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Il clima è una questione di attitudine

Le due settimane di discussioni sul clima durante il COP 27 in Egitto, a Sharm El-Sheikh, , si sono concluse con delusione. La CNN ha scritto : ” Il mondo non è riuscito a trovare un accordo per eliminare gradualmente i carburanti fossili… il tentativo di eliminare la maggiore fonte di emissioni, responsabili del surriscaldamento globale, causa della crisi climatica, si è concluso in un fiasco, dopo che diverse nazioni, incluse Cina e Arabia Saudita, hanno bloccato una proposta chiave di abbandonare tutti i carburanti fossili, tranne il carbone”. Nonostante i membri abbiano raggiunto un accordo “per  stanziare un fondo ‘danni e perdite’ destinato ad aiutare i paesi vulnerabili ad affrontare i disastri climatici”, questo non invertirà i cambiamenti climatici o risolverà i nostri problemi più gravi.

Potremmo essere in grado di affrontare crisi climatiche locali, ma con l’atteggiamento attuale non possiamo cambiare il clima globale. Se vogliamo farlo, dobbiamo cambiare attitudine a tutti livelli e prima di tutto il clima sociale che abbiamo creato. Fino a quando sarà negativo, aggressivo, surriscaldato, il clima farà lo stesso di riflesso.

La ragione per cui teniamo conferenze globali sul clima è perché questo è un problema mondiale. Tutto quello che facciamo, in ogni paese, si ripercuote sul clima globale. Quindi senza rispetto reciproco a livello globale, l’umanità non sarà in grado di risolvere il problema della crisi climatica.

Purtroppo, per lavorare con rispetto reciproco globale, dobbiamo sviluppare empatia verso tutta l’umanità ed elevarci al di sopra degli interessi ristretti di ogni paese. Non siamo neanche lontanamente vicini a questa attitudine. Al contrario, ogni paese cerca di imporre decisioni utili ai propri interessi rispetto a quelli del resto del mondo e il risultato è una guerra mondiale climatica dove perdiamo tutti.

Come in ogni guerra, i paesi ricchi e potenti danno il la.  Continuano a bruciare carburanti che inquinano l’aria, accelerando il cambiamento climatico e niente li fermerà, tranne il verificarsi di disastri naturali così estremi che obbligheranno tutta l’umanità a cambiare. Nel frattempo,  come contentino e forse per comprarsi il consenso del mondo, hanno costituito il fondo “danni e perdite” per “rimediare” al danno. Questi fondi non risolvono nulla e tutti lo capiscono.

Oltre a disastri meteorologici e climatici, questa emergenza ha anche un altro impatto negativo: gli iceberg, che erano ghiacciati da migliaia di anni e spesso anche di più, si stanno sciogliendo. E sepolti sotto il ghiaccio ci sono innumerevoli virus che si stanno risvegliando, ai quali il nostro corpo non è immune. Gli scienziati hanno già avvisato che la prossima pandemia potrebbe non arrivare da animali selvatici o errori umani, ma dallo scioglimento degli iceberg. Un articolo pubblicato due anni fa l’ha giustamente chiamata “pandemia permafrost” segnalando “il rischio del ritorno di malattie letali del passato”.

Osservando bene tutte le crisi che affliggono il mondo oggi, troveremo che nessuna è locale. Il Covid è un problema globale, il cambiamento climatico colpisce l’intero pianeta, l’aumento dei costi energetici e  l’interruzione delle filiere toccano tutta l’umanità, ma anche  un’emergenza locale come la guerra in Ucraina causa serie conseguenze in tutto il mondo. L’interdipendenza già colpisce tutta l’umanità e potrà solo intensificarsi  fino a quando saremo incapaci di fare un solo passo, o fare un respiro, senza colpire il mondo intero.

Di positivo c’è che nessuno dei nostri problemi è insormontabile. Se solo lavorassimo insieme anziché uno contro l’altro, ogni crisi svanirebbe come se non fosse mai esistita.

Tutto quello di cui abbiamo bisogno per risolvere qualsiasi situazione è cambiare la nostra attitudine e mettere l’umanità al primo posto. Dato che la realtà è globale, così deve essere il nostro ordine di priorità. Dare la priorità all’umanità aiuterà, non solo il mondo intero, ma ogni singolo individuo, proprio perché siamo irrevocabilmente interdipendenti. Continuando a imporre la nostra visione ristretta su una realtà estesa, continueremo a colludere con gli altri e con tutta la natura. Cambiando attitudine cambieremo il clima e cambieremo il mondo.  

