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L’egoismo è la forza trainante

Nella nostra vita ci sviluppiamo grazie all’egoismo, che ci spinge da generazione a generazione.  Voglio sempre qualcosa di nuovo: questo, quello e altre cose.  Guardate i bambini, sono sempre in movimento. È così che si sviluppa il nostro egoismo: afferra questo, impara quello, prova questo.

Anche se ci scontriamo, combattiamo, uccidiamo e rubiamo, siamo controllati dalla nostra natura, e quindi, a prescindere da tutto, avanziamo. È così che l’umanità è arrivata ai nostri giorni.

Se improvvisamente dicessimo “non sviluppiamoci  più con la forza egoistica naturale,  ma piuttosto con una forza altruista, opposta ad essa”, dove troveremmo il desiderio, la forza e l’energia per la realizzazione dell’altruismo?

Ho energia per la realizzazione dell’egoismo, voglio ricevere. Ma per dare, dove trovo un desiderio tale in me? Riesco a pensare agli altri? Certo che no.

Posso pensare agli altri solo nella misura in cui comprendo la mia dipendenza da loro. Di conseguenza, penso solo a me stesso e posso fare del bene agli altri se so chiaramente che sarà anche un bene per me.

La natura umana è l’egoismo quotidiano più comune a qualsiasi livello.  Osserviamo come gli atomi, le molecole, la valenza degli elementi e tutto il resto si connettono, come le sostanze più grandi si mescolano in un organismo e tutto funziona.

Anche l’altruismo nel corpo, quando ogni parte pensa all’altra, è necessario per il buon funzionamento del sistema intero, altrimenti nessun organo sopravviverebbe.  Quindi l’altruismo esiste  anche nel nostro mondo, ma si tratta di un altruismo animalesco.

 

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From KabTV’s “Close-Up. Gene of altruism” 9/19/10

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L’insaziabile fame di potere dell’uomo

Fin dall’alba dei tempi, l’uomo ha bramato il potere. Fin da allora, le lotte di potere hanno sconvolto la vita pacifica delle persone. Anche oggi la fame di potere sta devastando e distruggendo innumerevoli vite. Il potere trasforma le persone in prepotenti. Questa cosa non possiamo eliminarla ma possiamo trasformarla in qualcosa di positivo. Se non impariamo come farlo, ci distruggerà tutti.

Si potrebbe dire che la fame di potere è la caratteristica primaria dell’uomo. Vogliamo controllare tutto ciò che ci circonda. Questo è vero non solo per i governanti spietati, ma per ogni essere umano.

La fame di potere esiste dentro di noi dal momento in cui nasciamo. Guarda come i bambini afferrano tutto ciò che la loro mano può prendere. Anche questo è un desiderio di controllare, di ottenere. È lo stato fondamentale dell’essere del nostro desiderio: voler possedere e controllare tutto ciò che vedo, portarlo sotto il mio governo, in modo che io abbia il controllo e tutto il resto sia subordinato a me.

In altre parole, la fame di potere inizia dai bisogni più elementari e aumenta a livelli in cui le persone perdono la capacità di giudicare correttamente a causa della loro ossessione per il potere. Il desiderio iniziale è naturale, ma negli esseri umani si evolve in un mostro disastroso.

Il problema non è che vogliamo qualcosa, ma che i nostri desideri crescono oltre il livello in cui possiamo bilanciarli. Alla fine, diventano desideri non solo di ottenere ciò che vogliamo, ma soprattutto di impedire agli altri di ottenere ciò che vogliono e di averli alla nostra mercé.

Esistono due forze fondamentali: l’attrazione e la repulsione. Si manifestano in tutti i livelli, fisico, biologico, emotivo e morale. In tutta la natura, gli opposti si bilanciano a vicenda. Negli esseri umani, la forza trainante cresce di generazione in generazione e continua a crescere per tutta la vita fino a diventare sbilanciata e fuori controllo. Per mantenere l’equilibrio che il resto della natura mantiene in modo naturale, dobbiamo imparare a farlo.

Fin dall’inizio della vita, dobbiamo insegnare ai bambini la natura umana, come tenerla sotto controllo, quali obiettivi dovremmo porci e come raggiungerli in modo costruttivo per noi stessi e per la società. Dobbiamo mostrare ai bambini quali ambienti sociali sono buoni per loro e quali no, e perché, e mostrare loro il danno che l’egoismo sconsiderato può infliggere.

Una volta che le persone hanno acquisito il controllo sul proprio ego, possono usarlo in modo positivo e costruttivo. Se queste persone hanno il desiderio di governare, una volta che avranno imparato a governare il proprio ego, potranno diventare grandi governanti. Saranno in grado di resistere al crescere e all’esplosione dell’ego, e invece di dire l’état, c’est moi (lo stato sono io), come fece Luigi XIV, si sentiranno umili di fronte al popolo per via del  privilegio a loro concesso di guidarlo saggiamente.

