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Verso una carenza di rifornimenti

La guerra in Ucraina pone molte minacce non solo all’Ucraina, ma al mondo intero. Le sanzioni contro la Russia sono estreme, se non addirittura senza precedenti. Tuttavia, non dobbiamo credere che questo non comporti alcun costo per il mondo. I prezzi del grano e del petrolio sono già saliti alle stelle, ma non è ancora il momento peggiore. Il peggio arriverà quando non ci saranno più, quando gli scaffali dei supermercati in Europa e negli Stati Uniti saranno vuoti a causa della guerra in Ucraina. La lezione più importante che possiamo (e dovremmo) imparare da questa guerra è che il mondo è un unico villaggio globale interdipendente e che quando si fa del male a qualcun altro, si fa del male a se stessi.

Anche prima dello scoppio della guerra, la tensione sulle catene di approvvigionamento stava facendo salire i prezzi e l’inflazione stava battendo record negli Stati Uniti e altrove. Ma ora, per alcuni prodotti, le catene di approvvigionamento crolleranno del tutto.

Non dobbiamo affrontare questa crisi solo a livello superficiale. Non dobbiamo accontentarci di cercare dei sostituti per i prodotti mancanti. Se lo facciamo, anche i sostituti ci deluderanno.

Dobbiamo invece cogliere l’occasione per correggere la causa delle catene di approvvigionamento interrotte: le nostre connessioni interrotte. Le sanzioni contro la Russia, con le loro implicazioni sia per la Russia che per l’Occidente, dovrebbero farci capire che non possiamo costruire le nostre relazioni sullo sfruttamento reciproco. Le nostre relazioni saranno sostenibili solo se le stabiliremo sulla fiducia e sulla reciproca complementarità.

È chiaro che in ogni transazione ciascuna parte ha in mente il proprio interesse; non c’è nulla di male in questo. Tuttavia, quando le parti cercano non solo di trarre profitto dai loro accordi, ma anche di estorcere alle altre parti, di prendere da loro più di quanto siano disposte a dare, con l’inganno o con la forza, questo non funzionerà a lungo. Dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento, passando dall’uso delle risorse per imporre la nostra volontà alla condivisione delle risorse per il bene comune.

Non è che all’improvviso dobbiamo amarci gli uni con gli altri, almeno non ancora. Ma anche se non ci sopportiamo, abbiamo tutti qualcosa di cui gli altri hanno bisogno e che non hanno, ed altri hanno beni di cui noi abbiamo bisogno e che non abbiamo.  Quindi, anche se non ci sopportiamo, dobbiamo condividere gli uni con gli altri. Ma per far rimanere la catena aperta, dobbiamo lavorare con rispetto e decenza reciproca.

Didascalia della foto:
Clienti che indossano mascherine fanno la spesa davanti agli scaffali parzialmente vuoti di un supermercato di Hong Kong

I leader di domani

In considerazione delle crisi che siamo costretti ad affrontare su vari fronti, oggi sembra che la cosa di cui si abbia maggiore bisogno sia una guida competente. I capi di stato in carica sembrano essere principalmente preoccupati per i loro patrimoni e la loro sopravvivenza piuttosto che  per la sopravvivenza delle loro nazioni, già poco prospere. Inoltre, in un mondo globalizzato, i leader non possono occuparsi esclusivamente di ciò che porta vantaggio alla propria nazione in quanto ogni paese è dipendente dall’altro. Anche se questo è compreso da tutti, nessuno agisce di conseguenza. Sembra che ci attenda un duro risveglio.

Man mano che evolviamo, anno dopo anno, di generazione in generazione, anche le nostre aspettative ed aspirazioni cambiano. Un capo deve quindi avere occhi e mente rivolti sia al presente che al futuro. I leader devono vedere dove si sta dirigendo l’umanità e preparare il loro popolo a questo stato. Altrimenti, non sono guide ma semplici seguaci.

Il problema con i leader di oggi è che nonostante il mondo sia diventato completamente interdipendente ed interconnesso, essi dirigono la propria nazione come se l’unica cosa che conti sia il benessere della nazione stessa. Non si rendono conto che le decisioni politiche prese a danno di altri paesi, fondamentalmente danneggiano anche il loro.

Peggio ancora, anche quando se ne rendono conto, raramente agiscono di conseguenza, poiché l’ego umano si è evoluto a un livello tale da non preoccuparsi di nulla che vada oltre le ricompense immediate. Quindi una scelta politica che causa danni futuri non può competere con altre scelte che garantiscono ricompense immediate anche se illusorie.

Detto questo, credo che sia un errore attribuire la colpa ai leader. Non possono elevarsi al di sopra del livello delle loro nazioni, poiché è la nazione che li nomina o li destituisce. Pertanto, più che plasmare lo spirito della nazione, lo riflettono.

Se vogliamo capi che comprendano lo spirito del tempo e sappiano adattare la loro azione di guida ad esso, dobbiamo prima di tutto imparare noi stessi, il popolo, a conoscere il nostro tempo particolare.  A quel punto i leader, che verranno formati dalla nazione, sapranno cosa fare e le loro scelte avranno il sostegno della nazione. 

