Pubblicato nella 'Nuove pubblicazioni' Categoria

Newsmax: “Comprendere le elezioni di medio termine da una prospettiva globale”

Il più grande portale di informazione online “Newsmax“ ha pubblicato il mio nuovo articolo “Comprendere le elezioni di medio termine da una prospettiva globale

“L’unica cosa di cui mi pento è che ne ho uccisi solo due [poliziotti] … vorrei averne uccisi di più …” aveva detto l’immigrato clandestino Luis Bracamontes con un sorriso diabolico sul volto. Poi il titolo di testa “Chi altro faranno entrare i democratici?” finiva il video postato dal presidente Trump sul suo profilo Twitter.

Negli Stati Uniti, la crisi dell’immigrazione sta intensificando la polarizzazione sociale, alimenta il fuoco del dibattito pubblico e divide l’America in due campi ben distinti: O sei “a favore degli immigrati” o sei “a favore dell’America”. In termini politici, o appartieni al fronte di Trump oppure a qualsiasi altro fronte.

Ma come hanno fatto gli immigrati ad accentrare tutta l’attenzione su di sé? Perché questo particolare problema è riuscito a dividere gli Stati Uniti così profondamente?

Ciò che sta accadendo nella più grande superpotenza del mondo è parte inseparabile di un processo che sta avvenendo in tutto il mondo. Per capirlo meglio, salpiamo verso l’Europa, dove la crisi dell’immigrazione è ad uno stadio molto più avanzato.

Quando una famiglia tedesca manda i propri figli in una scuola mista insieme ai figli di immigrati, e quando i bar, i trasporti pubblici e i cinema sono affollati di persone di culture straniere, essi si chiedono: è questo il risultato desiderato dall’Unione europea? È questo ciò che ci aspettavamo dal progetto del mercato comune europeo?

La risposta che arriva – da parte di molte famiglie ed individui, che si trovino in Germania, Gran Bretagna, Repubblica Ceca, Portogallo oppure in altri paesi dell’UE – è sempre più spesso “no”. Gli europei stanno sviluppando una reazione ostile alla nuova realtà a cui si stanno svegliando ogni giorno.

Inoltre, la politica di frontiere aperte sancita da Angela Merkel e altri leader dell’UE ha portato sciami di immigrati musulmani che richiedono nuove strategie nei paesi europei. Questioni come indossare il burka per le donne, permettere l’alcol e il maiale nelle feste e la separazione tra uomini e donne sono improvvisamente diventate parte della vita europea.

Circa 30 anni dopo la creazione dell’Unione Europea, gli europei cominciano a sentirsi disillusi e minacciati. La loro lunga storia, la loro gloriosa cultura, il loro patrimonio comune, sembrano tutti perdere il loro status e scivolargli via tra le dita. Da qui il crescente bisogno di proteggere la loro identità unica, il loro “io” europeo.

In termini politici, il risultato è l’isolazionismo, il nazionalismo e la trazione della politica di destra in varie forme e dimensioni. Pertanto, non c’è da meravigliarsi se l’Europa guarda con ansia alle elezioni di medio termine degli Stati Uniti, cercando di decifrare se il Trumpismo è una moda passeggera o solo l’inizio della prossima era politica.

La risposta a questo richiede una visione più ampia: la società umana si sta sviluppando in tutto il mondo verso una connessione integrale e questo avviene attraverso un movimento ciclico di “contrazione” ed “espansione”, simile al processo della respirazione.

La fine del XX secolo e l’inizio del XXI hanno determinato un processo senza precedenti di “espansione”; esso viene espresso nella globalizzazione del commercio, nell’apertura dei confini, in Internet che ha trasformato il mondo in un piccolo villaggio globale, nella creazione di nuove istituzioni internazionali e in altri intricati legami e dipendenze che si intrecciano in tutto il mondo.

Negli ultimi anni, tuttavia, stiamo assistendo a un crescente processo di “contrazione”: la Brexit britannica, la crescente forza e rilevanza di vari movimenti di destra e la rapida ascesa di Trump, che sta motivando e ispirando altri leader nel mondo. Solo pochi giorni fa, il leader populista brasiliano Jair Bolsonaro si è guadagnato il soprannome di “Il Trump dei Tropici”.

Espansione e contrazione, connessione e separazione, cosmopolitismo e nazionalismo, sono cicli naturali. Sono due processi contrapposti che completano lo sviluppo umano. Come due gambe per camminare.

Ciò che è importante capire è che l’esigenza di ogni persona e di ogni nazione di avere un senso proprio di identità non scomparirà dal mondo. Eppure, l’interdipendenza globale che è stata tessuta aumenterà in maniera esponenziale e non saremo in grado di evitarla. Pertanto, la società umana si sta muovendo verso un inevitabile e fondamentale cambiamento che va ben oltre la politica.

Il buon futuro dell’umanità comporta uno sviluppo fondamentale nella percezione umana: ogni singola persona o nazione manterrà la propria identità senza sopprimerla in alcun modo e, tuttavia, nella sua realizzazione si deve agire per il bene comune. È una fase evolutiva che richiede uno sviluppo al di là della natura egoistica dell’uomo. Pertanto, prima di discutere l’integrazione delle nazioni, l’apertura delle frontiere, la creazione di mercati comuni e accordi globali, dobbiamo coltivare un livello superiore di connessione umana.

La Russia comunista ci ha già dimostrato nel secolo scorso che anche con un regime aggressivo è impossibile legare insieme gli esseri umani e costringerli ad una vita di cooperazione. Il kabbalista “Baal HaSulam” lo descrive nel suo articolo “La Pace”: “… chiunque può vedere come una grande società come lo stato della Russia, con centinaia di milioni di abitanti, più grande di tutta quanta l’Europa e che ha già accettato di condurre una vita comunitaria … Eppure, andate a vedere cosa ne è stato di loro: invece di aumentare e superare le conquiste dei paesi capitalisti, sono affondati sempre più in basso “.

