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Uscire dalla mia pelle

Essere uno Tzadik (giusto) significa giustificare il Creatore in tutte le circostanze. Alla persona viene dato ogni stato per aiutarla a voler andare al di fuori della sua pelle in una tale misura che il buio si addensa intorno ad essa, e questo è un aiuto molto grande che il Creatore manda a chi è pronto ad essere uno Tzadik.

La persona si trova in situazioni che sono inaccettabili per il suo ego in modo che sarà pronta ad uscire da se stessa. Ci è chiaro che il mondo spirituale è al di sopra di questo mondo fisico.

Pertanto, tutto ciò che è fisico deve morire, ma non si tratta della normale morte di tutti gli esseri umani, ma piuttosto, che una persona, se stessa, sarà d’accordo che tutti i suoi valori terreni moriranno. E in tal modo, acquisisce il livello successivo: la vita spirituale.

Egli esce dal suo corpo, si libera da ogni interesse personale per ciò che gli accadrà, e va al di sopra di tutte le situazioni in cui il Creatore lo mette. Egli concorda con queste circostanze, accettandole felicemente come costruttori del suo nuovo livello spirituale, perché esse lo innalzano al di sopra delle sue condizioni fisiche, portandolo al di fuori dei limiti della sua pelle e, in particolare, gli rendono possibile chiedere l’adesione con il Creatore dall’interno dell’oscurità. L’unica inclinazione che la persona avrà è quella di dare piacere al Creatore, mentre egli, lui stesso, si trova nel buio.

In questo, egli vede la sua salvezza, la sua partenza dall’esilio. Al di fuori della sua pelle, sente la vita vera, perché lui può soddisfare il Creatore, senza alcuna considerazione di sé. Così, sconfigge le tenebre, la sofferenza, la paura, l’ansia e la vergogna che sente, che sono stati rivelati intenzionalmente per indicare a lui i suoi limiti corporei e per aiutarlo a salire al di sopra di sé.
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(Dalla prima parte della Lezione quotidiana di Kabbalah del 04.04.2013, Shamati 36)

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Un approccio maturo ai problemi

Un approccio maturo ai problemi è quando sai di poter raggiungere l’obiettivo solo superando il problema. Tu superi le sensazioni spiacevoli nel tuo desiderio di ricevere, sopra il buio, e lì chiedi la connessione con il gruppo, con il Creatore. Anche la tua preghiera è falsa, e interiormente aspetti solo che il problema vada via, che l’oscurità si dissolva almeno un po’, in modo che sarai in grado, in una certa misura, di riposare, di rilassarti e di sentirti al sicuro.

Ma mantieni te stesso e cerca una connessione e adesione con il gruppo, con i libri, e con l’insegnante. Tu sei come un bambino che vuole tenerli tra le braccia. Tu cerchi tutto il supporto che puoi ottenere, che ti permette di chiedere non che il buio si dissolva, ma piuttosto di superare il buio e pensare al Creatore, e non ai propri sentimenti. La tua preoccupazione è quella di portare il piacere a Lui e non a te stesso.

Se riesci a pensare in questo modo, allora in quella misura tu senti già la contentezza. Quando puoi desiderare di portare al Creatore un appagamento ancora maggiore attraverso il gruppo e attraverso tutti gli altri mezzi, allora senti una gioia ancora più grande. Se non riesci, allora dovresti chiederlo affinché tu possa sentire la vita nei vasi esterni, nei vasi stranieri, che significa “al di fuori della propria pelle”, dove si trova la tua anima.

I sintomi della “malattia” andranno via nel momento in cui smetterai di pensare a loro e aderirai al Creatore non a causa dei sintomi corporei. Potrai venire fuori dalla tua pelle, come se tu morissi, e aderissi al Creatore, all’anima e non al corpo. Questo si chiama vivere nella fede al di sopra della ragione, venire fuori da te stesso, la transizione tra la vita e la morte, almeno in una certa misura.