Ne consegue che i leader non riusciranno a considerare l’interconnessione tra le nazioni prima che questo diventi l’atteggiamento mentale prevalente delle persone. Anche se la maggioranza delle persone non comprende questo o non ci pensa, c’è bisogno che si comprenda che pensare solamente a se stessi è controproduttivo e non serve ai nostri interessi personali.

Quando i leader inizieranno a pensare agli interessi del mondo piuttosto che unicamente agli interessi delle proprie nazioni, oppure come accade oggi, al proprio ritorno personale, sarà possibile costruire sistemi funzionali e sostenibili di cui potrà beneficiare l’intera umanità. Quando le persone inizieranno a capire che dobbiamo prenderci cura dell’intera umanità, i leader faranno delle scelte politiche sostenibili e smetteranno di mettere le nazioni le une contro le altre in modo inutile e distruttivo. La pace nel mondo ed il vivere sostenibile si basano sulla consapevolezza che siamo tutti interdipendenti, che insieme vinceremo o insieme falliremo.

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Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tiene una sessione sull’Ucraina.

La “bussola strategica” dell’Europa

Alcune settimane fa, l’Europa ha annunciato il lancio dell’iniziativa della Bussola Strategica, “un ambizioso piano d’azione per rafforzare la politica di sicurezza e difesa [sic] dell’UE”. L’iniziativa non intende essere una parte della NATO, ma affiancarla e relazionarsi alla NATO come “partner strategico”. 

Nonostante il fatto che la NATO sia un’alleanza stabilita principalmente per proteggere l’Europa, e anche se la maggior parte delle nazioni in entrambe le entità, compresa la nazione fondatrice della “bussola”, la Francia, partecipino ad entrambe, la nuova organizzazione competerà contro la NATO per le stesse risorse. Il suo piano di Mobilità Militare, per esempio, è “un’iniziativa dell’UE per migliorare la mobilità del personale militare, del materiale e dei mezzi all’interno e all’esterno dell’UE”.

Allo stesso modo, la “Bussola” costruirà una task force dell’UE con capacità di spiegamento rapido per permettere all’UE “di reagire ai conflitti in modo rapido, robusto ed efficace”. A tal fine, l’UE svilupperà una capacità di spiegamento rapido (RDC dell’UE) composta da un massimo di 5000 truppe”.

Per come la vedo io, lo spirito antiamericano dell’Europa le si ritorcerà contro. L’iniziativa dimostra quanto sia disunita l’Unione Europea. L’unica soluzione a questa situazione è che presto, sia la Francia che la Germania (in misura minore), subiscano potenti colpi che scalzino il loro spirito antiamericano.

La smodata ambizione di essere unici, superiori e potentissimi, soprattutto nei paesi leader dell’UE, rende l’Europa il contrario di unita e, in tal senso, questa iniziativa è esemplare. Il resto dei paesi europei dovrà bilanciarli, ma non sarà facile.

L’Europa è stata il continente dominante per secoli, ma due guerre mondiali hanno rovesciato l’ordine mondiale. Oggi, l’Europa ha due leader, la Germania e la Francia, in quest’ordine, completamente opposti l’uno all’altro in ogni senso della parola.  Inoltre, ci sono gli Stati Uniti, la Russia e un numero di paesi asiatici come la Cina, l’India e alcuni altri, che stanno anch’essi diventando sempre più potenti e dominanti.  I paesi dell’ UE non sono nulla in confronto.

A causa di ciò, l’Europa non ha futuro. Potrebbero unirsi per proteggersi da aggressori esterni, ma il legame tra i paesi dell’UE è sempre stato debole e competitivo. Questo è il motivo per cui non possono andare d’accordo e per cui non avranno successo.

Se c’è un futuro per l’Europa, è mostrare al mondo intero che l’umanità non ha altra scelta che vivere insieme in pace e superare l’ego. Il concetto sostenibile per l’umanità è di iniziare ad aiutarsi in maniera genuina.  Anziché cercare opportunità di scontrarci, dobbiamo imparare a cercare modi per rafforzare i legami tra di noi. 

Certo, questo è un processo di apprendimento, ma deve iniziare da qualche parte. Se l’Europa semina ora, vedrà i suoi frutti. Se temporeggiano, le cose si deterioreranno fino a quando saranno costretti a percorrere questo cammino di pace contro la loro volontà. Finché la Germania sta da una parte e la Francia dall’altra, e nel mezzo nessuno fa niente, non succederà niente di buono.

La connessione tra società, politica ed emissioni di gas serra

Un saggio pubblicato dall’Università della California, Davis, descrive la connessione tra le emissioni di gas serra, le relazioni sociali e la politica. Il saggio sostiene che non sono i livelli di inquinamento atmosferico a dettare le politiche sulle emissioni di gas, ma piuttosto la politica e le relazioni sociali sono i fattori chiave. Poiché i modelli attuali prendono in considerazione i dati scientifici e ignorano l’elemento umano che influisce sulle emissioni di gas, sbagliano sempre. Secondo me, l’elemento umano non solo è cruciale, ma è l’unico elemento che causa danni ambientali, poiché gli esseri umani sono l’unico elemento del creato che scarica odio nel nostro mondo.