In effetti, un leader deve avere un sentimento intrinseco di non essere meritevole abbastanza. A meno che un leader non senta che le altre persone conoscono di più, sono più capaci o hanno più esperienza e saggezza, nulla gli impedirà di diventare un tiranno. Tuttavia, l’umiltà e un certo senso di inferiorità frenano l’ego e consentono al leader di rimanere attento, riconoscente e, soprattutto, premuroso.

I leader di domani

In considerazione delle crisi che siamo costretti ad affrontare su vari fronti, oggi sembra che la cosa di cui si abbia maggiore bisogno sia una guida competente. I capi di stato in carica sembrano essere principalmente preoccupati per i loro patrimoni e la loro sopravvivenza piuttosto che  per la sopravvivenza delle loro nazioni, già poco prospere. Inoltre, in un mondo globalizzato, i leader non possono occuparsi esclusivamente di ciò che porta vantaggio alla propria nazione in quanto ogni paese è dipendente dall’altro. Anche se questo è compreso da tutti, nessuno agisce di conseguenza. Sembra che ci attenda un duro risveglio.

Man mano che evolviamo, anno dopo anno, di generazione in generazione, anche le nostre aspettative ed aspirazioni cambiano. Un capo deve quindi avere occhi e mente rivolti sia al presente che al futuro. I leader devono vedere dove si sta dirigendo l’umanità e preparare il loro popolo a questo stato. Altrimenti, non sono guide ma semplici seguaci.

Il problema con i leader di oggi è che nonostante il mondo sia diventato completamente interdipendente ed interconnesso, essi dirigono la propria nazione come se l’unica cosa che conti sia il benessere della nazione stessa. Non si rendono conto che le decisioni politiche prese a danno di altri paesi, fondamentalmente danneggiano anche il loro.

Peggio ancora, anche quando se ne rendono conto, raramente agiscono di conseguenza, poiché l’ego umano si è evoluto a un livello tale da non preoccuparsi di nulla che vada oltre le ricompense immediate. Quindi una scelta politica che causa danni futuri non può competere con altre scelte che garantiscono ricompense immediate anche se illusorie.

Detto questo, credo che sia un errore attribuire la colpa ai leader. Non possono elevarsi al di sopra del livello delle loro nazioni, poiché è la nazione che li nomina o li destituisce. Pertanto, più che plasmare lo spirito della nazione, lo riflettono.

Se vogliamo capi che comprendano lo spirito del tempo e sappiano adattare la loro azione di guida ad esso, dobbiamo prima di tutto imparare noi stessi, il popolo, a conoscere il nostro tempo particolare.  A quel punto i leader, che verranno formati dalla nazione, sapranno cosa fare e le loro scelte avranno il sostegno della nazione. 

Ne consegue che i leader non riusciranno a considerare l’interconnessione tra le nazioni prima che questo diventi l’atteggiamento mentale prevalente delle persone. Anche se la maggioranza delle persone non comprende questo o non ci pensa, c’è bisogno che si comprenda che pensare solamente a se stessi è controproduttivo e non serve ai nostri interessi personali.

Quando i leader inizieranno a pensare agli interessi del mondo piuttosto che unicamente agli interessi delle proprie nazioni, oppure come accade oggi, al proprio ritorno personale, sarà possibile costruire sistemi funzionali e sostenibili di cui potrà beneficiare l’intera umanità. Quando le persone inizieranno a capire che dobbiamo prenderci cura dell’intera umanità, i leader faranno delle scelte politiche sostenibili e smetteranno di mettere le nazioni le une contro le altre in modo inutile e distruttivo. La pace nel mondo ed il vivere sostenibile si basano sulla consapevolezza che siamo tutti interdipendenti, che insieme vinceremo o insieme falliremo.

Didascalia della foto:
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tiene una sessione sull’Ucraina.

La Follia della Guerra

Ultimamente si è parlato molto di crimini di guerra. La definizione di crimini di guerra è molto ampia, quindi ci sono molte ingiustizie che rientrano nella categoria dei crimini di guerra. Ciò che era consuetudine per i conquistatori del passato ora è spesso considerato un crimine di guerra. Per sradicare i crimini di guerra, dobbiamo abolire la guerra. Dal momento che questo non è attualmente realistico, dovremmo almeno risparmiare coloro che sono davvero non coinvolti, vale a dire bambini, donne e uomini anziani. Sarebbe un primo passo nella giusta direzione.

Nei tempi antichi, un re vittorioso saccheggiava e prendeva per sé tutto ciò che possedeva il suo re rivale. Era considerato un diritto inalienabile del re trionfante e una ricompensa data per scontata.

