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Il giorno della Vittoria: un triste ricordo

Sabato 7 maggio, ricorreva l’anniversario del giorno in cui la Germania nazista firmò la sua resa ufficiale agli Alleati. Il giorno seguente, l’8 maggio, fu dichiarato Giorno della Vittoria in Europa. L’Unione Sovietica proclamò il giorno successivo, il 9 maggio, Giorno della Vittoria, ma in ogni caso la guerra continuò fino alla resa del Giappone, il 15 agosto 1945, dopo lo sganciamento di due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Se c’è mai stata una vittoria triste, è quella degli Alleati nella Seconda Guerra Mondiale. Non solo questa guerra è stata la peggiore di tutte le guerre, ma non abbiamo imparato nulla da essa, se non a costruire la peggiore arma di sempre. Se ne avremo la possibilità, non ho dubbi che scoppierà un’altra guerra mondiale, e sicuramente sarà nucleare.

L’unico Paese che potrebbe aver tratto una buona lezione dalla guerra è il Giappone. L’articolo 9 della Costituzione giapponese vieta la guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali. È stato promulgato il 3 maggio 1947, dopo la Seconda Guerra Mondiale, e stabilisce che le armi esplicitamente offensive, come i missili balistici e le armi nucleari, sono proibite. Sebbene la costituzione sia stata imposta dagli Stati Uniti occupanti nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, il Giappone ha mantenuto il suo esercito come forza difensiva e si è astenuto dall’usare armi offensive come missili balistici o armi nucleari fino ad oggi.

Purtroppo, non vedo l’approccio giapponese alla guerra attecchire al di fuori del Giappone. In realtà, anche la lezione del Giappone è solo parziale, perché evitare non è una correzione. La correzione, che è l’unico modo per prevenire la guerra nel lungo periodo, deve includere un cambiamento radicale nelle nostre relazioni, non solo un impegno ad astenersi dall’uso di armi offensive e di distruzione di massa.

Non è solo la Seconda Guerra Mondiale a rendermi pessimista. Per migliaia di anni, l’umanità ha vissuto di spada. Non appena le nazioni concludono una campagna, iniziano a sviluppare armi più letali e sinistre per i loro conflitti futuri. Non c’è nemmeno un pensiero in direzione della pace, ma solo in direzione di una vittoria più decisa.

Nel secolo precedente, l’umanità ha sperimentato le forme più orrende di uccisione di massa, anzi di sterminio degli esseri umani. Nella Prima Guerra Mondiale è stata introdotta la guerra chimica e nella Seconda Guerra Mondiale la guerra nucleare è diventata uno strumento dell’arsenale degli eserciti. Eppure, nonostante le terribili conseguenze dell’uso di queste armi, non solo non sono state vietate, ma sono state incrementate e la loro potenza è cresciuta di centinaia di volte rispetto al potenziale già mostruoso mostrato in Giappone. Sembra che nessuna agonia, per quanto terribile, possa far desistere l’umanità dalla distruzione reciproca.

Quando arrivai a studiare con il mio maestro, RABASH, egli mi insegnò ciò che suo padre, il grande cabalista e pensatore Baal HaSulam, gli aveva insegnato: la natura spinge l’umanità in avanti “in due modi: il ‘sentiero della luce’ e il ‘sentiero della sofferenza’, in un percorso che garantisce il continuo sviluppo e progresso dell’umanità”.

In realtà, però, il cammino della sofferenza non ci insegna nulla, come è evidente. Ci convince solo a cercare una strada migliore, o almeno meno dolorosa.

Al contrario, il sentiero della luce consiste nello sviluppare i valori fondamentali che rendono una società prospera e forte: solidarietà, coesione e interesse reciproco. Al loro livello più alto, sono chiamati: “Amore per gli altri”. Tuttavia, anche prima che una società raggiunga il grado finale di accudimento, le emozioni positive tra i suoi membri la consolidano e assicurano pace e prosperità a tutti i suoi membri.

