei termini del nostro lavoro interiore quotidiano?

Risposta: Abbiamo bisogno di aspirare ad una sola cosa: all’unità nel gruppo. Il gruppo è una mini umanità. Non possiamo agire immediatamente su scala globale, sulle masse dell’umanità, ma nel gruppo possiamo risolvere tutti i principi della connessione umana.

Lì riveleremo tutti gli stati: “la discesa in Egitto”, “l’immersione in Egitto” e “l’esodo dall’Egitto”. Sentiremo l’odio verso il Faraone (il nostro ego), i colpi che riceviamo da lui e la valutazione della nostra natura.

Tutto questo viene valutato in un solo luogo: nella mia relazione con gli amici. Ho bisogno del gruppo, dei miei “amici”, perché non posso riuscire ad amare tutto il mondo. Per me, il gruppo rappresenta tutta l’umanità e nel gruppo posso lavorare con tutte le mie qualità interiori.

Ogni volta che cerco di unirmi agli amici, scopro la rottura all’interno, l’odio e la repulsione per gli altri e realizzo nuove valutazioni interiori. Potrebbe essere che queste valutazioni appartengano ancora al lavoro “in Egitto” o anche essere “precedenti” ad esso. Non importa niente di tutto questo.

Non possiamo ancora distinguere chiaramente queste fasi. In generale, non possiamo vedere niente con chiarezza fin quando non usciamo dall’Egitto. Solo dopo possiamo cominciare a capire cos’è esattamente quello che abbiamo attraversato. Dopotutto, questo lavoro viene fatto nell’oscurità, sotto il governo del desiderio egoista, quando cerco di esistere in qualche modo in esso, insieme ad esso o contro di esso. È per questo che queste valutazioni non ci sono chiare.
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(Dalla 2° parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 13.04.2011, Il Libro dello Zohar)

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Catturare serpenti è una professione impegnativa

Lungo tutto il cammino spirituale, il nostro bastone diventa costantemente un serpente e ridiventa un bastone che ci sostiene nel cammino spirituale, cioè camminiamo al di sotto della ragione, nella ragione, oppure nella fede al di sopra della ragione.

Quando ascendi nuovamente, dopo essere caduto ed aver cominciato a giudicare con la tua mente ciò che è buono per te, devi fare attenzione affinché il ritorno alla fede al di sopra della ragione non sia una decisione egoistica che la mente ti obbliga a prendere. Al contrario, come risultato, camminerai nella fede al di sotto della ragione invece che al di sopra di essa e la tua fede, che è all’interno della ragione, scenderà ancora più in basso.

Si tratta di un discernimento molto sottile ed acuto che punge il nostro cuore. Dobbiamo essere capaci di vedere la verità davanti ai nostri occhi, per la qual cosa il Creatore non potrà ingannarci ed obbligarci a cadere. Dopotutto, dobbiamo prendere questo “serpente” per la coda e raccoglierlo da terra affinché ridiventi un bastone, invece di cadere sotto il peso di questi stati, sotto il peso di questo serpente.

Ci vuole tempo affinché una persona formi questi concetti nella sua interiorità e cominci a capire se è in questo lavoro oppure no, se fa questi discernimenti. Lavorare con “il bastone ed il serpente” significa già lavorare con il proprio egoismo, quando una persona si trova tra queste due forze che la influenzano, il Faraone ed il Creatore.

Tutto dipende da quello che farà con il suo bastone, lo butterà a terra oppure lo raccoglierà? Facendo quest’ultima cosa costruirà il proprio vaso spirituale (Kli), il suo “io”.

Questo non significa semplicemente che sei un bravo psicologo o che sai apparentemente in che modo uscire da te stesso, né che ti guardi da un lato per verificare quello che sta succedendo. Questi trucchi sono puramente psicologici, ma non sono lavoro spirituale interiore.