Man mano che la morale dell’umanità si è evoluta, si è stabilito che tale comportamento era inaccettabile. Dal momento che gran parte della popolazione non prende decisioni né prende parte ai combattimenti, quella parte dovrebbe essere esclusa dalla punizione. In particolare, questo si riferiva ai bambini, che non capiscono nemmeno di cosa si tratti, alle donne, che non partecipano alla guerra, e agli uomini anziani, che non possono partecipare ai combattimenti. Nel complesso, circa il 70-80% della popolazione dovrebbe essere esente da punizioni o azioni di ritorsione. Questa fascia di popolazione è anche l’obiettivo principale delle norme che definiscono i crimini di guerra, al fine di proteggere le persone vulnerabili e non coinvolte.

In passato, le guerre erano in gran parte per il territorio, poiché la terra significava raccolti e i raccolti significavano provviste e ricchezza. Oggi, però, il territorio non ha alcun ruolo nel determinare la ricchezza di un Paese, quindi gli unici incentivi rimasti per la guerra sono il prestigio e l’autoglorificazione. È comprensibile che qualcuno si guadagni la fama per essere un grande comandante sul campo di battaglia, ma le guerre di oggi sono spesso combattute in città, in aree civili, e la maggior parte delle vittime sono proprio le persone che non hanno nulla a che fare con la guerra: bambini, donne e uomini anziani. In che modo un razzo che demolisce un condominio aiuterà chi lo ha lanciato a vincere la guerra?

La mentalità egocentrica di pagare dei soldati che combattano le mie guerre e di sperperare il mio budget in armi ad alta tecnologia dimostra che la mia ideologia è completamente irrazionale.  Che collegamento c’è tra la mia ideologia e l’uccisione di altre persone, che possono credere in qualcos’altro o non credere in nulla e vogliono solo vivere, avere figli e condurre la propria vita in pace?

Semmai, una tale mentalità rende la mia ideologia fondamentalmente imperfetta. Dopo tutto, se il risultato della mia ideologia è l’aspirazione ad annientare tutte le altre scuole di pensiero e a spazzare via le persone che credono in esse, allora la mia ideologia è intrinsecamente ingiusta.

La soluzione alla follia della guerra arriverà solo quando rovesceremo il nostro re: il nostro stesso egoismo. Ci stiamo gradualmente avvicinando alla comprensione che l’egoismo sta portando l’umanità sull’orlo di un precipizio. La questione è se ci renderemo conto in tempo che se lasciamo che esso continui a dominare, ci distruggerà tutti, o se aspetteremo di vedere con i nostri occhi che non c’è limite a ciò che l’ego può fare. Se aspettiamo, le atrocità che abbiamo visto finora saranno un paradiso rispetto all’inferno che l’ego porterà su di noi.

Perché ci interessa Mosè

Anche se la Pasqua è finita, c’è una cosa che per l’umanità non finisce mai: l’essere affascinati da Mosè. In realtà, non si tratta solo di Mosè, ma dell’intera storia della schiavitù degli Ebrei in Egitto e della loro fuga miracolosa, che ha catturato l’immaginazione dell’umanità per migliaia di anni. Cosa c’è in questa storia che ci ha affascinato così tanto? Dopo tutto, le storie di schiavi e di fuga verso la libertà abbondano, così come le storie di scontri tra leader. Ma poche, se non nessuna, hanno guadagnato l’immortalità come la storia della fuga di Israele dall’Egitto.

C’è una buona ragione per questo. La storia dell’entrata di Israele in Egitto, la loro vita lì e la loro fuga, ci affascina non tanto per la storia in sé, ma per ciò che significa per ognuno di noi. Gli annali degli Ebrei in Egitto descrivono il processo di liberazione dall’egoismo e il raggiungimento della qualità dell’altruismo, o amore per gli altri.

C’è una ragione per cui Rabbi Akiva spiega che la grande regola della Torah è “Ama il tuo prossimo come te stesso”, e perché il grande saggio Hillel disse a un uomo che gli chiese di riassumere la Torah in una frase: “Quello che odi, non farlo al tuo prossimo”.

E’ vero che non tutti vogliono diventare altruisti.  In realtà lo vogliono pochi. Tuttavia, man mano che l’umanità si evolve, sta diventando sempre più interdipendente. Più riconosciamo che le azioni di ognuno di noi influenzano la vita di tutti quanti, più ci rendiamo conto che non abbiamo altra scelta se non cambiare il nostro tratto fondamentale: l’egoismo, che di questi tempi è diventato ciò che molti esperti chiamano “epidemia di narcisismo”. 