Il nostro mondo è costruito strato su strato. Alla base della piramide c’è lo strato minerale, o inanimato. La flora, o strato vegetativo, si trova sopra di esso, e la fauna, o strato animato, si trova sopra la fauna. Il livello umano si trova in cima alla piramide, come la testa in un corpo. Per questo motivo, l’umanità determina la salute e la forza di tutti gli strati sottostanti.

Tra tutti gli strati, c’è un equilibrio attentamente mantenuto che mantiene la prosperità di tutti i livelli della natura. L’unica eccezione è lo strato umano. Gli umani sono pieni di odio gli uni per gli altri e cercano non solo di dominarsi a vicenda, ma di umiliarsi a vicenda. Per raggiungere il loro obiettivo, sono disposti a usare e abusare di chiunque e di qualsiasi cosa. Nel fare ciò, gettano l’intero sistema planetario fuori equilibrio.

Gli esseri umani sono peggio di qualsiasi cosa. Sono peggio del gas metano, del bruciare combustibili fossili, dello sporcare il mare, dell’inquinare il suolo e del contaminare l’aria. Anche se non limitassimo l’uso di tutti i prodotti chimici e le emissioni di CO2 che riversiamo nell’ecosistema planetario, non causeremmo comunque tanti danni quanti ne causiamo semplicemente spargendo odio nel sistema.

Ecco uno studio che lo dimostra: nel 2015, la rivista Science ha pubblicato un rapporto sulla vita nella zona di esclusione intorno al defunto reattore nucleare vicino a Chernobyl, esploso nel 1986. Dopo l’esplosione, i residenti umani sono stati frettolosamente evacuati e un’area di 4.200 chilometri quadrati è diventata completamente disabitata. Gli animali selvatici divennero i padroni della zona, gli scienziati si aspettavano che non sarebbero durati, o che avrebbero subito gravi deformazioni a causa dell’alto livello di radiazioni radioattive che permanevano in tutta la zona e che continuano a esserci ancora oggi. Tuttavia, gli scienziati, che hanno condotto lo studio dal 2008 al 2010, non hanno riscontrato “alcuna prova di un’influenza negativa delle radiazioni in merito alla quantità di mammiferi”.

Inoltre, Jim Smith, coautore dello studio, ha detto che ” quando gli esseri umani vengono allontanati, la natura fiorisce, anche all’indomani del peggiore incidente nucleare del mondo”. Smith ha anche aggiunto: “Non stiamo dicendo che le radiazioni sono buone per gli animali, ma stiamo dicendo che la presenza umana è peggiore”.

Quindi, se vogliamo ristabilire l’equilibrio della Terra, pulire l’aria, pulire il suolo e purificare l’acqua, non dobbiamo preoccuparci delle emissioni di gas, ma dei sentimenti che esprimiamo. Questi sono i veri inquinanti,  quelli che dobbiamo pulire.

Ripulire i nostri cuori affinché non emettano odio non è facile. È un serio processo educativo che dobbiamo intraprendere collettivamente, comprendendo che è la nostra unica opzione se vogliamo evitare un cataclisma globale.

Non è come se non ci fosse tempo. Il deterioramento del clima e il crescente inquinamento sono processi graduali. Ma anche l’educazione, compresa l’autoeducazione, è un processo graduale. Perciò, dobbiamo essere pazienti e determinati ad iniziare il più presto possibile e  a non fermarci finché non trasformiamo fondamentalmente il modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri, perché solo se sradichiamo l’odio che produce ogni situazione e crisi nel nostro mondo, avremo un futuro su questo pianeta.

Il lockdown in Cina: carenza di cibo, rabbia in abbondanza

La Cina sta finendo il cibo e la gente è sempre più disperata. Questo non è un problema da poco quando più di centonovanta milioni di residenti in circa ventitré città stanno vivendo in regime di isolamento totale o parziale, attuato come parte della politica ufficiale “zero Covid” in seguito al numero record di casi, in particolare a Shanghai, l’epicentro dell’epidemia.

Shanghai, la città più popolosa della Cina con ventisei milioni di abitanti, segnala ogni giorno migliaia di nuove infezioni da Covid-19, il peggior aumento da quando il virus è apparso nella città centrale di Wuhan nel 2019. La Cina è una delle ultime nazioni rimaste ancora impegnate a sradicare la pandemia, a differenza della maggior parte del mondo, che sta cercando di convivere con il virus nella sua variante Omicron.

La rigida chiusura di Shanghai ha un impatto su milioni di persone che stanno soffrendo per la scarsità di cibo, alcuni dicono che stanno già morendo di fame. I genitori vengono separati con la forza dai loro figli che sono risultati positivi alla malattia. Mentre le condizioni di vita continuano a deteriorarsi senza una fine in vista, la rabbia della popolazione cresce. I Cinesi, normalmente disciplinati e obbedienti, sfidano le autorità con proteste di strada e avvertono le conseguenze, compresi i potenziali disordini civili.

A tutti gli effetti, la carenza di cibo potrebbe avere un grosso impatto sulla società cinese.  Non c’è nulla di più importante del cibo. E’ letteralmente la base del sostentamento di qualsiasi società. Il cibo è il bisogno più importante nella scala dei desideri umani, seguito da sesso, famiglia, denaro, onore e conoscenza.  Il pensiero razionale non funziona a stomaco vuoto, e ciò che controlla la mente è il modo per soddisfare i bisogni fondamentali a qualsiasi costo.  

