Che cosa insegna il libro biblico dell’Ecclesiaste sul denaro?
Una delle scoperte più sorprendenti dell’Ecclesiaste è che la felicità di una persona non si trova nella ricchezza o nei beni materiali. Più cerchiamo di accumulare per noi stessi, cioè di colmarci di piaceri, più crescono i nostri desideri e, in seguito, proviamo un senso di vuoto ancora maggiore.
A questo proposito, Kohelet affermò: «Chi ama il denaro non ha mai abbastanza denaro.» I saggi svilupparono ulteriormente questa idea, dicendo:
«Poiché tutti i loro beni e le loro proprietà sono esclusivamente per se stessi, e chi possiede cento ne vuole duecento, ne consegue che una persona non muore con metà dei propri desideri soddisfatti.»
— Il Kabbalista Yehuda Ashlag (Baal HaSulam), Lo studio delle dieci Sefirot, Parte 1, «Osservazione interiore».
In altre parole, non solo non riusciamo a rimanere felici a lungo grazie a ciò che acquistiamo, ma raddoppiamo effettivamente il nostro senso di mancanza.
Allo stesso modo, possiamo osservare che negli ultimi decenni l’umanità ha cercato intensamente la felicità. Prima di allora, fino alla metà del secolo scorso, l’umanità era principalmente preoccupata della sopravvivenza. Le persone si concentravano sull’avere una casa, guadagnarsi da vivere, mantenersi in buona salute e prendersi cura delle proprie famiglie. Queste cose portavano loro felicità.
Oggi, a differenza del passato, il mondo occidentale è immerso nell’abbondanza materiale, soprattutto per quanto riguarda i beni di consumo. La maggior parte di noi è impegnata a inseguire i piaceri della vita più che a garantire la propria sopravvivenza. L’intero mondo è aperto davanti a noi, con stimoli e opportunità senza fine. Eppure trovare entusiasmo e novità diventa sempre più difficile.
Più conoscenza, più dolore
L’Ecclesiaste affronta anche il tema della saggezza e della conoscenza. Kohelet credeva che acquisendo saggezza e conoscenza avrebbe raggiunto la felicità che desiderava. Si dedicò allo studio, solo per scoprire: «Con molta saggezza viene molto dolore, e aumentando la conoscenza aumenta il dolore.» Conclude poi che «non vi è ricordo duraturo del saggio più di quanto ve ne sia dello stolto», nel senso che alla fine entrambi concludono la propria vita allo stesso modo, senza che la saggezza offra loro alcun vantaggio.
In definitiva, ciò che tutti desideriamo è essere felici e godere della vita. Cerchiamo di raggiungere questo obiettivo attraverso i beni materiali, le esperienze, i figli di successo, le relazioni, i traguardi e molto altro. Anche la saggezza e la conoscenza servono come mezzi per ottenere piacere e felicità.
Oggi la società umana sviluppata ha raggiunto livelli senza precedenti nella conoscenza, nella scienza, nella tecnologia, nell’economia e nella medicina. Eppure non abbiamo ancora trovato la strada per la felicità. Come l’Ecclesiaste, scopriamo che una conoscenza vastissima non permette a una persona di sentirsi più felice o più appagata degli altri. Al contrario.
Questo solleva una domanda: possiamo trovare la felicità attraverso il nostro lavoro?
Che cosa guadagna una persona da tutto il suo lavoro?
L’Ecclesiaste parla anche di lavoro, attività, azioni e creazione. Per semplicità, useremo il termine «lavoro».
Lavoriamo per guadagnarci da vivere, ma non sempre ci piace il nostro lavoro, né esso soddisfa sempre le nostre necessità. Oggi, oltre a essere una fonte di reddito, il lavoro è legato anche allo sviluppo della carriera. La ricerca del successo in termini di posizione sociale, denaro e prestigio, tutto ciò che associamo alla felicità, ci spinge a cercare sempre maggiore soddisfazione attraverso la nostra carriera.
Sotto la pressione sociale, molti sentono che, se non hanno successo, sono in qualche modo persone prive di valore. La pressione a raggiungere determinati risultati può danneggiare la nostra salute fisica e mentale, così come le nostre relazioni con gli altri. È così che la vera felicità diminuisce progressivamente.
A questo proposito, l’Ecclesiaste conclude:
«Che cosa ricava una persona da tutta la sua fatica e dall’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? Tutti i suoi giorni sono pieni di dolore e il suo lavoro è sofferenza; persino di notte la sua mente non trova riposo.»
La felicità non si ottiene attraverso il denaro, la conoscenza o il successo professionale. Come possiamo allora conservarla e godere veramente della vita? La risposta sta nella comprensione della natura del nostro desiderio.
Il meccanismo del piacere
Dentro ognuno di noi esiste un desiderio innato, l’aspirazione a godere della vita. Tutti vogliamo stare bene ed essere felici. Ogni azione che compiamo nasce da questo desiderio fondamentale. Nella saggezza della Kabbalah, questo viene chiamato «il desiderio di ricevere piacere e delizia».
Desiderare il piacere significa voler essere colmati da un senso di vita e vitalità. Possediamo molti desideri diversi e, quando li soddisfiamo, proviamo piacere. I desideri più basilari sono quelli relativi al cibo, al sesso, alla famiglia e a bisogni simili. Al di là di questi desideri orientati alla sopravvivenza, che anche gli animali possiedono, la natura sviluppa negli esseri umani desideri più elevati. Cerchiamo il piacere attraverso il denaro, l’onore, il potere e l’acquisizione di conoscenza e saggezza. Si tratta di desideri sociali e umani che crescono man mano che ci confrontiamo con gli altri. Ogni persona possiede questi desideri in proporzioni diverse.
