Allo stadio della consapevolezza della propria natura

Commento: Nel commercio moderno  osserviamo una particolare catena quando qualcuno trae profitto da qualcun altro e l’altro da lui, poi da qualcun altro e così via. E alla fine tutti perdono, nessuno guadagna nulla.

La mia risposta: Questo è il modo in cui funziona il mondo, per cui tutto ciò che gli uomini fanno va via come l’acqua nella sabbia. Di questo non rimane nulla, eccetto sforzi terribili e vite paralizzate.

Ma oggi siamo in una fase in cui cominciamo ad essere consapevoli della nostra meschinità, della corruzione del nostro egoismo, e capiamo che non siamo in grado di fare nulla.

E così arriviamo alla consapevolezza che dobbiamo fare qualcosa con noi stessi, con la nostra natura. Questa è già un’affermazione seria, perché l’umanità vedrà che nella Kabbalah c’è il potere di liberarsi della sofferenza umana, la forza di trasformare tutta l’umanità in qualcosa di grande. Non solo per organizzare in qualche modo la vita sulla terra, ma per portarci fuori da questo stato al livello successivo, all’universo superiore, all’esistenza illimitata.

Vedo come molti si stanno avvicinando a questo. Forse non capiscono ancora o non sono pienamente consapevoli di ciò che stanno dicendo. Ma il processo è iniziato.

 

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From KabTV’s “I Got a Call. Global Financial Fraud” 5/4/10

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L’universo ha una volontà?

Domanda: Il più grande scienziato nel campo dell’astronautica K. E. Tsiolkovsky ha scritto nelle sue opere sul volere dell’universo. Ha detto che questo volere  condiziona tutto ciò che vediamo e sentiamo. L’unica domanda è: qual è questo volere?

L’universo ha una volontà? E possiamo parlarne?

Risposta: I veri scienziati, fisici, astronomi e cosmologi ritengono che l’universo sia un pensiero, una mente. Quando si addentrano in ciò che accade fuori di noi a grandi distanze, in grandi forze, sentono che esso respira con una sorta di enorme piano, qualcosa di molto grande e intelligente, finalizzato a qualcosa di misterioso, ma che ha una sua forza, una sua coerenza, una sua maturità, una sua logica superiore, per noi incomprensibile.

E noi siamo in questo come piccoli complici e l’universo ha la sua volontà e il suo programma. Molti hanno questa sensazione.

 

 

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Da “Primo piano” di KabTV. Il desiderio dell’universo” 11.28.2010

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Cosa fare quando prevale la separazione

Per molti dei miei studenti, specialmente quelli che vivono in aree di intenso conflitto, elevarsi al di sopra della realtà fisica, che è fonte di divisione, può rivelarsi una sfida enorme. Capisco come si sentono e sono loro vicino. In questi momenti spetta a tutti noi ricordare le parole del nostro insegnante Baal HaSulam, nella sua lettera ai suoi studenti: “Chiederò  che facciate grandi sforzi nell’amore per gli amici, per escogitare tattiche che possano aumentare l’amore per gli amici e possiate togliere di mezzo a voi la concupiscenza delle cose corporali, poiché questo è ciò che crea odio, mentre tra coloro che mirano a dare soddisfazione al loro Creatore non ci sarà odio. Piuttosto, tra loro ci sarà sempre grande compassione e amore”. 

In effetti, non ci può essere nessun’altra legge tra noi oltre che “l’amore copre tutti i crimini”. Tutti abbiamo la nostra natura; tutti abbiamo i nostri difetti. Tuttavia, tra noi, dobbiamo solo mettere in evidenza l’amicizia e l’unità al di sopra di tutte le differenze.

Quanto a me, non ho preferenze per una nazione rispetto a un’altra. Siamo tutti nati egoisti e tutti abbiamo bisogno di correzione, ma la correzione deve iniziare da coloro che si chiamano Israele, cioè da noi.

L’unica guerra che dovremmo combattere è quella contro il nostro ego, una guerra interna in cui tentiamo di elevarci al di sopra del nostro ego e di unirci gli uni con gli altri. I nostri amici sono qui per aiutarci, per sostenerci, per darci forza e incoraggiamento in modo da non mollare a metà della strada.

Per quanto riguarda la guerra fisica, sono contrario a tutte le guerre perché ci tolgono la capacità di combattere la guerra che è davvero importante, quella contro il nostro stesso ego, con l’aiuto degli amici.