La presa di coscienza è già in corso. La frase molto usata “Un’infezione in qualsiasi posto è un’infezione dappertutto”, mostra che riconosciamo che tutti ci influenziamo a vicenda.

Tuttavia, come possiamo preoccuparci degli altri quando siamo così preoccupati per noi stessi? Questo è precisamente quello che ci dice la storia degli Israeliti in Egitto. E ci commuove perché nel profondo, tutti noi abbiamo un Mosè interiore che capisce che la soluzione ai nostri problemi è nell’unità, nel liberarsi dall’ego, ed è solo una questione di tempo prima di accettare l’inevitabilità della trasformazione.

Nella storia, il Faraone rappresenta l’inclinazione malvagia, l’ego. Anche gli Egizi sono desideri e pensieri egoistici, ma non sono così ostinati ed egocentrici come il Faraone. Gli Israeliti sono quei pensieri e desideri dentro di noi che sono disposti a seguire Mosè verso l’altruismo.

Allo stesso modo, anche noi siamo molto deboli quando si tratta di resistere al nostro ego. Basta guardare la cultura: “Io! Io! Io!”, la cultura che abbiamo costruito, come l’ha descritta un grande saggio della NPR, e capirete quanto siamo immersi in noi stessi.

Ma prima o poi dovremo uscire dall’Egitto. L’impero dell’ego sta già cadendo; la civiltà che abbiamo costruito si sta sgretolando sotto l’inquinamento, lo sfruttamento e la belligeranza. Ci sta facendo uscire da noi stessi e ci sta portando l’uno nelle braccia dell’altro. Ci sta dando la scelta di abbracciarci l’un l’altro ed essere salvati oppure di ucciderci l’un l’altro e noi stessi durante il percorso.

Alla fine, sceglieremo la prima opzione. L’unica domanda è quanto tempo ci vorrà prima di capire che non abbiamo altra scelta che scappare dall’Egitto e costruire una nuova nazione, composta da tutta l’umanità, dove le persone si prendono cura le une delle altre e si uniscono come fece il popolo d’Israele ai piedi del monte Sinai: “come un solo uomo con un solo cuore”.

La “bussola strategica” dell’Europa

Alcune settimane fa, l’Europa ha annunciato il lancio dell’iniziativa della Bussola Strategica, “un ambizioso piano d’azione per rafforzare la politica di sicurezza e difesa [sic] dell’UE”. L’iniziativa non intende essere una parte della NATO, ma affiancarla e relazionarsi alla NATO come “partner strategico”. 

Nonostante il fatto che la NATO sia un’alleanza stabilita principalmente per proteggere l’Europa, e anche se la maggior parte delle nazioni in entrambe le entità, compresa la nazione fondatrice della “bussola”, la Francia, partecipino ad entrambe, la nuova organizzazione competerà contro la NATO per le stesse risorse. Il suo piano di Mobilità Militare, per esempio, è “un’iniziativa dell’UE per migliorare la mobilità del personale militare, del materiale e dei mezzi all’interno e all’esterno dell’UE”.

Allo stesso modo, la “Bussola” costruirà una task force dell’UE con capacità di spiegamento rapido per permettere all’UE “di reagire ai conflitti in modo rapido, robusto ed efficace”. A tal fine, l’UE svilupperà una capacità di spiegamento rapido (RDC dell’UE) composta da un massimo di 5000 truppe”.

Per come la vedo io, lo spirito antiamericano dell’Europa le si ritorcerà contro. L’iniziativa dimostra quanto sia disunita l’Unione Europea. L’unica soluzione a questa situazione è che presto, sia la Francia che la Germania (in misura minore), subiscano potenti colpi che scalzino il loro spirito antiamericano.

La smodata ambizione di essere unici, superiori e potentissimi, soprattutto nei paesi leader dell’UE, rende l’Europa il contrario di unita e, in tal senso, questa iniziativa è esemplare. Il resto dei paesi europei dovrà bilanciarli, ma non sarà facile.

L’Europa è stata il continente dominante per secoli, ma due guerre mondiali hanno rovesciato l’ordine mondiale. Oggi, l’Europa ha due leader, la Germania e la Francia, in quest’ordine, completamente opposti l’uno all’altro in ogni senso della parola.  Inoltre, ci sono gli Stati Uniti, la Russia e un numero di paesi asiatici come la Cina, l’India e alcuni altri, che stanno anch’essi diventando sempre più potenti e dominanti.  I paesi dell’ UE non sono nulla in confronto.

A causa di ciò, l’Europa non ha futuro. Potrebbero unirsi per proteggersi da aggressori esterni, ma il legame tra i paesi dell’UE è sempre stato debole e competitivo. Questo è il motivo per cui non possono andare d’accordo e per cui non avranno successo.