Stiamo parlando di discernimenti che si producono in una persona che ha già stabilito qualche tipo di attitudine verso il Creatore e verso se stessa. A partire da questi due punti, comincia a costruire il Faraone ed il Creatore ed a costruire se stessa nel mezzo.

Allora può lottare contro l’amore per se stessa, che aspira a distruggere fortemente ed in virtù di quest’odio per questa qualità egoistica, può ascendere al di sopra del suo egoismo.
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(Dalla 1° parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 13.04.2011, Shamati)

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Cosa hai nelle tue mani: Un bastone o un serpente?

Shamati 59, “Riguardo al bastone e al serpente”: “E Mosè rispose e disse: E se non mi crederanno, ecc …”. “Ed il Signore gli disse: Cosa hai nella tua mano? E lui disse: Un bastone. Ed il Signore gli disse: Buttalo a terra … e divenne un serpente, e Mosè scappò da esso” (Esodo 4).

Dobbiamo capire che non ci sono più di due gradi, ossia Kedushà (Santità) o Sitra Achra (Altro lato). Non c’è uno stato intermedio, ma lo stesso bastone diventa un serpente, se è scagliato al suolo.

… Questo è il significato della domanda “Cosa hai nella tua mano?”. Una mano significa realizzazione, dalle parole “e se una mano realizza”. Un bastone (Mate in ebraico) significa che tutte le realizzazioni sono costruite sul discernimento dell’importanza inferiore (Mate in ebraico), che è la fede al di sopra della ragione. Questo perché la fede è considerata come se avesse un’importanza inferiore e come bassezza …

C’è un discernimento molto sottile che viene fatto costantemente e che la persona deve fare in anticipo lungo il cammino della correzione dell’anima; questo viene chiamato “il bastone e il serpente”. Puoi controllarti in questo modo: se ho un forte desiderio di fare qualcosa ed è chiaro che è per il mio bene e mi rendo conto che è in questo modo che il mio egoismo si esprime, il quale brucia dentro di me, allora nel momento stesso in cui lo capisco, devo cercare di elevarmene al di sopra.

Anche se ho un grande desiderio interiore di giudicare il mio amico per decidere se dovrei avvicinarmi a lui oppure allontanarmene, anche al di sopra di tutto questo, devo fare uno sforzo ed elevare tutto il mio odio, la repulsione, la delusione e quello che mi aspetto dagli altri, dagli amici, dal maestro e dal Creatore ed avanzare con la fede al di sopra della ragione.

Al contrario devo capire che proprio le condizioni che mi hanno dato sono il “bastone” che devo raccogliere e tenere nelle mie mani. Allora questo diventerà un simbolo della mia fede e mi aiuterà ad avanzare.

Tuttavia, se scaglio il bastone al suolo in accordo al mio desiderio (“terra”, Aretz, è “desiderio”, Ratzon), allora diventa un serpente.

Devo fare questo discernimento per sentire questi due punti dentro di me, i quali sono costantemente presenti e si contraddicono tra di loro. Il mio ego è ardente e vuole giudicare tutti: gli amici, il maestro ed il Creatore. Le sue lamentele e l’ira sono completamente giustificate. Questo è sinceramente indignato interiormente contro tutti loro; però, al di sopra di questo, lavoro per amarli, giustificarli e dare a loro con tutto il mio cuore aperto per mezzo della fede al di sopra della ragione.

Quando sento questi due punti insieme, significa che io mi equilibrio correttamente nel mio stato attuale. Questi punti sono quelli che compongono il mio cammino verso la meta della creazione.

In questo cammino vedo che sono continuamente superato da nuovi calcoli e critiche, nuovi disaccordi tra l’ambiente e me, e questo avviene per farmi pensare ancora una volta che io sono nel giusto e loro nell’errore. Questo lavoro comincia immediatamente, non appena il gruppo si organizza.