Spero e prego che tutti i miei studenti, il popolo spirituale d’Israele, trovino la forza di trascendere le circostanze fisiche e di essere l’esempio di cui il mondo ha così tanto bisogno, dimostrare che è possibile superare la divisione e l’odio, e quando si coprono tutti i crimini con l’amore, raggiungi l’unità, la pace e la felicità.

La globalizzazione ha bisogno di una correzione urgente

In un’intervista rilasciata a CBS News l’8 marzo 2009, durante la crisi finanziaria nota come Grande Recessione, l’allora economista di Wachovia Corp. Mark Vitner ha affermato che sciogliere i nodi delle economie mondiali è “come tentare di ricomporre le uova strapazzate.  Non può essere fatto così facilmente.  Non so se può essere fatto del tutto”. Da allora, siamo diventati ancora più confusi. Tuttavia, la crisi alimentare che si sta sviluppando a causa della guerra tra Russia e Ucraina, la crisi dei semiconduttori e i ritardi nelle spedizioni a causa della pandemia e le crescenti tensioni internazionali hanno riportato in auge la questione della deglobalizzazione.

Alla riunione del 2022 del World Economic Forum (WEF), conclusasi di recente, la deglobalizzazione è stata ancora una volta uno dei temi principali. Il Financial Times ha riferito in un articolo che “L’era della globalizzazione che dura da tre decenni rischia di andare in retromarcia secondo i dirigenti delle aziende e gli investitori” e in un altro articolo ha sostenuto che “Il progresso tecnologico suggerisce che la svolta dalla globalizzazione può portare benefici ma anche sfide”.

Mi trovo d’accordo con l’osservazione di Vitner che è impossibile deglobalizzare le economie mondiali. Non si può  fare, non ora, mai più, e in futuro tutto sarà ancora più aggrovigliato di adesso. 

Tuttavia, ed è per questo che gli economisti stanno accarezzando l’idea di rompere i legami tra le economie mondiali, la globalizzazione sta aggravando i problemi del mondo perché si basa su relazioni così negative che dovremmo fermarne il progresso e non continuare finché non la organizzeremo su basi più positive per tutti i soggetti coinvolti.

Attualmente ci rapportiamo alle nostre relazioni economiche nello stesso modo in cui ci rapportiamo a tutte le nostre relazioni: con un approccio di sfruttamento. Se non ci rendiamo conto che l’economia provvede ai nostri bisogni più elementari e non deve quindi essere trattata come un mezzo per abusare e calpestare altre persone, l’economia mondiale continuerà a rallentare e la scarsità di cibo e gas si intensificherà.

La paralisi porterà alla fame in molti paesi e alla grave carenza di prodotti di base in molti altri. Di conseguenza, i conflitti diventeranno violenti, scoppieranno guerre e la vita si ridurrà alle condizioni del XIX secolo. Non possiamo permetterci di maltrattarci a vicenda quando si tratta di questioni economiche.

Ciò che è ancora più frustrante è che le carenze non sono reali; sono il risultato della riluttanza delle nazioni a fornire agli altri paesi i prodotti necessari. Se cambiamo il nostro atteggiamento verso gli altri, scopriremo che abbiamo già abbondanza di tutto e non ci sarà alcun tipo di carenza.

Grazie alla globalizzazione, piccoli stati come Singapore, Israele, alcuni stati arabi del Golfo Persico, stati europei con scarsa popolazione e piccole isole possono prosperare nonostante le loro dimensioni. Importano ciò di cui hanno bisogno, cioè quasi tutto, ed esportano prodotti o tecnologie uniche o si affidano al turismo. Tuttavia, in assenza di legami estesi e costruttivi tra paesi e nazioni, questi stati non saranno in grado di provvedere a se stessi e semplicemente scompariranno.

Ciononostante, non saremo in grado di smettere di dipendere gli uni dagli altri. Possiamo pensare di poterlo fare, ed è per questo che la deglobalizzazione è stata un argomento di discussione al WEF, ma non saremo in grado di farlo. In un modo o nell’altro, dovremo migliorare le nostre relazioni e smettere di cercare di sminuirci e di metterci l’uno contro l’altro. Scopriremo che anche solo tentare di farlo, come sta accadendo ora, provoca danni enormi a tutti, anche a noi stessi.