Se c’è un futuro per l’Europa, è mostrare al mondo intero che l’umanità non ha altra scelta che vivere insieme in pace e superare l’ego. Il concetto sostenibile per l’umanità è di iniziare ad aiutarsi in maniera genuina.  Anziché cercare opportunità di scontrarci, dobbiamo imparare a cercare modi per rafforzare i legami tra di noi. 

Certo, questo è un processo di apprendimento, ma deve iniziare da qualche parte. Se l’Europa semina ora, vedrà i suoi frutti. Se temporeggiano, le cose si deterioreranno fino a quando saranno costretti a percorrere questo cammino di pace contro la loro volontà. Finché la Germania sta da una parte e la Francia dall’altra, e nel mezzo nessuno fa niente, non succederà niente di buono.

Gli Hunger Games della guerra

Dopo un mese di guerra in Ucraina, si prevede una crisi alimentare mondiale senza precedenti. Le esportazioni di grano della Russia e dell’Ucraina insieme rappresentano quasi il 30% della produzione globale, mentre la Russia è il principale esportatore di fertilizzanti nel mondo. Pertanto, il conflitto minaccia di scatenare rapidamente una “tempesta perfetta” nell’agricoltura globale, influenzando la disponibilità di cibo e i prezzi. Alla sua base, dobbiamo renderci conto che la fame incombente non è il risultato di una mancanza di cibo, ma una conseguenza di un eccesso di egoismo umano.

Se consideriamo che circa 45 milioni di persone nel mondo sono già sull’orlo della carestia, e quasi 283 milioni di persone in 81 paesi sono ad alto rischio di insicurezza alimentare (secondo le stime del World Food Program), le previsioni per il futuro non sono promettenti. Una stretta energetica e l’aumento vertiginoso dei prezzi del gas naturale hanno inferto un duro colpo alla produzione alimentare e ai costi di trasporto.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura prevede un’impennata di almeno il 20% dei prezzi dei prodotti alimentari nei prossimi mesi, oltre alle interruzioni e agli aumenti dei costi dovuti alla pandemia COVID-19. Si prevede che la situazione aggraverà fortemente la sicurezza alimentare globale e creerà disordini sociali e instabilità.

Se il mondo avesse affrontato correttamente il problema della sicurezza alimentare, forse non avrebbe raggiunto una crisi tale da mettere in pericolo le provviste che potrebbero mettere milioni di persone in pericolo di fame. Avremmo potuto affrontare la situazione in modo sano e valutare ciò che abbiamo, quanto è necessario, chi manca e come distribuire al meglio le nostre risorse, come in una famiglia.

Il problema è che mentre il mondo è sempre più interdipendente, allo stesso tempo è diventato sempre più disconnesso. Nessuno pensa veramente al benessere degli altri. In alcuni luoghi, i cereali di base per il consumo saranno addirittura bruciati per mantenere alti i prezzi, facendo letteralmente morire di fame la gente in altri luoghi. Quindi la crisi alimentare che affrontiamo non è una questione di disposizioni limitate, ma la mancanza di preoccupazione e responsabilità reciproca tra di noi.

Questa non è la prima crisi alimentare che il mondo ha affrontato e non sarà l’ultima. I miliardi di dollari ricevuti dalle organizzazioni internazionali per affrontare la fame avrebbero potuto sfamare più volte il mondo intero, ma il problema non viene risolto perché non c’è un vero interesse a trovare una soluzione. La fame è un affare redditizio e un modo di dominare. Coloro che ne traggono profitto saranno felici di perpetuare la fame. Altri, in un’analisi a mente fredda, guardano addirittura la popolazione mondiale di 8 miliardi e pensano che sarebbe più facile e vantaggioso, nel complesso, occuparsi della metà di quel numero di persone, come accadeva cento anni fa quando si richiedevano meno risorse naturali.

A mio parere, finché non affrontiamo il cuore del problema, che è l’egoismo nella natura umana e la guerra tra interesse personale e interesse comune, non troveremo alcun rimedio ai nostri guai. Abbiamo finito le opzioni. Solo elevarsi al di sopra degli interessi egoistici per il beneficio comune può risparmiare all’umanità molti altri anni di inutili tormenti.

La crisi alimentare che affrontiamo dovrebbe costringerci a rivalutare le nostre priorità su come gestire i problemi globali. Solo quando le persone capiranno che tutti nella società dipendono da tutti gli altri e che il mondo è come un corpo in cui una grave malattia in uno dei suoi organi colpisce l’intero sistema fino al collasso, cominceremo a cambiare. In quel momento cominceremo a vedere atti di preoccupazione reciproca, e sistemi di supporto che sono stabiliti dalla comunità, dalle autorità e da tutti i responsabili per l’emergere di una nuova società di responsabilità reciproca. L’umanità semplicemente non ha altra scelta, non c’è altro modo per sopravvivere. 