Foto: I ministri rilasciano dichiarazioni durante la seduta plenaria di chiusura del vertice sul clima COP 27 nella località di Sharm el-Sheikh, sul Mar Rosso, in Egitto, il 20 novembre 2022. REUTERS/Mohamed Abd El Ghany

Quando i politici faranno sul serio?

Se guardiamo a tutte le promesse che i politici hanno fatto e non mantenuto, ci viene da mettere in dubbio il proposito di dare peso alle loro dichiarazioni. Sarebbe difficile trovare una dichiarazione, o anche un contratto, che non sia stato alla fine disatteso, e di solito prima del previsto o in circostanze meno convenienti per l’altra o le altre parti. Questo porta a chiedersi: “Che senso ha firmare un contratto?” Attualmente non ha senso. Tuttavia, ci sono circostanze in cui questo cambierà e i leader manterranno la parola data.

La cosa che ci motiva, tutti, è la paura. Difficilmente facciamo qualcosa per un’altra ragione. Lavoriamo perché abbiamo paura della povertà, facciamo amicizia con persone che non ci piacciono perché abbiamo paura di loro o della solitudine, e ci comportiamo in modi che suscitano antipatia per paura di essere impopolari o addirittura vittime di bullismo.

I leader sono uguali. Le loro motivazioni sono invariabilmente egoistiche e di solito derivano dalla paura. Per far sì che mantengano le loro promesse, devono temere le conseguenze della loro inadempienza. Nei paesi democratici, potrebbero temere di non mantenere le promesse perché potrebbero non essere rieletti. Nei paesi totalitari, non sono così influenzati dall’opinione pubblica, ma sono comunque dominati dall’opinione che il loro partito ha di loro, oppure potrebbero essere deposti o assassinati. Anche i governanti che sembrano non avere sfidanti si affannano a giustificare le loro azioni per apparire buoni agli occhi dell’opinione pubblica, poiché non possono ignorare del tutto l’opinione che il popolo ha di loro.

Ne consegue che se la paura è la motivazione di coloro che detengono il potere, essi devono imparare cosa temere, in modo da agire per il bene del pubblico piuttosto che per il proprio tornaconto. Gli attuali conflitti violenti indicano che le circostanze sono cambiate. Il prepotente non è più il vincitore garantito. Il mondo è diventato un villaggio globale in cui i bulli non sono popolari. Un paese che vuole abusare di un altro paese, anche se per una causa che ritiene giusta, deve pensarci dieci volte prima di usare la forza.

Non si tratta semplicemente di un’atmosfera diversa nella società globale. C’è una legge diversa che sta entrando in gioco: la legge dell’interdipendenza. Quando tutti sono evidentemente dipendenti da tutti gli altri, come accade oggi, nessuno può prendere una decisione che non riguardi tutti gli altri. Pertanto, i paesi non possono decidere solo in base ai propri interessi; volenti o nolenti, sono responsabili nei confronti del resto del mondo.

Non possiamo cambiare questa legge: è il modo in cui la realtà opera oggi. In effetti, la realtà ha sempre funzionato così, ma non ne eravamo consapevoli come oggi. Che ci piaccia o no, e non ci piace, questa legge superiore sta plasmando la società globale e sta determinando nuove regole di comportamento, in cui tutti devono essere rispettosi degli altri.

Negli anni a venire, coloro che cercheranno di eludere questa legge e di violare i diritti di altri paesi saranno l’esempio di ciò che accade ai leader ribelli che credono di poter conquistare con la prepotenza il dominio. Quando i leader si renderanno conto di dover agire in considerazione degli altri, penseranno molto attentamente prima di impegnarsi, si assicureranno che i loro impegni vadano a beneficio di tutti, e non solo di loro stessi, e temeranno di rimangiarsi la parola data senza il consenso di tutte le parti interessate.

Didascalia della foto:
Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden prende il suo posto con la moglie Jill Biden, altri capi di stato e dignitari, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron ai funerali di Stato della regina Elisabetta II, tenutisi all’abbazia di Westminster, Londra. Data foto: lunedì 19 settembre 2022. Dominic Lipinski/Pool via REUTERS

Credo che Liz Truss sarà un buon Primo Ministro

Il giorno 6 settembre 2022, Mary Elisabetta Truss è stata nominata Primo Ministro del Regno Unito, il terzo Primo Ministro donna in Gran Bretagna. La Camera di commercio Britannica prevede che il paese piomberà in una recessione, l’inflazione ha toccato un picco del 14%, e i prezzi dell’energia sono impazziti. Nonostante tutto ho buone speranze per la Signora Truss. È una donna forte che sa cosa vuole ottenere e come farlo. 

