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Trovare il carattere perfetto

Esiste davvero “un carattere perfetto”? E’ possibile migliorare il proprio carattere? La maggior parte delle persone apprezza alcuni dei propri aspetti e qualità e non ne apprezza altri. Per lo più, ci piacciono le caratteristiche che consideriamo utili nella vita e non ci piacciono quelle che riteniamo ci ostacolino nelle relazioni o nel lavoro.

Nella battaglia tra cultura e natura non esistono vincitori. Siamo chi siamo grazie alla nostra genetica (natura) ma anche grazie alla nostra educazione e all’ambiente sociale dove siamo cresciuti (cultura).

Qualunque sia il nostro carattere, una volta formato non possiamo cambiarlo. Al massimo possiamo “truccarlo” o “smussarne” le parti grezze, ma non possiamo cambiarlo davvero.

Per fortuna, non è il nostro carattere che determina come avanziamo nella vita, felicemente o meno, ma come usiamo ciò che ci è stato dato. Il nostro carattere comunica con quello degli altri. La chiave della felicità sta nel creare la giusta interazione con i caratteri degli altri, in modo che, invece di scontrarci, ci completiamo a vicenda.

Per capire cosa intendo, pensate alla natura. Ogni elemento in natura è diverso, spesso contraddittorio. Eppure, proprio perché sono così diversi, possono tutti sopravvivere e prosperare.

Gli elementi della natura si completano a vicenda e creano un’esistenza armoniosa in cui tutti gli elementi si scambiano ciò che non possono procurarsi da soli. I fiori potrebbero moltiplicarsi senza gli insetti che li impollinano? L’erba potrebbe crescere senza le mandrie che la concimano mentre banchettano e senza i predatori che impediscono agli erbivori di sovrappopolare e consumare eccessivamente i pascoli?

La psicologia cerca di aiutarci a conoscere noi stessi maggiormente.  Spesso ci riesce, ma essenzialmente, non  ci rende più felici.  Ciò che dobbiamo imparare non è tanto chi siamo, ma come usare le nostre qualità per relazionarci e connetterci positivamente tra di noi. 

L’educazione integrale è un metodo educativo che non lavora sui tratti di una persona, ma su come creare quella connessione integrale e reciproca che tutta la natura possiede e che manca all’uomo. In altre parole, non cerca di cambiarci, ma ci insegna come sentirci più connessi agli altri, come ricambiare e come trarre reciproco beneficio dalle caratteristiche individuali di ciascuno.

Nel processo di apprendimento, scopriamo che stiamo bene così come siamo e che non dobbiamo cambiare nulla di noi stessi, ma solo imparare a relazionarci con gli altri in modo positivo. L’Educazione Integrale rafforza la nostra autostima perché ci mostra che abbiamo qualcosa di unico da offrire alla società, che nessun altro ha o avrà mai, e che possiamo condividerlo e stabilire il nostro posto nel mondo come individui positivi e significativi.

Quando una società è strutturata secondo i principi dell’Educazione Integrale, i suoi membri si sentono sicuri e fiduciosi perché possono contare sul sostegno reciproco e si forniscono l’un l’altro ciò che non possono procurarsi da soli. Inoltre, si sentono benvenuti perché il loro contributo alla società fa guadagnare loro l’approvazione e il senso di affermazione della comunità.

Il prezzo dell’adozione di una mentalità da vittima

Una persona con una mentalità da vittima tende a sentirsi vittima delle azioni nocive degli altri. Sebbene alcune persone siano state effettivamente vittime di azioni sbagliate, sviluppare una mentalità vittimistica significa fissarsi sul dare la colpa delle proprie disgrazie alle azioni sbagliate degli altri.  Il problema dello sviluppo di questa mentalità è che vedersi come una vittima perenne impedisce di risollevarsi e di avere successo nella vita. Per mantenere l’immagine di vittima, le persone devono rimanere eterni perdenti, ma in questo caso a perdere saranno soltanto loro.

È molto difficile stabilire dove tracciare esattamente il confine tra l’incolpare gli altri per i propri guai e il cominciare a sfruttare il torto subito per ottenere vantaggi ingiustificati. In ogni caso, perpetuare un’immagine di sé come vittima impedisce di ricostruire la propria vita e di realizzare il proprio potenziale.

Pertanto, per aiutare le vittime di ogni tipo di comportamento scorretto, dovremmo concentrarci sugli aspetti positivi piuttosto che su quelli negativi. Invece di rafforzare e perpetuare la loro immagine di soggetti passivi e deboli, la cui vulnerabilità è stata sfruttata, dovremmo insegnare alle persone che sono state ferite da individui scorretti che possono sempre avere successo, indipendentemente dalle circostanze.  Dovremmo incoraggiare le persone e aiutarle a credere in se stesse. 