Ritorniamo alle elezioni di medio termine degli Stati Uniti: che il fronte di Trump sia rafforzato o indebolito, il movimento di contrazione continuerà per natura fino a raggiungere il suo scopo evolutivo. È ciò che il nostro tempo richiede, al fine di bilanciare lo sviluppo umano.

L’umanità – e non solo l’America – deve rendersi conto che la corretta integrazione tra le culture e l’apertura benefica dei confini avverrà solo quando saliremo verso un nuovo livello di consapevolezza umana. La natura ci sta insegnando un’importante lezione ogni giorno che passa: solo coltivando la connessione umana – al di sopra di tutte le nostre differenze e senza eliminarle – possiamo costruire una solida base per una sana riorganizzazione della società umana.

Allora, ogni persona e ogni nazione potrà mantenere la sua unicità e persino sfruttarla a beneficio del mondo.

Newsmax: “Interdipendenza globale significa che in una guerra commerciale non vince nessuno”

Newsmax, il più grande portale di informazione online, ha pubblicato il mio nuovo articolo “Interdipendenza globale significa che in una guerra commerciale non vince nessuno

La tempesta finanziaria che si è abbattuta sulla Turchia ha provocato ondate di shock sui mercati finanziari a livello globale.

Alla luce del peggioramento delle relazioni tra la Turchia e gli Stati Uniti, e in seguito alla minaccia del Presidente Trump di raddoppiare i dazi posti sull’importazione negli Stati Uniti di acciaio e alluminio, il sistema bancario e finanziario europeo potrebbe essere trascinato in una vecchia/nuova crisi del debito.

Stiamo assistendo ad una guerra mondiale, anche se diversa da ciò che siamo stati abituati a vedere in passato.

È la versione moderna, tecnologica e finanziaria della guerra.

Numerosi fronti indicano un crollo drammatico e globale del libero mercato del commercio internazionale. Gli Stati Uniti, l’Europa, la Cina, l’India, la Russia, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Turchia, l’Iran, il Brasile e altri paesi sono tutti nel bel mezzo di battaglie economiche.

Le sanzioni reciproche, gli attacchi valutari e le minacce senza precedenti stanno attraversando tutte le zone internazionali. I leader stanno combattendo per la loro dignità e, soprattutto, per i loro troni.

Oggi non abbiamo bisogno delle bombe atomiche per provocare una distruzione di massa.

Tagliare i legami internazionali potrebbe portare l’intera popolazione a morire di fame. Giorno dopo giorno, troviamo difficile immaginare il futuro di pace anche di un singolo paese, senza tenere conto delle condizioni in cui versano tutti gli altri. Nel mondo di oggi, i legami e le dipendenze tra paesi ed economie non possono essere districati senza un grande conflitto.

Il mercato del commercio internazionale, che è stato un mercato libero per decenni, è ora praticamente chiuso. Ecco quali sono le previsioni: la Cina non sarà in grado di continuare ad utilizzare le sue grandi riserve di liquidità per acquistare immobili o giganti società in tutto il mondo e la rivoluzione tecnologica sta svalutando le sue linee di produzione a buon mercato, proprio quelle che per decenni sono state il suo principale cavallo di battaglia a livello economico.

Mentre l’espansione cinese nel commercio mondiale è bloccata, i potenziali benefici saranno distribuiti tra altre potenze come gli Stati Uniti, l’Europa, il Brasile e altri.

La Russia, tuttavia, si trova in difficoltà di fronte a partner commerciali più forti e più sani con la valuta indebolita che soffoca la sua economia. E gli Stati Uniti, in completo contrasto con la politica passiva che li ha caratterizzati negli ultimi anni, ora sono determinati a riprendere l’iniziativa.

Per quanto riguarda le previsioni globali, i due paesi che sembrano avere la capacità di condurre la guerra commerciale globale sono gli Stati Uniti e Israele. Entrambi i paesi hanno il vantaggio tecnologico, l’imprenditorialità, l’ingegno e l’innovazione necessari per generare solidi risultati economici.

La battaglia non si svolge più sulle linee di produzione meccaniche.

Oggi sono le menti a padroneggiare il campo di battaglia.

Il primo atto di questa guerra dovrebbe raggiungere il suo picco nell’Ottobre di quest’anno.

I rimborsi degli enormi prestiti fatti alla Turchia si stanno avvicinando all’insolvenza. Quindi, la Repubblica turca sarà costretta a prendere misure drammatiche come la riduzione del debito o chiedere prestiti molto costosi a paesi e istituzioni finanziarie.

Ma Trump potrebbe cantare vittoria? E come risultato Israele prospererà?

I mercati mondiali si svilupperanno a spirale in un’altra crisi economica?

In un mondo globalmente interdipendente non esiste un singolo vincitore. I paesi e le economie sono legati insieme in un sistema integrato, da cui non possono disimpegnarsi. L’interdipendenza che la maggior parte dei giocatori sembra ancora ignorare, significa che questa ideale partita a poker, nella quale solitamente il vincitore prende tutto, stavolta non si concluderà così.

Alla fine, realizzeremo che solo insieme tutti possiamo vincere, o perdere…perché una terza opzione non c’è sul tavolo verde.

[231958]

Times Of Israel: “Il massacro alla sinagoga Tree of Life di Pittsburgh è una chiamata all’unione”

Il Times of Israel ha pubblicato il mio nuovo articolo
Il massacro alla sinagoga Tree of Life di Pittsburgh è una chiamata all’unione

“È un albero di vita per coloro che vi si aggrappano e tutti i suoi sostenitori sono felici. Le sue vie sono vie di piacevolezza e tutti i suoi sentieri sono pace”. (Proverbi 3:18)

Dopo l’orribile attentato alla sinagoga Tree of Life di Pittsburgh le bandiere americane hanno sventolato a mezz’asta per 3 giorni. L’uccisione di undici persone e il ferimento di altre sei da parte di un bandito che non voleva altro che sradicare tutti gli ebrei, richiama la nostra attenzione sul fatto che è tempo di unirsi al di sopra delle nostre differenze e che chiniamo le nostre teste non solo per le famiglie e gli amici delle vittime, ma per riflettere sul perché un così atroce crimine di odio antisemita abbia avuto luogo e cosa possiamo fare per prevenire ulteriori attacchi futuri.