Il Regno Unito ha una storia di donne forti e di successo in posizioni di vertice. La regina Vittoria ha guidato la sua nazione attraverso le turbolenze industriali, politiche ed economiche della seconda metà del XIX secolo e ha trasformato il suo paese in un impero. Anche la Regina Elisabetta, nonostante non abbia avuto lo stesso potere dei monarchi che hanno regnato in epoche precedenti alla democrazia, è ammirata dal suo popolo e dal mondo intero. E poi c’è Margaret Thatcher, il primo Primo Ministro donna, che è stata in carica per quasi dodici anni consecutivi ed è diventata nota come la “Lady di ferro” per le sue politiche intransigenti e il suo stile di governo. Credo che anche Truss renderà il suo mandato memorabile, e per giuste ragioni.

Per quanto riguarda Israele, penso che sarà un ottimo primo ministro per Israele, forse anche meglio di Boris Johnson. Israele farà bene a rafforzare i suoi legami con il Regno Unito mentre Truss è in carica. Se sia il Regno Unito che gli Stati Uniti sosterranno Israele, avremo una forza potente a nostro favore.

Allo stesso tempo, come dico sempre, gli Ebrei non dovrebbero affidarsi a leader esteri per cercare sostegno. Essi possono sostenersi da soli, se veramente lo vogliono, in quanto il loro successo dipende esclusivamente dal livello di solidarietà che sono in grado di sviluppare. Se gli Ebrei fossero uniti, l’opposizione all’esistenza dello Stato di Israele e agli Ebrei nel mondo si dissolverebbe da sola.

Pertanto, ritengo che se da un lato è ottimo che Truss abbia promesso di prendere in considerazione lo spostamento dell’ambasciata britannica a Gerusalemme, ed è ancora meglio che abbia giurato di inasprire le regole anti-BDS della Gran Bretagna, dall’altro sarebbe opportuno che incoraggiasse gli Ebrei a unirsi tra di loro. Questa è la nostra unica arma e, in fin dei conti, l’unica cosa su cui dovremmo fare affidamento.

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Il nuovo Primo Ministro britannico Liz Truss parla dopo il suo arrivo a Downing Street a Londra, Gran Bretagna, 6 settembre 2022. REUTERS/Kevin Coombs

Mikhail Gorbachev- un’impressione personale

La morte di Mikhail Gorbachev mi ha ricordato una breve conversazione che avuto con lui. Ancora prima di incontrarlo, avevo l’impressione che fosse un politico veramente diverso dagli altri. Non era intrinsecamente negativo, capiva le persone ed era vicino alla gente comune. Nella struttura impossibile in cui operava, credo che avesse fatto del suo meglio e a beneficio di tutti. Se non fosse stato tolto dal suo incarico di leader dell’Unione Sovietica, avrebbe fatto ancora di più per il bene del suo paese e per il mondo.

Quando l’ho conosciuto, nel novembre 2015, non era più in carica da quasi quattordici anni. Ciononostante, cercava ancora di rendere il mondo un posto migliore. Ci siamo incontrati a una conferenza a Tokyo, Giappone. In quei tempi ero membro del Consiglio Mondiale di Saggezza (WWC) e lui era un presidente onorario dell’organizzazione, diretta dal Prof. Ervin Laszlo.

Durante l’evento, il Goi Peace Foundation, in Giappone, aveva invitato il WWC a una conferenza a Tokyo, per partecipare all’iniziativa dal titolo “Creare una nuova civiltà”. Il culmine della manifestazione fu una serie di discorsi in una sala nel centro di Tokyo, davanti a un pubblico di 5000 persone, compresi ambasciatori e altri ufficiali provenienti da 46 nazioni.

La sera prima dell’evento, i membri del WWC si riunirono per un incontro sociale con un tono più informale delle discussioni formali. Quella sera scambiai alcune parole con Gorbachev. Era molto amichevole e informale, l’ultima cosa che ci si aspetterebbe da un ex presidente dell’Unione Sovietica.

Durante il convegno, gli raccontai quanto apprezzassi i suoi sforzi per rendere il mondo un luogo migliore. Mi rispose che apprezzava la mia comprensione del suo intento, e disse di essere ancora attivo nel cercare di essere d’aiuto ovunque fosse possibile.