Lo stesso approccio dovrebbe essere applicato alle popolazioni vittime di sfruttamento e abusi. Invece di insegnare loro a concentrarsi sui torti subiti, dovremmo aiutarli ad acquisire fiducia in se stessi e a ottenere ciò che non credevano di essere in grado di conseguire. Sebbene non possiamo cambiare il passato, possiamo scegliere il futuro, e su questo dobbiamo concentrarci.

L’attivismo di alcuni leader d’opinione e di altre figure pubbliche “a favore” di settori della società che hanno subito delle vittime non è altro che una manipolazione. La realtà dimostra che questi “paladini degli afflitti” non li aiutano davvero e, alla fine, le vittime rimangono a mani vuote e paralizzate da una mentalità vittimistica che garantisce loro di non avere nulla in futuro perché hanno scelto un approccio sbagliato.

Anche se ci sono certamente persone che hanno sbagliato, cercare vendetta non aiuterà le vittime. Dovrebbero invece concentrarsi sulla costruzione di una società giusta e coesa per tutti.

Se creiamo solidarietà sociale, risolveremo completamente il problema dello sfruttamento e della violenza. Se vogliamo l’uguaglianza, dobbiamo lottare per ottenere le stesse opportunità di successo, e ci riusciremo se creiamo una società i cui membri si sentano legati gli uni agli altri, coltivino la solidarietà e siano orgogliosi di vivere in una comunità coesa e amorevole.

Un grande caos in arrivo

L’aumento dell’inflazione sembra aver preso tutti alla sprovvista.  Il tasso di inflazione dell’8.3% negli USA in aprile, rappresenta un rallentamento in confronto ai mesi precedenti, ma è comunque troppo elevato. La situazione non è molto migliore nell’Eurozona, dove l’inflazione è salita all’8,1%. I prezzi stanno aumentando in tutto il mondo e nessuno sa come fermarli. Con ogni probabilità, l’effetto a catena dei rincari porterà ad ulteriori aumenti con diversi picchi, e la mancanza di gas, grano, olio, semiconduttori e altri prodotti, non farà altro che peggiorare la situazione.  A tutti gli effetti, è in arrivo un grande caos.  

Il problema è che alcuni dei prodotti la cui fornitura è stata ostacolata, come i semiconduttori, il grano e il gas, sono alla base dell’industria e della produzione alimentare mondiale. Abbiamo bisogno di grano per quasi tutto ciò che mangiamo e di gas e chip per computer per quasi tutto ciò che produciamo. Pertanto, la loro assenza ostacola l’intera economia globale e la produzione alimentare.

La prima a soffrire sarà l’Africa e forse gran parte dell’Asia Orientale. Miliardi di persone soffriranno la fame, miliardi!

Ma la fame è solo l’inizio. Le persone affamate non si fermano davanti a nulla. Quando intere nazioni soffrono la fame, scoppiano guerre e i conflitti diventano violenti. Il disastro che ha appena iniziato a svilupparsi potrebbe essere peggiore dei nostri peggiori incubi, qualcosa che non possiamo nemmeno immaginare. Oltre ai danni causati dall’uomo, possiamo aspettarci che anche le catastrofi naturali, come le inondazioni e gli incendi, provochino disastri in tutto il mondo.

Una cosa che la gente potrebbe fare è iniziare a fare scorta di alimenti di base. Tuttavia, non credo che servirà a molto, visto che la crisi sarà prolungata e non si esaurirà in poche settimane.

Se c’è qualcosa che può aiutare, è la consapevolezza che siamo tutti sulla stessa barca. Attualmente, la barca è piena di buchi e sta affondando rapidamente. Possiamo farli sparire se uniamo le mani e lavoriamo insieme a tutti i livelli, da quello più personale a quello internazionale.

Tuttavia, la collaborazione richiede il riconoscimento della nostra interdipendenza e, soprattutto, la fiducia. Senza questi due elementi, continueremo a cercare di aiutare solo noi stessi e, di conseguenza, affonderemo tutti.

Inoltre, se iniziamo a collaborare e a pensare al bene comune piuttosto che solo al nostro, scopriremo che non manca davvero nulla. Prima dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, stavamo già buttando via almeno un terzo del cibo prodotto. In altre parole, c’è cibo in abbondanza ma non c’è la volontà di condividerlo, e questa è la vera ragione della fame e di tutti gli altri problemi che stiamo vivendo.

Questa crisi ci insegnerà che possiamo avere successo solo se lavoriamo insieme per il bene comune. Ma ogni lezione ha un costo.  Prima impariamo la lezione,  meno salato sarà quel costo. Più a lungo indugiamo, più alto sarà il costo e più dolorosa la lezione.

