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Qual è il più grande rimpianto che gli uomini provano sul letto di morte?

Un rimpianto molto comune che gli individui  hanno prima della morte è in relazione a ciò che non hanno fatto nella loro vita, per esempio, il rammarico di aver lavorato troppo e di non aver dedicato abbastanza tempo alla loro famiglia e agli amici.

Tali momenti, comunque, possono anche risvegliare sentimenti di gratitudine per il coniuge, i figli e gli amici che li circondano nei loro ultimi giorni.

In effetti, perché le persone pensano a ciò che è più importante nella vita nei momenti finali della loro esistenza?

È perché stanno facendo il loro bilancio  finale della vita e si rendono conto della propria impossibilità di fare ancora qualcosa di buono, così se ne rammaricano.  Allora pensano che dovrebbero semplicemente perdonare tutti e chiedere perdono a tutti, e concludono chiedendo perdono al Bore a causa della loro incapacità di connettersi correttamente con Lui.

Sebbene molte persone si risveglino con questi pensieri nei momenti finali della loro esistenza, dovremmo esercitarli per tutta la vita, non appena acquisiamo una certa consapevolezza di noi stessi. La conclusione di questa linea di indagine dovrebbe suscitare in noi la domanda: “Troviamo benevolenza nella forza superiore?”.

E come possiamo sapere se troviamo o meno il favore della forza superiore?

Non lo si può sapere. Ma chiedendocelo di continuo, ci correggiamo un po’ alla volta.

Inoltre, dovremmo essere grati il più possibile al Bore per tutto ciò che abbiamo vissuto. La gratitudine è importante perché non sappiamo veramente cosa sia buono o cattivo,  quindi dobbiamo benedire il male e il bene cercando di essere buoni.

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.

Perché alcune persone trovano eccitanti, anziché spaventose, attività come il bungee jumping o il paracadutismo?

Che si tratti di bungee jumping, paracadutismo, altri sport estremi, corse nei parchi a tema e persino film di paura, in questi casi vogliamo sentire il limite e come lo superiamo: che raggiungiamo uno stato al di là delle nostre capacità.

Poi ci godiamo questo stato. È piacevole esercitare un certo livello di controllo sulla paura.

Il piacere di avere il controllo sulla paura diventa allora più forte dell’istinto della paura che affiora.

Quando la paura ci domina, sembra che penetri in ogni cellula del nostro corpo, fino al midollo delle ossa. Ecco perché il piacere che proviamo quando sentiamo un certo livello di controllo sulla paura è molto potente.

Tuttavia, se sentissimo che la nostra vita ha uno scopo eterno più elevato e ci mettessimo in cammino per raggiungerlo, non sentiremmo alcun bisogno di questo tipo di piaceri transitori, per quanto forti essi siano.

In questo modo non avremmo paura di nulla, perché vedremmo che siamo controllati dalla forza superiore, che vuole solo svilupparci per beneficiarci con la sua eterna e perfetta qualità di amore, donazione e connessione.

 

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.

Che cosa significa “avere successo” nella vita?

Avere successo nella vita significa raggiungere uno stato in cui desideriamo di fare del bene agli altri. 

Possiamo sentirci veramente bene quando diamo e doniamo agli altri.

Perché?

Perché, donando agli altri e desiderando donare loro il bene, diventiamo come la forza altruistica della natura.

In questo modo, possiamo raggiungere uno stato in cui tutto ciò che ci circonda sarà buono.

 

Contenuti scritti ed editati da studenti, basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.

Qual è la definizione biblica di sacrificio?

Il sacrificio è uno stato interiore sperimentato da tutti coloro che sono in fase di sviluppo spirituale.

Che cosa sacrifichiamo?

Sacrifichiamo il nostro egoismo, cioè il nostro desiderio di godere solo per il proprio tornaconto, o in altre parole, sacrifichiamo la nostra natura a livello inanimato, vegetativo e animato, che desidera sperimentare il piacere, il successo e una vita facile.

Questi desideri sono la natura innata dell’egoismo. Se desideriamo limitare il nostro approccio egoistico alla vita e raggiungere un altro stato in cui desideriamo non usare il nostro egoismo ma, al contrario, allontanarci da esso, allora tale azione interiore si chiama: “Sacrificio”.

Contenuti scritti ed editati da studenti basati sulle loro conversazioni con il Rav dr. M. Laitman.