Non c’è modo di affrontare il cambiamento senza un certo livello di dolore. Il dolore è l’unica spinta al cambiamento. Tuttavia, spero che saremo abbastanza intelligenti da reagire rapidamente, in modo che il livello di dolore che dovremo sopportare non comporti una terza guerra mondiale nucleare.

L’evoluzione naturale dell’umanità ci ha connessi, e la natura non torna indietro.  Quindi, l’unica cosa che possiamo fare è cercare di avanzare in maniera piacevole e non dolorosa. 

Se ci sforziamo di apprendere la nostra interdipendenza e la necessità di collaborare positivamente, possiamo invertire la traiettoria negativa e la minaccia di guerra. Al contrario, avanzeremo con la globalizzazione pacificamente, in un modo che sia vantaggioso per tutti e che provveda veramente a tutti i nostri bisogni.

Didascalia foto:
Il fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum (WEF) Klaus Schwab è seduto, mentre il cancelliere tedesco Olaf Scholz (non nella foto) si rivolge ai delegati durante l’ultimo giorno del WEF a Davos, Svizzera, il 26 maggio 2022. REUTERS/Arnd Wiegmann

Un grande caos in arrivo

L’aumento dell’inflazione sembra aver preso tutti alla sprovvista.  Il tasso di inflazione dell’8.3% negli USA in aprile, rappresenta un rallentamento in confronto ai mesi precedenti, ma è comunque troppo elevato. La situazione non è molto migliore nell’Eurozona, dove l’inflazione è salita all’8,1%. I prezzi stanno aumentando in tutto il mondo e nessuno sa come fermarli. Con ogni probabilità, l’effetto a catena dei rincari porterà ad ulteriori aumenti con diversi picchi, e la mancanza di gas, grano, olio, semiconduttori e altri prodotti, non farà altro che peggiorare la situazione.  A tutti gli effetti, è in arrivo un grande caos.  

Il problema è che alcuni dei prodotti la cui fornitura è stata ostacolata, come i semiconduttori, il grano e il gas, sono alla base dell’industria e della produzione alimentare mondiale. Abbiamo bisogno di grano per quasi tutto ciò che mangiamo e di gas e chip per computer per quasi tutto ciò che produciamo. Pertanto, la loro assenza ostacola l’intera economia globale e la produzione alimentare.

La prima a soffrire sarà l’Africa e forse gran parte dell’Asia Orientale. Miliardi di persone soffriranno la fame, miliardi!

Ma la fame è solo l’inizio. Le persone affamate non si fermano davanti a nulla. Quando intere nazioni soffrono la fame, scoppiano guerre e i conflitti diventano violenti. Il disastro che ha appena iniziato a svilupparsi potrebbe essere peggiore dei nostri peggiori incubi, qualcosa che non possiamo nemmeno immaginare. Oltre ai danni causati dall’uomo, possiamo aspettarci che anche le catastrofi naturali, come le inondazioni e gli incendi, provochino disastri in tutto il mondo.

Una cosa che la gente potrebbe fare è iniziare a fare scorta di alimenti di base. Tuttavia, non credo che servirà a molto, visto che la crisi sarà prolungata e non si esaurirà in poche settimane.

Se c’è qualcosa che può aiutare, è la consapevolezza che siamo tutti sulla stessa barca. Attualmente, la barca è piena di buchi e sta affondando rapidamente. Possiamo farli sparire se uniamo le mani e lavoriamo insieme a tutti i livelli, da quello più personale a quello internazionale.

Tuttavia, la collaborazione richiede il riconoscimento della nostra interdipendenza e, soprattutto, la fiducia. Senza questi due elementi, continueremo a cercare di aiutare solo noi stessi e, di conseguenza, affonderemo tutti.

Inoltre, se iniziamo a collaborare e a pensare al bene comune piuttosto che solo al nostro, scopriremo che non manca davvero nulla. Prima dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, stavamo già buttando via almeno un terzo del cibo prodotto. In altre parole, c’è cibo in abbondanza ma non c’è la volontà di condividerlo, e questa è la vera ragione della fame e di tutti gli altri problemi che stiamo vivendo.

Questa crisi ci insegnerà che possiamo avere successo solo se lavoriamo insieme per il bene comune. Ma ogni lezione ha un costo.  Prima impariamo la lezione,  meno salato sarà quel costo. Più a lungo indugiamo, più alto sarà il costo e più dolorosa la lezione.