 

(Reuters Marketplace – Immagine DPA)

Oltre le leggi sulle armi

La strage alla Robb Elementary School di Uvalde, in Texas, ha riacceso il dibattito sulle leggi sulle armi e sul Secondo Emendamento, soprattutto perché è avvenuta solo dieci giorni dopo un’altra sparatoria di massa in un supermercato Tops Friendly di Buffalo, a New York.  Non c’è dubbio che non tutti dovrebbero avere l’autorizzazione a possedere un’arma da fuoco e che  necessitano più controlli. Tuttavia, è altrettanto indubbio che leggi più severe da sole non miglioreranno la situazione. È ora di guardare oltre le leggi sulle armi, di accettare che c’è un problema educativo e che senza l’educazione all’accettazione e alla solidarietà, nulla cambierà in meglio.

Il problema della violenza da arma da fuoco è una testimonianza dell’alienazione e della divisione della società americana. Alcune comunità hanno sempre sopportato il peso dei tassi di mortalità più elevati negli Stati Uniti. Michelle R. Smith ha scritto su Associated Press che secondo la professoressa di sociologia Elizabeth Wrigley-Field dell’Università del Minnesota, una studiosa in materia di mortalità, negli Stati Uniti esistono profonde disuguaglianze razziali e di classe e la nostra tolleranza nei confronti della morte si basa in parte su chi è a rischio. “La morte di alcune persone è molto più importante di quella di altre”, ha sottolineato. Dato che la violenza delle armi evidenzia non solo l’alienazione, ma anche la divisione nella società americana, è fondamentale coltivare l’empatia e la solidarietà.

Per quanto tragiche, le sparatorie di massa non sono il problema peggiore dell’America quando si parla di violenza con armi da fuoco. Il numero di vittime legate alle armi rivela la profondità della crisi. Un articolo del Pew Research Center pubblicato il 3 febbraio di quest’anno rivela che “su base pro capite, nel 2020 ci sono stati 13,6 morti per arma da fuoco ogni 100.000 persone, il tasso più alto dalla metà degli anni ’90”. Si tratta di un numero più che doppio rispetto al Paese occidentale più vicino nella classifica dei decessi per arma da fuoco ogni 100.000 persone.

Per capire come migliorare la situazione, dobbiamo capire cosa c’è di sbagliato nell’attuale paradigma educativo. Attualmente, agli Americani viene insegnato a seguire una semplice legge: Lascia che il tuo sia tuo e lascia che il mio sia mio. In altre parole, si insegna loro non solo a non preoccuparsi dell’altro, ma addirittura a non vedersi. Questo atteggiamento è chiamato “regola sodomitica”, poiché questa era la legge che governava la città biblica di Sodoma, e fu proprio questa la ragione della sua fine infausta.

Per creare una società valida che possa mantenere i suoi membri felici e sicuri, l’elemento sociale della comunità deve essere vitale e dominante. Se ogni persona è lasciata a se stessa, la società si disintegra. Questo è ciò che ci dice l’attuale paradigma dominante: “Sei da solo!”.

Tutti hanno scatti d’ira, è naturale.  Quale persona normale non ha desiderato uccidere il suo partner, il suo vicino, capo o il presidente, a un  certo punto nella vita?  Si tratta di un’emozione naturale che accompagna un’intensa frustrazione, che noi tutti sentiamo a volte. 

Ma chi la mette in atto? Solo chi non prova empatia per gli altri. Una società che alimenta il pensiero che siamo soli non crea alcuna inibizione nella mente delle persone. Poiché siamo soli e dobbiamo cavarcela da soli, perché non dovremmo eliminare chi consideriamo una minaccia?

L’unico modo per prevenire morti insensate, quindi, è alimentare l’empatia e la solidarietà. Niente di più necessario per la società americana di oggi.

A proposito di coltivare l’empatia, uno dei motivi principali per cui gli Americani ne hanno così poca sono i media. Guardate cosa trasmettono. Dall’infanzia fino all’età adulta, la gente viene esposta a enormi quantità di violenza. Così facendo, viene educata a diventare violenta. Se l’America vuole cambiare se stessa, deve cambiare l’educazione in tutti i suoi aspetti, non solo nelle scuole, ma soprattutto nei media, compresi i social media e tutte le forme di comunicazione di massa. Finché le persone saranno male educate, nessuna sanzione sarà utile.

Al momento nessuno pensa e tanto meno agisce in questa direzione. Il presidente e gli altri politici pronunciano qualche parola di shock e sgomento, probabilmente in base a quanto imposto loro dai consiglieri, e poi? Fanno qualcosa? Qualcuno fa qualcosa? Nessuno fa nulla. Finché non si agisce per  portare la cultura americana dall’alienazione all’empatia e dalla divisione alla solidarietà, essa continuerà a piangere la perdita di persone care a causa della violenza delle armi.