Il lockdown in Cina: carenza di cibo, rabbia in abbondanza

La Cina sta finendo il cibo e la gente è sempre più disperata. Questo non è un problema da poco quando più di centonovanta milioni di residenti in circa ventitré città stanno vivendo in regime di isolamento totale o parziale, attuato come parte della politica ufficiale “zero Covid” in seguito al numero record di casi, in particolare a Shanghai, l’epicentro dell’epidemia.

Shanghai, la città più popolosa della Cina con ventisei milioni di abitanti, segnala ogni giorno migliaia di nuove infezioni da Covid-19, il peggior aumento da quando il virus è apparso nella città centrale di Wuhan nel 2019. La Cina è una delle ultime nazioni rimaste ancora impegnate a sradicare la pandemia, a differenza della maggior parte del mondo, che sta cercando di convivere con il virus nella sua variante Omicron.

La rigida chiusura di Shanghai ha un impatto su milioni di persone che stanno soffrendo per la scarsità di cibo, alcuni dicono che stanno già morendo di fame. I genitori vengono separati con la forza dai loro figli che sono risultati positivi alla malattia. Mentre le condizioni di vita continuano a deteriorarsi senza una fine in vista, la rabbia della popolazione cresce. I Cinesi, normalmente disciplinati e obbedienti, sfidano le autorità con proteste di strada e avvertono le conseguenze, compresi i potenziali disordini civili.

A tutti gli effetti, la carenza di cibo potrebbe avere un grosso impatto sulla società cinese.  Non c’è nulla di più importante del cibo. E’ letteralmente la base del sostentamento di qualsiasi società. Il cibo è il bisogno più importante nella scala dei desideri umani, seguito da sesso, famiglia, denaro, onore e conoscenza.  Il pensiero razionale non funziona a stomaco vuoto, e ciò che controlla la mente è il modo per soddisfare i bisogni fondamentali a qualsiasi costo.  

Come conseguenza della pandemia, i Cinesi stanno certamente attraversando dei grandi cambiamenti. Sono un popolo con fondamenta e tradizioni molto forti, quindi ogni cambiamento che attraversano potrebbe essere un esempio per il resto del mondo. Ma la pressione sociale popolare può portare un cambiamento nella politica della Cina? La capacità di governo è un problema ovunque nel mondo di oggi. I paesi che si aspettavano la piena egemonia sugli altri si stanno rendendo conto che non è più così facile quando grandi masse sono pronte ad opporsi.

Governare sarebbe più facile se ci fosse un re che governasse secondo l’eredità familiare, che potesse guidare il popolo e il popolo accettasse il suo mandato come parte di una stirpe riconosciuta. Ma non è così, quindi la gente deve capire che la natura agisce come re supremo. L’umanità deve smettere di aspettarsi grandi cambiamenti da governi e politici, il livello materiale di governo, e rendersi conto che c’è un regno supremo, il regno della natura, che controlla le nostre vite, il virus e tutto nella realtà.

Saremo in grado di rispettare questo dominio quando ci renderemo conto che possiamo risolvere i nostri problemi di approvvigionamento e di salute quando facciamo i conti con il potere della natura. Dobbiamo raggiungere un equilibrio con essa riconoscendo che c’è un prezzo da pagare per la sovrappopolazione e lo sfruttamento delle nostre limitate risorse naturali.

Ancora più importante, dobbiamo capire che non possiamo continuare a sfruttare gli altri solo per il nostro guadagno personale, senza conseguenze. In un futuro non troppo distante, sia le culture Occidentali che quelle Orientali, dovranno scoprire che all’umanità manca il senso di responsabilità reciproca.  

Didascalia della foto:
Un uomo in piedi su uno scooter scansiona un codice QR per acquistare cibo da un venditore dietro le barricate di un’area chiusa, dopo l’epidemia di coronavirus (COVID-19) a Shanghai, Cina 30 marzo 2022. REUTERS/Aly Song

Esilio e Redenzione. La via di Israele

Questa sera, venerdì 15 aprile, gli Ebrei in tutto il mondo celebreranno la Pasqua, la redenzione di Israele dalla schiavitù in Egitto, trentatré secoli fa. L’esodo dall’Egitto non è ricordato solo nella data in cui si colloca nel calendario ebraico. In effetti, non solo nel Giudaismo ma anche nel Cristianesimo si attribuisce grande importanza alla liberazione degli  Israeliti dalla schiavitù. Nel corso della storia, ci sono stati innumerevoli casi di schiavitù e di liberazione. Perché allora questo è così importante che ci si preoccupa di ricordarlo? L’esodo simboleggia molto di più della liberazione di una nazione da un’altra. Descrive il processo interiore con cui si riscatta la propria anima dalla schiavitù dell’ego. E poiché siamo tutti nati schiavi del nostro ego, l’esodo dall’Egitto riguarda ogni persona sul pianeta.