Come conseguenza della pandemia, i Cinesi stanno certamente attraversando dei grandi cambiamenti. Sono un popolo con fondamenta e tradizioni molto forti, quindi ogni cambiamento che attraversano potrebbe essere un esempio per il resto del mondo. Ma la pressione sociale popolare può portare un cambiamento nella politica della Cina? La capacità di governo è un problema ovunque nel mondo di oggi. I paesi che si aspettavano la piena egemonia sugli altri si stanno rendendo conto che non è più così facile quando grandi masse sono pronte ad opporsi.

Governare sarebbe più facile se ci fosse un re che governasse secondo l’eredità familiare, che potesse guidare il popolo e il popolo accettasse il suo mandato come parte di una stirpe riconosciuta. Ma non è così, quindi la gente deve capire che la natura agisce come re supremo. L’umanità deve smettere di aspettarsi grandi cambiamenti da governi e politici, il livello materiale di governo, e rendersi conto che c’è un regno supremo, il regno della natura, che controlla le nostre vite, il virus e tutto nella realtà.

Saremo in grado di rispettare questo dominio quando ci renderemo conto che possiamo risolvere i nostri problemi di approvvigionamento e di salute quando facciamo i conti con il potere della natura. Dobbiamo raggiungere un equilibrio con essa riconoscendo che c’è un prezzo da pagare per la sovrappopolazione e lo sfruttamento delle nostre limitate risorse naturali.

Ancora più importante, dobbiamo capire che non possiamo continuare a sfruttare gli altri solo per il nostro guadagno personale, senza conseguenze. In un futuro non troppo distante, sia le culture Occidentali che quelle Orientali, dovranno scoprire che all’umanità manca il senso di responsabilità reciproca.  

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Un uomo in piedi su uno scooter scansiona un codice QR per acquistare cibo da un venditore dietro le barricate di un’area chiusa, dopo l’epidemia di coronavirus (COVID-19) a Shanghai, Cina 30 marzo 2022. REUTERS/Aly Song

Uccidere il leader dell’ISIS non risolverà nulla

Giovedì 3 febbraio scorso, un raid antiterrorismo statunitense nel nord-ovest della Siria ha ucciso il leader dell’ISIS Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi. Al-Quraishi aveva guidato il gruppo dalla morte del suo fondatore, Abu Bakr al-Baghdadi, ucciso in un altro raid statunitense nel 2019. Devo ammettere che l’ho scoperto da poco. Normalmente, so cosa sta succedendo nel mondo, ma in questo caso l’omicidio fa così poca differenza che la storia mi è completamente sfuggita. Inoltre, non abbiamo idea di chi gli succederà e di cosa potrebbe fare, quindi non sono affatto sicuro che eliminare al-Qurayshi in questo momento sia stato saggio.

In generale, i gruppi terroristici non nascono da soli; dietro ogni organizzazione terroristica ci sono paesi potenti che li usano nelle guerre per procura. In passato, i paesi si combattevano tra loro e uccidevano decine di migliaia di persone. Le economie erano rovinate e la devastazione era disastrosa. Oggi, i paesi usano eserciti paramilitari per procura, detti “organizzazioni terroristiche”, che combattono per loro.

Da un lato, è meglio combattere guerre per procura che iniziare una guerra totale. Dall’altro, non possiamo considerare il terrore uno sviluppo positivo. Dovremmo aspirare a vivere senza entrambi.

In passato, era difficile immaginare un mondo senza guerre. Ma dalla fine della seconda guerra mondiale, il mondo occidentale vive ormai da quasi ottant’anni senza guerre sul suolo europeo o nordamericano. Anche se oggi è molto difficile immaginare un mondo senza terrorismo, questo non è impossibile da realizzare.  Così come l’Occidente ha deciso di non combattere più perché si è reso conto di ciò che la guerra può fare, il mondo, alla fine, arriverà ad un punto in cui deciderà di non permettere il terrorismo,  per la stessa ragione per cui l’Occidente ha abolito la guerra.

Ci arriveremo quando tutta l’umanità deciderà di correggere il cuore del male in questo mondo: la natura umana.

Ci sono due modi per arrivarci: Il primo è che la natura ci costringa a riconoscerci l’un l’altro, a prenderci in considerazione l’un l’altro e alla fine anche a sviluppare una sensibilità per l’altro. Il secondo modo è sviluppare questa sensibilità verso l’altro volontariamente. In entrambi i casi, dovremo sviluppare cura e preoccupazione l’uno per l’altro.

Realisticamente, la strada verso questo stato ideale consisterà probabilmente in un misto delle due possibilità. La natura ci costringerà presumibilmente ad avvicinarci un po’ l’uno all’altro, a diventare un po’ più premurosi attraverso colpi naturali o violenza, man mano che ci avvicineremo ci renderemo conto che questa forma di relazione è preferibile all’odio e alla diffidenza.

In seguito, ricadremo di nuovo nei nostri modi meschini e la natura ci ricorderà di nuovo, dolorosamente, la nostra interdipendenza.

Alla fine, il dolore si sarà inciso abbastanza profondamente nella nostra memoria collettiva da non farci tornare alla violenza e alle opinioni  egocentriche.