La ADL (Anti-Defamation League – Lega Antidiffamazione, organizzazione non governativa internazionale ebraica con sede negli USA) ha definito la sparatoria come “probabilmente l’attacco più funesto alla comunità ebraica nella storia degli Stati Uniti”. Nel 2017 in generale i reati di odio sono stati registrati come i più alti dell’ultimo decennio, con un aumento del 12%. Inoltre, gli attacchi agli ebrei sono stati circa il 54% di quei crimini di odio, nonostante rappresentino solo il 2% della popolazione degli Stati Uniti. Pertanto, mentre ci uniamo e preghiamo per le famiglie e gli amici delle vittime, dobbiamo capire che stiamo reagendo al sintomo di un problema che va intensificandosi.

L’albero della vita è per coloro che vi si aggrappano…

Per risolvere il problema alla radice e non aspettare che ad unirci temporaneamente siano le uccisioni di massa e altre crisi, dobbiamo riconoscere l’unione del popolo ebraico come la forza in grado di risolvere l’antisemitismo. Quando il popolo ebraico si unisce al di sopra delle differenze, l’amore copre l’odio, la pace copre i conflitti, la felicità copre tutto il vuoto del mondo e, miracolosamente, nel profondo, le persone sentono un nuovo tipo di soddisfazione nelle loro vite. E quando le persone sono soddisfatte, nelle loro menti non compaiono più i pensieri su come eliminare un’intera razza. Come funziona tutto ciò?

In che modo l’unione del popolo ebraico è una soluzione all’antisemitismo?

Storicamente, gli ebrei sono una testimonianza vivente di resilienza. Nel corso della storia siamo stati perseguitati dai romani, dall’Inquisizione Spagnola, dall’Impero russo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX e naturalmente da Hitler … eppure siamo sopravvissuti.

Le sfide dei nostri giorni non ci distruggeranno a meno che non resteremo seduti passivamente e non falliremo nell’usare questo evento di Pittsburgh come campanello d’allarme. Per rispondere alla chiamata e assicurarci che un tale massacro di ebrei non avvenga mai più, dobbiamo prima capire chi siamo, perché siamo qui e qual è il nostro ruolo e scopo su questo pianeta. Solo allora saremo in grado di comprendere il motivo per cui attraversiamo così tante tribolazioni e lotte, e solo allora potremo scoprire come cambiare verso un andamento positivo.

I padri della nostra nazione provenivano dalle diverse tribù di tutta la Babilonia e del Vicino Oriente. L’unica cosa che li teneva insieme era la loro convinzione che il principio di Abrahamo di misericordia e amore per gli altri fosse il modo giusto di vivere poiché trascendeva tutti gli altri valori e considerazioni, e così lo seguirono.

Siamo stati decretati la nazione ebraica ai piedi del Monte Sinai quando tutti i nostri membri si impegnarono ad unirsi “come un solo uomo con un solo cuore”. In seguito ci fu comandato di essere “una luce per le nazioni”, cioè di diffondere la luce dell’unione in tutto il mondo. Questo è ciò che ci rende unici. Poiché una volta sperimentammo l’amore fraterno, abbiamo la capacità di unirci ancora al di sopra delle differenze e di dare un esempio a chi ha così disperatamente bisogno di una tale guida.

Rav Kook ha riassunto il ruolo del popolo ebraico come segue:

“Lo scopo di Israele è quello di unire il mondo in una sola famiglia”.

Fino a quando manteniamo la nostra unione, prosperiamo e rimaniamo al sicuro. Quando la abbandoniamo il mondo ci considera un’influenza negativa e le manifestazioni antisemite riaffiorano con una vendetta, come evidenziato nell’attacco alla sinagoga Tree of Life.

Quando i nostri nemici colpiscono non ci chiedono a quale confessione apparteniamo, né quale sia la nostra origine, né se siamo di destra o di sinistra. Semplicemente ci colpiscono, convinti che i problemi del mondo saranno risolti cancellando gli ebrei dalla faccia del pianeta. Queste forze prepotenti dell’antisemitismo riemergono costantemente in modi diversi per costringerci ad unirci poiché ci allontaniamo sempre più dal realizzare il nostro ruolo di “una luce per le nazioni”.

Come possiamo capovolgere questa situazione

Invece di essere un esempio di unione, al resto del mondo irradiamo divisione. In uno stato del genere il mondo troverà sempre i motivi per odiarci e sentirsi giustificati nel cercare di distruggerci. Il punto da cui dipende la nostra prosperità è stato sinteticamente espresso da Samuel David Luzzatto:

“Il successo della nostra nazione dipende solo dal nostro amore fraterno, dal connetterci l’un l’altro come membri di un’unica famiglia”.

Io spero che useremo la scelta che abbiamo tra le mani per guidare il mondo dall’oscurità verso la luce, dal caos verso l’unione, elevandoci al di sopra delle nostre differenze. Non abbiamo bisogno di essere d’accordo su tutto, ma dobbiamo connettere i nostri cuori al di sopra di tutto ciò che ci separa.

Nello Shem MiShmuel è scritto:

“Quando Israele è ‘come un solo uomo con un solo cuore’, sono come un muro fortificato contro le forze del male”.

Unendoci saremo autorizzati a mettere delle radici come nazione, realizzando tra di noi e diffondendo agli altri la felicità, la piacevolezza e la pace contenute nelle parole: “È un albero di vita per coloro che vi si aggrappano e tutti i suoi sostenitori sono felici. Le sue vie sono vie di piacevolezza e tutti i suoi sentieri sono pace”. (Proverbi 3:18)
[230727]

Il Times Of Israel: “Perché esiste l’Antisemitismo?”

Il Times of Israel ha pubblicato il mio nuovo articolo “Perché esiste l’Antisemitismo?