Negli anni ’30, molto prima che qualcuno immaginasse la possibilità di una bomba nucleare, Baal HaSulam scrisse queste parole stupefacenti per dimostrare all’umanità che dobbiamo imboccare la via della luce: “Non stupitevi se mischio il benessere di una particolare collettività con il benessere del mondo intero, perché in effetti siamo già arrivati a un punto tale in cui il mondo intero è considerato una collettività e una società. Cioè, … ogni persona nel mondo trae il midollo della sua vita e il suo sostentamento da tutte le persone del mondo”.

Se lo scriveva negli anni Trenta, cosa possiamo dire oggi, che la nostra interdipendenza è aumentata di molte volte? E se siamo davvero così dipendenti gli uni dagli altri, come possiamo osare pensare di usare armi nucleari gli uni contro gli altri?

Eppure, noi osiamo e siamo incuranti come se i nostri destini non si influenzassero a vicenda. Pertanto, finché non riconosciamo che la pace è il nostro unico modo di sopravvivere, fisicamente, siamo condannati a vivere di spada o, come ha descritto Baal HaSulam: “Così, l’umanità viene stritolata in una agitazione atroce, e le lotte e le carestie e le loro conseguenze non sono cessate finora”. Peggio ancora: “Possiamo vedere che nella misura in cui l’umanità si sviluppa, si moltiplicano anche i dolori e i tormenti che ci procurano il sostentamento e l’esistenza”. Questa è la prova, dice Baal HaSulam, che la natura “ci ha ordinato di praticare con tutte le nostre forze… l’elargizione agli altri… in modo tale che nessun membro tra noi lavori meno della misura richiesta per assicurare la felicità della società e il suo successo”.

Didascalia della foto: Giorno della Vittoria – Londra – 1946 (Reuters)

Tra la Guerra e la Pace

La guerra tra Russia e Ucraina mi lascia sconcertato, inquieto e, soprattutto, preoccupato, molto preoccupato. Ho molti studenti in entrambi i paesi e mi preoccupo profondamente per tutti loro. Queste due nazioni che hanno vissuto fianco a fianco per così tanto tempo, hanno così tanto in comune.

Ne hanno passate tante, ma non pensavo che sarebbero finiti in una guerra totale. Per quanto possa sembrare irrealizzabile oggi, l’unica soluzione è ancora quella di superare i nostri ego e unirci, perché alla fine, è solo l’ego che dà il tono a questo conflitto. A meno che noi, tutte le persone, non solo quelle nei paesi coinvolti, ci alziamo al di sopra dei nostri ego, la guerra si estenderà ad altri paesi e avrà conseguenze orribili. Come ha detto l’ex vice comandante in capo della NATO Richard Sherriff, la situazione “potrebbe trasformarsi in una guerra catastrofica… su una scala mai vista in Europa dal 1945”.

Proprio perché due nazioni che hanno così tanto in comune, religione, matrimoni misti e altro, stanno enfatizzando ciò che le divide, vedo la situazione come minacciosa per il mondo intero. Stanno costruendo un muro tra di loro, nei loro cuori, che sarà molto difficile da abbattere in seguito.

Ma di fronte a tutto l’odio che sta esplodendo, alla fine, non avremo altra scelta che superarlo e unirci. Nonostante la sofferenza e la rabbia crescente, la guerra accelererà la nostra consapevolezza che la nostra unica possibilità di felicità non è la distruzione degli altri. La negatività non ha mai prodotto risultati positivi.

Ecco perché alla fine, tutte le parti soccomberanno alla stanchezza e alla disperazione e accetteranno di provare il cammino della garanzia mutua e anche dell’ interesse reciproco. Io spero e prego che questo succeda presto e con il minor numero di vittime possibile.