Possiamo anche rendere il viaggio più breve e meno doloroso ricordandoci l’un l’altro prima di subire ulteriori colpi dalla natura o dalle persone, ma questo dipende dalla nostra volontà di ascoltare. La scelta è nostra. La società umana avrà una fine felice, ma la questione è se il nostro cammino sarà felice o se lasceremo che la sofferenza ci conduca alla fine felice.

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Il Pentagono rilascia filmati di monitoraggio del rifugio del leader dell’ISIS Abu Ibrahim al-Hashimi Al-Qurayshi in Siria prima del raid degli Stati Uniti

La normalizzazione con gli Stati del Golfo non porterà alla normalizzazione con il mondo

Di recente, Ahmed Al-Jarallah, caporedattore di Arab Times, ha scritto un editoriale in cui esortava gli stati del Golfo a normalizzare le relazioni con Israele ed in cui criticava i Palestinesi. Al-Jarallah ha affermato che gli Stati del Golfo non dovrebbero sostenere finanziariamente i Palestinesi o mediare tra loro e Israele “ogni volta che uno di loro lancia un missile contro Israele”. Se attaccano Israele, ha suggerito, “devono loro ricostruire ciò che hanno distrutto con le loro stesse azioni”.  In conclusione, Al-Jarallah ha affermato: “Tutti gli Stati del Golfo dovrebbero normalizzare le relazioni con Israele perché la pace con questo Paese più avanzato è la cosa giusta da fare”. Per quanto riguarda i Palestinesi, ha esclamato: “Lascia che gli sciocchi si arrangino da soli”. 

Naturalmente, i media israeliani hanno ampiamente citato l’editoriale. Alla fine, qualcuno nel mondo arabo ha ascoltato la ragione, ha esaminato i fatti e si è reso conto che i Palestinesi sono gli aggressori e Israele agisce solo per legittima difesa. Anch’io sono stato felice di sentire le parole di Al-Jarallah, ma penso che se Israele facesse ciò che dovrebbe fare, non avrebbe nemici, nemmeno i Palestinesi. Dopotutto, siamo le persone che hanno concepito il detto “Ama il prossimo tuo come te stesso”, ci si aspetta che lo mettiamo in pratica. 

Un’alleanza con Israele può essere ottima per gli Stati del Golfo, e sono proprio felice quando un paese arabo vuole fare la pace con noi piuttosto che combattere contro di noi. Tuttavia, per Israele, questo è tutt’altro che sufficiente. Nessuna pace che faremo reggerà finché non faremo pace l’uno con l’altro. Guardiamo, per esempio, la pace che è in corso tra noi, l’Egitto e la Giordania. Potrebbe esserci un’assenza di atti ostili contro di noi, ma c’è molta ostilità verso Israele, specialmente tra i cittadini delle due nazioni. Pertanto, in caso di guerra, Israele non può contare sul fatto che questi paesi non si uniscano ai suoi nemici.

Forse non ce ne rendiamo conto, ma Israele, la nazione che ha iniziato un processo di cambiamento, in principio era una società che muoveva i primi passi.  Il nostro “esperimento” è stato senza precedenti e da allora non è mai stato ritentato. Il concetto era che persone provenienti da nazioni straniere, spesso ostili, potessero formare una nazione esaltando l’idea dell’unità stessa. In caso di successo, la “formula” sarebbe stato un modello per l’umanità. Si pensava che persone provenienti da nazioni straniere, spesso ostili, potessero formare una nazione esaltando l’idea stessa di unità. Se avesse avuto successo, la “formula” sarebbe stata un modello per l’umanità.

Per secoli abbiamo oscillato tra il successo e il fallimento, ma alla fine abbiamo fallito con il mondo: siamo caduti in un odio così diabolico l’uno verso l’altro che il mondo non ha mai più provato a fondare una nazione basata sulla responsabilità reciproca e sull’amare gli altri come se stessi.

Tuttavia, il mondo non ha dimenticato il nostro impegno. Non solo le nostre stesse scritture ci ricordano la nostra missione, ma anche gli antisemiti e gli storici la riconoscono.

Tra questi antisemiti c’è il più famigerato odiatore di Ebrei nella storia degli Stati Uniti: Henry Ford, fondatore dell’azienda automobilistica. Nella sua opera antisemita, The International Jew – the World’s Foremost Problem, Ford dettaglia le sue critiche contro gli Ebrei. Eppure, qua e là, lancia alcune affermazioni molto stimolanti: “Può darsi che quando Israele sarà portato a vedere che la sua missione nel mondo non deve essere raggiunta per mezzo del vitello d’oro”, scrive,  “il suo essere cosmopolita nei confronti del mondo e la sua inevitabile integrità nazionalistica nei confronti di se stessa si dimostreranno insieme un fattore grande e utile per realizzare l’unità umana. Ford si è anche lamentato del fatto che “la tendenza ebraica globale in questo momento sta facendo molto per impedire” l’unità ebraica.

Per quanto riguarda l’essere una società di un nuovo inizio, Ford consiglia ai sociologi contemporanei di studiare l’antica società israeliana. Nelle sue parole, “i moderni riformatori, che stanno costruendo sistemi sociali modello sulla carta, farebbero bene a esaminare il sistema sociale in base al quale erano organizzati i primi Ebrei”.