 

(Reuters Marketplace – Immagine DPA)

Oltre le leggi sulle armi

La strage alla Robb Elementary School di Uvalde, in Texas, ha riacceso il dibattito sulle leggi sulle armi e sul Secondo Emendamento, soprattutto perché è avvenuta solo dieci giorni dopo un’altra sparatoria di massa in un supermercato Tops Friendly di Buffalo, a New York.  Non c’è dubbio che non tutti dovrebbero avere l’autorizzazione a possedere un’arma da fuoco e che  necessitano più controlli. Tuttavia, è altrettanto indubbio che leggi più severe da sole non miglioreranno la situazione. È ora di guardare oltre le leggi sulle armi, di accettare che c’è un problema educativo e che senza l’educazione all’accettazione e alla solidarietà, nulla cambierà in meglio.

Il problema della violenza da arma da fuoco è una testimonianza dell’alienazione e della divisione della società americana. Alcune comunità hanno sempre sopportato il peso dei tassi di mortalità più elevati negli Stati Uniti. Michelle R. Smith ha scritto su Associated Press che secondo la professoressa di sociologia Elizabeth Wrigley-Field dell’Università del Minnesota, una studiosa in materia di mortalità, negli Stati Uniti esistono profonde disuguaglianze razziali e di classe e la nostra tolleranza nei confronti della morte si basa in parte su chi è a rischio. “La morte di alcune persone è molto più importante di quella di altre”, ha sottolineato. Dato che la violenza delle armi evidenzia non solo l’alienazione, ma anche la divisione nella società americana, è fondamentale coltivare l’empatia e la solidarietà.

Per quanto tragiche, le sparatorie di massa non sono il problema peggiore dell’America quando si parla di violenza con armi da fuoco. Il numero di vittime legate alle armi rivela la profondità della crisi. Un articolo del Pew Research Center pubblicato il 3 febbraio di quest’anno rivela che “su base pro capite, nel 2020 ci sono stati 13,6 morti per arma da fuoco ogni 100.000 persone, il tasso più alto dalla metà degli anni ’90”. Si tratta di un numero più che doppio rispetto al Paese occidentale più vicino nella classifica dei decessi per arma da fuoco ogni 100.000 persone.

Per capire come migliorare la situazione, dobbiamo capire cosa c’è di sbagliato nell’attuale paradigma educativo. Attualmente, agli Americani viene insegnato a seguire una semplice legge: Lascia che il tuo sia tuo e lascia che il mio sia mio. In altre parole, si insegna loro non solo a non preoccuparsi dell’altro, ma addirittura a non vedersi. Questo atteggiamento è chiamato “regola sodomitica”, poiché questa era la legge che governava la città biblica di Sodoma, e fu proprio questa la ragione della sua fine infausta.

Per creare una società valida che possa mantenere i suoi membri felici e sicuri, l’elemento sociale della comunità deve essere vitale e dominante. Se ogni persona è lasciata a se stessa, la società si disintegra. Questo è ciò che ci dice l’attuale paradigma dominante: “Sei da solo!”.

Tutti hanno scatti d’ira, è naturale.  Quale persona normale non ha desiderato uccidere il suo partner, il suo vicino, capo o il presidente, a un  certo punto nella vita?  Si tratta di un’emozione naturale che accompagna un’intensa frustrazione, che noi tutti sentiamo a volte. 

Ma chi la mette in atto? Solo chi non prova empatia per gli altri. Una società che alimenta il pensiero che siamo soli non crea alcuna inibizione nella mente delle persone. Poiché siamo soli e dobbiamo cavarcela da soli, perché non dovremmo eliminare chi consideriamo una minaccia?

L’unico modo per prevenire morti insensate, quindi, è alimentare l’empatia e la solidarietà. Niente di più necessario per la società americana di oggi.

A proposito di coltivare l’empatia, uno dei motivi principali per cui gli Americani ne hanno così poca sono i media. Guardate cosa trasmettono. Dall’infanzia fino all’età adulta, la gente viene esposta a enormi quantità di violenza. Così facendo, viene educata a diventare violenta. Se l’America vuole cambiare se stessa, deve cambiare l’educazione in tutti i suoi aspetti, non solo nelle scuole, ma soprattutto nei media, compresi i social media e tutte le forme di comunicazione di massa. Finché le persone saranno male educate, nessuna sanzione sarà utile.