Penso che, considerate le circostanze in cui operava, provenendo da un contesto sovietico e comunista, le riforme che aveva attuato erano sbalorditive, inconcepibili fino a quando non iniziò a farle. In quel senso, fu veramente un pioniere e merita il rispetto del mondo per il suo contributo all’umanità.

Esiste un sostituto all’abuso di sostanze?

Il 26 giugno, le Nazioni Unite hanno indetto la Giornata internazionale contro l’abuso e il traffico illecito di droga. Il messaggio del Segretario generale per quel giorno è stato: “Non possiamo permettere che il problema della droga nel mondo oscuri ulteriormente la vita di decine di milioni di persone che vivono in crisi umanitarie. In questo giorno importante”, ha suggerito, “impegniamoci a sollevare quest’ombra una volta per tutte e a dare a questo problema l’attenzione e l’azione che merita”.

A mio parere, finché le persone vorranno fuggire dalla vita e finché le droghe saranno così accessibili, l’abuso di sostanze e la tossicodipendenza continueranno ad affliggere l’umanità.

La vita è sempre stata dura. In questi tempi è ancora più difficile per molti, se non per tutti. Dato che le droghe sono così accessibili al giorno d’oggi, gli adolescenti e i giovani adulti che prima “si allontanavano da tutto” bevendo o fumando, ora lo fanno con le droghe, e anche con le droghe pesanti. Questo dà loro un buon sballo, disconnette i loro pensieri dalle insidie della vita e permette loro di sentirsi sollevati e felici, anche se si tratta di un momento transitorio che porta poi a un peggioramento della situazione.

Inoltre, la droga è un buon affare. Troppe persone in posizioni di vertice guadagnano troppi soldi perché la discussione sull’eliminazione dell’abuso di droga sia rilevante.

Con “posizioni di vertice” non mi riferisco ai tossicodipendenti o agli spacciatori. Mi riferisco ai politici che occupano cariche molto remunerative, il cui compito è quello di denunciare la piaga dell’abuso di droghe e sostanze e non fare altro che mantenere la propria posizione.

Come molti altri alti funzionari, essi considerano la definizione del loro lavoro non come una missione per aiutare l’umanità, ma come un nutrimento per la mucca da mungere ricavando il massimo possibile. Nel caso delle droghe, la mucca si nutre di altri tossicodipendenti e il latte è costituito dai budget gonfiati che le organizzazioni per la “prevenzione dell’abuso di droga” ricevono per perpetuare il problema fingendo di combatterlo.

E’ per questo che secondo le statistiche dell’ONU, la vendita di stupefacenti sul dark web  è quasi quadruplicata tra il 2011 e il 2020. Se ci fosse l’intenzione di eliminare l’abuso di droga, coloro che sono ai vertici del sistema sarebbero già stati licenziati da tempo. Ma poiché non c’è questo obiettivo, queste persone vengono acclamate come eroi e i loro bilanci vengono gonfiati ancora di più, per far fronte alla crisi “crescente”.

Se vogliamo veramente affrontare la questione dell’abuso di sostanze, dobbiamo prima decidere cosa vogliamo fare con i tossicodipendenti. Vogliamo che vivano o che scompaiano? Se è la seconda opzione, le autorità devono fornire le condizioni adatte per permettere loro di vivere per vivere la loro vita fino a quando non saranno scomparsi. Se non riusciamo a convincere le persone che c’è di più nella vita che non fuggire, dovremmo almeno permettere loro di scappare con dignità fino a quando non se ne andranno.

Allo stesso tempo, dovremmo rendere le droghe inaccessibili, in modo molto semplice. Questo se siamo disposti a eliminare i posti di lavoro ben retribuiti di coloro che si occupano di “combattere” l’abuso di droga. Se decidiamo davvero di eliminare le droghe, dovremmo eliminarne l’accesso. Questo è il primo passo.

Poi, dovremmo offrire un sostituto. Non tutti lo vorranno, ma dovremmo comunque offrire un sostituto che possa soddisfare il bisogno che spinge almeno una parte delle persone all’abuso di droghe e ad altre forme di evasione.

Il sostituto che dovremmo offrire ai tossicodipendenti sono le connessioni umane di supporto. Proprio come i veterani del Vietnam, molti dei quali erano forti consumatori di droga durante il servizio, hanno smesso una volta tornati alle loro famiglie, dovremmo offrire lo stesso stato d’animo agli attuali tossicodipendenti.