Come gestire la paura e l’ansia

Uno dei miei studenti mi ha detto che quando parla delle sue ansie con una persona a lui vicina, come la moglie o un caro amico, scopre, in quel momento, di riuscire ad aprirsi, e l’ansia diminuisce, ancora prima di aver ricevuto consigli o aiuto.

La solidarietà sicuramente diminuisce l’ansia.  Esiste un detto nella saggezza della Kabbalah che “un dolore condiviso è un un dolore dimezzato”, ovvero, quando condividiamo una sensazione, la dividiamo, rendendola così più gestibile. 

Poiché è abbastanza facile capire come la condivisione delle nostre esperienze diminuisca i nostri sentimenti negativi, la domanda è: perché non usiamo di più questa capacità? Perché è così difficile per noi condividere le nostre paure e ansie con gli altri?

Abbiamo, a tutti gli effetti, paura di aprire i nostri cuori, di far vedere a tutti che abbiamo certe paure e preoccupazioni. Oltre a tutte le paure che ci teniamo dentro, abbiamo di solito anche delle apprensioni aggiuntive nel condividerle con gli altri, temendo che possa portare gli altri a percepirci come deboli. Dal momento che la società, in generale, valorizza individui più forti, più intelligenti, più ricchi e più in forma, aprire le nostre ansie a una società tale, ci rende vulnerabili allo sfruttamento. Dobbiamo quindi cercare un ambiente sociale che non ci sfrutti perché ci siamo aperti, ma piuttosto che ci dia un senso di fede e sicurezza che ci possa aiutare a gestire qualsiasi sensazione negativa. 

Un ambiente sociale in grado di garantire la fede e la sicurezza nei propri membri attira attivamente verso il bene superiore e la forza benevole, la forza dell’amore, della dazione  e della connessione. È questa stessa forza che risveglia in noi sentimenti negativi, siano essi paure, ansie o altre sensazioni dolorose, affinché ci avviciniamo a quella forza, e lo facciamo attirandoci l’uno all’altro.

Se vogliamo connetterci con la forza superiore e far sì che le sue qualità perfette dell’amore, della dazione e della connessione, riempiano la nostra vita con una sensazione di fiducia e certezza, allora dobbiamo emulare questa forza tra di noi, dando agli altri una sensazione di fede e sicurezza, e loro devono fare lo stesso nei nostri confronti.

Desiderando connetterci positivamente con gli altri, iniziamo a risvegliare la forza positiva che risiede in natura nelle connessioni che creiamo, e sentiamo un nuovo senso di fede e di fiducia spazzare via le ansie che potremmo avere dentro di noi.

Basato sul video “Come affrontare la paura e l’ansia” con il kabbalista Dr. Michael Laitman e Oren Levi. Scritto/editato dagli studenti del kabbalista Dr. Michael Laitman. Foto di Priscilla Du Preez su Unsplash.

 

Come vincere la paura, il consiglio di un Kabbalista

Lasciate andare la paura, semplicemente. Non pensate a quello che succederà poi.

Non sappiamo cosa sta realmente succedendo nelle nostre vite. Quindi la cosa migliore è solo quella di lasciar andare. Abbiamo questo potenziale dentro di noi. Lasciar andare le nostre paure richiede un po’ di allenamento, ma dobbiamo farlo.

La paura viene dal nostro desiderio di controllare le situazioni in cui ci troviamo e che non possiamo controllare. Quando lasciamo andare la paura, sembra che allora controlliamo la situazione da un’altra estremità.

Prendiamo ad esempio la paura più comune, quella di morire. La morte è inevitabile. Accettando il fatto che certamente moriremo, possiamo allora immaginare come il mondo continuerà a svilupparsi dopo che non ci saremo più, accettando questa immagine e lasciando andare tutte le paure che abbiamo al momento.

Non ci sono, tuttavia, passaggi precisi da fare su come lasciar andare la paura. E’ diverso per ognuno di noi. Qualcuno inizia a pensare qualcosa del tipo: “Cosa succederà nel mondo quando non ci sarò più?” oppure “Cosa accadrà alla mia eredità?” o anche “Cosa avrò lasciato al mondo?” Per affrontare queste domande, dobbiamo fare un’ulteriore correzione sulla nostra attitudine rispetto alla vita e alla morte, che è ciò che si nasconde dietro ogni nostra paura.

Dobbiamo trasformare le nostre paure in una resa assoluta al volere della natura, quel  desiderio di dare che ci ha creato e che ci sostiene, ma che ci chiede di fare un certo tipo di sforzo. E’ probabile che dovremo ancora attraversare molti momenti spaventosi fino a quando arriveremo alla fine del nostro viaggio terreno, dobbiamo quindi provare a calmarci.