Quando il mio maestro RABASH morì, lasciò molti appunti in cui aveva annotato i suoi pensieri. Dopo alcuni anni, li ho pubblicati sotto il titolo “Note assortite“. Qui di seguito ce n’è una che mi sembra particolarmente pertinente oggi, e che ho intitolato “Amore per gli altri“: Guardo un piccolo punto, chiamato “amore per gli altri”, e rifletto: Cosa posso fare per aiutare le persone? Guardando il popolo, vedo la pena della gente, le malattie, i dolori, la sofferenza degli individui inflitta dalla collettività, cioè le guerre tra le nazioni. E oltre alla preghiera, non c’è niente da dare.

Il miracolo che si festeggia a Hanukkah

Ogni festività ebraica ha un profondo significato spirituale. Hanukkah non fa eccezione. Durante Hanukkah si celebra il miracolo che avvenne ai Maccabei, che sconfissero il potente Impero Seleucide e i suoi alleati, gli Ebrei Ellenistici. Dopo la loro vittoria, pulirono il Tempio saccheggiato e trovarono solo l’olio sufficiente per accendere la menorah per un giorno. Ma, udite udite, l’olio durò per otto giorni.  Così i Maccabei ebbero tempo di procurarsi abbastanza olio da permettere alle candele della menorah di rimanere accese.

Tuttavia, in tutte le festività, trascuriamo un messaggio molto importante della ricorrenza. Le candele della menorah simboleggiano la nostra lotta con l’ego, il nostro odio per gli altri. Il bruciare della candela simboleggia il nostro trionfo nell’usare anche i nostri desideri più depravati a beneficio degli altri.

Tradizionalmente una candela è composta di tre elementi: 1) l’olio, che serve come combustibile, 2) lo stoppino, il filo che è immerso nell’olio e lo porta al bordo dello stoppino, e 3) il fuoco, che utilizza sia lo stoppino che l’olio (principalmente quest’ultimo) per bruciare. RABASH, il mio maestro, spiega che l’olio è un serbatoio di cattivi pensieri e intenzioni verso gli altri. Lo stoppino è un singolo pensiero o intenzione che emerge da quella miscela. Il miracolo avviene quando decidiamo che non vogliamo seguire le nostre intenzioni corrotte, ma piuttosto sviluppare l’amore per gli altri. 

Se ci riusciamo, è ritenuto equiparabile all’accensione della fiamma, e questo è considerato un miracolo. La fiamma ha bisogno costantemente di pensieri negativi,  altrimenti non avrebbe nulla da “bruciare” per innalzarsi, quindi i pensieri negativi sono necessari. Tuttavia, data la portata del nostro egoismo, ci vuole davvero un miracolo per elevarsi al di sopra della nostra cattiveria e trasformarla in pensieri positivi verso gli altri. 

È un miracolo ancora più grande quando questa trasformazione avviene non in una singola persona, ma in un’intera nazione. Il popolo d’Israele ha stabilito la sua identità nazionale proprio compiendo questo miracolo quando ognuno si è impegnato ad amare l’altro come se stesso.

Oggi abbiamo bisogno di un miracolo ancora più grande. Con il mondo intero interconnesso e tutte le nazioni impegnate in continue lotte di potere, il miracolo di cui abbiamo bisogno è che il mondo intero si elevi al di sopra dell’odio e del sospetto e li usi come combustibile, come olio, per accendere la fiamma dell’amore.

Le cronache del popolo ebraico non sono storie di un popolo vissuto in tempi antichi: sono lezioni per l’umanità. La nazione ebraica è costituita da persone che provenivano da tutto il mondo antico, quindi è naturale che i loro annali non riguardino solo loro stessi, ma soprattutto le loro nazioni d’origine. 

L’unione che i nostri antenati raggiunsero fu un “pilota” per un programma che tutto il mondo deve attuare oggi. Più rifuggiamo l’idea di elevarci al di sopra dell’odio e ci crogioliamo nell’odio reciproco, più saremo scossi quando finalmente ci renderemo conto che non abbiamo altra scelta che cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri, proprio come fecero allora i nostri antenati.