Poi a poco a poco ti unisci a questa transizione, e quindi combatti la morte. Dobbiamo almeno capire il modello di questa transizione, e poi tutto avverrà secondo lo stesso principio, nella stessa maniera.
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(Dalla prima parte della Lezione quotidiana di Kabbalah del 04.04.2013, Shamati 36)

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In Egitto e al di sopra di esso

Dagli Scritti di Rabash, il saggio, “Che cos’è “un pastore del popolo è tutto del popolo, nel lavoro“: E poi egli può capire quale sia la “Shechina nella Polvere”, dato che poi vede dove lui ha bisogno di fare qualcosa per il bene del Cielo e non per il proprio vantaggio, immediatamente il corpo si lamenta e chiede: “che cosa è questo lavoro per te”, e non vuole dargli l’energia per lavorare, questo è ciò che è chiamata “Shechina nella Polvere”, che significa cosa vuole fare per il bene della Shechina, egli assaggia la polvere in questo, e non ha la forza di superare i suoi pensieri e i suoi desideri.

In generale, noi descriviamo l’esodo dall’Egitto semplicemente: “È stato molto brutto per noi lì, e siamo fuggiti da questo male per una vita bella.” L’approccio superficiale, egoistico e infantile è questo: “Eravamo schiavi, e ora siamo liberi. “E questo è davvero corretto, per la volontà di ricevere accetta solo questa semplice spiegazione.

Ma abbiamo bisogno di capire che siamo avanzati su due livelli: all’interno della ragione e al di sopra della ragione. Ciò che viene scoperto all’interno della ragione non punta verso l’esodo dall’Egitto di tutti, piuttosto il contrario; Egitto diventa solo più forte e sempre più difficile per noi. Ed è per questo che siamo in grado di elevarci al di sopra dell’Egitto, tutto il tempo per andare a di sopra della ragione.

Questo viene chiamato l’esodo spirituale dall’Egitto e, quindi, con ogni comandamento, ossia, con ogni correzione, diciamo che è un ricordo dell’Esodo. Non è sbagliato il fatto che si dica che la persona deve personalmente sentire che ora sta lasciando l’Egitto. Nel percorso spirituale, sentiamo sempre non soltanto una differenza, ma un’opposizione tra questi due livelli: la ragione e l’andare al di sopra di essa. E noi stabiliamo la nostra realtà, la realtà dell’Essere Umano (Adam), attraverso la distanza tra loro.
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(Dalla quarta parte della lezione quotidiana di Kabbalah del 03.04.2013, Scritti del Rabash)

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L’ONU celebra la Giornata internazionale della felicità

Nelle notizie (da “Le Nazioni Unite“): “Il 20 marzo sarà celebrata in tutto il mondo la prima “Giornata Internazionale della felicità”. La giornata è stata proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per promuovere la felicità come obiettivo universale e aspirazione nella vita delle persone di tutto il mondo.

“L’iniziativa di dichiarare il giorno della felicità arriva dal Regno del Bhutan – un paese con un grande Indice di Felicità Interna e che ritiene che lo sviluppo sostenibile dovrebbe adottare un approccio olistico verso il progresso e dare pari importanza agli aspetti non economici del benessere.

“La Giornata Internazionale della Felicità riconosce gli sforzi di altre nazioni e gruppi che lavorano per misurare la prosperità che va al di là della ricchezza materiale. Designando un giorno speciale per la felicità, le Nazioni Unite si propongono di focalizzare l’attenzione del mondo sul concetto della crescita economica che deve essere olistica, equa ed equilibrata, tale da promuovere lo sviluppo sostenibile e alleviare la povertà. …

“Inoltre, un evento speciale organizzato presso la sede delle Nazioni Unite il 19 marzo alle 06:00, segnerà questa occasione. Ci sarà una presentazione del libro audio da Sri Chinmoy, fondatore della Pace Meditazione (una preghiera buddista) presso le Nazioni Unite.