Le leggi della natura che ci hanno creato e ci sostengono, e che in ultima analisi siamo portati a scoprire, sono in uno stato di assoluta calma e riposo. Dovremmo quindi cercare di emulare la calma della natura.

Siamo calmi quando non ci preoccupiamo di quello che accadrà. E’ un punto difficile da esprimere perché non è semplicemente come fluire con le correnti della vita. Al contrario, dobbiamo affidarci alle leggi della natura che operano su di noi in ogni momento e che controllano tutto e tutti.

Poiché viviamo dentro leggi della natura, che sono prestabilite e determinate, che controllano totalmente le nostre vite, allora non abbiamo niente di cui preoccuparci. Vogliamo interferire con leggi che dirigono tutto e tutti tramite correzioni? Certo che no. Allora allo stesso modo, è meglio che ci calmiamo e che portiamo avanti le nostre vite.

Questo stato di calma indica consenso. Significa che siamo d’accordo con le leggi della natura, il che è piuttosto difficile, perché vogliamo sempre frenare, controllare cosa sta succedendo nei piani della natura e sostenere che forse le cose dovrebbero svolgersi in modo un po’ diverso.

Basato sul video “How to Conquer Fear – a Kabbalist’s Advice” con il kabbalista Dr. Michael Laitman e Semion Vinokur. Scritto/redatto da studenti del kabbalista Dr. Michael Laitman.

“Gaslighting”. Parola dell’anno di Merriam-Webster

“In quest’epoca di disinformazione, di ‘fake news’, di  teorie cospirative, di troll su Twitter, e deep fakes, gaslighting è emerso come una parola del nostro tempo”, hanno scritto i redattori del dizionario guida, nella  spiegazione della loro scelta, aggiungendo che “il 2022 ha mostrato il 1740% di aumento nelle ricerche di gaslighting, con un elevato interesse durante tutto l’anno”.

Il “gaslighting”, secondo il Webster è la ‘manipolazione psicologica di una persona, di solito per un periodo di tempo prolungato, che induce la vittima a mettere in dubbio la validità dei suoi pensieri, della percezione della realtà, o dei ricordi e conduce tipicamente a confusione, perdita di fiducia e autostima, incertezza sulla propria stabilità  emotiva o mentale, e  una dipendenza dall’esecutore”. Sembra un reato grave, e lo è, ma è anche la realtà della nostra vita. 

I Governi e le grandi imprese praticano il “gaslighting” come routine. E’ così perché cercano di perpetuare il loro potere o la loro popolarità. Se vogliamo essere in grado di fare scelte libere e indipendenti, dobbiamo fare sforzi  continui e consapevoli, e anche in questo caso, il successo non è garantito. 

Il “gaslighting” è un tentativo che non nega solo i diritti sanciti dal Primo Emendamento, ma persino il diritto e la possibilità di praticare un pensiero libero. Peggio ancora, è un tentativo di negarci la libertà di pensiero facendoci credere che il nostro pensiero manipolato sia in realtà il nostro pensiero libero, che abbiamo stabilito e coltivato da soli e di nostra volontà. 

Sorprendentemente, la stragrande maggioranza della gente non ha alcuna obiezione all’asservimento della propria mente. Preferiscono un comodo oblio purché la vita scorra liscia. Pensare è faticoso e la maggior parte delle persone preferisce evitare lo sforzo quando non è necessario.

Ma per coloro che usano la mente, la consapevolezza non è sufficiente. Per essere liberi dalla manipolazione della loro mente, le persone devono costruire la propria mente, la propria spina dorsale. Devono dubitare di tutto, informarsi su tutto, essere pronti e disposti a cambiare spesso idea, ammettere i propri errori e sviluppare gradualmente una percezione personale del mondo.

Ma soprattutto devono essere disposti a subire il rimprovero e la condiscendenza della maggioranza “gaslighted“. Una volta costruita una spina dorsale sufficientemente forte, è possibile affrontare con fiducia i manipolatori e i loro messaggeri. 

Sembrerebbe che solo individui molto forti e determinati possano farlo, ed è vero che non tutti possono affrontare il disprezzo dei manipolati. Tuttavia, le persone possono essere istruite e tirate fuori dalla prigione in cui sono tenute le loro menti. Anche se le persone non sono naturalmente resistenti alle influenze esterne, possono imparare a vedere il mondo senza i filtri imposti alla loro visione dalle parti interessate.