Sia che le persone avanzino grazie alla fede al di sopra della ragione, oppure che affoghino in questi disaccordi e camminino insieme al serpente, scagliando il loro bastone al suolo, cioè, invece della fede nel cammino al di sopra della conoscenza, loro andranno per mezzo della fede all’interno della conoscenza o al di sotto di essa, l’unica cosa che resterà da fare è sperare che si sveglino e potrà volerci molto tempo; di fatto, nessuno sa quando potrà succedere.
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(Dalla 1° parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 13.04.2011, Shamati 59)

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I problemi del Faraone

Domanda: Quando una persona cerca di uscire dall’Egitto, cioè dall’amor proprio, riceve dei colpi che può superare solo chiedendo aiuto al Creatore; però, oltre a questo, esiste anche l’egoismo materiale, terreno, che riceve i colpi nel suo livello, come i problemi con la famiglia, con la salute, con le entrate e così via. Come dobbiamo relazionarci a questi problemi?

Risposta: Non importa che tipo di problemi sorgano nella mia vita, prima di tutto devo vederli come un disturbo che viene dal Creatore. Anche se ho dolore, anche così devo elevarmi al di sopra dei disturbi attraverso la fede al di sopra della ragione. A prescindere da tutto, devo fare dei calcoli al di sopra del disturbo e non sotto il suo peso. Devo essere in contatto con il suo “mittente”, con il Creatore.

Quanto alle azioni responsabili nel regno di questo mondo, devo risolvere tutti i problemi con i metodi comunemente accettati. Quando si tratta della banca, del lavoro, della famiglia e la salute, devo curare tutto come qualsiasi persona di questo mondo.

Pertanto, costruisci un’attitudine di due lati verso i problemi:

-In primo luogo, vengono dal Creatore e negozi solo tu con Lui. Tu vuoi avere questi disturbi perché ti danno l’opportunità di elevarti al di sopra della conoscenza e restare in contatto con il Creatore. Allora tratti i disturbi correttamente e cominci anche ad amarli e rispettarli. Dopotutto, non importa quanto ti disturbino, non importa quanto sale mettano sulle tue ferite e non importa quanto ti distruggano i nervi, questo è esattamente quello che ti aiuta ad elevarti al di sopra di essi.

-In secondo luogo, risolvi i problemi delle entrate nella maniera in cui si risolvono abitualmente nel mondo materiale.

Le due dimensioni devono essere presenti nella tua attitudine. Tu attribuisci i problemi al Creatore e allo stesso tempo desideri lavorare su di essi. Non scacciamo il Faraone dalle nostre vite, ma beneficiamo dei suoi problemi. Dopotutto, solo attraverso di essi, possiamo rifiutarlo, separarci da lui ed ascendere così sempre più in alto.

Il Faraone è la mia carne più pregiata, la mia anima, il mio punto più sensibile, mio figlio, la collana più importante e fine dentro di me.

Domanda: Però il Faraone resiste all’unità degli amici. Cosa hanno a che fare i problemi materiali con lui?

Risposta: Anche essi ti distraggono dal lavoro interiore. Non a caso tanti kabbalisti hanno sperimentato dei problemi materiali. Il Creatore li ha causati deliberatamente affinché fossero malati e disprezzati dalla gente intorno a loro. È stato così per dare loro un modo per superarli.

In fin dei conti, tutto questo è il risultato della durezza del cuore del Faraone. Il desiderio si rivela gradualmente dentro di te ed in conformità ad esso, sperimenti diversi problemi, tanto con gli altri quanto in te stesso.

Domanda: Devo chiedere aiuto in questi casi? Dopotutto, il Creatore ci aiuta in un solo senso, nell’unione.

Risposta: Giusto, i problemi ti ostacolano per questo. Quando sei malato, è difficile che tu possa concentrarti sull’amore per gli amici. La cosa più probabile è che ti dimentichi di tutto. Questo significa che devi chiedere aiuto. Non c’è nessuno a parte Lui. Tutto viene dal Creatore, ma passa attraverso differenti canali.