Il silenzio è d’oro

Ho passato infinite ore a conversare con il mio maestro, Rav Baruch Shalom Ashlag (RABASH).  Per la maggior parte del tempo, parlavamo quando eravamo da  soli durante le nostre camminate mattutine o durante i nostri frequenti viaggi di due giorni a Tiberiade. Una volta gli chiesi cosa facesse prima che arrivassi io, dato che quando l’ho conosciuto aveva già settantatré anni.  Mi rispose: “ero solo”.  Quando gli chiesi se non avesse sentito il bisogno di parlare con qualcuno, mi rispose semplicemente: “No”.

Ora, trent’anni dopo la sua scomparsa, capisco cosa intendesse.  Mi siedo, da solo, nella mia camera e non sento alcun bisogno di uscire o parlare con qualcuno.  Potrei sedermi lì per cent’anni senza alcun problema.  Ogni tanto faccio una camminata, ma,  da quando sono iniziate le chiusure, sono da solo la maggior parte del tempo e sono perfettamente felice.  Se non fosse per i miei studenti o la necessità di diffondere la saggezza della Kabbalah al mondo, non pronuncerei una parola.  

In questo, sono simile a molti Kabbalisti che mi precedettero. Anch’essi non trascorrevano le loro giornate in conversazioni inutili. Studiavano insieme e leggevano dalle fonti autentiche della Kabbalah. E così facevamo anche Rabash e io.  Anche quando eravamo soli, come a Tiberiade, ci sedevamo uno di fronte all’altro, con Il Libro dello Zohar o Lo Studio delle Dieci Sefirot aperto sul tavolo davanti a noi, una tazza di caffè turco vicino, e leggevamo, leggevamo, leggevamo.

Ogni tanto RABASH si fermava per spiegare, oppure ero io a fare una domanda sul testo, ma per la maggior parte del tempo, leggevamo e ci connettevamo tra noi, elevandoci a una sensazione condivisa e spirituale. Non c’era bisogno di altro, niente di niente.

Quando si verificava un evento importante, come una guerra o le elezioni in Israele o altri eventi che agitavano l’opinione pubblica israeliana, scambiavamo qualche parola al riguardo, ma non a lungo e certamente senza parlarne a vanvera. Non ci allontanavamo un attimo dal pensare allo scopo della vita, ogni secondo era importante.

È scritto nella Mishnah che Shimon, il figlio di Rabban Gamaliel, era solito dire: “Per tutti i miei giorni sono cresciuto tra i saggi e non ho trovato nulla di meglio per una persona che il silenzio. Lo studio non è il più importante, ma le azioni;  chi parla troppo porta il peccato” (Avot, 1:16).

I Kabbalisti sono silenziosi perché ascoltano i loro cuori. Ascoltano il nostro cuore comune, il cuore del sistema umano detto Adam HaRishom, di cui facciamo tutti parte.  

Nasciamo rinchiusi nella  bolla del nostro ego, non riusciamo ad ascoltare il nostro cuore comune. Ascoltiamo soltanto noi stessi.

Quello che ho imparato da RABASH è ascoltare nel profondo, oltre l’ego, il cuore comune. Nel profondo della nostra anima, c’è un desiderio di liberarsi dai confini dell’ego e sentire il cuore comune. Quando ci connetteremo con esso, saremo veramente in grado di sentire ciò che è fuori di noi. Saremo in grado di conversare con l’anima di tutta l’umanità, con tutta la natura e attraverso di loro con il Creatore.

Come scegliere un maestro

Uno studente mi ha chiesto come ho capito che volevo stare con il mio maestro, RABASH, e diventare suo discepolo. C’è una risposta molto chiara a questa domanda, che i saggi del Talmud hanno articolato migliaia di anni fa: “Non si impara se non nel luogo dove il proprio cuore desidera” (Avoda Zarah 19a). Oppure, in tre parole: Segui il tuo cuore.