Didascalia della foto:
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e la first lady Jill Biden rendono omaggio a un monumento commemorativo presso la Robb Elementary School, dove un uomo armato ha ucciso 19 bambini e due insegnanti nella più letale sparatoria in una scuola statunitense da quasi un decennio a questa parte, a Uvalde, Texas, Stati Uniti, 29 maggio 2022. REUTERS/Jonathan Ernst

Perché non riusciamo a smettere di litigare

Quando riflettiamo sulla storia dell’umanità, ci accorgiamo che le persone hanno sempre combattuto tra loro. Sembra che non ci sia mai stata, veramente, pace, ma solo una pausa tra una battaglia e un’altra. L’attitudine dell’uomo a combattere continuamente sembra ancora più sconcertante se la si confronta con la natura, dove si combatte solo per mangiare, per evitare di essere mangiati o per accoppiarsi, ma gli animali raramente si fanno del male a vicenda. Perché gli esseri umani combattono se non c’è una ragione esistenziale che li costringe? Inoltre, anche quando una battaglia non è combattuta con le armi, siamo comunque in guerra: discutiamo, dibattiamo e lottiamo per conquistare l’opinione pubblica. In breve, la nostra intera esistenza consiste nel combattere.

Esiste un buon motivo per questo. Sembra che non ci sia un motivo esistenziale che ci obbliga a combattere, ma in realtà c’è.  Mentre gli animali combattono per la loro sopravvivenza fisica, noi combattiamo per la nostra sopravvivenza spirituale.  I nostri ego ci portano ad eccedere e trionfare, dato che senza la sensazione di superiorità, i corpi potrebbero sì esistere, ma non ci sentiremmo vivi.  Non c’è nulla di peggiore per l’ego dell’umiliazione: le persone si tolgono la vita per questo. 

In altre parole, ci sentiamo vivi solo quando dominiamo qualcun altro. Questa è l’unica affermazione sulla nostra esistenza che l’ego accetta. È per questo che siamo costretti a lottare gli uni contro gli altri anche quando sembra che non ci siano motivi ragionevoli per farlo. Poiché tutte le nostre comunicazioni, a ogni livello, sono battaglie di qualche tipo, sembriamo condannati a una vita di battaglie senza fine, finché non siamo esausti e passiamo a miglior vita.

Ma c’è una ragione profonda. Gli scontri continui ci obbligano a chiederci quale sia il significato di tutto: perché litighiamo, perché ci facciamo del male, perché esiste così tanta cattiveria nel mondo, e alla fine, perché esistiamo.

Queste domande, in definitiva, ci portano a renderci conto che non esiste soltanto una forza (maligna) nel mondo, ma anzi, ce ne sono due: una positiva e una negativa. La forza positiva crea la vita, il calore, la crescita e la connessione, mentre la forza negativa genera la morte, il freddo, il decadimento e la separazione. Se esistesse un’unica forza, non potremmo esistere. Ci vogliono entrambe per creare la vita, e ci vogliono entrambe per generare sviluppo e cambiamento. Si scopre che, ironia della sorte, è la guerra a farci sentire vivi.

Di conseguenza, se una nazione vuole dominare, ci devono essere anche altre nazioni, quindi avrà chi dominare. Inoltre, se una nazione domina sempre, la sensazione di dominio si affievolisce, la nazione dominante perde la sua spinta, si indebolisce e un’altra nazione prende il sopravvento.

La lotta tra le forze positive e negative attiva la vita, quindi deve esistere. Tuttavia, spetta a noi stabilire se diventa una guerra o meno.

Per consentire l’esistenza e lo sviluppo, pur mantenendoli pacifici, dobbiamo comprendere il significato di pace. La parola ebraica che indica la pace è shalom, dalla parola shlemut, che significa interezza o complementarità. In altre parole, c’è vita solo quando entrambe le parti esistono e si completano a vicenda. Inoltre, il potere di una determina il potere dell’altra, poiché la lotta tra di esse le spinge continuamente a evolversi.

Per porre fine alle guerre, dobbiamo comprendere questo processo e accettarlo. Non fermerà la lotta tra le forze, ma la renderà costruttiva anziché distruttiva.

Quando un atleta vuole migliorare i propri risultati, per esempio, si allena con sempre più rigore.  Sa che soltanto sfidando se stesso riuscirà a migliorarsi. 

Allo stesso modo, solo se la competizione tra nazioni e persone si intensifica, tutti noi miglioreremo. Tuttavia, solo se ricordiamo che lo scopo della competizione non è controllare, sconfiggere o umiliare gli altri, ma migliorare tutte le persone coinvolte, saremo in grado di competere, ma anche di accogliere le nostre sfide e i nostri sfidanti, perché se non fosse per loro, saremmo fermi.

Quando passeremo a una logica  di mutua  complementarità, non ci sarà nessuno più forte dell’altro. Al contrario, ci sarà un impegno reciproco per soddisfare il benessere di tutti. La comprensione del fatto che siamo reciprocamente dipendenti e che i nostri avversari percepiti sono in realtà la garanzia del nostro sviluppo è la chiave per costruire una società prospera, in evoluzione e sostenibile in tutto il mondo e in ogni nazione, i cui membri vivono pacificamente e felicemente.