Esaminiamo come funziona il nostro desiderio. Supponiamo che io desideri moltissimo trasferirmi in un nuovo appartamento e che alla fine ci riesca. Per un mese, due mesi o forse persino un anno ne sono felice. Ma con il passare del tempo, quel piacere svanisce e alla fine mi ritrovo nuovamente con una sensazione di vuoto.
Lo stesso accade quando ho molta sete. Il primo sorso mi procura un piacere immenso, ma a ogni sorso successivo il piacere diminuisce. Alla fine non riesco più a bere, almeno finché il desiderio non si rinnova.
Lo stesso principio vale per tutto ciò che diventa abituale. Il motivo è che il nostro piacere non risiede nell’oggetto in sé, ma nell’ingresso ripetuto del piacere nel nostro desiderio. Una volta ottenuto ciò che volevamo, il forte desiderio che provavamo comincia a indebolirsi e, di conseguenza, anche la nostra sensazione di piacere svanisce.
Spesso sentiamo dire dalle persone: «Volevamo una vita migliore, studiare qualcosa di interessante, costruire una carriera, avere successo negli affari… Volevamo sposarci e l’abbiamo fatto. Abbiamo tutto e ogni giorno ci svegliamo accanto alla persona che conosciamo così bene…»
Una volta realizzate le loro aspirazioni, subentra la routine. Cominciano a cercare qualcosa di nuovo. Questo può assumere la forma di vacanze, cambiamenti di casa o ampliamento della famiglia. Le persone fanno fatica a mantenere la sensazione che qualcosa di nuovo stia entrando nella loro vita e le stia rivitalizzando.
L’esperienza della vita ci porta infine a comprendere che, per quanto ci sforziamo di essere felici, non ci riusciamo veramente. Viviamo tutti secondo uno schema familiare: andiamo al lavoro, risparmiamo denaro per le vacanze, la casa e l’istruzione, compriamo cose per sentirci bene e cerchiamo di proteggere noi stessi e i nostri figli dai pericoli. Finché alla fine ci stanchiamo, invecchiamo o cominciamo a sentire che l’intera corsa è futile, e ci chiediamo: «Qual è lo scopo di tutta questa vita?»
Si scopre che la vita umana ha davvero uno scopo. Tutto ciò che attraversiamo sviluppa infine dentro di noi domande esistenziali come: Qual è il significato della nostra vita? Perché viviamo?
Sono le stesse profonde domande che si pose l’Ecclesiaste.
Il re Davide, nel Libro dei Salmi, consigliò: «Gustate e vedete quanto è buono il Signore.» Ciò significa che la vera felicità e il vero sapore della vita si trovano nell’acquisire la qualità dell’amore e della dazione.
Infatti, l’Ecclesiaste, figlio del re Davide, conclude la sua ricerca dopo aver sperimentato tutte le prove della vita: «La conclusione di tutto il discorso, dopo aver ascoltato ogni cosa: temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto dell’umanità.»
I Kabbalisti spiegano che parlare di Dio o parlare della natura equivale alla stessa cosa e che i comandamenti sono sinonimo di leggi (per un’ulteriore discussione, si veda La Pace, del Kabbalista Yehuda Ashlag [Baal HaSulam]).
Al termine della sua ricerca, l’Ecclesiaste scoprì che il senso di pienezza nella vita deriva dal vivere secondo le leggi della natura. La legge generale della natura è l’aspirazione all’equilibrio tra tutte le sue parti, un’aspirazione all’unità universale. A livello umano, la Torah definisce questo principio attraverso la grande regola: «Ama il tuo prossimo come te stesso.»
Se realizziamo pienamente questo principio, creando relazioni di amore e di dazione al di sopra di tutte le differenze che esistono tra noi, diventiamo simili alla forza dell’amore e della dazione che sta alla base della natura e, insieme, raggiungiamo la felicità.
Fin dall’inizio, il cuore umano è egoista. La natura umana consiste nel voler avere tutto per sé e nel pensare innanzitutto al proprio beneficio, consciamente o inconsciamente. Kohelet nacque con la stessa natura. Inizialmente voleva tutto per sé, ma scoprì che la felicità non si trova nella soddisfazione di un singolo desiderio.
«Nulla di nuovo sotto il sole», dichiarò l’Ecclesiaste, intendendo che ogni tentativo di godere della vita in modo egoistico conduce infine al vuoto e alla necessità di cercare qualcosa di nuovo. Giunse a comprendere che la felicità può essere raggiunta soltanto quando troviamo il corretto atteggiamento di amore e di dazione verso gli altri.
Questo si riferisce alla connessione perfetta tra le persone, nata dal desiderio di assomigliare alla forza superiore, la cui natura è amore e dazione. Ogni persona si prende cura degli altri così come si prende cura di se stessa e della propria famiglia, mentre tutti gli altri si prendono cura di lei a loro volta. Ogni persona soddisfa i desideri degli altri e gli altri soddisfano i suoi. Solo attraverso questa reciprocità le persone possono donarsi a vicenda l’autentica felicità.
Che ci sia concesso il merito di raggiungerla.
Basato su “Nuova Vita 187 – Ecclesiaste” con il Kabbalista Dr. Michael Laitman.
Scritto/curato dagli studenti del Kabbalista Dr. Michael Laitman.
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