Non sto dicendo che dovrebbero diventare attivisti di qualsiasi tipo. Penso piuttosto che debba essere un lavoro interiore, qualcosa che una persona fa senza dichiararlo o farlo sapere. Mi rendo conto che non è semplice essere attivi solo interiormente, ma non sono favorevole all’attivismo esterno sotto forma di raduni, proteste e dimostrazioni.

Anch’io ho dovuto fare uno sforzo per sviluppare la mia comprensione del mondo. Mi sono scollegato da esso, ho costruito un muro interiore intorno a me ed è così che conduco la mia vita in modo abbastanza sereno. In questo modo, anche se il mondo esterno tenta di imporre una certa visione, posso vederla, ma non la sento. Mi limito a scrollarmela di dosso e a continuare a vivere come voglio.

All’inizio non è facile vivere in questo modo. Bisogna costruire il proprio mondo, con i propri valori, pur funzionando normalmente nell’ambiente quotidiano. Tuttavia, una volta costruito, si è liberi: Avete una prospettiva oggettiva da cui guardare il mondo in cui viviamo tutti e siete liberi di parteciparvi o meno, nella misura che preferite.

Un’orchestra diretta “attraverso una collaborazione innovativa”

Fin dalla prima infanzia, i miei genitori volevano che diventassi un musicista. Mi hanno mandato a scuola di musica, dove ho imparato a suonare il pianoforte, e mi hanno portato al cinema a vedere film su grandi compositori e musicisti. Lo odiavo, ma ho imparato ad amare la musica, soprattutto l’opera. Ho anche imparato ad apprezzare le complessità e gli inconvenienti del suonare in un’orchestra. Così, quando ho saputo che a New York c’è un’orchestra che suona senza direttore, mi sono incuriosito. Inoltre, ho scoperto che non si tratta di un esperimento di breve durata: quest’anno l’orchestra, chiamata Orpheus, festeggia il suo cinquantesimo anniversario e il suo motto è “Esperienze musicali straordinarie attraverso una collaborazione innovativa”.

L’Orpheus è fiera della sua “capacità unica di creare collettivamente” e ha suonato regolarmente alla Carnegie Hall. Ad oggi, ha registrato più di 70 album con etichette come Deutsche Grammophon, Nonesuch e altre. Secondo il sito web di Orpheus, “il suono di Orpheus è definito dalle sue relazioni”.

Come appassionato di musica, so quanto debba essere impegnativo per un’orchestra di trenta musicisti creare musica buona e toccante. “Una cosa è che i quattro musicisti di un quartetto d’archi si adattino al suono del gruppo e interagiscano spontaneamente”, ammette il sito web dell’orchestra, “ma con venti o trenta musicisti insieme, le complessità e i vantaggi si amplificano in modo esponenziale”.

Penso che sia quasi innaturale. Il direttore d’orchestra è la mente dietro le note che ogni musicista suona. Senza un direttore d’orchestra che incanali l’ego di ciascun musicista per il bene di tutto l’insieme, è sorprendente che in un gruppo del genere ci si senta a vicenda e si suoni assieme in modo armonioso.

Tuttavia, se i musicisti accettano di “dirigere” il proprio ego, come fanno chiaramente i musicisti di Orpheus, allora possono veramente ascoltarsi a vicenda e creare un nuovo livello di armonia. Un tale livello non può essere raggiunto se un direttore d’orchestra in carne e ossa impone la sua volontà ai musicisti. Solo se gli esecutori “scelgono” di ascoltare l’orchestra piuttosto che se stessi possono raggiungere un nuovo livello di musicalità.

Per fare questo è necessario un grande lavoro interiore. In questa orchestra, non solo gli strumenti a corda, a fiato e a ottone devono essere intonati, ma soprattutto i cuori dei musicisti che li suonano.

Fotografia del fotografo Chris Lee.

(Per maggiori informazioni consultare il loro sito web https://orpheusnyc.org/)

Felice Anno Nuovo (di riflessione)

Quasi ogni cultura festeggia l’inizio del nuovo anno.  Ogni tradizione ha le sue usanze, pasti, doni e un proprio significato interiore.  Per gli Ebrei, il festeggiamento di Rosh Hashanah (l’inizio del nuovo anno) avviene con  cibi simbolici ed è un giorno di giudizio. Questo giudizio è il cuore di Rosh Hashanah.

Possiamo pensare al significato spirituale di Rosh Hashanah come a un sistema operativo, come Microsoft Windows o Apple IOS. La razza umana non è nata dal nulla. L’evoluzione ha uno scopo e il sistema operativo la conduce verso di esso.