Al momento nessuno pensa e tanto meno agisce in questa direzione. Il presidente e gli altri politici pronunciano qualche parola di shock e sgomento, probabilmente in base a quanto imposto loro dai consiglieri, e poi? Fanno qualcosa? Qualcuno fa qualcosa? Nessuno fa nulla. Finché non si agisce per  portare la cultura americana dall’alienazione all’empatia e dalla divisione alla solidarietà, essa continuerà a piangere la perdita di persone care a causa della violenza delle armi.

Didascalia della foto:
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e la first lady Jill Biden rendono omaggio a un monumento commemorativo presso la Robb Elementary School, dove un uomo armato ha ucciso 19 bambini e due insegnanti nella più letale sparatoria in una scuola statunitense da quasi un decennio a questa parte, a Uvalde, Texas, Stati Uniti, 29 maggio 2022. REUTERS/Jonathan Ernst

Perché non riusciamo a smettere di litigare

Quando riflettiamo sulla storia dell’umanità, ci accorgiamo che le persone hanno sempre combattuto tra loro. Sembra che non ci sia mai stata, veramente, pace, ma solo una pausa tra una battaglia e un’altra. L’attitudine dell’uomo a combattere continuamente sembra ancora più sconcertante se la si confronta con la natura, dove si combatte solo per mangiare, per evitare di essere mangiati o per accoppiarsi, ma gli animali raramente si fanno del male a vicenda. Perché gli esseri umani combattono se non c’è una ragione esistenziale che li costringe? Inoltre, anche quando una battaglia non è combattuta con le armi, siamo comunque in guerra: discutiamo, dibattiamo e lottiamo per conquistare l’opinione pubblica. In breve, la nostra intera esistenza consiste nel combattere.

Esiste un buon motivo per questo. Sembra che non ci sia un motivo esistenziale che ci obbliga a combattere, ma in realtà c’è.  Mentre gli animali combattono per la loro sopravvivenza fisica, noi combattiamo per la nostra sopravvivenza spirituale.  I nostri ego ci portano ad eccedere e trionfare, dato che senza la sensazione di superiorità, i corpi potrebbero sì esistere, ma non ci sentiremmo vivi.  Non c’è nulla di peggiore per l’ego dell’umiliazione: le persone si tolgono la vita per questo. 

In altre parole, ci sentiamo vivi solo quando dominiamo qualcun altro. Questa è l’unica affermazione sulla nostra esistenza che l’ego accetta. È per questo che siamo costretti a lottare gli uni contro gli altri anche quando sembra che non ci siano motivi ragionevoli per farlo. Poiché tutte le nostre comunicazioni, a ogni livello, sono battaglie di qualche tipo, sembriamo condannati a una vita di battaglie senza fine, finché non siamo esausti e passiamo a miglior vita.

Ma c’è una ragione profonda. Gli scontri continui ci obbligano a chiederci quale sia il significato di tutto: perché litighiamo, perché ci facciamo del male, perché esiste così tanta cattiveria nel mondo, e alla fine, perché esistiamo.

Queste domande, in definitiva, ci portano a renderci conto che non esiste soltanto una forza (maligna) nel mondo, ma anzi, ce ne sono due: una positiva e una negativa. La forza positiva crea la vita, il calore, la crescita e la connessione, mentre la forza negativa genera la morte, il freddo, il decadimento e la separazione. Se esistesse un’unica forza, non potremmo esistere. Ci vogliono entrambe per creare la vita, e ci vogliono entrambe per generare sviluppo e cambiamento. Si scopre che, ironia della sorte, è la guerra a farci sentire vivi.

Di conseguenza, se una nazione vuole dominare, ci devono essere anche altre nazioni, quindi avrà chi dominare. Inoltre, se una nazione domina sempre, la sensazione di dominio si affievolisce, la nazione dominante perde la sua spinta, si indebolisce e un’altra nazione prende il sopravvento.

La lotta tra le forze positive e negative attiva la vita, quindi deve esistere. Tuttavia, spetta a noi stabilire se diventa una guerra o meno.

Per consentire l’esistenza e lo sviluppo, pur mantenendoli pacifici, dobbiamo comprendere il significato di pace. La parola ebraica che indica la pace è shalom, dalla parola shlemut, che significa interezza o complementarità. In altre parole, c’è vita solo quando entrambe le parti esistono e si completano a vicenda. Inoltre, il potere di una determina il potere dell’altra, poiché la lotta tra di esse le spinge continuamente a evolversi.