Devi raggiungere la meta, ma il tuo corpo, il tuo “asino” è malato e non può portarti. Allora cosa devi fare? Lasciarlo morire? Ma ne hai bisogno per il cammino.

Perché consideri questo mondo separato dal lavoro spirituale? Anche i piccoli problemi possono essere utili se lavori correttamente su di essi. Non importa quello che ci succede, è importante ricordare che questo viene da un’unica Fonte, fin quando arriviamo davvero a sentire di essere nell’esilio spirituale.
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(Dalla 1° parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 13.04. 2011, Shamati)

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La gemma della mia anima

Il Libro dello Zohar, capitolo “Yitro (Jethro) ”, punto 533: Ci sono due gemme e un masach tra di loro, si trova tra l’una e l’altra. La gemma superiore è priva di colore, e non è aperta visibilmente.

Punto 534: Malchut chiamato “gemma” perché si attacca a NHY de ZA, che sono “gambe”. Dall’ascesa di Malchut a Binà, risulta che anche Binà è chiamata “gemma”, ed è una gemma superiore.

Esiste una scala dei gradi spirituali che si estende dal mondo dell’infinito fino a nostro mondo. Consta di 125 gradini. La parte superiore di ogni grado contiene la parte inferiore di un grado superiore, mentre la parte bassa di ogni grado è immersa in un grado ancora più basso.

La parte superiore del grado più alto è il mondo dell’infinito, mentre la parte più bassa è all’interno del livello inferiore. Risulta che la parte più bassa di ogni livello superiore esiste insieme alla parte superiore del livello più basso. Perciò, in ogni livello c’è una parte comune tra i livelli superiore e inferiore dove entrambi si uniscono in uno solo.

La parte superiore di ogni livello è chiamata Galgata ve Eynaim (GE), mentre la sua parte inferiore AHP (Awzen, Hotem, Peh). In totale comprendono 10 Sefirot, ma in un modo che il livello inferiore contiene l’AHP del superiore, ed il GE del livello inferiore veste questo AHP. Ne risulta che la parte superiore di ogni livello comprende in totale 10 Sefirot , che i livelli superiore ed inferiore formano insieme. Questo è cosi a ogni livello.

Nel sistema collettivo delle anime siamo connessi tutti insieme, sette bilioni di anime. Quindi, tutte le parte della mia anima sono incluse in ognuno, e se io mi collego con loro nella forma corretta, tutte le loro parti sono in me come il mio GE o AHP. Cioè, non rimane niente di me tranne il mio punto iniziale con il quale io ho iniziato il mio percorso. Soltanto questo rimane in me, sono le mie fondamenta. Io acquisisco tutto il resto dagli altri, sia il GE o l’AHP. Io includo tutti in me. È il corpo della mia anima.

Questo è quanto Lo Zohar spiega: è impossibile creare una “gemma”, Malchut, il vaso spirituale di ogni persona se non creiamo una connessione con tutti quanti. Io ho bisogno di tutti: sono il mio vaso spirituale. Io devo ricevere il mio GE e AHP da tutti. E chi sono io? Sono il punto nel cuore da dove ho iniziato il mio percorso.

(Dalla seconda parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 08.04.2011, il Libro dello Zohar)

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Il punto d’ingresso alla spiritualità

Domanda: Per quale motivo è scritto “che questo mondo non è stato creato per nessun altro oltre a Israele” prima che per le altre nazioni del mondo, nonostante la loro correzione sia il traguardo della creazione?

Risposta: Dobbiamo seguire le spiegazioni scientifiche della saggezza della Kabbalah. Il mondo (Olam) significa occultamento (Alamà). L’occultamento è creato solamente per Israele, quelli che aspirano “diritto verso il Creatore”. Quelli che desiderano arrivare al Creatore devono passare da occultamenti, sofferenze, e colpi con il fine di costruire dentro se stessi una forza negativa, opposta al Creatore e allora desiderare arrivare alla qualità del Creatore: la dazione distaccata dalla ricezione.