Il sistema operativo funziona in tutta la natura e tutte le creazioni, tranne l’umanità, lo seguono istintivamente. Noi, dall’altro lato, possiamo studiarlo e manipolarne alcune parti a nostro vantaggio.

A Rosh Hashanah, prima di assaggiare la testa del pesce, pronunciamo una benedizione: “Che possiamo essere la testa e non la coda”. Queste parole esprimono il nostro desiderio di non rimanere ignari del sistema operativo e di esserne governati inconsciamente, ma di diventarne consapevoli e di poter orientare il nostro sviluppo in una direzione positiva.

Il sistema operativo conduce invariabilmente verso uno stato di armonia ed equilibrio tra tutti gli elementi della realtà. Mira a portare l’intera umanità in uno stato di unità e vicinanza, come se fossimo tutti un’unica famiglia calorosa e amorevole. Il sistema non mira all’uniformità, a renderci tutti uguali, ma alla complementarità, a renderci complementari gli uni agli altri, in modo che ognuno di noi contribuisca con le proprie capacità e i propri talenti al bene comune e goda dei contributi di tutti gli altri, proprio come in una famiglia affettuosa in cui ognuno aiuta gli altri perché tiene a loro.

Studiando il sistema, ci rendiamo gradualmente conto di quanto siamo opposti allo stato di vicinanza e cura. Queste prese di coscienza precedono Rosh Hashanah e si chiamano selichot (chiedere perdono). Le selichot sono preghiere che pronunciamo quando sentiamo quanto siamo all’opposto dello stato di equilibrio e di cura reciproca.

Il termine ebraico per “preghiera”, tra l’altro, è tefilla, che deriva dalla parola haflala, cioè criminalizzazione. Durante la preghiera ci “criminalizziamo”, cioè scopriamo di essere dei criminali e quindi chiediamo perdono. Il crimine che ci rendiamo conto di aver commesso riguarda il sistema operativo, cioè il fatto che siamo stati egoisti, pensando a noi stessi e amando solo noi stessi invece di abbracciare tutta la creazione e lavorare a suo favore. Nella spiritualità, l’egoismo è sempre l’unico peccato, poiché ogni errore che commettiamo deriva dal pensare solo a noi stessi.

Tuttavia, il processo di riflessione, pentimento, richiesta di perdono e preghiera per diventare più amorevoli non è limitato da nulla. Può e deve essere un ciclo costante che compiamo interiormente. Ogni volta che completiamo un ciclo di richieste di perdono, raggiungiamo un altro Rosh Hashanah, fino a quando la successiva consapevolezza di egoismo emerge in noi attraverso i nostri sforzi per correggere il nostro egocentrismo e diventare più premurosi.

Quando il ciclo di Selichot è finito e raggiungiamo Rosh Hashanah, non solo desideriamo essere la testa e non la coda, ma anche festeggiare la correzione delle nostre qualità corrotte. Questo viene simboleggiato immergendo una mela nel miele. La mela rappresenta il cuore e il miele simboleggia l’addolcimento (la correzione) che trasforma l’egoismo in premura per gli altri.

Un’altra usanza è quella di mangiare un rimon (melograno). Il melograno contiene molti semi. Ognuno di essi rappresenta un desiderio egoistico. Mangiarli significa correggerli dall’egoismo alla donazione, il che ci dà una sensazione di romemut (euforia, si noti la somiglianza con la parola rimon).

Infine, a Rosh Hashanah, suoniamo lo Shofar, un corno festoso. Il suono del corno sta a significare il nostro desiderio di correzione dalla indifferenza e dall’odio verso gli altri per essere amorevoli, connessi e uniti come un tutt’uno con tutte le persone del mondo. Il termine shofar deriva dall’aramaico shufra (il meglio del meglio). Questo è lo stato che raggiungiamo quando tutti i nostri desideri sono stati corretti e diventiamo uniti come un’unica famiglia globale e amorevole.

Polarizzazione e reti antisociali

La divisione e la polarizzazione aumentano di giorno in giorno come anche la rabbia e l’odio che vengono adoperati come arma da un flusso inondante di informazioni sui social media. Queste sono le conclusioni di un recente studio dell’università di Yale. Ma siamo davvero sorpresi da questa informazione?