Questo sentimento di calore familiare, di accettazione e di consapevolezza che le persone si preoccupano per te, è l’ingrediente che si sta esaurendo più rapidamente nella società. Senza fiducia e senso di sicurezza, le persone avranno paura di affrontare la vita e opteranno per l’evasione. La connessione umana è l’unico antidoto all’abuso di droga. Non costa nulla, non rende molto, ha una pessima reputazione, ma funziona a meraviglia. Far sentire le persone benvenute e sicure le renderà affezionate alla vita.

 

Didascalia della foto:
Travis Hayes, 65 anni, si inietta quella che dice essere la droga sintetica fentanil, di fronte al luogo in cui il sindaco di San Francisco, London Breed, ha appena tenuto una conferenza stampa per introdurre la normativa volta a contenere l’aumento delle overdose mortali in città, nel quartiere Tenderloin di San Francisco, California, Stati Uniti, 27 febbraio 2020. REUTERS/Shannon Stapleton

 

 

La fiducia nelle istituzioni statunitensi è in calo, ma gli Stati Uniti no

Un recente sondaggio pubblicato dalla società di analisi Gallup ha rilevato che il livello medio di fiducia degli Americani nelle istituzioni statunitensi è “a un nuovo minimo” e sta diventando ancora più basso. I risultati allarmanti mostrano che il 62% ha poca o nessuna fiducia nel sistema medico, il 69% ha poca o nessuna fiducia nella Chiesa, più del 70% ha poca o nessuna fiducia nelle scuole pubbliche, il 75% ha sfiducia nella Corte Suprema degli Stati Uniti, ancora di più nella presidenza, quasi il 90% ha sfiducia nei media e, in fondo, nel Congresso, che raccoglie la sfiducia di ben il 93% degli americani. Un sondaggio simile, tra l’altro, condotto dal prestigioso Pew Research Center, ha rilevato risultati analoghi, oltre a sottolineare il basso e calante tasso di approvazione del Presidente Biden.

Quando qualcuno si sente così nei confronti del proprio paese, c’è poco da dire a quella persona. Credo nell’accuratezza dei risultati e posso solo accettare che gli Americani la pensino davvero così.

Tuttavia, direi che dobbiamo guardare oltre l’America e vedere cosa succede altrove. Non nego i problemi che la società e le istituzioni americane devono affrontare, ma rispetto alla situazione di molti altri paesi, l’America si trova in una buona posizione.

Vedo altri paesi in caduta libera. In realtà, tutto il mondo è in declino, quindi gli Stati Uniti sono solo una parte del crollo globale. Tuttavia, rispetto al resto del mondo, stanno meglio di altri. Anche in presenza di un’inflazione elevata, non credo che l’America stia peggio, dal punto di vista economico, di altri paesi considerati più forti, come la Cina e altri paesi dell’Asia orientale.

La gente ama deridere l’America e puntare il dito contro di essa, ma dimentica che sono proprio la sua diversità e la sua tradizione democratica a tenerla fuori dai pericoli. A mio avviso, è troppo presto per augurare all’America di scomparire.

Un altro punto a favore dell’America è la sua flessibilità. Non è la Russia o la Cina, dove è difficile cambiare le cose. Il suo sistema giudiziario, con la relativa indipendenza data ai diversi stati, permette agli Stati Uniti di adattarsi e di adeguarsi alle circostanze che cambiano. Perciò, nonostante la confusione che attualmente attanaglia gran parte della società americana, ho fiducia che ne uscirà, e ne uscirà forte.

Dal mio punto di vista, il punto di forza dell’America è il suo vigore democratico. Sebbene la politica sia molto lontana da me, sono convinto che si possa osservare come l’America assorba e tolleri così tanto, e al contempo si costruisca e si modifichi in base al mutare degli eventi nel mondo. Può farlo proprio perché è una democrazia, perché percepisce la volontà del popolo e si costruisce di conseguenza.

In conclusione, nonostante l’attuale crisi, credo che la resilienza dell’America la aiuterà a superare il declino. Chi grida: “Al lupo!” grida perché sa che il lupo non c’è e quando la polvere si poserà sugli sconvolgimenti e sui falsi allarmi, l’America sarà ancora forte.