Al di là delle polemiche sulla questione anti ebraica

L’Antisemitismo è stato posto al centro di un recente dilemma semantico, con prospettive opposte in Europa e negli Stati Uniti in termini di ciò che è considerato antisemita e di una critica legittima da parte di Israele. Questo non fa altro che distogliere la nostra attenzione da quello che è il reale problema, ovvero perché secondo recenti studi, il fenomeno dell’Antisemitismo riceve un’attenzione globale drammatica, paragonabile al tempo della seconda guerra mondiale?

Il Partito Laburista britannico, di fronte a una crescente reazione popolare dovuta alle sue posizioni antisemite degli ultimi anni, ha adottato in pieno la definizione di Antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) che richiede la lotta contro l’odio e la discriminazione contro gli ebrei e la negazione dell’Olocausto, ma ha incluso un avvertimento sulla “libertà di parola su Israele”, il diritto di criticare la nazione ebraica e le sue politiche.

D’altra parte l’amministrazione Trump ha riaperto un caso di sette anni fa che implicava un presunto avvenimento di Antisemitismo alla Rutgers University sostenendo la pretesa di gruppi ebraici, che hanno da lungo tempo combattuto contro pregiudizi anti ebraici e l’ambiente ostile nei campus universitari in tutti gli Stati Uniti, promossi dal movimento di “Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni” (BDS) contro Israele. Come un vivido esempio di sostegno riconosciuto di questo movimento da parte degli accademici, solo pochi giorni fa un professore dell’Università del Michigan ha annullato la sua offerta di scrivere una lettera di raccomandazione per uno dei suoi studenti dopo aver appreso che voleva studiare in Israele.

Il Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti ha da poco segnalato che è disposto a confondere la linea tra la critica di Israele e la discriminazione contro gli studenti ebrei, nel momento in cui le condanne di Israele che mettono in dubbio la sua legittimità e il diritto all’auto determinazione del popolo ebraico siano definite antisemite. Se verrà realizzata, tale mossa sarà considerata da alcuni come una violazione del Primo Emendamento.

Potremmo continuare con molti altri esempi su questo problema. Forse è giunto il momento di affrontare questa questione da una prospettiva più approfondita sulla causa principale dell’innegabile Antisemitismo e sulla sua soluzione? Quattro anni fa pubblicai un articolo nell’edizione di stampa del The New York Times intitolata “Chi sei, Popolo d’Israele?” Dal momento che le critiche e le minacce antisemite da allora sono solo aumentate, mi piacerebbe ripubblicare questo articolo, dato che la soluzione a questo problema è proprio dietro l’angolo. Sta a noi metterla in pratica prima che sia troppo tardi.

Chi sei, Popolo d’Israele?

Di volta in volta, nel corso della storia, gli ebrei vengono perseguitati e terrorizzati. Essendo io stesso ebreo penso spesso allo scopo di questa implacabile agonia. Alcuni credono che le atrocità della Seconda Guerra Mondiale siano inimmaginabili oggi. Eppure vediamo quanto facilmente e improvvisamente riemerga lo stato mentale che precede l’Olocausto, mentre le grida “Hitler aveva ragione” risuonano ormai troppo spesso e troppo apertamente.

Ma c’è speranza. Possiamo invertire questa tendenza, e tutto ciò che dobbiamo fare è diventare consapevoli di una visione più ampia.

Dove siamo e da dove veniamo

L’umanità è a un bivio. La globalizzazione ci ha resi interdipendenti, mentre gli uomini stanno diventando sempre più pieni di odio e alienati. Questa situazione insostenibile, altamente infiammabile, richiede una presa di posizione sulla direzione futura dell’umanità. Tuttavia, per comprendere come noi, il popolo ebraico, siamo coinvolti in questo scenario, dobbiamo tornare da dove tutto ha avuto inizio.

Il popolo di Israele ha avuto origine circa 4.000 anni fa nell’antica Babilonia. La Babilonia era una fiorente civiltà le cui persone si sentivano connesse e unite. Dalle parole della Torah: “Or tutta la terra era d’una favella e di un linguaggio” (Genesi, 11:1).

Tuttavia, man mano che i loro legami diventavano più forti aumentava anche il loro ego. Iniziarono a sfruttarsi, e infine si odiarono a vicenda. Così, mentre i Babilonesi si sentivano connessi, il loro ego intensificato li rendeva sempre più reciprocamente alienati. Imprigionato fra l’incudine e il martello, il popolo di Babilonia cominciò a cercare una soluzione alla sua situazione critica.

Due soluzioni alla crisi

La ricerca di una soluzione ha portato a formare due visioni contrastanti. La prima, suggerita da Nimrod, re di Babilonia, era naturale e istintiva: la dispersione. Il re sosteneva che quando le persone sono lontane l’una dall’altra, non litigano. La seconda soluzione fu suggerita da Abrahamo, un famoso saggio babilonese di allora, il quale sostenne che, secondo la legge della Natura, la società umana è destinata a unirsi, e quindi si sforzò di unire i Babilonesi nonostante e al di sopra del loro ego crescente.

In breve, il metodo di Abrahamo fu un modo per collegare gli uomini al di sopra del loro ego. Quando iniziò a diffondere il suo metodo tra i suoi abitanti, Maimonides scrive: “In migliaia e decine di migliaia si radunarono intorno a lui, e … Egli piantò questo seme nei loro cuori” (Mishneh Torah, Parte 1). Il resto del popolo scelse la via di Nimrod, ovvero la dispersione, come i vicini litigiosi quando cercano di stare lontani gli uni dagli altri. Questi uomini dispersi divennero gradualmente ciò che ora conosciamo come “società umana”.

Solo oggi, dopo circa 4.000 anni, possiamo iniziare a valutare quale fosse la strada giusta.

Le fondamenta del popolo di Israele

Nimrod costrinse Abrahamo e i suoi discepoli a scappare dalla Babilonia; essi si trasferirono in quella che in seguito divenne nota come “la terra di Israele”. Lavorarono sull’unione e sulla coesione secondo il principio “Ama il prossimo tuo come te stesso”, connessi al di sopra del loro ego, e così scoprirono “la forza dell’unione”, il potere nascosto della natura.