Questo è il punto dove dobbiamo arrivare. Intanto, il nostro desiderio non deve essere similare a quello del Creatore con tutto il suo potere, assolutamente! Puoi avere un desiderio che pesi solamente un’oncia, ma deve essere quello corretto! Un desiderio corretto significa che comprendi cosa significa essere distaccato dalla ricezione. Questa qualità è molto importante e dobbiamo sperimentarla.

Dopo tutto, per il momento siamo capaci di donare solamente se ricaviamo un beneficio. Com’è scritto: “Cambiamo una mucca con un asino”, ricevendo quello che consideriamo preferibile.

Per esempio, un libro ha più importanza per me che il denaro. Allora, do denaro e ricevo un libro. Questo è chiamato acquisizione.

Pero, perché è chiamato acquisizione ? Per caso non l’hai pagato? Non hai dato il tuo denaro? No, quello che ho dato è meno importante per me in confronto a quello che ho ricevuto. Se fosse necessario dare qualche cosa dello stesso valore per l’intercambio, sarei stato incapace di farlo.

Ho sempre bisogno d’immaginare che quello che ricevo è preferibile per me di quello che do. E più grande sarà la differenza tra di loro, più sarò soddisfatto, dato che ottengo un guadagno da questo: “Guarda cos’ho trovato! E quasi gratis!”

Ed è cosi che vivi: il tuo riempimento deve essere il maggiore possibile in relazione a quello che dai in cambio. E allora non è chiamato dazione.

Come si fa a sentire la separazione dalla ricezione per dare e per non ricevere niente in cambio? Sono disposto a lavorare senza ricevere niente in cambio se credo che attraverso questo io mi guadagni il mondo a venire. È come se aprissi un conto nel futuro e ci facessi dei depositi. È perfino più affidabile: Nessuno se le porterà via e non si perderà niente come in questo mondo.

Ma come sentire che sei totalmente distaccato dal risultato della dazione, che non ricevi nessun guadagno da questo, ed è completamente isolato da te? Lavori duramente tutta la tua vita, e nessuno, incluso il Creatore, sa niente di te. Ma tu lo sai, lavori, e vuoi rimanere soltanto in questo. Tuttavia, se lavori solamente per non sentirti in colpa, allora questa è la tua paga.

Allora, come possiamo strapparci il desiderio di ricezione? Hai bisogno di sentire questo distacco in una misura piccola come un’oncia, e questo è tutto. Dopo tutto, questa è già un’immagine della genuina qualità di dazione, un’immagine del Creatore.
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(Dalla seconda parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 11.04.2011, Lo Zohar)

La prima innovazione

Scritti del Rabash, “la prima innovazione”: Tutte le innovazioni cominciano solo dopo che la persona esce dall’amor proprio. Pertanto, la Torà non può essere insegnata agli idolatri. Quando una persona è in Egitto, non può essere israeliana perché è schiava del Faraone, il re dell’Egitto. E mentre è schiava del Faraone, non può essere schiava del Creatore.

È scritto riguardo a questo, “I figli di Israele sono per Me”, loro sono Miei schiavi e non schiavi degli schiavi. Quando una persona serve se stessa, non può essere schiava del Creatore, perché è impossibile servire due re allo stesso tempo. Solo dopo che una persona esce dall’Egitto, cioè dall’egoismo, può essere servo del Creatore ed allora può ricevere la Torà. Da questo si deduce che la prima innovazione è l’uscita dall’Egitto.

La persona che si trova dentro il suo desiderio egoista è chiamata un “non Giudeo”. La persona che si eleva al di sopra del suo desiderio egoista, cioè che viene dall’Egitto, è chiamata un “Giudeo” (Iehudì) perché lei raggiunge l’unità (Ichud) con la Luce, il Creatore.

