Domanda: Cos’è il passaggio del Mare Finale (Yam Suf – Mar Rosso)?
Risposta: La traversata dello Yam Suf significa che fugge dall’Egitto solo chi è davvero capace di muoversi verso la disconnessione da qualsiasi interesse personale, da qualsiasi pensiero su se stesso, e chi vuole staccasi dal Faraone e di fugge via; il mare si divide solo per queste persone.
Domanda: Cos’è il “mare”?
Risposta: Il mare sono quelle acque, quella forza potente (Gevura) e quella legge della natura che tu non puoi attraversare con i pensieri e le intenzioni egoistiche, per percepire la realtà che esiste nelle intenzioni altruistiche e nei pensieri al di fuori di te.
Domanda: Perché questo mare si chiama Suf (fine – finale)?
Risposta: Perché questa è la fine del potere del Faraone, la fine dell’Egitto. La fine del cosiddetto “questo mondo”; tutto il resto è parte del mondo futuro.
Domanda: Che cosa significa che il mare si divide in due parti?
Risposta: È davvero un miracolo, il miracolo dell’esodo dall’Egitto, perché qui opera la forza speciale che nella saggezza della Kabbalah si chiama GAR di Chochma. Le acque del mare, queste potenti forze, si dividono nel mezzo; questo significa che la forza della dazione passa tra loro.
Stiamo parlando delle forze interiori dell’uomo. Dopo tutto, non si tratta di persone sulla riva del mare, ma di tutto ciò che accade all’interno dell’uomo.
Egli percepisce improvvisamente di avere qui l’opportunità di allontanarsi dal controllo del Faraone, di innalzarsi al di sopra di lui, e allora si dividono le acque che egli vede come una potente forza di fronte a lui.
Le acque non sono solo la bellissima forza di Chassadim, che significa misericordia. Le acque sono anche una forza potente. Le acque si dividono per alcuni desideri, per gli altri invece si chiudono e li annegano.
Domanda: Quindi, come fa il mare a “spaccarsi nel mezzo”?
Risposta: Il mare viene diviso dalla forza della fede quando io sono pronto ad andare sopra la mia conoscenza, sopra i miei sentimenti, quando voglio andare secondo la dazione universale, la forza all-inclusive dell’amore, la legge che opera in tutto il sistema come contrappeso al mio attuale e personale sistema egoistico.
E improvvisamente accade un miracolo, nel momento in cui sono davvero in grado di connettermi al sistema comune con la mia piccola sfera e di vedere l’intero sistema. E nella mia piccola sfera vedo un vero e proprio miracolo, quando una parte dei miei desideri è in grado di connettersi alla forza universale della dazione, all’anima comune, e una parte di essi “sta affogando nel mare”, cioè subisce una correzione speciale nel momento in cui “annega” e dopo, a causa di questo, si sveglia e comincia a correggersi.
Domanda: La forza della fede dell’uomo può forzare il mare a dividersi?
Risposta: Sì. Accade un miracolo se io sono d’accordo che questo avvenga, davvero d’accordo, e sono pronto a pagare per questo con la mia schiavitù e la mia fuga. Questo è chiamato miracolo perché succede a me non secondo l’ordine dei gradi ma improvvisamente e non secondo l’ordine di causa ed effetto. Comunque sia, quando raggiungo un tale stato questo accade sicuramente.
Vi sono leggi che si applicano. Tu arrivi ad un punto in cui se soddisfi queste condizioni, accade un miracolo anche a te, come ad un qualsiasi altro uomo. Perché è un miracolo? Perché tu non puoi immaginare come questo accade. Ma tu puoi raggiungere questo punto in cui il miracolo accadrà.
Domanda: Lei ci sta dicendo che viviamo all’interno di un programma che ci attira come raggi laser; tutto ciò che vediamo intorno a noi in realtà non esiste ed esiste solo un pensiero che proietta un film di fronte a noi …
Risposta: Questa è la nostra vita, un gioco della fantasia.
Domanda: Qual è la traversata dello Yam Suf in questo film?
Risposta: È il distacco dal nostro egoismo e l’affiliazione ad un sistema comune che vediamo, sentiamo e di cui diventiamo inclusi. In noi vengono rivelati i desideri integrali, i pensieri e le capacità che sono comuni a tutto il sistema. Comprendiamo tutto ciò che accade nel mondo da un capo all’altro, come dobbiamo comportarci e come da questo momento in poi raggiungiamo l’obiettivo comune per l’intero sistema in cui finalmente possiamo rispondere alla domanda: “Per cosa stiamo vivendo?”
L’attraversamento del Mar Rosso è una transizione verso una nuova visione della parte di questo sistema che ci sta proiettando questo film.
Domanda: Qual è la condizione per l’uomo per poter stare davanti allo Yam Suf (Mar Rosso), per essere in grado di compiere il miracolo del mare che si dividerà davanti a lui e che lui entrerà in questo pensiero superiore che proietta l’intera realtà per noi?