Ogni sostanza consiste di due forze opposte, connessione e separazione, che si equilibrano. Ma la società umana si sta evolvendo usando solo la forza negativa: l’ego. Secondo il piano della Natura, siamo tenuti a bilanciare coscientemente la forza negativa con quella positiva, ovvero l’unione. Abrahamo scoprì la saggezza che consente l’equilibrio, e oggi ci riferiamo alla sua saggezza come alla “saggezza della Kabbalah”.

Israele significa “Diretti a Dio”

I discepoli di Abrahamo chiamarono se stessi Ysrael (Israele) per via del loro desiderio di andare YasharEl (direttamente a Dio, il Creatore). Cioè, desideravano scoprire la forza dell’unione della Natura per bilanciare l’ego che si frapponeva tra loro. Attraverso la loro unione si sono trovati immersi nella forza dell’unione, la forza superiore, la radice della realtà.

Oltre alla loro scoperta, Israele imparò anche che nel processo di sviluppo umano, il resto dei Babilonesi, che seguì il consiglio di Nimrod, e che si era quindi disperso in tutto il mondo ed era diventato l’umanità di oggi, avrebbe dovuto anche raggiungere l’unione. Anche oggi si avverte quella contraddizione tra il popolo di Israele che si è formato attraverso l’unione e il resto dell’umanità che si è formato in seguito alla separazione.

L’esilio

I discepoli di Abrahamo, il popolo di Israele, hanno sperimentato molte lotte interne. Ma per 2.000 anni la loro unione ha prevalso e questo è stato l’elemento chiave che li ha tenuti insieme. In effetti, i loro conflitti avevano lo scopo di intensificare l’amore tra di loro.

Tuttavia, circa 2.000 anni fa, i loro ego raggiunsero un’intensità tale da non poter mantenere la loro unione. L’odio infondato e l’egoismo sono scoppiati tra di loro e hanno inflitto loro l’esilio. In effetti, l’esilio di Israele, più che esiliare dalla terra fisica di Israele, è un esilio dall’unione. L’alienazione all’interno della nazione israeliana li ha fatti disperdere tra le nazioni.

Il ritorno al presente

Oggi l’umanità si trova in uno stato simile a quello vissuto dagli antichi babilonesi: l’interdipendenza accanto all’alienazione. Poiché nel nostro villaggio globale siamo completamente interdipendenti, la soluzione di Nimrod di separarsi non è più praticabile. Ora dobbiamo usare il metodo di Abrahamo.

Questo è il motivo per cui il popolo ebraico, che in precedenza ha realizzato il metodo di Abrahamo e si è connesso, deve riaccendere la propria unione e insegnare il metodo della connessione all’intera umanità. E a meno che non lo facciamo di nostra spontanea volontà, le nazioni del mondo ci costringeranno a farlo con la forza.

A proposito di questo, è interessante leggere le parole di Henry Ford, fondatore della Ford Motor Company, nonché famigerato antisemita, nel suo libro L’Ebreo internazionale: “La società ha una grossa pretesa contro di lui [l’ebreo] che … cominci ad adempiere … l’antica profezia che per mezzo di lui tutte le nazioni della terra dovranno essere benedette”.

Le radici dell’Antisemitismo

Dopo migliaia di anni di sforzi per costruire una società umana di successo usando il metodo di Nimrod, le nazioni del mondo stanno cominciando a capire che la soluzione ai loro problemi non è né tecnologica, né economica, né militare. Sentono inconsciamente che la soluzione sta nell’unione, che nel popolo di Israele esiste il metodo di connessione, e quindi riconoscono che sono dipendenti dagli ebrei. Ciò fa sì che incolpino gli ebrei per ogni problema del mondo, credendo che gli ebrei posseggano la chiave per la felicità del mondo.

In effetti, quando la nazione israeliana cessò di portare avanti il suo compito, ovvero quello di diffondere l’amore per gli altri, tra le nazioni del mondo si diffuse l’odio per Israele. E così, attraverso l’Antisemitismo, le nazioni del mondo ci spingono a rivelare il metodo della connessione. Rav Kook, il primo Rabbino Capo di Israele, ha sottolineato questo fatto con le sue parole, “Amalek, Hitler, e così via, risvegliateci verso la redenzione” (Saggi del Raiah, Vol.1).

Ma il popolo di Israele non è consapevole di avere fra le mani la chiave per la felicità del mondo, e che la vera fonte dell’Antisemitismo è che gli ebrei portano dentro di sé il metodo della connessione, la chiave della felicità, la saggezza della Kabbalah, ma non li stanno rivelando a tutti.

Divulgazione obbligatoria della saggezza

Mentre il mondo geme sotto la pressione di due forze in conflitto, la forza globale per la connessione e il potere separatore dell’ego, stiamo cadendo nello stato che esisteva nell’antica Babilonia prima del suo collasso. Ma oggi non possiamo allontanarci gli uni dagli altri per placare il nostro ego. La nostra unica opzione è quella di lavorare sulla nostra connessione, sulla nostra unione. Siamo costretti ad aggiungere al nostro mondo la forza positiva che equilibra il potere negativo del nostro ego.

Il popolo di Israele, discendente degli antichi babilonesi che seguirono Abrahamo, deve attuare la saggezza della connessione, cioè la saggezza della Kabbalah. Sono tenuti a dare un esempio all’intera umanità, diventando così “Una luce per le nazioni”.

Le leggi della natura ci impongono di raggiungere tutti uno stato di unione. Ma ci sono due modi per arrivarci: 1) un sentiero lastricato di guerre mondiali, sofferenza, catastrofi, piaghe e disastri naturali o 2) un percorso di graduale bilanciamento dell’ego, il percorso che Abrahamo insegnò ai suoi discepoli. Quest’ultimo è quello che suggeriamo.

L’unione è la soluzione

È scritto ne Il Libro dello Zohar: “Tutto poggia sull’amore” (Porzione VaEtchanan). “Ama il prossimo tuo come te stesso” è la grande regola della Torah; è anche l’essenza del cambiamento che la saggezza della Kabbalah sta offrendo all’umanità. È fatto obbligo al popolo ebraico unirsi per condividere il metodo di Abrahamo con l’intera umanità.