Quando gli Israeliti erano nel deserto del Sinai, si lamentavano con Mosè: “Ci ricordiamo del pesce che abbiamo mangiato gratuitamente in Egitto, dei cetrioli e dei meloni, delle verdure, delle cipolle e dell’aglio” (Num. 11:5). In un’altra occasione, si lamentarono dicendo: “Vorrei che fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando sedevamo vicino alle pentole di carne, quando mangiavamo pane a sazietà” (Esodo 16:3). Vediamo che non furono le difficoltà fisiche ad affliggere i figli di Israele in Egitto, ma qualcos’altro li tormentava al punto che non potevano tollerare di rimanere lì anche solo per un’altra notte. Quel qualcosa è la ragione per cui la storia dell’esodo dei figli di Israele dall’Egitto è ancora così ben ricordata.

Per capire cos’è questo qualcosa, dobbiamo ricordare che il popolo di Israele è diverso da qualsiasi altra nazione. Le loro radici non possono essere ricondotte a nessuna nazione o paese, clan o tribù. Noi attribuiamo la nascita della nazione ad Abramo, ma egli fu solo il primo. Il giorno della sua morte, gli Ebrei non erano ancora una nazione. Ricevettero il loro status ufficiale, se volete, solo ai piedi del Monte Sinai, dopo aver fatto voto di unirsi “come un solo uomo con un solo cuore”.

Fino ad allora, individui di numerose tribù e nazioni si univano agli Ebrei per loro scelta. L’unica condizione per unirsi agli antichi Ebrei era accettare il principio dell’unità al di sopra di ogni differenza. In altre parole, la nazione emergente era composta da uomini di origini diverse, che si univano al gruppo che Abramo aveva costituito perché aderivano all’idea con cui egli lo aveva fondato: unità, cura degli altri, questo è tutto ciò che conta. Ecco perché la legge fondamentale del Giudaismo è “Ama il tuo prossimo come te stesso”.

Nonostante i loro sforzi per unirsi, l’ego degli antichi Ebrei li deluse più e più volte. Ogni volta che lo superavano e si univano, si intensificava e li separava ancora una volta. Ecco perché la storia del popolo di Israele è piena di conflitti e guerre.

La storia dell’esodo dall’Egitto è un racconto simbolico che parla degli sforzi per superare il proprio ego. Mosè, per esempio, è la qualità dentro di noi che trascina costantemente verso l’unità. Il nome ebraico Moshe [Mosè] è simile alla parola ebraica moshech [tirare], cioè tirare via dall’ego e verso l’unità e l’amore per gli altri.

Il popolo di Israele è la qualità dentro di noi che può relazionarsi con Mosè e seguirlo, ma esita a farlo. Sono tentati dall’ego di rimanere in Egitto, dove l’ego è il re. Questo è il motivo per cui mettono costantemente in discussione la guida di Mosè e si chiedono se non sarebbe stato meglio se fossero rimasti in Egitto.

L’Egitto simboleggia il nostro ego, il nostro odio per gli altri. Il Faraone è l’epitome dell’ego. Non è solo l’odio per gli altri, ma il desiderio di dominare su tutti e tutto, di opprimere tutta la realtà sotto il proprio governo. Ecco perché il Faraone dice: “Chi è il Signore perché io obbedisca alla Sua voce?” (Es. 5:2). In altre parole, il Faraone non si inchina a nessuno; è il nucleo dell’egoismo.

La lotta di Mosè per liberare il popolo di Israele dall’ego ebbe successo. Per un individuo, è la redenzione dell’anima dalle catene dell’ego, il re che ci governa dalla nascita, come è scritto: “L’inclinazione del cuore dell’uomo è malvagia fin dalla sua giovinezza” (Gen. 8:21).

Come possiamo vedere, la storia dell’esodo di Israele dall’Egitto è molto pertinente. Il mondo di oggi, che è immerso nell’egoismo, ha bisogno di redenzione dall’ego non meno di quanto il popolo di Israele ne avesse bisogno allora. Abbiamo costruito un mondo bellissimo, che è abbondante in ogni modo possibile. Eppure, l’asservimento al nostro io narcisistico ci separa gli uni dagli altri e ci porta a distruggere ogni frammento di bellezza sul nostro pianeta.