Risposta: Il requisito è molto semplice! Egli deve unirsi a Mosè, a quel pensiero e a quel desiderio dentro di lui. Egli deve ascoltare la sua voce ed essere proprio aderito a lui senza controllo, criticismo, senza niente! Solo per seguirlo!
Mosè è la qualità della dazione e dell’amore, l’unione tra tutti, ovvero, il gruppo in cui noi realizziamo questo metodo. Solo l’unione! Con il suo aiuto scappiamo dal Faraone che vuole dividerci tutti.
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Dalla Torah (Deuteronomio, 4:5-6): “Guardate, io vi ho insegnato leggi e norme, come il Signore, il mio Dio, mi ha ordinato, per applicarle in mezzo al paese in cui state per entrare per prenderne possesso. E voi [le] osserverete e [le] attuerete, perché questa è la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali vorranno ascoltare tutte queste leggi e dire: “Solo questa grande nazione è fatta di persone sagge e intelligenti”.
Questo comandamento suggerisce che se il popolo d’Israele inizia realmente ad eseguire i comandamenti in modo corretto e svolge tutte le sue azioni, non per se stesso, ma per il bene della dazione, per il bene degli altri, e attraverso loro per il Creatore, allora tutte le nazioni del mondo, tutte le proprietà della natura entreranno in armonia tra di loro e il mondo arriverà all’equilibrio universale.
E vedendo l’esempio di vita felice, l’umanità dirà: “Come sono sagge e intelligenti queste grandi persone!”
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Domanda: Come dobbiamo usare la forza dei libri kabbalistici?
Risposta: Non esiste nessuna forza speciale nel libro in sé. La forza si trova nell’uomo che si connette con ciò che è scritto nel libro e che cerca di raggiungere l’essenza interna, il livello spirituale, che nei libri di Kabbalah rappresentano le lettere e le parole.
Per esempio prendi due parole: “filetto” e “Malchut”. Sappiamo cos’è un filetto, sentiamo immediatamente il suo sapore in bocca e capiamo cos’è e quando ne abbiamo bisogno, ma non sappiamo cos’è Malchut. Pertanto, dalla nostra prospettiva, questa parola è come erba senza sapore che non evoca alcuna sensazione.
I libri kabbalistici sono scritti in questo modo, con questa terminologia e questo linguaggio che non evoca né pensieri, né sensazioni.
Come ci connettiamo ad essi, perché ci parlano del mondo superiore, della nostra guida e del nostro destino? In questo caso è necessario fare quello che ci dicono i kabbalisti, i quali ci consigliano di unirci in un gruppo di dieci amici e studiare insieme in cerchio.
Studiando i libri kabbalistici insieme, dobbiamo sentire di connetterci mutuamente e che arriveremo ad uno stato nel quale i nostri desideri e pensieri sono compatibili, quando ognuno si annulla davanti agli amici e si sente come un tutt’uno.
Questo significa che nel nostro mondo fisico dobbiamo assomigliare alla Luce Superiore il più possibile e così la Luce, che è una ed unica, brillerà su di noi in accordo ai nostri sforzi.
Domanda: Da una parte diciamo che la saggezza della Kabbalah non è misticismo, ma attrarre la Luce è un atto mistico?
Risposta: Qui non esiste niente di mistico. L’io è il corpo fisico che ha certe forze di attrazione e di rifiuto. Attrarre la Luce non è misticismo ma un atto fisico.
Domanda: Come scopriremo che i libri hanno un’influenza su di noi?
Risposta: Non è l’influenza del libro, ma del desiderio comune.
Lo sentirai come un calore verso gli amici, in accordo alla forza comune che appare tra loro e li connette. Cominceranno a sentire ciò che dicono i libri kabbalistici sull’unione, la connessione, le qualità di Bina e Malchut, e della forza della dazione tra di loro.
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Domanda: Se l’uomo pensa di essere salito nella spiritualità e poi, improvvisamente, gli viene il pensiero che gli possa solo sembrare che sia così, significa che è veramente salito o che gli sembra solo?
Risposta: Molto probabilmente gli sembra solo.
Un’ascesa spirituale è un’azione molto seria che risulta dall’assoluta vicinanza dell’uomo ad un gruppo e dal ricevere una forza speciale dal gruppo, il quale eleva gradualmente chi collabora con esso. Questa è un’ascesa verso l’attributo di amore e dazione, sopra la nostra natura egoistica.
Inoltre in questo stato nulla “sembra” all’uomo, poiché egli ha delle sensazioni molto precise fino al dettaglio più elementare dei diversi desideri e forze.
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Domanda: I miei soci in affari sanno molto bene come essere subdoli e truffare i propri clienti. Mentre io, al contrario, cerco di essere onesto e faccio quindi affidamento sull’onestà degli altri. E alla fine vengo lasciato da parte senza nulla, e inizio ad invidiare gli altri: “Perché io non riesco a realizzarmi nei miei affari come gli altri?”, si tratta di una Klipa, di un difetto?
Risposta: La Klipa è il lavoro contro la santità, contro il Creatore, un lavoro molto sofisticato in effetti.