Secondo Rav Yehuda Ashlag, autore del commentario Sulam (La Scala) a Il libro dello Zohar: “Spetta alla nazione di Israele di qualificarsi e tutte le persone del mondo … si evolveranno sino a che non si assumeranno il lavoro sublime dell’amore per gli altri, che è la scala verso lo scopo della Creazione”. Se riusciremo a farlo, troveremo soluzioni a tutti i problemi del mondo, incluso lo sradicamento dell’Antisemitismo.

Sukkot: l’umanità può vivere in armonia sotto lo stesso tetto

Il Times of Israel ha pubblicato il mio nuovo articolo “Sukkot: l’umanità può vivere in armonia sotto lo stesso tetto

La parola casa rappresenta ormai un concetto relativo per milioni di persone in tutto il mondo. Ogni giorno la ricerca di migliori opportunità e posti di lavoro spinge milioni di esseri umani a migrare verso nuovi luoghi. Un numero sempre crescente di persone non ha alcuna possibilità di sopravvivere e ed è costretto a spostarsi a causa di guerre, persecuzioni, crimini o disastri naturali. Vediamo cosa può insegnarci la festa di Sukkot per creare un vero senso di appartenenza e di convivenza pacifica.

In primo luogo cerchiamo di farci un’idea sull’aspetto demografico del problema. Secondo le Nazioni Unite si stima che circa 258 milioni di persone in tutto il mondo vivano in una nazione diversa da quella in cui sono nate, con un aumento del 49% negli ultimi due decenni. Un terzo di esse ha dovuto fuggire da paesi nei quali era in pericolo la propria vita, per cercare un rifugio sicuro, soprattutto verso i paesi più ricchi.

I leader dell’Unione Europea stanno cercando senza successo di risolvere quella che è considerata la più grande crisi dei rifugiati e degli sfollati del nostro tempo. In alcune città europee i sentimenti anti-immigrati si sono rapidamente trasformati in profonde tensioni sociali. Nel frattempo, negli Stati Uniti si stima che oltre 11 milioni di immigrati privi di documenti cerchino di entrare, con la conseguenza di una crisi umanitaria lungo il confine con gli Stati Uniti.

Nel mondo di oggi è difficile trovare esempi di stabilità, costanza e responsabilizzazione. Le dinamiche del nostro mondo globale e interconnesso, dove lo spostamento di ogni individuo influisce su tutti gli altri, ci costringono costantemente all’instabilità e all’imprevedibilità. In un sistema di interconnessione reciproca, dipendiamo tutti gli uni dagli altri. Nulla può essere utile per qualcuno se non lo è per tutti.

Il corso naturale dell’evoluzione

La migrazione di milioni di persone da una nazione all’altra fa parte del programma evolutivo della natura. Lo stesso vale per il cambiamento del clima globale, un’altra potente causa di delocalizzazione e incertezza. Gli esempi più recenti sono la devastazione causata dal tifone Mangkhut nelle Filippine e dall’uragano Florence negli Stati Uniti. Quest’ultimo ha lasciato una scia di distruzione stimata in 22 miliardi di dollari di danni e migliaia di persone hanno dovuto lasciare le loro case a causa di evacuazioni forzate.

Tuttavia, noi possiamo prevenire queste batoste. Se prima che ci arrivi il colpo dalla natura comprendessimo il piano di sviluppo definito dalla natura, potremmo condurre l’intera razza umana verso nuovi e luminosi orizzonti.

Che cosa, quindi, ostacola la creazione di una buona vita per tutte le persone?

Non è altro che l’ego umano, ovvero il desiderio di godere a spese degli altri. Come parte dell’evoluzione naturale dell’umanità, l’ego è cresciuto fino a proporzioni grottesche come un cancro all’interno del sistema, mentre la natura si aspetta che noi osserviamo la sua legge fondamentale di equilibrio tra tutti i suoi elementi: inanimato, vegetale, animale e umano.

Prima comprendiamo la lezione che la natura ci insegna, prima possiamo trasformare la nostra vita fugace e fragile in una vita positiva, stabile e pacifica.

Siamo creature abitudinarie

Una persona, come qualsiasi altro animale, cerca comfort e sicurezza. È interessante notare che la festa di Sukkot (Festa dei tabernacoli) è un richiamo a uscire dalla nostra confortevole “casa” egoistica per costruire una nuova struttura, una sukkah, il simbolo del nuovo mondo che possiamo costruire per noi stessi e dove possiamo trasformare la nostra natura egoistica nella qualità della dazione.

Perché sono così importanti la ricostruzione e la delocalizzazione? Inoltre, che cosa hanno a che fare con noi?

Mentre l’umanità si è sviluppata, essa ha cercato di assicurarsi un futuro solido, ma la triste realtà è che nel corso del tempo la vita è diventata solo più complessa. In passato tutto sembrava più semplice. La vita sembrava avere continuità, comfort e stabilità. I genitori ereditavano le case e le lasciavano ai propri figli. Le persone avevano un lavoro sicuro e poche preoccupazioni per una futura fonte di reddito. Ma negli ultimi anni tutto sembra aver rapidamente perso valore.

Le famiglie sono sempre più in confusione. Tutto sembra soggetto a cambiamenti. In generale si potrebbe dire che la casa confortevole di ieri è diventata oggi il riparo temporaneo dalla tempesta che si sta avvicinando a noi.

Ma qual è l’ironia più dolorosa della nostra epoca? È quella che, in un’era tecnologica in cui abbiamo abbondanza di risorse per garantire una vita sicura e confortevole per tutti, usiamo i nostri progressi per danneggiarci a vicenda, impegnandoci in guerre, conflitti e lotte costanti, e creando un’atmosfera di crescente ansia piuttosto che di crescente fiducia. La nostra natura malvagia sta soffocando le nostre aspirazioni per una vita piacevole.

La scommessa più sicura che possiamo fare oggi è quella di esplorare in profondità la natura e identificarne le regole ferree. Comprendendo la tendenza dello sviluppo della natura possiamo garantire un progresso rapido e indolore.