Quando lasciamo i nostri figli a qualcun altro

Da diverse settimane la polizia della città israeliana di Qiryat Shemona sta indagando su un caso di maltrattamento di minori, poiché cinque maestre d’asilo hanno maltrattato tredici bambini affidati alle loro cure. Gli abusi, documentati dalle telecamere, consistevano in maltrattamenti fisici ed emotivi, in cui gli insegnanti afferravano una mano dei bambini e li sollevavano in aria, li gettavano sui letti, coprivano le loro teste con coperte, si appoggiavano su di loro e impedivano loro di rimuovere la coperta dalla testa. Le telecamere sono state installate nell’asilo dopo che, alcuni anni fa, il governo ha imposto per legge di monitorare tutto ciò che accade negli asili, in seguito a un altro caso di violenza sui bambini.

Da parte loro, i genitori inorriditi, che hanno dovuto guardare i video registrati per confermare l’identità dei bambini, non capiscono come le donne, che sono tutte insegnanti preparate e certificate, siano diventate dei mostri nei confronti dei loro figli. Dov’era il loro istinto materno?

Ci sono due cose che dobbiamo notare qui:

1. Ho già detto in passato, e lo ribadisco in questa sede, che il numero di telecamere installate in un asilo o in una scuola non impedirà gli abusi. Quando l’ho detto per la prima volta, diversi anni fa, la gente non mi credeva; l’idea di mettere telecamere in ogni asilo sembrava ottima. Pensavano che le telecamere avrebbero frenato gli insegnanti violenti. Già allora sapevo che non sarebbe stato così, perché la natura umana è più forte di qualsiasi ammonimento e la presenza di telecamere non scoraggerà gli insegnanti violenti.

2. In nessuna cultura e in nessun popolo indigeno è accettabile lasciare i bambini nelle mani di chi li accudisce mentre la madre si assenta per ore e ore ogni giorno. I neonati vanno sempre tenuti in casa, accanto alla madre, almeno fino ai due anni di età. Questo è il modo indigeno,  il fatto che lo abbiamo abbandonato non significa che siamo più progrediti, ma che siamo fuori dalla natura. Il primo istinto materno che viene calpestato non è quello degli insegnanti, ma quello delle madri che affidano i propri figli alle loro cure.

L’idea che una madre debba tornare al lavoro poche settimane o mesi dopo aver avuto un figlio, è fondamentalmente errata. Poniamo la carriera e l’agiatezza come priorità rispetto ai bambini, quindi non dovremmo sorprenderci che i nostri figli soffrano.  Fin dagli albori dell’umanità, e in tutta la natura, le madri non si sognerebbero mai di affidare i propri figli alle cure di qualcun altro. Solo noi, grazie al progresso, abbiamo iniziato a pensare di essere più intelligenti della natura.  Ora paghiamo il prezzo per la nostra follia.  

Inoltre, dal momento che le persone stanno diventando sempre più narcisiste, sperimentando quella che diversi sociologi hanno definito “epidemia di narcisismo”, il rischio che i nostri figli vengano maltrattati è ancora più alto di prima e continuerà a crescere nel tempo. Nulla può fermare l’ego in crescita. Pertanto, nulla impedirà agli insegnanti di infliggere violenza a bambini indifesi.

Non ho nulla contro le donne che lavorano, ma credo che dovrebbero farlo da casa, almeno per i primi due anni di vita di ogni figlio.  Le donne devono essere presenti per i figli, e nessun surrogato, professionale e premuroso che sia, può sostituirle.  Le lettori potrebbero deridere il mio pensiero, considerarlo antiquato e superato; io preferisco considerarlo per ciò che è: naturale.  

Dobbiamo ripensare l’intero concetto di famiglia, genitorialità, bambini e educazione dei figli.  Dobbiamo vedere come possiamo organizzare la nostra vita in modo da non dover costantemente rincorrere carriere e orari prolungati.

Credevo che ora ci saremmo abituati a lavorare da casa, ma vedo che molte persone stanno ritornando ai loro uffici.  Non capisco perché. Chi ci guadagna? 

Penso che le donne debbano fare ciò che amano fare; devono lavorare perché amano il loro lavoro e non perché il loro sostentamento dipende da esso. Il lavoro dovrebbe dare loro soddisfazione e appagamento e renderle più felici, non più stressate e ansiose per i propri figli.

È vero, ci sono anche madri e padri che abusano dei loro figli. Questo fa parte del processo educativo a cui tutti dobbiamo sottoporci. Nel complesso, però, l’unico modo per prevenire gli abusi sui minori è lasciare i bambini sotto la tutela delle madri. Forse dovremmo rivedere il nostro modo di pensare, ma questo renderà tutti più felici, comprese le madri, e per me è l’unica cosa che conta.