Simile a Ford, l’acclamato storico Paul Johnson ha scritto nella sua esaustiva opera, Una storia degli Ebrei: “In una fase molto precoce della loro esistenza collettiva [gli Ebrei] credevano di aver individuato uno schema divino per la razza umana, di cui la loro stessa società doveva essere un pilota”.

Ancora oggi il mondo ci considera debitori. Non può forgiare il tipo di unità di cui ha bisogno in questo momento, tra le nazioni e le fedi, e non vede l’esempio che deve ricevere da noi. Ecco perché i Palestinesi possono sentirsi sicuri che il mondo si schiererà con loro. Ci incolpa per ogni conflitto sul pianeta, non solo con i Palestinesi, ma anche tra di loro. E finché non faremo pace tra di noi e non diventeremo la società pilota, il modello sociale che il mondo si aspetta di vedere, rimarremo i paria del mondo.

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Il Principe ereditario e Primo Ministro del Bahrain, Principe Salman Bin Hamad Al Khalifa riceve il Primo Ministro israeliano Naftali Bennett al Palazzo Gudaibiya, Manama, Bahrain, 15 febbraio 2022. Agenzia di stampa del Bahrein

L’interesse dell’America e del mondo a placare le acque turbolente della guerra

La guerra in Ucraina si svolge a miglia di distanza, ma gli americani la seguono molto da vicino. Preoccupati per l’aumento dei prezzi del gas, tra le altre ripercussioni di questo conflitto, l’86% degli adulti americani considera la situazione con la Russia e l’Ucraina molto o abbastanza importante, secondo un recente sondaggio YouGov/Yahoo News.

La guerra sul territorio si riflette anche in una guerra di parole. Parlando in un podcast del Comitato Nazionale Repubblicano, l’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha recentemente detto che la guerra in Ucraina “non sarebbe mai accaduta” durante il suo mandato. Da parte sua, il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden insiste sul fatto che ha cercato di prevenire la guerra in Ucraina in ogni modo possibile.  La tendenza dei presidenti a diventare più popolari in tempo di guerra non si applica in questo caso. La tendenza dei presidenti a diventare più popolari in tempo di guerra non si applica in questo caso. Diversi sondaggi rivelano che in media il 51,4% degli Americani disapprova la presidenza di Biden, uno degli indici di approvazione più bassi da quando è entrato in carica.

La guerra poteva essere evitata? Molto probabilmente era inevitabile. Le forze che operano nel mondo stanno cambiando molto velocemente e lo scenario globale sembra un mare in tempesta. Venti forti soffiano in tutte le direzioni causando enormi maree di conflitti che inondano il mondo a vari livelli.

Non voglio fare previsioni su come finirà l’attuale guerra per i Russi o per gli Ucraini, ma non c’è dubbio che il mondo non sta migliorando. Sia gli Stati Uniti che l’Europa possono trarre dei vantaggi dall’attuale conflitto, poiché esso cambia l’equilibrio delle forze e rinvigorisce la loro egemonia.

In realtà, lo stato attuale delle cose rivela la vera causa delle guerre. Si tratta della la natura umana, il desiderio egoistico di trarre beneficio a spese degli altri, che è già troppo grande e cresce costantemente.  Non possiamo fermare la guerra con dei poteri egoistici che abbiamo a disposizione  in cui una parte prevale opprimendo l’altra. In un villaggio globale in cui tutti viviamo nessuno avrà successo a causa delle guerre, tutti perderanno.

La pace mondiale sembra un concetto utopico improbabile quando guardiamo la situazione attuale, ma non abbiamo scelta se non aspirare a questo ideale. Dobbiamo esercitare il massimo sforzo per calmare le acque agitate della guerra, elevandoci al di sopra della nostra natura separatrice che si incunea le persone e le nazioni e le distrugge.  

Ci avvicineremo alla pace solo quando riconosceremo che la natura è un sistema interconnesso e interdipendente e che noi umani siamo gli unici disturbatori del sensibile equilibrio della natura. Di conseguenza, infliggiamo danni a noi stessi e raggiungiamo uno stato insostenibile.

Aumentare l’importanza della solidarietà e la necessità di unire i cuori delle nazioni in conflitto al di sopra dell’odio reciproco dovrebbe essere interesse di tutti. Rav Yehuda Ashlag spiegò questo obiettivo essenziale come un mezzo per raggiungere la pace mondiale quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale: “Non stupitevi se mischio il benessere di un particolare gruppo con il benessere del mondo intero, perché in effetti, siamo già arrivati a un punto tale che il mondo intero è considerato un solo gruppo e una sola società”.

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Il Presidente Joe Biden se ne va dopo aver fatto un breve discorso di aggiornamento su Russia e Ucraina nella Sala Est della Casa Bianca a Washington, DC il 15 febbraio 2022. (Foto di Oliver Contreras)

Il leopardo cinese è saltato giù dall’albero

La Cina assume l’atteggiamento di un leopardo seduto su un albero, che aspetta il momento giusto per saltare sulla sua preda. Nel tiro alla fune tra la Russia e gli USA sull’invasione Russa dell’Ucraina, la Cina non ha preso parti. Fino a poco tempo fa, quando ha annunciato che non si unirà alle sanzioni contro la Russia, e ha promosso “il più grande accordo di fornitura di gas naturale” con l’esportatore di gas russo Gazprom.