La conoscenza del funzionamento interiore del sistema della natura è la nostra unica ancora di salvezza nel mondo che cambia. Abbiamo bisogno di acquisire una conoscenza universale che includa il riconoscimento del sistema della natura, comprendendo come funziona e dove dirige il nostro sviluppo come esseri umani. Quando comprenderemo questo sistema, ci allineeremo con la legge generale della natura, la forza che opera e controlla tutto nella realtà.

Dall’amor proprio all’amore per gli altri

La formula con cui possiamo iniziare a far nostro questo potere superiore è “Ama il prossimo tuo come te stesso”. L’osservanza di questa regola richiede l’uscita dall’ego con cui siamo stati creati, l’uscita dalla nostra casa permanente di amor proprio e l’ingresso in una nuova dimora fatta di amore per gli altri. Questo è ciò che la saggezza della Kabbalah ci insegna e questo è il messaggio interno di Sukkot.

Amare il nostro prossimo come noi stessi è il mezzo per scoprire una nuova casa. Sulla via che porta dall’amor proprio all’amore per gli altri, la nostra immagine della realtà viene rimpiazzata.
I nostri sensi sono invertiti, la mente e il cuore cambiano direzione dall’interno verso l’esterno e ci viene rivelato un mondo opposto. Improvvisamente vediamo un mondo più alto e più vasto in cui si trova il programma di sviluppo e gestione della nostra vita.

Inoltre, quando i nostri occhi si aprono per vedere che siamo tutte parti di un solo organismo vivente, smettiamo di commettere errori e ci assicuriamo una felice convivenza sotto un unico tetto comune e globale. Felice Sukkot!

[234042]

Medium: “Perché non ci importa di un migliaio di vittime in Indonesia?”

Il portale di informazione online, Medium, ha pubblicato il mio nuovo articolo “ Perché non ci importa di un migliaio di vittime in Indonesia?

A pochi giorni dal terremoto di magnitudo 7.5 della scala Richter che ha colpito l’isola di Sulawesi in Indonesia, e dopo che un enorme tsunami ha distrutto gran parte di essa, le dimensioni del disastro stanno diventando chiare. Finora, circa 1.300 persone hanno perso la vita, così lontano da noi, a causa di questo disastro e il numero delle vittime potrebbe arrivare a svariate migliaia.

Sembra che più è alto il bilancio delle vittime più è grande l’indifferenza nel mondo. Tanto per rinfrescarci la memoria, nel 2004 il terremoto che ha colpito l’Indonesia, e i successivi tsunami, hanno causato 230.000 vittime. Il mondo intero si è mobilitato per fornire aiuto, ma la calamità attuale non sta suscitando molta comprensione nel mondo al di là dei soliti titoli sui giornali. L’uragano Florence che due settimane fa ha colpito la costa del Sud Carolina e ha provocato un totale di sei vittime, ha ricevuto costante attenzione mediatica a livello internazionale.

Lungo le strade distrutte in Indonesia campeggiano cartelli che dicono “abbiamo bisogno di cibo” e “abbiamo bisogno di aiuto”. Le squadre di soccorso internazionale si trovano in difficoltà ad operare senza adeguato equipaggiamento e decine di migliaia di feriti necessitano di cure. Centinaia di migliaia di abitanti hanno perso la casa e, in alcune zone, centinaia di persone sono ancora intrappolate in strutture crollate. Le loro voci sono diventate silenziose e i soccorsi potrebbero non raggiungerle mai.

Il mondo, che solo un mese fa seguiva con apprensione lo snervante salvataggio di un gruppo di ragazzini in una grotta nel nord della Tailandia, preferisce ora occuparsi dei discorsi di Trump e Percy.

Sarebbe un errore pensare che l’influenza dell’Indonesia in qualche luogo del sud est asiatico sia remota. Viviamo in un mondo globale e integrato, i vari disastri che ci hanno afflitto negli ultimi decenni mostrano l’interdipendenza che caratterizza il sistema globale in cui viviamo.

Apparentemente le nazioni si associano con organizzazioni internazionali il cui obiettivo dichiarato è l’interesse comune, ma in pratica portano avanti solo i loro interessi privati. La OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), la Nato, l’Organizzazione della Conferenza Islamica (G8), l’OCSE, l’ONU, la UE e persino Internet sono solo alcuni esempi delle reti che abbiamo creato, eppure, servono tutte più che altro per fare scena.

Ci manca la consapevolezza che stiamo navigando tutti insieme in mari burrascosi, ma sulla stessa barca, che la tempesta sta arrivando e potrebbe farci annegare tutti insieme. La competizione predatoria tra noi, guidata dall’egoismo incontrollato che caratterizza la razza umana, ci impedisce di sentire che siamo un’unica grande famiglia.

La natura, tuttavia, non riconosce i confini internazionali, non distingue tra ricco e povero e non trascura nessuno. La natura ci mostra quanto siamo vulnerabili. In definitiva il sistema di governo della natura ci costringerà a riconoscere la nostra interdipendenza e a raggiungere l’equilibrio nella società umana.
Sia che lo impariamo nel modo più duro o più semplice, vedremo che siamo tutti uno e che non c’è differenza tra indonesiani e americani, tra europei e africani, tra paesi sviluppati e paesi del terzo mondo. Viviamo insieme su un solo pianeta e agli occhi della natura siamo tutti uguali. Nessuno è più importante di un altro.

Piuttosto che ignorare questa realtà finché non ci sbattiamo la faccia, possiamo elevarci consapevolmente ad un livello più alto di connessione umana attraverso l’educazione e la pratica. Quando cominceremo a farlo, la nostra preoccupazione per tutta l’umanità crescerà e si svilupperà, e allora troveremo naturalmente il modo di costruire una vita sicura, bella e piacevole per tutte le persone del pianeta.