Proprio come la schiavitù del popolo di Israele in Egitto era in realtà la schiavitù del loro ego, così noi siamo intrappolati dal nostro ego e cerchiamo di dominare e opprimere gli altri (se siamo Faraone), o semplicemente odiamo le altre persone (se siamo semplici egiziani). In entrambi i casi, è distruttivo per noi, per la società e per il mondo in cui viviamo. 

Che questa Pasqua sia l’inizio della nostra redenzione dall’ego e l’inizio dell’unità e dell’amore per gli altri.

La guida di Mosè per condurre l’umanità fuori dall’Egitto

Sull’odierno sfondo di un vuoto mondiale di autorità, la figura di Mosè che fece uscire Israele dall’Egitto sembra più rilevante che mai. Cosa ha reso il grande profeta, l’eroe della festa di Pasqua, così importante nelle pagine della storia? Quale speciale capacità di comando aveva?

In termini di capacità di comando, non c’era nulla di palesemente speciale in Mosè. Era tutt’altro che eloquente, non era un capo nato e spesso non riusciva a capire il Creatore di cui portava il messaggio. Con la sua apparente mancanza di risultati, chiunque altro si sarebbe arreso molto prima, ma non Mosè. Egli aveva la qualità che ci piacerebbe vedere nei governanti di oggi: un amore vero e disinteressato per il suo popolo.

Nel corso della storia, ci sono state molte persone che hanno saputo gestire bene le cose e governare gli altri secondo le loro aspirazioni egoistiche, ma non sono state necessariamente considerate bravi capi. Sofisticazione, scaltrezza e altre qualità subdole, tutte non sono richieste in un vero capo.

Un capo è prima di tutto e soprattutto un educatore. Mosè certamente lo era, ha educato il suo popolo ad amarsi l’un l’altro e lo ha aiutato a connettersi al di sopra del suo egoismo, dei suoi desideri innati di trarre vantaggio per se stesso. Gli Ebrei si unirono intorno al Monte Sinai, che non a caso prende il nome dalla parola ebraica “sinah” (odio). Non distrussero la montagna dell’odio tra di loro, ma mandarono l’elemento più incontaminato in mezzo a loro, Mosè, a scalare la montagna, a conquistarla e a portare giù una legge (Torah) con la quale avrebbero potuto stabilire l’amore tra di loro.

Ma la Torah non è un copione di Hollywood. Parla dello sviluppo spirituale all’interno di una persona e della lotta costante tra le forze dell’egoismo e le forze della fratellanza e dell’unità dentro di noi. Questo è spiegato nel Libro dello Zohar con la frase: “L’uomo è un piccolo mondo”. Così, quando è scritto nella Torah (Esodo 6:2) a proposito di Mosè che lo spirito del Signore parlò nella figlia del Faraone per chiamarlo Moshe (Mosè) dalla parola “moshech” (tirare), è perché lui è colui che tira Israele dall’esilio, li tira fuori dall’Egitto, cioè dall’egoismo che stava distruggendo le relazioni tra loro.

Oggi sentiamo che il periodo oscuro dell’Egitto sta ritornando, ma è generale e globale. Vediamo già chiaramente che il mondo intero è strettamente interconnesso, ultimamente con l’impatto della pandemia e con le ripercussioni della guerra in Ucraina sulle economie e le forniture di cibo in tutto il mondo.

Dobbiamo affrontare l’oscurità e anche capire cosa ci sta mostrando. Ha lo scopo di avvicinare tutta l’umanità alla redenzione. Dobbiamo smettere di fingere che questo stato di oscurità non sia sceso su tutti noi. Non possiamo ignorarlo o semplicemente sperare che se ne vada. È importante riconoscerlo e capire che l’oscurità è il segno di un nuovo stato luminoso.

Ma abbiamo bisogno di aiuto per usare questo avvertimento in modo mirato e raggiungere i risultati desiderati. Dovremmo essere condotti dagli attributi della guida di Mosè espressi nella forma di un sistema educativo pan-sociale. Abbiamo bisogno di un sistema che permetta a ciascuno di noi di capire che la radice di tutti i nostri problemi, in patria e all’estero, è l’ego che porta separazione e che le guerre tra di noi rendono solo amara la vita di tutti e portano solo più problemi in ogni parte del il mondo. Abbiamo bisogno di una guida che ci insegni a trascendere tutti i disaccordi e che ci insegni come, nonostante tutte le differenze, connetterci tra di noi.

Al contrario, se manchiamo di rispetto e ci facciamo del male l’un l’altro, inevitabilmente si manifesteranno altri flagelli come quelli dell’Egitto. Questo significa che tutto dipende da noi, ora. Se capiremo al pari di un bambino che vede lo sguardo dei suoi genitori, affronta e interpreta l’avvertimento e migliora il suo comportamento in risposta, allora non ci sarà bisogno di altri colpi. Invece, costruiremo ponti d’amore sull’odio.