Ho passato molti anni a cercare l’insegnante che rispondesse alle mie domande più profonde: Da dove viene la vita? A cosa serve la vita? Qual è il significato della vita?

Ho studiato bio-cibernetica perché pensavo che avrei trovato la risposta in quella scienza specifica. Sapevo che non l’avrei trovata nella fisica o in qualsiasi altra scienza, così ho scelto la bio-cibernetica perché spiega come funzionano i sistemi organici, come sono costruiti gli organismi. Speravo di poter imparare attraverso la scienza il programma della vita, l’essenza della vita.

Ero disilluso. Ne sono uscito con alcune formule sul funzionamento dei sistemi e zero risposte sulla composizione della vita e soprattutto su dove sta puntando. Tutti i miei anni di apprendimento scientifico mi hanno insegnato che ogni organismo si sostiene e si sforza di assicurare la sua esistenza e questo è tutto. Non c’era nulla sul perché gli organismi dovrebbero sostenersi da soli. Tutto ciò che non poteva essere misurato non c’era; era irrilevante per la scienza, ma questa è esattamente l’essenza della vita ed era quello che volevo sapere.

Perciò, una volta laureato, ho lavorato per qualche tempo come scienziato, ma stavo già guardando altrove. Mi sono dilettato in varie filosofie, anche se niente di mistico o esoterico, ma più vicino alla scienza, seguendo la mia natura che insiste su prove solide.

Chiaramente, quando ho trovato la saggezza della Kabbalah, sono stato felicissimo. Finalmente avevo trovato un insegnamento che spiegava tutto in modo chiaro, metodico e razionale! Avevo trovato una saggezza in cui la fede non significava credere ciecamente nelle parole di un’altra persona in carne ed ossa, ma la forza di dazione che si deve acquisire per sapere cos’è.

La Kabbalah mi ha insegnato che se non avessi conseguito ciò che era scritto nei libri, non avrei capito nulla e non avrei avuto altro che parole vuote.

Mi piaceva il fatto che non ci sono compromessi; o lo afferri fino in fondo o non ne afferri nulla e te ne vai a mani vuote come sei arrivato.

Per me, questa era la chiave: la verità in essa. Ho trovato ciò che stavo cercando. Sono arrivato pronto, sapendo quello che volevo trovare e solo quando ho visto che stavo ottenendo quello che volevo, ho deciso di restare.

Questo è il principio chiave nella ricerca di un insegnante: Sapere cosa vuoi. Se sai quello che vuoi, lo riconoscerai quando lo vedi, e allora saprai che sei nel posto giusto per te. Questo è vero per la Kabbalah come è vero per qualsiasi altra cosa che possiamo volere.

Nel corso del tempo, i desideri possono cambiare e ciò che sembra giusto oggi può non sembrare giusto domani. Questo non significa che hai fatto la scelta sbagliata; significa che sei cambiato, e questo è un buon segno, un segno di vita e di crescita.

Il punto importante è che devi stare all’erta, esaminare sempre cos’è che vuoi e cercarlo senza sosta. Ricordate: “Non si impara se non dal luogo dove il proprio cuore desidera”.

Per saperne di più sulle mie esperienze con il mio insegnante, leggete la mia ultima pubblicazione: Always with Me.

Trent’anni fa è mancato il mio Maestro

In una sera fredda e piovosa del febbraio 1979, mentre io e Chaim Malka, il mio compagno di studi di allora, stavamo per iniziare a studiare i nostri soliti libri di Kabbalah antica, mi sono improvvisamente stancato della ricerca infinita e apparentemente futile della verità. “Andiamo a cercare un insegnante”, dissi a Chaim.  “Cerchiamo un maestro”, dissi a Chaim.  “Dove?” chiese lui.  “Andiamo a Bnei Brak” risposi io, “ non abbiamo mai cercato lì”. A Chaim non piaceva molto l’idea di guidare con quel tempo e tanto meno di andare in una città di Ebrei Ortodossi affollata con stradine strette e semi-pavimentate, dove era improbabile trovare dei Kabbalisti.  Nonostante ciò riuscii a convincerlo e lui, con riluttanza, accettò. 