Allo stesso tempo, la Cina ha minacciato direttamente gli USA per i suoi tentativi di sostenere Taiwan.  In due occasioni, la Cina ha mandato degli avvertimenti offensivi, quasi volgari, agli USA.  Nella prima occasione, i Cinesi hanno dichiarato: “Dobbiamo avvertire con fermezza gli Stati Uniti che chi gioca con il fuoco si brucerà. Se gioca con le tattiche di “salami slicing” sulla questione Taiwan, saranno le loro dita a essere tagliate”. Nella seconda occasione, un funzionario cinese ha dichiarato: “Se gli Stati Uniti vogliono incoraggiare l’indipendenza di Taiwan…pagheranno un prezzo pesante per il loro atto avventurista. Se gli Stati Uniti cercano di intimidire e fare pressione sulla Cina … la cosiddetta deterrenza militare [l’esercito americano] sarà ridotta a rottami di ferro”. 

In apparenza, la Cina sembra davvero aver scelto da che parte stare. Ma non trarrei conclusioni premature. Come un leopardo, sono molto intelligenti. Secondo me, si sono uniti alla parte che vogliono effettivamente indebolire.

Nonostante i suoi audaci proclami, il governo cinese non ha interesse a combattere contro l’America. La Cina è troppo dipendente dal potere d’acquisto americano per rischiare di entrarci in guerra. Farebbero di tutto per evitare un conflitto militare con gli Stati Uniti.

Con la Russia, la situazione è diversa. La Cina ha gli occhi puntati sulle vaste terre ricche di minerali e petrolio e quasi vuote, che si estendono dalla Siberia ai Monti Urali, un’area molte volte più grande della Cina stessa. Con la forza attuale della Russia, la Cina non può conquistarla. Tuttavia, se la Russia diventasse debole e priva di forza, sarebbe molto più facile per la Cina conquistare la terra senza troppa resistenza. Più a lungo la situazione continua, più debole diventerà la Russia,  più facile sarà per la Cina rosicchiare pezzi di Siberia per sé.

Le guerre portano cambiamenti. Le grandi guerre portano grandi cambiamenti. La Prima Guerra Mondiale ha portato alla creazione delle Nazioni Unite e al Trattato di Versailles, che ha contribuito a insediare Hitler alla guida della Germania. La Seconda Guerra Mondiale ha creato il blocco comunista sotto il Patto di Varsavia, e il blocco occidentale sotto l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), che ha dato inizio alla Guerra Fredda.

L’attuale conflitto non è una guerra mondiale, almeno non ancora, ma il suo impatto è comunque profondo. La guerra in Ucraina mostra l’inutilità delle guerre dell’ego e, alla fine, ogni guerra è una guerra dell’ego. La crisi in Ucraina dimostra che se vogliamo coesistere pacificamente, dobbiamo imparare come elevarci al di sopra dei nostri ego a livello personale, sociale, politico e internazionale.

Ora, dopo millenni di servizio al nostro ego, siamo sul punto di renderci conto che l’unica cosa cattiva nel nostro mondo è il nostro ego. L’ego ci ha promesso il mondo, ma lo ha distrutto.  Dobbiamo contrastarlo con una forza altrettanto forte di positività, altrimenti ci ucciderà tutti. 

Questa comprensione avrà un impatto profondo sulla società.  Fino a ora, tutte le nostre istituzioni si sono adeguate al nostro ego. Hanno cercato di moderare e razionalizzare gli interessi dei paesi in modo da permettere loro di coesistere. Ora che l’egoismo ha raggiunto livelli tali da non poter accettare l’esistenza o l’indipendenza degli altri, non abbiamo altra scelta che aggiungere un’altra forza: una forza positiva per contrastare il potere e l’intensità dell’ego. 

Nei prossimi anni assisteremo alla creazione di nuove istituzioni di nuova natura.  Il loro interesse non sarà di adeguarsi all’ego, e neppure di assicurarsi forniture di cibo e acqua. Piuttosto, si concentreranno sulla creazione di coesione sociale e solidarietà. Lavoreranno partendo dalla comprensione che se le persone sono unite, si prendono cura l’una dell’altra e si occupano dei bisogni reciproci.

Anziché trattare i sintomi dell’isolamento, queste nuove organizzazioni funzioneranno in modo da eliminarlo e creare connessioni, legami, e un senso di responsabilità reciproca. Stiamo appena iniziando la transizione, ma il fatto che il vecchio mondo sta cadendo a pezzi significa che dobbiamo affrettarci, in modo che il nuovo assetto non nasca attraverso più dolore del necessario. Prima ci rendiamo conto che nella realtà attuale non possiamo lasciare che sia l’ego a impostare il tono e che dobbiamo bilanciarlo con la cura,  più facile e agevole sarà la transizione. 