In arrivo un’altra ondata

Mentre i media sono impegnati a seguire la guerra in Ucraina, il Covid è tornato a perseguitare l’umanità. In Cina, più di cinquanta milioni di persone sono in lockdown a Hong Kong, il numero di morti sta aumentando in Israele, il numero di riproduzione (R) sta salendo velocemente ed è ora ben oltre la soglia di diffusione di 1. Se pensavamo che Omicron fosse contagioso, il nuovo ceppo, BA.2, lo è il 30% in più, e stanno emergendo anche varianti ibride come il Deltacron. Nuovi ceppi e nuove ondate continueranno ad apparire fino a quando non avremo imparato tutto ciò che dobbiamo dal virus.

Il virus non è qui per insegnarci qualcosa su se stesso, è qui per insegnarci qualcosa su di noi. Pensiamo a queste ondate come ondate di Covid-19, ma non lo sono. Il ceppo originale è praticamente scomparso; abbiamo a che fare con un virus diverso perché noi siamo diversi. Ecco perché i vaccini che hanno sconfitto il ceppo originale non sono più efficaci.

Come ho detto fin dalla prima apparizione del virus all’inizio del 2020, questo virus o i suoi “parenti”, è qui per restare. Ha bisogno di insegnarci a vivere in modo più pacifico e armonioso tra di noi e con la natura e non se ne andrà finché non impareremo.

Forse non ce ne siamo accorti, ma il virus ha già fatto un gran lavoro di insegnamento. Le nostre aspirazioni di carriera sono cambiate drasticamente. Improvvisamente, tutti parlano della Grande Dimissione e del fatto che molte persone ora preferiscono lavorare da casa.

Molte persone si sono anche accontentate di meno soldi in cambio di più tranquillità. Il movimento verso una settimana lavorativa di quattro giorni sta guadagnando slancio in tutto il mondo. Anche in Asia, nota per il suo stacanovismo, grandi aziende come Panasonic e altre sono passate o stanno passando a una settimana lavorativa di quattro giorni.

Anche l’istruzione tradizionale sta cadendo in disgrazia. “Fino al 2019, il numero di studenti che studiavano a casa era cresciuto tra il 2% e l’8% ogni anno. Dal 2019 all’autunno del 2020, la percentuale di studenti che seguono l’istruzione domiciliare è passata dal 3,4% al 9%”. Secondo il National Home Education Research Institute, “nel 2020-2021 c’erano circa 3,7 milioni di studenti che frequentavano un programma di insegnamento a casa nei gradi K-12 negli Stati Uniti (all’incirca il 6%-7% dei bambini in età scolare)”.

Non si tratta di cambiamenti di poco conto. Un minor numero di persone che lavorano significa un consumo più contenuto, una minore congestione delle strade, soprattutto se le persone lavorano da casa, e più tempo per la famiglia. Allo stesso modo, i bambini che studiano a casa richiedono che un genitore stia a casa e si occupi dell’istruzione e dell’occupazione dei figli. Questo, ancora una volta, influisce su molti altri aspetti della società.

Ecco perché penso che Covid non sia una punizione, ma una correzione. L’unica ragione per cui sentiamo questa correzione come dolorosa è che non accettiamo il cambiamento, quindi la natura ce lo impone.

Al nostro attuale livello di narcisismo, senza un freno dall’esterno, potremmo distruggere noi stessi e il mondo con noi. La guerra in Ucraina è solo un esempio di ciò che l’orgoglio e la fame di potere possono infliggere. Pertanto, penso che dovremmo essere grati alle limitazioni causate dal  Covid. Contiamo le sue vittime, ma non abbiamo idea delle catastrofi che la sua comparsa ha evitato.

Detto questo, non credo che dovremmo continuare a subire le sue costrizioni. Dal momento che la natura ci impone delle correzioni e noi non abbiamo altra scelta che obbedire, come è evidente, possiamo imporre queste correzioni a noi stessi invece di invitare pericolosi virus a farlo per noi.

Tutto ciò che dobbiamo correggere è il nostro comportamento egoistico. Per farlo, dobbiamo essere consapevoli che, in un mondo che è diventato totalmente interconnesso, pensare di poter prendere tutto ciò che vogliamo a prescindere dagli altri e godere del dolore altrui non è solo avventato, ma distruttivo per tutti, anche per noi stessi.

Dobbiamo capire che se vogliamo sottomettere altre persone, anche solo con il pensiero, tanto più con le azioni, danneggiamo noi stessi e il nostro ambiente. Nessun altro essere, a parte gli umani, ha pensieri così malvagi e narcisistici. Se li annienteremo  dentro di noi, metteremo fine alla guerra, alla fame, allo sfruttamento, all’abuso, alla tirannia e a tutto ciò che affligge il nostro mondo. Se siamo riluttanti ad imparare, saranno i virus ad eliminare queste piaghe dall’uomo.