Riapertura delle centrali a carbone. Quando l’odio prevale sul buon senso

Dopo anni di lotte contro i cambiamenti climatici e ricerche per trovare un’alternativa sostenibile al carbone, l’Europa si vede costretta a tornare sui suoi passi in quanto ha subito tagli considerevoli alle forniture di gas in seguito alle sanzioni economiche applicate alla Russia. Tra qualche settimana vedremo vanificato il lavoro di anni. Anche se ipoteticamente si tratta di una misura temporanea, nessuno può dire quando le forniture di gas saranno ripristinate. Perché è accaduto tutto questo? A causa dell’odio. La tecnologia c’è, le risorse ci sono ma ci sono anche ostilità e rivalità e quando queste sono in campo, hanno sempre la meglio. L’unica cosa che dobbiamo aggiustare per tornare ad essere prosperi è l’avversione nei confronti dell’altro.

A causa del nostro odio la Russia perde denaro in quanto ha cessato di vendere il gas all’Europa. Anche l’Europa perde denaro in quanto non può più acquistare gas ad un prezzo economicamente vantaggioso e contribuirà all’inquinamento dell’aria con la riapertura delle centrali a carbone. 

Inoltre, nonostante l’abbondanza di semiconduttori, alcune società hanno fatto incetta di questi materiali ed il resto del mondo si sta accapigliando per le briciole rimaste a disposizione. Come risultato i prezzi stanno aumentando in tutto il mondo, la produzione di beni, come anche le spedizioni, subiscono ritardi. Quei paesi che vogliono proteggersi dall’egoismo di altri paesi, laddove riescano, si vedono costretti ad avviare produzioni per proprio conto.

La globalizzazione è stata positiva per noi. Ci ha fornito abbondanza di materiali economici che non avremmo potuto produrre altrimenti o senz’altro non a prezzi abbordabili. Adesso, per nessun altro motivo fuorché l’odio, l’umanità è costretta a tornare indietro di decenni, se non secoli. A comprova di questo, alcuni dei paesi più tecnologici ed avanzati al mondo si vedono costretti a scegliere l’elettricità derivante dal carbone altrimenti rimarrebbe senza.

Cosa ancora più preoccupante, l’odio sta creando una diffusa scarsità di grano. Cosa succede se un paese non ha il clima adatto per coltivare il grano? Le persone di tale nazione saranno costrette a tornare al granturco o alle patate come unica fonte di carboidrati? Saranno costretti ad adottare una dieta a base di proteine animali ed alimentarsi di carne?

Cosa succederà se la crisi si diffonde anche nel settore dei trasporti? La crisi dei semiconduttori ha già minato l’industria manifatturiera. Cosa succede se ci sono ritardi in altre forniture essenziali? Torneremo al trasporto per mezzo di cavalli e carrozze? Saremo in grado di farlo?

E poi riguardo alla medicina? Come si possono provvedere adeguate cure mediche senza gli strumenti che vengono prodotti in tutte le parti del mondo se non abbiamo una rete logistica efficiente?

Se fossimo saggi leggeremo la riapertura delle centrali a carbone come un avvertimento di un imminente pericolo. È di fatto il segnale che non abbiamo scelta; se vogliamo che la civiltà umana sopravviva, dobbiamo iniziare a coltivare delle relazioni solide gli uni con gli altri.

Potremmo trasformare gli anni che abbiamo davanti in anni pacifici e prosperi. Tuttavia, perché questo avvenga abbiamo bisogno di spostare la nostra attenzione dal voler pulire l’aria, l’acqua e la terra, a voler pulire i nostri cuori dall’odio reciproco. L’odio inquina e uccide molto più di qualsiasi altro inquinante.

Immagine di Adrem68 su Wikimedia Commons

Una guerra squallida che proclama una nuova era

Sono passati più di quattro mesi dall’inizio della guerra in Ucraina. All’inizio il mondo era inorridito dalle atrocità che tanti pensavano non sarebbero più tornate in Europa. Ma con il passare dei giorni e delle settimane, le emozioni si sono intorpidite, l’orrore è diminuito, e la guerra tra la Russia e l’Ucraina è diventata un altro elemento nell’agenda  dei media. Tuttavia, questa squallida guerra ai margini dell’Europa è come nessun’altra guerra prima di essa. Preannuncia una nuova era, in cui gli aggressori non possono capitalizzare la loro coercizione.

Capisco perché il mondo si schiera con l’Ucraina. Quando c’è un aggressore evidente, il mondo si schiera con la vittima. Nonostante ciò, per quanto mi riguarda, non ho alcun interesse o coinvolgimento personale con questo conflitto. 