“Ban Ki-moon afferma che, ‘In questa prima Giornata Internazionale della Felicità, ci impegneremo a rafforzare il nostro impegno per lo sviluppo umano olistico e sostenibile, e rinnoveremo il nostro impegno ad aiutare gli altri. Quando diamo il nostro contributo al bene comune, noi stessi siamo arricchiti. La compassione promuove la felicità e contribuirà a costruire il futuro che vogliamo. ‘”

Il mio commento: Come tutto ciò che l’umanità ha creato, anche l’ONU è la rappresentazione del nostro egoismo…
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Il male dell’Ego ai raggi X dell’Odio

Esaminiamo l’amore rispetto all’odio che si risveglia in un uomo verso la fonte del male: se egli è capace di amare la fonte della sua sofferenza nonostante abbia delle sensazioni negative. In questo modo, egli si deve isolare dal male, dal luogo in cui egli percepisce la sofferenza, come se non fosse la sua natura.

Si tratta di un punto molto delicato. Nella natura egoistica ordinaria io odio colui che mi procura della sofferenza, la fonte del male. E’ come se delle volte confortassimo un bambino che si fa del male picchiandosi la testa contro il tavolo, dicendogli di colpire il tavolo. E’ una risposta naturale, istintiva dell’animale.

Ma il lavoro spirituale è stato previsto per la correzione dell’uomo, e tutte le correzioni sono possibili solamente se sento che qualcuno mi fa stare male e mi rendo conto che ciò che mi arriva è solamente amore e bene. Quindi, tutti i segni di sofferenza mi dovrebbero fare concentrare non sulla fonte di queste sensazioni negative ma sulla fonte del male dentro di me, nel luogo in cui percepisco questo male, sulla mia inclinazione al male. E’ qui che sento la sofferenza, i cattivi rapporti, e questo è ciò che devo staccare da me stesso, per realizzare il Masach (schermo), la restrizione, in modo che alla fine il male si trasformerà nella sua forma opposta.

E’ come se ci fosse un tavolo davanti a me con un pasto di cinque portate e ogni piatto fosse terribile, puzzasse, e sembrasse marcio. Non è che il cibo è soltanto un po’ salato o troppo piccante, ma che è proprio velenoso. Io, invece, devo correggere i miei vasi della percezione in modo da riuscire ad amare questo cibo, il che all’inizio sembrava impossibile. Nella stessa maniera, anche noi raggiungiamo l’amore in cima alla correzione dei nostri vasi nei quali sentiamo l’odio.
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(Dalla Preparazione alla Lezione quotidiana di Kabbalah del 03.04.2013)

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“Uno dovrebbe sempre vendere le travi della sua casa”

Uno dovrebbe vendere sempre le travi della sua casa e mettere le scarpe ai piedi” (Shabbat, 129).

Domanda: In senso spirituale, che cosa significa “vendere le travi della sua casa”?

Risposta: “Le travi della sua casa” sono tutti i pensieri, i desideri, e tutto il mio atteggiamento verso la vita, che mi obbligano a preoccuparmi di me e mi impediscono di unirmi agli amici. Per costruire un’immagine generale, un unico sistema, devo vendere questa “casa” che mi è tanto cara.

Ma neppure questo basta. Devo comprare delle scarpe da mettere ai piedi, il che significa che ho bisogno di una forza difensiva che mi tiene nei suoi settori. Non è sufficiente annullare la mia opinione e abbassare la testa davanti al gruppo, che è chiamato “vendere le travi della sua casa.” Ho anche bisogno di ricevere le forze che mi permettono di restare attaccato agli amici al di sopra di tutti i pensieri che sono evocati in me.