È possibile studiare la Torà, ovvero le forme della dazione, solo ascendendo, uscendo dall’Egitto. Per questo è scritto che la Torà non può essere insegnata agli idolatri, dove “non può” significa “è impossibile”. È così perché, mentre resti nel desiderio egoista, non capisci niente della spiritualità e non hai la minima possibilità di raggiungerla. Nei tuoi desideri e pensieri non puoi aggrapparti al finale di nessun tema che si estenda dal mondo spirituale.

Hai bisogno di mezzi ausiliari e solo per mezzo del loro uso corretto raggiungerai ciò che desideri. Pertanto, tutte le innovazioni ed i cambiamenti spirituali sono possibili solo dopo l’uscita dall’Egitto, cioè dall’egoismo. Fino ad allora, è impossibile capire qualcosa; fino ad allora siamo nell’oscurità totale e possiamo solo avanzare con gli occhi chiusi o seguendo le indicazioni dei kabbalisti.

Questo è tutto quello che ci resta, ovvero capire quanto opposto sia il nostro mondo a quello spirituale. Per uscire dall’oscurità verso la Luce, non ci aiuterà fare un giro di 180 gradi. È così perché la nostra oscurità è l’oscurità dell’Egitto, la quale non ha una direzione verso la Luce. Solo gradualmente, facendo le azioni corrette, possiamo arrivare al desiderio corretto. A prescindere dal fatto che questo sia egoista, tuttavia, in virtù dell’influenza della Luce, possiamo uscire dall’Egitto con l’intenzione altruista di Lishmà.

Questo ci parla di stati che sono assolutamente divisi tra loro. La persona che si trova nel mondo inferiore, cioè nello stato egoista, nell’intenzione “per il bene della ricezione”, è incapace di comprendere i piani e le azioni di coloro che sono mossi dalla dazione. Una non ha nessun contatto con l’altra, sono programmi totalmente differenti che non si incontrano in nessun modo.

In relazione al mondo spirituale, il nostro mondo non esiste. Questo si esprime solo nell’immaginazione della persona come una realtà precedente, immaginaria, necessaria per entrare nella realtà spirituale, che è l’unica che esiste. Tutto quello che vediamo ed immaginiamo qui è simile alle visioni di una persona che è in stato di incoscienza.

Pertanto, tutte le innovazioni, le realizzazioni ed i veri calcoli, cominciano con l’uscita dall’Egitto.
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(Dalla 4° parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 12.04.2011, Scritti del Rabash)

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TES: Diario personale di un Kabbalista

Domanda: Se la chiave è attrarre la Luce su di noi, perché discutiamo così a fondo la struttura dei mondi descritti nel TES (Studio delle Dieci Sefirot) durante la lezione?

Risposta: Il nostro scopo non è di parlare della struttura dei mondi nei dettagli, ma semplicemente cercare di captare alcuni dettagli per utilizzare quello di cui ci parlano i kabbalisti; però, quando studiamo il TES, come qualsiasi altra fonte, in primo luogo dobbiamo pensare all’anima, perché è lì che risiedono tutti questi elementi dei quali leggo e dove avvengono tutti i fenomeni.

I kabbalisti, che hanno rivelato dentro di loro l’attributo della dazione, riconoscono quali azioni possono realizzare dentro di loro e ne scrivono a riguardo. Oltre a questo, non c’è niente. O siamo in una realtà immaginaria di questo mondo, la quale in realtà non esiste e dopo si dissolve e viviamo in essa come in un sogno, o realizziamo l’autentica realtà della dazione, la realtà del Creatore.

Dopotutto, non c’è “nessuno tranne Lui” e se qualcosa esiste davvero è soltanto lì. Il TES descrive in che maniera si rivela a noi questa realtà autentica all’interno dei nostri desideri.

Come kabbalista, posso descrivere fino a che punto entrerò in questa realtà e descriverò che in effetti essa opera in me, che mi connetterò e comincerò anche ad identificarmi con essa; gli altri cabalisti fanno lo stesso. In altre parole, tutti scriviamo della stessa unione con la eterna Luce superiore e di quello che troveremo in essa dal nostro punto nero della creazione, il “punto dell’assenza”.