Per quanto riguarda il tuo esempio, posso dirti che l’uomo che inganna la gente, alla fine, inganna il Creatore, e allunga le distanze che lo separano da Lui. Su questo non ci sono dubbi.
Se prendo quello che non merito dalla gente o dalla natura, ovvero il Creatore, allora questo è già l’inizio di una Klipa. E cosa merito? Io merito qualcosa se lavoro al fine di dare, se io esisto per raggiungere la dazione. In questo caso, anche le necessità che ho, sono solo per esistere e per essere in dazione, al fine di essere simile al Creatore e fare il lavoro di Dio. Non posso prendere per me tutto il resto che si trova al di fuori delle mie necessità vitali. Tutto il resto mi serve solo per dare agli altri. Questo deve essere il calcolo che fa l’uomo, e lo determina per sé: “Questo è ciò di cui ho bisogno per esistere al fine di portare soddisfazione al Creatore”. Tutto inizia con questa decisione, e continuando nella stessa direzione si arriva alla Kedusha (Santità).
Nella Klipa mi trovo nella situazione opposta perché prendo dagli altri, anche se non lo merito e forse non l’ho nemmeno guadagnato. Questo vale anche per quella parte del popolo d’Israele che non lavora ed è immersa completamente nello studio della Torah.
In generale, a causa dell’errore di calcolo in questo senso, stiamo tutti annegando nel mare dell’egoismo e dell’allontanamento dalla forza superiore. Anno dopo anno questo errore colpisce tutti in maniera sempre più forte e in questa fase stiamo iniziando a cadere in uno stato che abbiamo già sperimentato nel secolo scorso.
Ma ciò non significa che ognuno di noi deve andare al lavoro, o al contrario, che dobbiamo tutti vivere alla giornata. Una parte della popolazione ha davvero bisogno di studiare, così come un’altra parte ha bisogno di lavorare. Forse ci dovrebbe essere una certa rotazione. Perché non organizzarsi in modo tale che tutti abbiano la possibilità di lavorare e studiare?
Naturalmente, nel periodo del Tempio, molti nel paese si dedicarono allo studio. E non si trattò quindi di una questione di quantità, ma di discernimento. Questo è il nostro lavoro.
Inoltre, l’epoca che si prospetta davanti a noi non richiederà lo stesso numero di lavoratori com’è accaduto in passato. Quindi abbiamo solo bisogno di organizzare tutto in forma corretta.
Il problema è che le due metà della nazione, il sacro e il profano, non sanno come comunicare fra loro, non si capiscono a vicenda. Questo è l’unico ostacolo. Dopo tutto, se fossimo stati in grado di trovare un terreno comune e posizioni corrispondenti, credo che tutti avrebbero capito: chi studia deve continuare nel proprio studio. Ma non c’è alcun contatto tra le due parti della nazione, non ci sono buoni rapporti, non esiste un dialogo costruttivo e reale; esiste solo un odio reciproco, e quindi ci manca la corretta analisi della situazione.
In realtà il paese non ha bisogno di decine di migliaia di lavoratori e soldati. La dimensione del mercato del lavoro si contrarrà nel corso degli anni, e l’esercito moderno ha bisogno di più tecnologia che di persone.
Pertanto, l’attuale conflitto in Israele è causato dai giochi politici. I poteri che stanno dietro le quinte, stanno deliberatamente alimentando il fuoco.
E d’altra parte il grave problema dei religiosi è che non possono creare un corretto contatto con la parte laica della nazione per spiegare la propria posizione. La parte religiosa non apre una finestra di dialogo per paura di essere influenzata dalla cultura esterna. Ma la mancanza di dialogo fomenta la guerra fra fratelli.
Da Notare: Questo anche se i muri si stanno sgretolando e le influenze esterne sono penetrate all’interno.
Risposta: Ma questo non porta al contatto, alla comprensione reciproca. I muri si stanno sgretolando, non secondo la nostra volontà, ma per volere del tempo.
Le parti devono mettersi in contatto ed iniziare un chiarimento reciproco. Il nostro problema deriva dall’avere un unico “paniere”. Negli Stati Uniti non vi è alcuna collisione tra il popolo laico e quello religioso; essi “non mangiano dallo stesso piatto”, non hanno lo stesso esercito, non ci sono punti di contatto, non c’è alcun conflitto che qualcuno vive per conto di qualcun altro, e non c’è mancanza di comprensione fra loro.
In Israele la nazione è divisa, spaccata, e quindi continuiamo la distruzione del Tempio. In realtà le due parti partecipano a questo processo, compresi quelli che studiano la Torah. Essi chiamano la parte laica “il bambino viziato”. Ma se è un bambino, allora ha bisogno di un atteggiamento particolarmente paziente, e va da sé che richieda più attenzioni. Non è questo quello che dice la Torah? Dov’è il cuore grande, l’approccio simpatico e attento, dove non ci sono litigi e conflitti.
Alla fine tutto questo ci indebolisce e ci porta al collasso.
Domanda: Cosa diresti alla parte religiosa della nazione?
Risposta: Ai loro occhi io non sono nessuno, perciò non ho niente da dire o nessuno con cui parlare.
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