Cosa cerca la gente nei podcast

Si potrebbe pensare che la gente abbia sempre meno pazienza di ascoltare gli altri parlare, ma in realtà è vero l’opposto.  Infatti, più sono giovani gli ascoltatori, più è probabile che ascoltino i podcast online piuttosto che la musica. Secondo il music business blog Hypebot, lo Spoken Word Audio Report di NPR e Edison Research riporta che “La quota di ascolto audio dello Spoken Word è aumentata del 40% negli ultimi sette anni; l’8% quest’anno” e “la crescita dello spoken word audio è guidata da un grande aumento del pubblico giovane e multiculturale”, mentre l’ascolto della musica è sceso del 10% rispetto allo stesso lasso di tempo.

Ho detto molte volte che i giovani d’oggi non sono superficiali o apatici, come alcune persone ritengono.  Al contrario, sono molto percettivi, diretti e sanno esattamente di cosa hanno bisogno. Non è così: semplicemente non hanno  voglia di usare parole che non possono saziare la loro sete. 

Hanno bisogno di risposte; vogliono informazioni precise sul mondo in cui vivono, e noi non le stiamo fornendo. Dobbiamo offrire alle persone, soprattutto ai millennial e ai più giovani, la comprensione di come pensare e agire in un mondo globalizzato, interconnesso e interdipendente.

Essi lo vivono in maniera naturale, hanno amici in ogni parte del mondo che non hanno mai incontrato ma con i quali chattano online.  Allo stesso tempo, i paesi in cui vivono possono essere ostili o addirittura in guerra tra di loro.  

Noi, la vecchia generazione, abbiamo ancora visioni obsolete di separazione e confini, mentre loro vivono in una nuvola virtuale dove non ci sono confini e si sentono molto a loro agio.  Ora hanno bisogno di informazioni; hanno bisogno di sapere come comportarsi in una vita del genere, perché nessuno dei sistemi educativi odierni fornisce loro informazioni in merito.

Il mondo sta cambiando rapidamente e il ritmo non fa che aumentare. Se vogliamo una transizione fluida e tranquilla, dobbiamo prepararci.  Il paradigma di entità distinte che lottano tra di loro per il predominio è obsoleto,  in un mondo dove ogni entità dipende da tutte le altre entità per soddisfare i suoi bisogni più basilari. 

Se non passiamo velocemente a un modo di pensare più cooperativo e funzionale, la realtà ci obbligherà a farlo nel modo più duro, attraverso le guerre, le malattie, i disastri naturali e innumerevoli altri “colpi” che Madre Natura ha in serbo per disciplinare i suoi figli insubordinati.

Non è solo la generazione più giovane ad avere bisogno di risposte: ne abbiamo bisogno tutti noi.  Prima riconosciamo che il mondo è cambiato, prima inizieremo a studiare il nostro mondo da questa nuova prospettiva interdipendente e saremo in grado di trovare le risposte di cui abbiamo bisogno per noi stessi e per i nostri figli.  

L’insaziabile fame di potere dell’uomo

Fin dall’alba dei tempi, l’uomo ha bramato il potere. Fin da allora, le lotte di potere hanno sconvolto la vita pacifica delle persone. Anche oggi la fame di potere sta devastando e distruggendo innumerevoli vite. Il potere trasforma le persone in prepotenti. Questa cosa non possiamo eliminarla ma possiamo trasformarla in qualcosa di positivo. Se non impariamo come farlo, ci distruggerà tutti.

Si potrebbe dire che la fame di potere è la caratteristica primaria dell’uomo. Vogliamo controllare tutto ciò che ci circonda. Questo è vero non solo per i governanti spietati, ma per ogni essere umano.

La fame di potere esiste dentro di noi dal momento in cui nasciamo. Guarda come i bambini afferrano tutto ciò che la loro mano può prendere. Anche questo è un desiderio di controllare, di ottenere. È lo stato fondamentale dell’essere del nostro desiderio: voler possedere e controllare tutto ciò che vedo, portarlo sotto il mio governo, in modo che io abbia il controllo e tutto il resto sia subordinato a me.

In altre parole, la fame di potere inizia dai bisogni più elementari e aumenta a livelli in cui le persone perdono la capacità di giudicare correttamente a causa della loro ossessione per il potere. Il desiderio iniziale è naturale, ma negli esseri umani si evolve in un mostro disastroso.

Il problema non è che vogliamo qualcosa, ma che i nostri desideri crescono oltre il livello in cui possiamo bilanciarli. Alla fine, diventano desideri non solo di ottenere ciò che vogliamo, ma soprattutto di impedire agli altri di ottenere ciò che vogliono e di averli alla nostra mercé.

Esistono due forze fondamentali: l’attrazione e la repulsione. Si manifestano in tutti i livelli, fisico, biologico, emotivo e morale. In tutta la natura, gli opposti si bilanciano a vicenda. Negli esseri umani, la forza trainante cresce di generazione in generazione e continua a crescere per tutta la vita fino a diventare sbilanciata e fuori controllo. Per mantenere l’equilibrio che il resto della natura mantiene in modo naturale, dobbiamo imparare a farlo.