Per porre fine alle guerre, dobbiamo comprendere questo processo e accettarlo. Non fermerà la lotta tra le forze, ma la renderà costruttiva anziché distruttiva.

Quando un atleta vuole migliorare i propri risultati, per esempio, si allena con sempre più rigore.  Sa che soltanto sfidando se stesso riuscirà a migliorarsi. 

Allo stesso modo, solo se la competizione tra nazioni e persone si intensifica, tutti noi miglioreremo. Tuttavia, solo se ricordiamo che lo scopo della competizione non è controllare, sconfiggere o umiliare gli altri, ma migliorare tutte le persone coinvolte, saremo in grado di competere, ma anche di accogliere le nostre sfide e i nostri sfidanti, perché se non fosse per loro, saremmo fermi.

Quando passeremo a una logica  di mutua  complementarità, non ci sarà nessuno più forte dell’altro. Al contrario, ci sarà un impegno reciproco per soddisfare il benessere di tutti. La comprensione del fatto che siamo reciprocamente dipendenti e che i nostri avversari percepiti sono in realtà la garanzia del nostro sviluppo è la chiave per costruire una società prospera, in evoluzione e sostenibile in tutto il mondo e in ogni nazione, i cui membri vivono pacificamente e felicemente.

La crisi climatica non è un gioco da bambini

Il pianeta sta esaurendo il suo tempo: l’umanità sta utilizzando le risorse del mondo più in fretta di quanto possa recuperare col processo naturale. È questa la netta valutazione della crisi climatica espressa dalle Nazioni Unite in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente che si celebra il 5 giugno.

Il tema di quest’anno è: “Solo una Terra”. Ma al di là degli slogan accattivanti, il fatto è che non sembriamo renderci conto che abbiamo davvero un solo posto in cui vivere: Il pianeta Terra. Continuiamo a tirarci la zappa sui piedi con le nostre azioni sconsiderate nei confronti dell’ambiente che ci circonda.

Nonostante le tante persone che continuano a gridare e a parlare all’infinito della crisi ambientale, le tante riunioni che si tengono e le tante decisioni che vengono prese, nulla sembra essere di aiuto. O lasciamo lo stato del pianeta così com’è ora, ignorando tutti i problemi e aspettando il prossimo disastro, oppure ammettiamo che tutto ciò che abbiamo fatto finora è inefficace e infruttuoso e finalmente diamo la svolta necessaria.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica sullo stato precario del pianeta, a partire dall’anno prossimo le scuole israeliane renderanno obbligatorie le lezioni sulla crisi climatica per gli studenti di tutte le età, hanno annunciato di recente i ministeri dell’Istruzione e della Protezione ambientale. Inizieranno a integrare un programma ambientale equivalente a un’ora alla settimana nel curriculum degli studenti dalla scuola materna alle superiori.

Questo farà la differenza o sarà un fallimento come i precedenti tentativi di risolvere i problemi ambientali? La risposta non dipende dalle ore dedicate a questi studi o da chi li svilupperà. Dipende piuttosto da ciò che viene insegnato e dalla misura in cui gli studenti comprenderanno le cause della crisi climatica e come risolverla.

Sappiamo che la gravità della crisi ambientale globale può essere paragonata a un’astronave che viene verso di noi per distruggere il pianeta e che noi che viviamo sulla Terra dobbiamo prepararci per evitare di essere danneggiati da essa. E come ci prepariamo? Dobbiamo spiegare che la crisi climatica è la conseguenza di una crisi umana.  Quindi, la soluzione che alla fine porterà il mondo in equilibrio è di cambiare noi stessi per coltivare relazioni umane positive, e avvicinarci gli uni agli altri a livello interiore.  Ovvero, il cuore deve espandersi, non fisicamente, ma emotivamente. Iniziare a sentire il mondo intero come parte di ognuno di noi e che noi ci prendiamo cura del mondo intero proprio come ci prendiamo cura di noi stessi. 