Quando mi metto in contatto con la Luce ed ottengo l’equivalenza con essa, sento in che modo cominciano ad avvenire al mio interno diversi fenomeni, che si vestono in me dall’Alto verso il basso (la Luce di Chokhmà) o la estesa saggezza (la Luce di Hassadim). Questi fenomeni producono diverse sensazioni in me ed io le descrivo, dopo aver ricevuto l’opportunità di esprimerli con parole e suoni.

Però tutte le impressioni che abbiamo, derivano dall’incontro di questo punto nero con la Luce, nel quale il primo diventa simile all’ultima. Questa è l’essenza della saggezza della Kabbalah: trovare la Luce nel punto nero della creazione.
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(Dalla 3° parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 12.04.2011, Talmud Eser Sefirot)

Questo non è ancora la Torà

Domanda: In uno degli articoli in Dargot HaSulam (I Gradini della Scala), Rabash scrive che è proibito insegnare ai gentili, cioè agli egoisti, la Torà. Che cosa stiamo facendo qui allora?

Risposta: “Proibito” nella Kabbalah significa impossibile. Sarebbe come dire che gli egoisti non devono ottenere la Luce Superiore. Cerca di rompere questa legge e vediamo cosa succede.

Stiamo parlando di leggi della natura, e la natura non impone divieti su di niente. Ma se vai contro di lei, sarai punito. “Proibizione” significa inabilità. Se i Kabbalisti scrivono “no” significa che sei incapace di farlo.

Gli egoisti non possono apprendere la Torà, o detto in altre parole, non possono studiare la Torà perché in principio un egoista è incapace di farlo. Non ha i mezzi per farlo, nessuno strumento. Dopotutto è un gentile e adora il proprio ego che non gli permetterà stabilire nessuna connessione con le Luci.

La Torà, o la saggezza della Kabbalah, è il metodo che collega i vasi e le Luci. Ma se non hai le prime, non puoi trovare le seconde. E pertanto non potrai apprendere la Torà poiché la Torà è il passo delle Luci che si spandono dentro i desideri in base alla legge dell’equivalenza della forma.

Continuazione della domanda: Allora cosa facciamo durante le lezioni?

Risposta: Ci muoviamo verso questo. Impieghiamo la Torà come la Luce che Riforma; la usiamo come se fosse in lontananza.

Ad un livello spirituale più alto ci sono Luci e vasi ed io sono separato da loro. Ma io desidero essere in quel gradino e in base al grado della mia motivazione, attiro da questo una piccola illuminazione che mi prepara per un’ascesa.

Cosi uso la Torà come la Luce Circostante ma non la Luce in tutto il senso della parola. Ancora non studio la Torà in questa maniera. Lo studio reale è l’espansione delle Luci nei vasi riformati (desideri), l’interazione tra la Luce e il desiderio per mezzo dello schermo. Questo è la Torà.

Il mio “io” spirituale è il recettore che è riformato dall’intenzione di donare ed è capace di ricevere la Luce. Desiderando ottenere questo, leggiamo testi Kabbalistici, aneliamo con tutte le nostre forze e lavoriamo nel gruppo per esprimere in qualche modo il nostro desiderio diretto alla dazione.

Ma arriva una risposta solamente nella forma della Luce Circostante. Non so nemmeno cosa sia, ma una volta dopo l’altra sento dei cambiamenti dentro di me: un poco più di comprensione, un po’ di sensazione. Ancora non è la Torà. La Torà è qualcosa di concreto: il desiderio, lo schermo, e la connessione tra di loro, quello che porta alla rivelazione del Creatore, o la Luce nel vaso.

Ma perfino cosi, anche adesso stiamo usando la forza della Torà. Questo è descritto come: “Ho creato l’inclinazione al male ed ho creato la Torà come spezia, poiché la Luce in questa Riforma”.
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(Dalla prima parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 12.04.2011, Scritti del Rabash)