Questo significa che non è sufficiente annullare me stesso, ma che ho bisogno di una forza supplementare che mi leghi al gruppo. Questo è chiamato un “patto” o “scarpe ai suoi piedi (raglan),” in modo da non “spiare” (in ebraico, meragel, ha la stessa radice della parola piedi) a beneficio del mio ego.
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(Dalla prima parte della Lezione quotidiana di Kabbalah del 07.04.2013, Scritti di Rabash)

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Imparare dalle scimmie

Nelle notizie (da Phys.org): “‘I cercopitechi ci mostrano che la tolleranza tra i membri del gruppo, e la pazienza nei confronti di quelli che stanno imparando  possono migliorare le cose singolarmente, possono fare molto per risolvere i problemi di coordinamento’, ha dichiarato Ronald Noë della Université de Strasburgo in Francia.

“Nello studio, i ricercatori hanno osservato dei gruppi di scimmie cercopiteco, due di loro vivono liberamente in un parco sudafricano e un altro in cattività in Francia, facendoli fare un gioco sociale senza offrire loro alcuna formazione sul gioco o sul modo di giocare. In ogni esperimento a ‘circolo chiuso’, una sola femmina di basso rango è stata addestrata ad aprire un contenitore che conteneva una grande quantità di cibo solo quando le altre scimmie dominanti rimanevano fuori dal cerchio immaginario. Se qualcuno andava a prendere il suo cibo, tutti gli altri dovevano capire le regole e mostrare abbastanza moderazione di seguito.

“E infatti, i cercopitechi hanno capito. Uno per uno, senza alcuna guida da parte degli esseri umani, le scimmie dominanti hanno imparato a controllarsi. Non appena tutti loro mostravano moderazione, la scimmia fornitrice in mezzo a loro apriva subito il cestino del cibo, risparmiando tempo prezioso a tutti.

“Sorprendentemente, le scimmie cercopiteco hanno imparato a ‘giocare’ per conto loro, in ordine di dominanza e per tentativi ed errori. Le scimmie di rango superiore hanno capito le regole più in fretta perché il loro stato permetteva loro di raggiungere per primi il distributore di cibo e di vedere la risposta del fornitore alle loro azioni. Con le regole del ‘ritorno indietro’ hanno capito, tutti gli individui dominanti guardavano pazientemente fino a quando ognuno dei loro coetanei seguiva l’esempio. Le scimmie non avevano mostrato alcuna evidenza di comunicazione o di coercizione tra di loro.

“Noë ha detto che i risultati rappresentano esempi che i cercopitechi probabilmente usano tutto il tempo, nel coordinare i movimenti per la protezione del gruppo o il loro territorio, per esempio. Il loro comportamento ci mostra che processi cognitivi superiori come la comprensione dei pensieri degli altri e il linguaggio complesso, non sono sempre necessari per risolvere i puzzle sociali complessi. ‘Queste capacità ci aiutano molto, naturalmente, e il fatto che gli esseri umani sono così spesso di fronte a tali problemi di [coordinamento] possono ben spiegare l’evoluzione del linguaggio e delle capacità cognitive superiori,’ ha detto Noë. ‘Ma l’apprendimento individuale e un po’ di pazienza mentre gli altri imparano, può fare molta differenza. ‘”

Il mio commento: Come si sarebbero comportati adulti e bambini in questa situazione? Il nostro egoismo ci rende diversi dai primati, ma ci rende ciechi! Quanta sofferenza dovremo sopportare ancora prima di accettare l’ordine della natura superiore?
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Sopravvalutiamo tutto

Notizie (da PsyBlog): “Non importa cosa sia – un paio di jeans, una macchina o anche una casa – nel momento in cui un oggetto diventa di nostra proprietà, subisce una trasformazione.

“Poiché lo scegliamo e lo associamo a noi stessi, il suo valore aumenta immediatamente. Se qualcuno ci chiede di venderglielo, è molto probabile che ne aumentiamo di molto il prezzo, più di quello che noi saremmo disposti a pagare.

“Si tratta di una propensione cognitiva chiamata ‘l’effetto-possesso’.

“Questa è la ragione per cui alcune persone hanno delle soffitte, dei garage e dei magazzini pieni di rifiuti da cui non sopportano di separarsi. Quando si possiede qualcosa, si è portati a stabilire il suo valore finanziario molto più alto di quello che le altre persone farebbero.