Arrivati a Bnei Brak,  in tarda serata, non c’era nessuno per le strade. Erano vuote, bagnate e fredde. A un incrocio, improvvisamente vidi un uomo che stava per attraversare la strada. In fretta, abbassai il finestrino e gridai verso di lui: “Dove si studia la Kabbalah da queste parti?” 

Era una domanda molto insolita. A quei tempi, nessuno parlava di Kabbalah, e tra gli Ebrei Ortodossi, l’argomento era un tabù. Ancora più insolita fu la risposta dell’uomo: mi guardò con calma e rispose subito, come se stesse aspettando proprio questo: “ Gira a destra, vai fino alla fine della strada dove inizia il frutteto” mi disse “a sinistra vedrai una casa. E’ lì che si studia la Kabbalah”, concluse e continuò per la sua strada. 

Seguimmo le indicazioni dell’uomo e in effetti arrivammo alla casa.  Scendemmo dalla macchina e bussammo alla porta, ma nessuno rispose.  La casa era quasi del tutto al buio. Cercammo di aprire la porta, era aperta.  Entrammo,  non c’era nessuno, tranne una stanza che era illuminata e da cui provenivano delle voci. Entrammo con esitazione e lì trovammo cinque o sei uomini anziani che leggevano Lo Zohar mormorando parole in una lingua che non conoscevo (era Yiddish).  Il più anziano ci indicò di sederci,  ci sedemmo vicino agli uomini, sulle panche intorno al vecchio tavolo in legno dove studiavano.

Il più anziano tra loro, che ci invitò ad unirci a loro ed era chiaramente il maestro, si rivelò essere Rav Baruch Shalom Ashlag (RABASH), il figlio primogenito e successore di Rav Yehuda Ashlag (Baal HaSulam), il più grande kabbalista del XX secolo e autore dell’acclamato commento Sulam [Scala] al Libro dello Zohar. Finalmente, dopo anni di ricerca, avevo trovato il mio maestro.

Per i successivi dodici anni, fino al suo ultimo respiro, sono rimasto con RABASH, assistendolo in tutto ciò che potevo e imparando da lui tutto ciò che poteva dare, e lui mi aveva dato più di quanto avrei mai potuto immaginare che qualcuno potesse dare. Trent’anni fa, in questo giorno , è morto tra le mie braccia, lasciandomi il suo quaderno dove scriveva tutto quello che aveva imparato dal suo gigantesco padre e con un’eredità: raccontare al mondo il vero significato di questa grande saggezza e mostrare loro un cammino di luce in un presente oscuro e un futuro inquietante.

Scrissi i miei primi tre libri sotto la guida di RABASH.  Seguendo i suoi insegnamenti, scrissi un altro libro, e la gente iniziò ad arrivare in cerca di un maestro.  Non avevo alcun desiderio di insegnare.  Volevo isolarmi con i libri e la saggezza appresa da RABASH.  Ma  continuarono ad arrivare e mi resi conto che i tempi stavano cambiando, e le porte della saggezza della Kabbalah si stavano aprendo. 

Insieme ai miei primi studenti abbiamo fondato il primo gruppo di studio ed è nato Bnei Baruch [Figli di Baruch], un gruppo di studenti che si sforzano di camminare sulle orme del mio maestro e di tutti i kabbalisti prima di lui.