Fin dall’inizio della vita, dobbiamo insegnare ai bambini la natura umana, come tenerla sotto controllo, quali obiettivi dovremmo porci e come raggiungerli in modo costruttivo per noi stessi e per la società. Dobbiamo mostrare ai bambini quali ambienti sociali sono buoni per loro e quali no, e perché, e mostrare loro il danno che l’egoismo sconsiderato può infliggere.

Una volta che le persone hanno acquisito il controllo sul proprio ego, possono usarlo in modo positivo e costruttivo. Se queste persone hanno il desiderio di governare, una volta che avranno imparato a governare il proprio ego, potranno diventare grandi governanti. Saranno in grado di resistere al crescere e all’esplosione dell’ego, e invece di dire l’état, c’est moi (lo stato sono io), come fece Luigi XIV, si sentiranno umili di fronte al popolo per via del  privilegio a loro concesso di guidarlo saggiamente.

In effetti, un leader deve avere un sentimento intrinseco di non essere meritevole abbastanza. A meno che un leader non senta che le altre persone conoscono di più, sono più capaci o hanno più esperienza e saggezza, nulla gli impedirà di diventare un tiranno. Tuttavia, l’umiltà e un certo senso di inferiorità frenano l’ego e consentono al leader di rimanere attento, riconoscente e, soprattutto, premuroso.

Per ridurre l’inquinamento dell’aria, lavoriamo da casa

Un recente articolo di Steve Cohen dell’Earth Institute della Columbia University illustra i vantaggi di preferire le auto elettriche a quelle con motore a combustione interna. Cohen riconosce che “la decarbonizzazione richiederà decenni e… alcune obiezioni saranno giustificate perché questi impianti avranno un impatto negativo sulla comunità”. Tuttavia, insiste: ” La tesi secondo cui i veicoli elettrici inquinano troppo non è convincente. Inquinano meno dei veicoli alimentati dal motore a combustione interna” e “questo è l’unico confronto che conta”.

Secondo me, stiamo guardando l’intera situazione dalla prospettiva sbagliata. Persino Cohen, un grande sostenitore delle auto elettriche, ammette che “vedremo un progresso man mano che renderemo la situazione meno grave, ma non risolveremo il problema”. Quindi, anziché cercare modi di minimizzare i danni mantenendo uno stile di vita dannoso, credo che dovremmo cambiare il nostro stile di vita, in modo da non creare il problema fin dall’inizio.

L’attuale stile di vita occidentale, promuove orari di lavoro molto lunghi e spesso lunghi viaggi per arrivare e tornare dal lavoro. Negli ultimi anni le cose hanno cominciato a cambiare, ma credo che non dovremmo aspettare, dobbiamo passare al lavoro da casa il prima possibile e rendere questa forma di lavoro il più possibile diffusa.

In Asia, dove le giornate e le settimane lavorative lunghe erano considerate la norma fino a poco tempo fa, ci sono già nell’aria dei cambiamenti. “Panasonic Corp si è unita a un piccolo, ma crescente, numero di aziende giapponesi che offrono al personale una settimana lavorativa di quattro giorni per incoraggiare un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata”, scrive la società di media HRM Asia. Panasonic non è sola, ma “fa parte di una tendenza globale”, prosegue l’articolo, aggiungendo che in Giappone “un gruppo di legislatori sta discutendo una proposta per concedere ai dipendenti un giorno di riposo in aggiunta ai due giorni di pausa settimanali, per garantire il loro benessere”.

Anche la rivista Forbes, scrive che “la settimana lavorativa di quattro giorni sta prendendo slancio” e altri notiziari scrivono sempre di più riguardo questo fatto. 

Secondo me, dovremmo andare oltre la settimana lavorativa di quattro giorni. Credo che anche il lavoro che facciamo, dovrebbe essere svolto principalmente da casa.  Questo creerebbe meno traffico sulle strade, darebbe alle persone più tempo libero e orari flessibili anche nelle giornate lavorative, riducendo drasticamente l’impatto ambientale dell’industria automobilistica, che sia alimentata da motori elettrici o a combustione interna.  

L’industria automobilistica è solo un esempio. In quasi tutti i settori del lavoro umano, ci stiamo dando da fare più di quanto dovremmo, e tutti ne pagano il prezzo: noi, le nostre famiglie, la società e il pianeta. La produzione eccessiva e il lavoro eccessivo non aiutano nessuno e non ci rendono più felici.

Pensate a come ci sentiremmo se avessimo due ore in più di tempo libero al giorno, più o meno il tempo che impieghiamo per andare e tornare dal lavoro. Ora immaginate se lavorassimo solo quattro giorni alla settimana e da casa.

In breve, credo che dovremmo rallentare, dedicare più tempo alle cose che amiamo fare e alle persone a cui teniamo. Questo ci renderà felici, renderà la società più pacifica, aiuterà l’ambiente e aiuterà il mondo. In questi tempi difficili, tutti noi avremmo bisogno di un po’ di tranquillità.