Purtroppo, la mediazione non ci farà conquistare il cuore del mondo

Negli ultimi giorni, il Primo Ministro israeliano Naftali Bennett ha volato da una capitale all’altra nel tentativo di mediare tra Russia e Ucraina. Ha fatto lunghe telefonate con i leader di tutto il mondo e sembra aver posizionato Israele in un territorio poco familiare: l’intermediario. Israele, il paese che di solito è il bersaglio di critiche e condanne e che spesso usa intermediari per comunicare con i suoi nemici, si è trovato sulla poltrona del conciliatore. Purtroppo, anche se Bennett dovesse riuscire nel suo intento, la posizione di Israele nel mondo non migliorerebbe, dato che il mondo non ha bisogno di noi come mediatori, ma ha bisogno che facciamo la pace tra di noi  ed essere un modello di unione interna.  

Israele è sempre stata una nazione speciale tra le nazioni. Fin dalla sua nascita, il suo posto nel mondo non è mai stato chiaro.  La gente non comprendeva il ruolo o lo scopo della nazione di Israele, ma sentiva che c’era una ragione per la nostra esistenza. 

Come nel passato, la stessa cosa avviene oggi: Il mondo non ci accoglie.  Tuttavia, sia la Russia che l’Ucraina sembrano aver accettato la mediazione di Bennett e, almeno in apparenza,  sembrano collaborare. Da parte sua, anche il resto del mondo sembra abbastanza a suo agio con la posizione insolita di Israele, dato che il premier israeliano riferisce a Stati Uniti, Francia e Germania dei suoi sforzi e riceve la loro benedizione.

Tuttavia, nonostante tutti i suoi sforzi, Bennett non riuscirà a portare la pace tra gli avversari.  Forse riuscirà a negoziare un armistizio, nel migliore dei casi, ma non la pace.  Per ottenere la pace, dobbiamo prima sapere che cosa essa sia. 

Il vocabolario Webster definisce la pace come  “uno stato di tranquillità o quiete: come la libertà da disordini civili” o “uno stato di sicurezza o di ordine all’interno di una comunità prevista dalla legge o consuetudine.” In altre parole, “pace” significa l’assenza di violenza o di guerra attiva.  Inteso così, se la Russia e l’Ucraina dovessero smettere di combattere domani, ci sarebbe la pace tra di loro. Ma saremmo in grado di fare affidamento su tale “pace”? Ci aspetteremmo anche che duri? Probabilmente no, e per una buona ragione: non durerebbe.

La parola ebraica per “pace” è shalom, dalle parole shlemut (totalità) o hashlama ( complementarietà). La pace, quindi, richiede l’esistenza di due parti opposte e conflittuali che possiedono ciò che l’altra parte non possiede, e decidono di unirsi e completare le reciproche carenze.  In questo modo, l’intero è più forte della somma delle sue parti, dato che quando sono in pace e si completano a vicenda, hanno entrambe tutte le qualità, comprese quelle che non avevano prima di unirsi all’ex avversario.

I nostri saggi hanno dedicato a questo argomento molti scritti. Il libro Likutei Etzot (Consigli Assortiti), per esempio, definisce la “pace” nel modo seguente: “L’essenza della pace è collegare due opposti. Quindi, non allarmatevi se vedete una persona la cui opinione è completamente opposta alla vostra e pensate che non sarete mai in grado di fare pace con lei. Oppure, quando vedete due persone che sono completamente in contrasto tra loro, non dite che è impossibile una loro riconciliazione. Al contrario, l’essenza della pace è cercare di creare la pace tra due opposti”.

La nazione di Israele si è costituita quando persone di numerose tribù e clan, si sono unite nello spirito del suddetto motto di reciproca complementarità, dando vita a una nuova nazione composta da tutte le nazioni del mondo antico. In un certo senso, hanno indicato il metodo con cui l’umanità può raggiungere la pace nel mondo. 

Dato che il popolo ebraico comprende membri di tutte le nazioni, tutte le nazioni sentono di avere un interesse nel popolo ebraico.  E a causa del nostro ruolo unico, quello di dimostrare il metodo per raggiungere una pace forte e duratura, si sentono in diritto di criticarci quando sentono che stiamo tradendo la nostra missione.

Quando facciamo la pace tra di noi, facciamo pace, indirettamente, tra tutte le nazioni del mondo, proprio perché esse sono dentro di noi e lo sono sempre state, fin dalla nostra origine. 

Quindi, se vogliamo mettere fine alle guerre una volta per tutte, dobbiamo portare a termine l’unico compito che ci è stato dato: essere un modello di unione, una luce per le nazioni, così il mondo ci sosterrà nei nostri sforzi.  

Didascalia della foto:

Foto di ( da sinistra a destra): il Presidente russo Vladimir Putin, il Primo Ministro israeliano Naftali Bennett e il Presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky. Naftali Bennett si è recato segretamente a Mosca sabato 5 marzo 2022 per un incontro con il presidente russo Vladimir Putin per discutere della guerra in Ucraina. L’incontro al Cremlino è durato tre ore, secondo la stampa israeliana. Una fonte diplomatica ufficiale israeliana ha dichiarato che l’incontro è stato coordinato con gli Stati Uniti, la Germania e la Francia, in un dialogo continuo con l’Ucraina. Dopo l’incontro con Putin, l’ufficio del Primo Ministro ha riferito che Bennet ha parlato con il Presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky. Non ha specificato di cosa hanno discusso i due.