Trent’anni dopo, Bnei Baruch, non è più un gruppo. Oggi è un movimento mondiale che si sforza di aiutare il mondo a unirsi nell’amore al di sopra di tutte le differenze.  Grazie ai miei studenti, gli insegnamenti di RABASH vengono appresi e amati in ogni parte del mondo.  Questi studenti stanno  realizzando il sogno del mio maestro.  Quindi, oggi sono sicuro che con l’aiuto del mio maestro e la dedizione dei miei studenti e amici, gli insegnamenti dell’uomo di luce, il cui amore si irradiava da ogni singola parola,  si diffonderanno in ogni luogo e illumineranno le nostre vite.  

Drammaturgia spirituale

Osservazione: In tutti questi anni di “pratica” della saggezza della Kabbalah abbiamo studiato dozzine di volte sugli scritti del Baal HaSulam e del Rabash. La cosa più interessante è che pur conoscendo a memoria ogni singola riga ci accorgiamo di non sapere nulla. Da una parte è paradossale ma dall’altra è preoccupante.

Il mio commento: Tutto ciò avviene perché si modificano le nostre capacità di comprendere un testo e di farlo nostro, per cui ci risulta tutto nuovo e su un livello diverso. Questa è una caratteristica sia dei testi di Kabbalah che di chi li legge.

Osservazione: Rabash non ha portato a termine studi letterari, non ha studiato come scrivere articoli, eppure si è rivolto a noi in termini chiari secondo i principi di base della scrittura.

Il mio commento: Non lo trovo sorprendente perché chi conosce il significato profondo della natura, le sue regole e il suo fluire, ha facilità ad esprimersi in questi termini. Le regole logiche, come la capacità di sorprendere, sono elementi insiti in lui.

Alla stessa maniera, gli scrittori, pur credendo di scrivere secondo delle regole ben precise, in realtà fanno emergere i propri desideri reconditi non ancora corretti ma in parte sviluppati.

Pian piano ci renderemo conto che anche la scrittura è legata alla spiritualità. Il conseguimento di livelli spirituali fa emergere la verità nella letteratura come in ogni espressione delle relazioni umane.

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Dalla trasmissione di KabTV “L’ultima generazione”, 2/01/2018

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Rav Baruch Shalom HaLevi Ashlag (Rabash) ha svolto un ruolo straordinario nella storia della Kabbalah. Ci ha fornito quel collegamento finale indispensabile che unisce la saggezza della Kabbalah all’esperienza umana. Per le sue particolari qualità, è riuscito ad annullarsi dinanzi al suo insegnante, suo padre, il grande Kabbalista Rav Yehuda Leib HaLevi Ashlag, conosciuto come Baal HaSulam per il suo Sulam (La Scala), Il Commentario a Il Libro dello Zohar.

Tuttavia, se non fosse stato per i saggi di Rabash, gli sforzi di suo padre di divulgare la saggezza della Kabbalah a tutti, sarebbero stati vani. Senza questi saggi, in pochi avremmo potuto conseguire il livello spirituale che Baal HaSulam voleva così disperatamente che raggiungessimo.

Rabash, nella sua vita quotidiana, era epitome di umiltà e autocontrollo. I suoi saggi, comunque, rivelano una profonda comprensione della natura umana. Quello che a prima vista potrebbe apparire come una formalità nel linguaggio, in realtà è l’accurato percorso emotivo verso la profondità del cuore umano. I suoi scritti ci mostrano il punto di svolta interiore su cui dobbiamo posizionare la nostra scala e cominciare a salire. Egli ci accompagna in questo viaggio spirituale con una sorprendente sensibilità alle prove e alla confusione che gli studenti possono sperimentare mentre avanzano verso la meta. Le sue parole consentono ai lettori di affrontare la propria natura e di trasformare emozioni come paura e rabbia in liberazione, gioia e fiducia, in modo molto più veloce di quanto non avessero fatto senza il suo calore e il suo sostegno.