“Se viene testato in via sperimentale l’effetto-possesso può essere sorprendentemente forte. Uno studio ha stabilito che i possessori dei biglietti di una partita di basket li avevano sopravvaluti di ben 14 volte il loro valore. In altre parole, le persone volevano 14 volte di più di quello che le altre persone erano disposte a pagare. Tuttavia, questo è un rapporto particolarmente alto e il rapporto in generale dipenderà da cosa si tratta.

“L’effetto-possesso è particolarmente forte per le nostre cose molto personali e che associamo con l’io, come un gioiello che ci ha regalato il nostro partner. Allo stesso modo sopravvalutiamo anche le cose che abbiamo da molto tempo”.

Il mio commento: Questo è l’effetto del nostro egoismo. Una perdita è sentita come più dolorosa della perdita dell’opportunità di un acquisto di equivalente valore perché l’egoismo include le cose nel “suo” possesso, e “il possesso dell’io” ha più valore di ciò che è “al di fuori dell’io”.

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Cosa mi tira indietro?

Baal HaSulam “Introduzione al Libro dello Zohar,” Paragrafo 10: E’ così perché Egli non ha alcun interesse nella ricezione, solo nella dazione, mentre le Klipot non vogliono nulla della dazione, ma solo ricevere per se stessi, per il proprio piacere, non c’è maggiore opposizione di questa.

Domanda: Che cos’è una Klipa?

Risposta: La Klipa è qualcosa che mi impedisce di avvicinarmi al Creatore. La riconosco come la forza che mi mette davanti degli ostacoli.

Effettivamente, cosa mi può ostacolare?

Io voglio godere, e questo significa che tutti i tipi di piacere mi sono di ostacolo; mi distraggono, mi allontanano dal somigliare al Creatore, e mi trattengono dall’avanzare verso l’unione e la dazione. Questi sono i piaceri che sono chiamati “sudiciume”.

Quindi la Klipa è qualcosa di estremamente piacevole. Diciamo che mi piace rilassarmi a casa più che incontrare un gruppo di amici. E’ molto più piacevole per me non pensare al mondo e alla correzione, ma a quello che mi riguarda personalmente. E’ molto più importante per me prendermi cura dei miei figli che non del mio prossimo’

Ma la vera Klipa è quando sento che avanzo verso il Creatore lungo un certo cammino e posso dunque portare a Lui piacere ma, improvvisamente, scopro che è più piacevole e comodo deviare da qualche parte, farsi distrarre da qualcosa. La Klipa è questo: se sembra che si attacchi ai miei vestiti e mi trascini indietro.
Non possiamo capire tutto questo fino a quando non acquisiamo l’intenzione al di sopra del desiderio, fino a quando non usciamo dal desiderio e non incominciamo ad agire in base all’intenzione.

Agire in base all’intenzione significa applicare la restrizione (Tzimtzum) al desiderio di ricevere. Io devo rendermi indipendente da questo desiderio ed essere completamente libero di scegliere. In altre parole, al di là del mio desiderio, io posso decidere da me stesso che lavorerò con questo desiderio al fine di ricevere. Ho l’opportunità di lavorare al fine di donare, ma decido di fare il contrario. Il sudiciume è questo. Al contrario, se non avessi alcuna scelta, non ci sarebbe nulla da chiedermi. Ricevere con l’intenzione egoistica è la Klipa che attraversa tutte le nostre ascese fino alla fine della correzione. Ci viene sempre richiesto di prendere una decisione difficile – come comportarci, per ricevere o per donare?

Stiamo parlando del lavoro con le Luci e con i vasi del desiderio egoistico, non solo del rifiuto dei “piccoli” piaceri del mondo. Mi viene richiesto di prendere una decisione di una certa importanza quando incomincio a sentire che c’è un re, egoista per natura. Questo è il rovescio del Creatore, e credo che sia quello che domina sul mondo. E’ così che dovrebbe essere, ed io decido in queste condizione.