Secondo la ricerca fatta in collaborazione con l’Università della Pennsylvania e l’Università della California del Sud, una quantità maggiore di informazioni non si traduce necessariamente in pluralismo , ma intensifica solo le opinioni già polarizzate. Le persone tendono a leggere e assorbire solamente ciò che conferma le loro idee in una sorta di ” bias di conferma”.

Per me non c’è nulla di nuovo. Dopotutto è scritto e risaputo, “Il cuore dell’uomo ha un’inclinazione al male sin dall’infanzia” (Genesi 8:21). Ciò vuol dire che siamo tutti sotto il controllo di un desiderio egoistico e alla costante ricerca della realizzazione di sé. Questa tendenza non esiste solo nell’essere umano ma anche nella società intera che fonda le sue radici in esso. La famiglia, le relazioni nazionali ed internazionali, tutta la società è fondata sul sistema egoistico. Questo è naturale e logico dal momento che tutto in natura, incluso il livello inanimato vegetale ed animale, lavora per ottenere il massimo piacere dal minimo sforzo.

Gli sviluppatori degli algoritmi dei social network hanno iniziato a bombardarci per farci rimanere più tempo possibile sulle loro piattaforme, al fine di trarre profitto dai contenuti di marketing. Successivamente questa tendenza ha incrementato gli sforzi per tentare di craccare gli algoritmi al fine di capire il motivo della loro efficacia su di noi. Ciò che in realtà va esaminato più a fondo è il nostro comportamento umano.

È molto meglio occuparsi della ricerca di noi stessi. Il nostro istinto malevolo è una bomba ad orologeria con un potenziale negativo terribile; questo lo testimonieremo via via, sempre di più. È importante interiorizzare il concetto che, a seconda dell’ambiente in cui viviamo, non esitiamo a beneficiare noi stessi anche se questo viene fatto alle spese del prossimo. Cerchiamo il nostro personale tornaconto senza alcun rimorso per le persone che potremmo danneggiare.

Vedremo la luce alla fine del tunnel nel momento in cui non saremo più in grado di tollerare il mostro che abbiamo costruito con le nostre stesse mani. Unanimemente decideremo di distruggerlo oppure, al limite, di condurre il mostro in un centro di riabilitazione.

Non abbiamo idea del danno che provoca il virus della polarizzazione alle nostre menti. In base alla nostra evoluzione l’umanità dovrebbe dirigersi verso l’equilibrio, ma prima che questo accada, anziché comportarci e connetterci in un unico sistema globale, noi permettiamo al nostro desiderio egoistico di controllarci e di separarci e tutto questo viene fatto con la collaborazione delle nostre menti, che poi corrispondono alla nostra intenzione. Come risultato litighiamo, ci separiamo, divorziamo e ci dividiamo, causando grandi danni che finiamo per pagare amaramente.

Quando non riusciamo a risolvere le cose con il buon senso razionale, ci riempiamo di rabbia e di collera e scoppiamo sotto pressione. I social network riflettono la nostra natura e infiammano le passioni antagoniste. È sufficiente che nei social prenda piede un’opinione estrema per superare il limite della nostra agitazione e crearci uno squilibrio emozionale.

Non sarà d’aiuto ripulire il contenuto tossico e censurare gli incitanti video e tweet. In realtà non faremo altro che ridurre il male nauseante per un breve periodo per poi riprendere con le nostre abitudini distruttive fino all’eruzione successiva.

Per cambiare direzione e pensiero c’è bisogno che riconosciamo, affrontiamo e prendiamo coscienza della nostra natura nociva e che parliamo dell’egoismo umano che ci governa. Una consapevolezza elevata può portare le persone a eliminare questa nostra imperante natura malevola. Un riconoscimento serio ed adeguato renderà tutti consapevoli che agire e pensare contro gli altri causa una frattura che conduce progressivamente all’auto distruzione.

Questo processo deve avvenire a tutti i livelli della nostra società e da lì si diffonderà nei social network in quanto essi non sono altro che uno specchio. Allora naturalmente approveremo delle leggi condivise dal mondo dei social media, che ci impediranno di essere noncuranti verso il prossimo e questo perché verrà universalmente riconosciuto che il nostro intento malevolo ci si ritorcerà contro.

Se già interagiamo con il mondo dei network, sarebbe bello sviluppare un algoritmo sano che sappia incoraggiare unità e vicinanza e che sia in grado di evocare una sensazione che porti beneficio e dolcezza alle nostre vite. Così come i social network sono entrati con impeto nelle nostre vite, cambiandole nel profondo, anche questo algoritmo potrebbe svilupparsi con grande successo. Solo allora inizieremo a costruire dei veri social network.