Senza i suoi saggi, in particolare quelli relativi al lavoro all’interno di un gruppo, non avremmo mai saputo trasformare dei semplici appassionati di Kabbalah, in Kabbalisti pienamente maturi. Rabash è l’unico Kabbalista che abbia mai proposto un chiaro metodo di lavoro che può essere utilizzato da chiunque, dal momento che il punto nel cuore si risveglia fino a raggiungere l’obiettivo spirituale attraverso il lavoro in gruppi.

Nei suoi saggi, le narrazioni iniziano generalmente con una citazione o due riprese da fonti come Lo Zohar o il Pentateuco. Poi Rabash passa da un tono didattico ad un approccio più personale ed accattivante. E quando dice: “Impariamo tutto sull’uomo” è sempre l’inizio della rivelazione delle profondità dell’anima, dove i lettori scoprono tesori nascosti la cui esistenza neanche potevano sognare.

Gli scritti di questo libro non sono solo per la lettura ma sono più simili ad una guida esperienziale dell’utente. È molto importante lavorare con essi, per vedere cosa contengono veramente. Il lettore deve cercare di metterli in pratica, vivere le emozioni che Rabash descrive così magistralmente.

A me ha sempre consigliato, infatti, di riassumere gli articoli e di lavorare con i testi. E ancora oggi lo faccio, e sono sempre stupito dalle intuizioni che rivelano. Oggi raccomando lo stesso a tutti i miei studenti: lavorate con i testi, riassumeteli, traduceteli, sperimentateli nel gruppo e scoprirete la forza negli scritti di Rabash.


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I conduttori della Luce

Ci sono alcune anime speciali, molto importanti per tutto il sistema delle anime, perché esse animano questo sistema, aiutano altre anime ad arrivare alla rivelazione e rendono loro più facile incorporarsi nel processo di sviluppo.

Esistono molte anime speciali ma noi ne conosciamo solo una parte. La scienza della Kabbalah spiega questo sistema. Queste anime aprono le porte della percezione, della sensazione e dell’esistenza spirituale.

Questi sistemi sono incorporati al sistema comune dell’unico organismo spirituale, servono come conduttori della Luce interiore per altre anime che si trovano nelle tappe dello sviluppo.

Per il suo sviluppo, la nostra generazione dipende dalle anime del Rashbi, dell’Ari, del Baal HaSulam e del Rabash.

In relazione a noi, queste anime sono le parti principali del sistema, esse rivelano l’influenza della Luce Superiore su di noi, ci trasmettono la luce e la forza della vita ed organizzano per noi un ambiente corretto nel quale possiamo svilupparci spiritualmente.

Il Baal HaSulam e Rabash ci hanno aperto la porta del Mondo Spirituale

there-are-no-idols-in-kabbalahDomanda: Oltre alle opere del Baal HaSulam, studiamo anche le opere del Rabash. Cosa ci danno queste opere?

Risposta: Rabash ci spiega dettagliatamente le tappe del lavoro interiore, tuttavia, noi non comprendiamo tutta la profondità e la grandezza delle sue spiegazioni. Ci sono passaggi nei quali Baal HaSulam da spiegazioni molto concise per i principianti ed il Rabash si prolunga in esse, creando così una porta molto larga per coloro i quali vogliano avere accesso al lavoro spirituale.

Quando la persona legge riga dopo riga, sperimenta differenti sensazioni. È così che Rabash, con le sue spiegazioni dettagliate, porta per mano il lettore, come se fosse un bambino, da un gioco all’altro e da un’impressione all’altra.

Tuttavia, non bisogna pensare che i suoi articoli siano destinati soltanto ai principianti. In essi si nasconde un’enorme profondità. È solo che Rabash si chinava sempre davanti a suo padre, Baal HaSulam, e pensava che non c’era niente da aggiungere dopo Baal HaSulam. Per questa ragione, non pubblicò niente di suo e non scrisse molti testi, a causa della sua modestia. Però lui fu un grande cabalista ed abbiamo ancora il compito di rivelarlo.