Questo è vero perché la natura è un sistema di connessioni integrali che opera attraverso una gerarchia. Ciò che accade in un particolare livello del sistema si ripercuote su tutti gli altri livelli. L’intensità dell’impatto sul sistema corrisponde alla sua posizione nella gerarchia. Il genere umano è il livello più alto della natura, al di sopra di quello inanimato, vegetale e animale. Pertanto, la parte del sistema che distrugge maggiormente l’equilibrio ecologico sono le azioni egoistiche degli esseri umani che non tengono conto degli interessi degli altri, comprese le altre parti del sistema della natura.

L’umanità non può fare nulla per correggere questa tendenza egocentrica fino a quando non si renderà conto che il proprio istinto dannoso controlla ogni sua decisione ed è la fonte primaria dello squilibrio in natura.

Se impariamo a costruire relazioni basate su comprensione, cura e collaborazione reciproca, si creerà una forza positiva in grado di ristabilire l’armonia in tutti i livelli della natura.  Questa è la verità cruciale che dobbiamo imparare. 

Quando impareremo a trascendere tutte le nostre tendenze egoistiche negative e a riconoscere che siamo tutti parti individuali di un unico meccanismo collegato e completamente interdipendente, comprenderemo anche che fare del bene agli altri fa bene anche a noi. Così come oggi siamo noi a distruggere tutta la natura, abbiamo anche il potere di ripararla. Il conto alla rovescia del pianeta è iniziato, ma abbiamo ancora una finestra di opportunità per controllarlo se cambiamo i nostri pensieri, le nostre azioni e i nostri desideri per migliorare le nostre relazioni umane.

Didascalia della foto:
Scultura di sabbia che celebra la Giornata dell’Ambiente  sulla spiaggia di Puri, nel Mar del Bengala,  creata dall’artista della sabbia Manas Sahoo per stimolare la consapevolezza delle persone sulla zona costiera, in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente a Puri, a 65 km di distanza dalla capitale dello Stato indiano orientale  Odisha, Bhubaneswar, il 5 giugno 2021. (Foto di STR/NurPhoto)

 

Raggiungere obiettivi individuali e di gruppo

La vita è fatta di obiettivi e delle relative scelte per raggiungerli. Gli elementi chiave per il successo sono: la corretta valutazione delle condizioni a nostra disposizione prima di fissare un obiettivo e la capacità di lavorare in gruppo.

Quando definisco un obiettivo per me stesso, devo scoprire se è alla mia portata. Possiedo le inclinazioni e le capacità necessarie per raggiungerlo? Per esempio, se non ho una mente analitica, è una perdita di tempo fissare l’obiettivo di una carriera nell’ingegneria del software. Anche il fatto che molti lavorino nell’industria high-tech non mi garantisce una strada verso il successo.

Una volta decisa una direzione che mi attrae personalmente, dovrei avvicinarmi a un ambiente di persone che già lavorano in quel campo ed esaminare come si svolge la loro giornata, come sono le loro vite, le loro famiglie, il loro tempo libero e altro ancora. Può darsi che gli esempi che scoprirò, inerenti alle persone che svolgono effettivamente quei lavori mi porteranno a squalificare in anticipo alcune direzioni di sviluppo. Questo mi farà risparmiare tempo, risorse e false speranze.

I gruppi o i team di lavoro che condividono un obiettivo comune dovrebbero anche trovare esempi di successo nel loro campo e seguirli il più possibile. In linea di massima, la variabile più importante per il successo di un team è il livello di connessione reciproca che esiste all’interno del gruppo.

Naturalmente, ogni individuo del gruppo o della squadra pensa ai propri interessi, alle proprie prestazioni e alla propria promozione futura. In questo caso, il grado di coesione del gruppo è basso anche se si contribuisce e si collabora. Ma vale la pena di costruire un gruppo se si impara a farlo correttamente.

In questo tipo di gruppo il successo è illimitato.

Un gruppo, nella sua definizione più alta, significa che siamo tutti insieme, ci sentiamo connessi e funzioniamo come organi diversi in un unico corpo. Ognuno aiuta l’altro e lo capisce anche senza parole, grazie al desiderio comune di creare armonia e di raggiungere risultati di livello completamente diverso con l’assoluta convinzione di poterli ottenere da soli.

La forza del gruppo si crea quando, prima di affrontare un compito, ci poniamo l’obiettivo generale di essere connessi gli uni agli altri. Quando ci connettiamo l’uno con l’altro, emergono una mente e un sentimento comune, e da lì affrontiamo la sfida che abbiamo davanti. Senza connessione è impossibile fare un passo avanti.