Da lontano, posso guardare le cose in modo più obiettivo e vedere che le circostanze non sono sempre state come sono ora.  Durante la Seconda Guerra mondiale, per esempio, i Russi erano molto meglio degli Ucraini. L’Unione Sovietica ha combattuto al fianco degli Alleati e ha sconfitto la forza più malvagia della storia, la Germania nazista. Gli Ucraini, dall’altro lato, hanno partecipato volontariamente allo sterminio degli Ebrei nei campi di concentramento. Questo era il passato, ora è il presente, e il risultato è che la storia, nonostante il dolore inflitto a così tante persone innocenti, guarda al quadro generale.

Ecco il punto principale che voglio trasmettere: non credo che la Russia vincerà questa guerra, e la mia speranza e convinzione è che questa guerra insegnerà all’umanità che nessuna nazione deve imporsi su un’altra nazione. L’era dell’imperialismo e del colonialismo è finita e l’umanità è in una nuova fase. Questa squallida guerra, così credo, è l’annuncio di una nuova era, quando la gente capirà che nessuna nazione può invadere un’altra e sperare di vincere. L’era dell’oppressione è finita.

La trasformazione non avverrà facilmente. Una mentalità che si è radicata nella coscienza umana per così tanti secoli non morirà senza combattere.  La Russia, però, non può sconfiggere l’Ucraina quando l’Ucraina è sostenuta dagli USA e dall’Europa Occidentale.  Non si arrenderà facilmente, ma alla fine, dovrà abbandonare i suoi piani.

Questa guerra è una testimonianza dei limiti della potenza militare. Inoltre, più continueranno le aggressioni in Ucraina, più amara sarà la sconfitta della Russia.  Se persiste, alla fine della guerra si ritroverà una nazione esausta e indebolita. In seguito, dovrà concentrarsi sulla ricostruzione di se stessa e abbandonare i suoi grandiosi piani riguardanti altre parti d’Europa.

Per l’umanità, tuttavia, questa guerra sarà una buona lezione: per quanto si possa essere forti e ricchi, non si può vincere se si cerca di conquistare altri paesi. Nel mondo attuale, l’aggressore risveglia forze potenti che si innalzano contro di lui, e un mondo intero che lo critica e lo sanziona.

Anche per la Russia questa guerra sarà motivo di riflessione. Il popolo russo dovrà farsi delle domande pesanti su se stesso, la propria mentalità brutale e intimidatoria, e su dove sta andando nel mondo di oggi. Alla fine, si renderà conto che oggi chi inizia una guerra, perde.

La regina Elisabetta e il regno eterno

“Dichiaro davanti a tutti voi che tutta la mia vita, che sia lunga o breve, sarà dedicata al vostro servizio”. Queste furono le parole di impegno dell’allora principessa Elisabetta prima di diventare regina, e il primo monarca britannico a celebrare  il Giubileo di platino, che lo scorso giugno ha siglato settant’anni di servizio al popolo del Regno Unito.  Le persone possono imparare dal suo esempio a tenere fede alle proprie parole e a ricoprire un ruolo con costante devozione anche quando si è circondati dalle tempeste.

Per sette decenni questa signora minuta ma di forte statura ha governato la Gran Bretagna, contenendo i contrasti tra il desiderio di impero e il moderno multiculturalismo. Ha dato prova di resistenza quando dettagli intimi e imbarazzanti della sua famiglia si sono diffusi sui media di tutto il mondo.

A 96 anni, pur mostrando una certa fragilità fisica, fornisce stabilità al mondo turbolento delle società moderne.  Non conosco nessun altro leader come lei, una donna che riconosce e assume il potere del suo ruolo con impegno senza precedenti, agisce con uno spirito determinato e una forza di volontà impressionanti, sa esattamente come agire per dare al mondo il grado di stabilità di cui ha bisogno.

Riceve ospiti, partecipa a cerimonie, e va persino a caccia in Scozia, non per il suo piacere personale, ma come parte del protocollo reale.  Le faccio i miei complimenti.

Elisabetta II sembra essere l’ultima delle regine. Il tempo fa il suo corso e tutti i discendenti della corona mostrano un vuoto che non si adatta a un trono. Ai veri re o regine non è concesso di agire secondo la loro volontà privata, secondo i desideri e le sensazioni viscerali, ma di agire secondo ciò che è desiderato per il loro ruolo.