Inoltre, la decisione è possibile solamente se mi elevo al di sopra della restrizione, se sono indipendente. Questo succede quando decido di godere solo per ricevere, e ritorno alla Klipa.

In generale, le forze del sudiciume spingono con forza un uomo in avanti verso il traguardo. Lo risvegliamo in un modo tale che, come colui che scala una montagna, egli deve elevarsi al di sopra di esse, superarle, e salire fino alla cima del palazzo del Re. Ed ogni suo passo è un innalzamento al di sopra del sudiciume.

La Klipa è l’essenza della materia della creazione, il desiderio di ricevere che ha preso la sua forma egoistica e che ci appare in questo modo. Ecco perché è impossibile fare un passo in avanti senza essere connessi alla Klipa.

Ma, naturalmente, non ci connettiamo ad essa da soli. Dobbiamo sempre restare sulla linea di destra, e allora le forze del sudiciume arriveranno al momento giusto e nella forma giusta.
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(Dalla 4.a parte della Lezione quotidiana di Kabbalah del 05.03.2013”Introduzione al Libro dello Zohar”)

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“Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti?”

Domanda: La notte del Seder di Pasqua è una notte speciale per il popolo di Israele. Si pensa che durante questa notte questo popolo sia nato e abbia iniziato il suo nuovo cammino. In che modo quindi questa notte dell’esodo dall’Egitto è così unica?

Risposta: La persona comincia a sentire che si trova nell’esilio egiziano, in condizioni di schiavitù dal suo ego, che si chiama Faraone, e che è necessario allontanarsi dal suo dominio, fuggire, ma non ne è capace. Comincia a urlare interiormente, non è più disposto a sopportare una vita come questa. Investe uno sforzo per quanto riguarda il gruppo, l’ambiente, l’insegnante, e i libri. Sente davvero di essere in prigione, nell’oscurità.

Poco a poco sprofonda in uno stato che si chiama “l’oscurità dell’Egitto,” la notte dell’esodo dall’Egitto. Questa notte è assolutamente buia, non gli viene lasciata nessuna speranza, nessuna possibilità nella vita. Non sente di essere pronto a continuare a vivere nel suo ego, dal momento che odia tutti, e non è in grado di relazionarsi bene con nessuno.

Egli si sforza di amare gli amici, di amare l’altro come se stesso, ma vede il contrario, diventa sempre peggio. Il Faraone in lui, il suo ego, diventa più forte e più brutale. Così, alla fine, la persona è distrutta, perché vede che non ha alcuna possibilità di lasciare questa servitù.

Egli passa attraverso stati interiori molto difficili, che in ultima analisi sono ammassati insieme: tutti i suoi tentativi di fuga dal suo ego, di salire sopra di esso, tutte le vittorie dell’ego gli mostrano come fortemente questo Faraone lo tiene dall’interno. Egli si trova veramente nel bel mezzo della lotta tra due forze: da un lato, la persona spinge dal momento che desidera essere libera, e dall’altra parte, l’ego pende sulle sue gambe e non lo lascia fuggire.

Queste due forze, infine, raggiungono la vetta della lotta tra loro, e la persona che si trova tra di loro, si sente nel buio più assoluto. Questo stato è chiamato la notte dell’esodo, le tenebre dell’Egitto. E così all’improvviso sente il richiamo da questo buio: “Devi lasciare! Sei pronto a fare questo! Puoi alzarti e fuggire dal tuo ego, qui ed ora, a mezzanotte, cioè, dallo stato più scuro. Non portare nulla con te nel nuovo stato, ad eccezione di quelle cose di cui hai realmente bisogno per la dazione, per il raggiungimento dell’unione, della connessione e dell’amore “.

In questo caso la persona è pronta a partire e fuggire dal suo ego, vuole elevarsi al di sopra di esso. Questo si chiama la sua nascita spirituale.
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(Da Kab.TV, “Scritti dei Kabbalisti: La Notte del Seder di Pasqua” del 04.03.2013)

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