Questo gruppo non è un insieme di individui, la somma di tutte le nostre capacità come singoli, ma una nuova entità con cui possiamo portare il collettivo in una connessione profonda tra di noi. La mente e i sentimenti del gruppo saranno di un livello superiore a quelli del singolo individuo, a prescindere dall’intelligenza e dal talento di ciascuno.

L’evoluzione è stata così fin dall’inizio. La formula della natura per promuovere lo sviluppo della vita è quella di creare sempre connessioni più avanzate tra i suoi diversi elementi. 

Se noi, in quanto esseri intelligenti, seguiamo questa tendenza e impariamo il metodo della corretta connessione tra le persone, scopriremo che questo ci eleverà come specie umana al prossimo stadio dell’evoluzione. In questo modo, ci adatteremo al movimento della forza generale della natura e otterremo i massimi risultati possibili in qualsiasi ambito della nostra vita.

Nessuna magia nelle lenti di Mojo

Mojo è un’azienda americana il cui obiettivo dichiarato è quello di aiutare le persone a “raggiungere il loro massimo potenziale nel lavoro, nel gioco e nella vita, rimanendo connessi a persone ed eventi nel mondo reale”. A tal fine, l’azienda ha sviluppato lenti a contatto a realtà aumentata che sono sempre connesse a Internet e aggiungono informazioni a qualsiasi cosa si stia vedendo. Se osservi le stelle, le lenti le uniranno con delle linee mostrandoti i segni che stai osservando. Se guardi una persona,  le lenti ti diranno che persona è, ecc.  Sembra magia ma penso che l’incantesimo svanirà presto perché i nostri problemi non hanno origine da ciò che sappiamo o non sappiamo ma da come ci relazioniamo a ciò che ci circonda.

Se avessimo bisogno di conoscenza, potremmo semplicemente impiantarci un chip con tutte le informazioni nel cervello, cosa che forse un giorno faremo, oppure proiettarle attraverso qualche campo elettromagnetico. Ma cosa ci darebbe in più l’informazione? Oggi la conoscenza di una persona media è nettamente superiore a quella di persone altamente istruite di due secoli fa. Questo ci ha reso più felici? Ha reso le nostre vite più soddisfacenti?

Raggiungere il nostro massimo potenziale non ha nulla a che vedere con ciò che sappiamo, ma con il motivo per cui vogliamo saperlo. Se vogliamo conoscere qualcosa e abbiamo un giusto scopo, useremo di gran lunga meglio ciò che già sappiamo di quanto potremmo fare con tutte le informazioni del mondo, ma senza il giusto scopo. E se abbiamo bisogno di acquisire conoscenza, lo riusciamo a fare in un istante, se lo scopo è giusto.

Per ” giusto scopo”, mi riferisco al beneficiario del mio lavoro. Se lavoro unicamente per beneficiare me stesso, incurante degli altri, questo sarà inevitabilmente lesivo sia per gli altri che per me. Invece se lavoro a beneficio degli altri, questo sarà utile per tutti, me incluso. 

La verità è che il mondo ha già abbondanza di tutto. Produciamo il doppio del cibo che consumiamo e nonostante ciò milioni di persone nel mondo hanno fame. Disponiamo di tecnologie in grado di fornire acqua pulita, aria pura, abitazioni sicure, buona assistenza sanitaria e buona istruzione a ogni persona sul pianeta, eppure miliardi di persone non hanno questi bisogni umani fondamentali. Perché? Non è solo perché non ci preoccupiamo l’uno dell’altro, ma anche perché vogliamo essere superiori agli altri, trattarli con condiscendenza e opprimerli. Questa è la radice di ogni sofferenza, di ogni carenza, di ogni abuso e sfruttamento dell’uomo, degli animali e dei minerali su questa terra.

Ciò di cui abbiamo bisogno, dunque, è educarci ad essere più umani, non più istruiti. Quando la connessione tra di noi diventa l’essenza della nostra vita ci colleghiamo alla sorgente della vita stessa, alla sua origine. La soddisfazione e la felicità non provengono dalla conoscenza ma dal senso di appartenenza. Quando sentiremo qual è il nostro posto, perché siamo qui e dove sta andando la nostra vita, saremo felici. L’informazione non può procurarci questa sensazione, può farlo solo la connessione tra noi ed il creato.