Un re è un unico leader che sta a capo e sotto di lui gli altri. Questo schema è radicato nel piano della creazione.  Simile al regno della natura superiore, il regno dei cieli, le dinastie di re sulla terra sono un fattore permanente, stabile e immutabile che scorre come un filo attraverso  le epoche e le generazioni. Un regno è come un ramo materiale che spunta da una radice spirituale. Proprio come la gerarchia prevale in natura, una monarchia reale può essere una forma adatta di governo nella società umana.  

Per diversi secoli nella storia dell’umanità c’è stato un legame così stretto e visibile tra il popolo e il re del mondo. È stata la dinastia della Casa di Davide a operare a Gerusalemme fino alla distruzione del Tempio, un episodio passeggero che si è concluso circa duemila anni fa. Il popolo d’Israele non è fondamentalmente fatto per esistere sotto una casa reale. Per natura, disprezziamo chiunque salti e voglia essere più grande degli altri. Il resto delle nazioni è disposto ad arrendersi a chi tra loro sa come guidarle. Per Israele, questo non è appropriato e non accadrà. Fin dall’inizio eravamo destinati a esistere nell’uguaglianza, a inchinarci solo al potere supremo della natura e non a un re in carne e ossa.

Avremo successo come nazione solo se ci uniremo con un unico cuore e di conseguenza riveleremo la forza nascosta della natura. Allora questa forza ci governerà veramente e ci purificherà dalla nostra natura egoistica. Dovremmo farlo non solo per il bene del nostro futuro, ma per dimostrare al mondo il tipo di connessione di cuore che deve essere raggiunta affinché tutti noi, allo stesso modo, ci aggrappiamo a Lui, l’eterno Re del mondo.

Verso una carenza di rifornimenti

La guerra in Ucraina pone molte minacce non solo all’Ucraina, ma al mondo intero. Le sanzioni contro la Russia sono estreme, se non addirittura senza precedenti. Tuttavia, non dobbiamo credere che questo non comporti alcun costo per il mondo. I prezzi del grano e del petrolio sono già saliti alle stelle, ma non è ancora il momento peggiore. Il peggio arriverà quando non ci saranno più, quando gli scaffali dei supermercati in Europa e negli Stati Uniti saranno vuoti a causa della guerra in Ucraina. La lezione più importante che possiamo (e dovremmo) imparare da questa guerra è che il mondo è un unico villaggio globale interdipendente e che quando si fa del male a qualcun altro, si fa del male a se stessi.

Anche prima dello scoppio della guerra, la tensione sulle catene di approvvigionamento stava facendo salire i prezzi e l’inflazione stava battendo record negli Stati Uniti e altrove. Ma ora, per alcuni prodotti, le catene di approvvigionamento crolleranno del tutto.

Non dobbiamo affrontare questa crisi solo a livello superficiale. Non dobbiamo accontentarci di cercare dei sostituti per i prodotti mancanti. Se lo facciamo, anche i sostituti ci deluderanno.

Dobbiamo invece cogliere l’occasione per correggere la causa delle catene di approvvigionamento interrotte: le nostre connessioni interrotte. Le sanzioni contro la Russia, con le loro implicazioni sia per la Russia che per l’Occidente, dovrebbero farci capire che non possiamo costruire le nostre relazioni sullo sfruttamento reciproco. Le nostre relazioni saranno sostenibili solo se le stabiliremo sulla fiducia e sulla reciproca complementarità.

È chiaro che in ogni transazione ciascuna parte ha in mente il proprio interesse; non c’è nulla di male in questo. Tuttavia, quando le parti cercano non solo di trarre profitto dai loro accordi, ma anche di estorcere alle altre parti, di prendere da loro più di quanto siano disposte a dare, con l’inganno o con la forza, questo non funzionerà a lungo. Dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento, passando dall’uso delle risorse per imporre la nostra volontà alla condivisione delle risorse per il bene comune.

Non è che all’improvviso dobbiamo amarci gli uni con gli altri, almeno non ancora. Ma anche se non ci sopportiamo, abbiamo tutti qualcosa di cui gli altri hanno bisogno e che non hanno, ed altri hanno beni di cui noi abbiamo bisogno e che non abbiamo.  Quindi, anche se non ci sopportiamo, dobbiamo condividere gli uni con gli altri. Ma per far rimanere la catena aperta, dobbiamo lavorare con rispetto e decenza reciproca.

Didascalia della foto:
Clienti che indossano mascherine fanno la spesa davanti agli scaffali parzialmente vuoti di un supermercato di Hong Kong