Dal Times of Israel: “Un’analisi sull’antisemitismo in America dopo la 2° commemorazione dei fatti di Charlottesville”

Il Times of Israel ha pubblicato il mio nuovo articolo “Un’analisi sull’antisemitismo in America dopo la 2° commemorazione dei fatti di Charlottesville

Cerchiamo di essere realistici. Le entità del razzismo e dell’antisemitismo in America non possono essere misurate dalla scarsa partecipazione al recente raduno “Unite the Right II”, la commemorazione per i diritti della supremazia bianca, avvenuta ad un anno dalle violente proteste di Charlottesville, in Virginia, che avevano portato ad una scia di morte e violenza. Poche persone potrebbero aver partecipato questa volta, ma le statistiche mostrano che la miccia dell’odio è appena stata riaccesa.

Alla manifestazione dello scorso anno, centinaia di nazionalisti bianchi avevano brandito le torce cantando “Gli Ebrei non ci sostituiranno”, ma era solo la punta dell’iceberg. Secondo la “Lega Anti-Diffamazione”, nel 2017 e nel 2018, negli Stati Uniti ci sono stati 3.023 casi di estremismo o antisemitismo.

Se guardiamo un po’ più in profondità vedremo che questa lotta trascende l’affiliazione politica e il colore della pelle. Al centro del sentimento di odio viscerale c’è un gruppo di persone molto specifico, ovvero gli Ebrei. Lo storico della University of Chicago, David Nirenberg, afferma che questo fenomeno “Non deve essere visto come un vecchio armadio relegato in un angolo dei vasti edifici del pensiero occidentale. Si tratta piuttosto di uno dei materiali principali con i quali è stato costruito quell’edificio”.

L’odio nei confronti degli Ebrei non ha bisogno di spiegazioni. Risiede nel subconscio collettivo delle nazioni del mondo. Come ha scritto il kabbalista Yehuda Ashlag nel suo saggio “Gli scritti dell’ultima generazione”: “È un dato di fatto che Israele sia odiato da tutte le nazioni per motivi religiosi, razziali, capitalistici, comunisti o cosmopoliti, ecc. Questo avviene perché l’odio ha la meglio su tutte le altre ragioni, ma ognuna di esse riesce a porre fine solo al proprio odio e in base alle proprie caratteristiche psicologiche”.

Un’analisi approfondita delle sfide affrontate dagli ebrei richiede una visione ingrandita della questione nel contesto dello sviluppo dell’umanità. La saggezza della Kabbalah spiega che le pietre miliari vennero poste per la prima volta nella metà del 1900, periodo che rappresenta un punto di svolta per l’umanità, quando terminò il suo sviluppo egoistico e passò a un’esistenza interdipendente e interconnessa.

Questa nuova realtà si manifesta a tutti i livelli dell’attività umana: economia, tecnologia, commercio e comunicazione. Per svilupparsi ulteriormente e armoniosamente è necessario un nuovo atteggiamento verso una connessione umana positiva, che corrisponda al livello di interdipendenza che vediamo raggiunto attraverso tali sistemi.

A poco a poco, persone di ogni ceto sociale, razza, religione, credo e nazionalità devono acquisire le capacità per integrarsi positivamente in una società interdipendente, cioè creare un’atmosfera di sostegno, incoraggiamento e amicizia al di sopra delle tendenze separatistiche. Torniamo all’antica Babilonia, durante il periodo di Abrahamo il Patriarca, quando il popolo ebraico ricevette il metodo per la connessione che dava ad ogni essere umano gli strumenti per unirsi agli altri, al di sopra delle differenze. Il popolo ebraico fu il primo a riceverlo ed era obbligato a trasmetterlo al mondo diventando “Una luce per le nazioni”.

Questo speciale metodo di connessione è la saggezza della Kabbalah. Essa ci insegna come superare il nostro ego, la potente forza che ci fa a pezzi. Usando la tabella di marcia della Kabbalah, creiamo un campo magnetico positivo, una forza altruistica per bilanciare la nostra inclinazione e le nostre azioni egoistiche.

Pertanto, non appena gli Ebrei creeranno un modello di società basato sulla solidarietà e sulla comprensione reciproca, saliranno alla stessa frequenza di connessione e amore che sta alla base della natura. Si armonizzeranno con la forza positiva, il potere supremo che poi permeerà la realtà.

Così i rapporti corrotti fra le persone, noti come Nazismo, razzismo e odio di ogni tipo, si trasformeranno in una coesistenza equilibrata per tutta l’umanità.

[232091]

Newsmax: “L’era degli smartphone ci chiede di colmare il divario nella generazione tecnologica”

Il più grande portale Newsmax ha pubblicato il mio nuovo articolo “L’era degli smartphone ci chiede di colmare il divario nella generazione tecnologica

Gli studi condotti in diversi paesi mostrano che la dipendenza dagli smartphone è in crescita.

La Francia ha recentemente vietato l’uso degli smartphone nelle scuole. La decisione è stata presa per la preoccupazione che gli studenti stessero diventando dipendenti dall’uso dei telefoni cellulari.

Queste mosse restrittive risolveranno il problema?

Oppure, abbiamo bisogno di indagare più a fondo per affrontare le sfide di una generazione cibernetica?

Mentre il fatto che i giovani stiano diventando sempre più dipendenti dalla tecnologia è praticamente indiscutibile, è altrettanto importante affrontare la dipendenza degli adulti dai telefoni cellulari e il suo impatto sul comportamento dei loro figli e della società. Un nuovo studio condotto in Gran Bretagna rivela un drammatico aumento della dipendenza dalla tecnologia.

Le persone, in media, controllano il proprio cellulare ogni 12 minuti, mentre un adulto su cinque trascorre online più di 40 ore alla settimana.

Se questo è il modello seguito dai bambini, come possiamo lamentarci delle loro abitudini se noi per primi “predichiamo bene e razzoliamo male”? Uno dei principali fornitori di servizi sanitari in Israele ha recentemente fatto una ricerca interessante sul comportamento dei genitori durante l’attesa e durante il trattamento dei loro bambini nell’unità pediatrica. Il risultato è stato che l’83 percento dei genitori era incollato al cellulare durante la visita medica.

Non sorprende che le conclusioni della ricerca raccomandassero ai genitori di spegnere i loro apparecchi tecnici per trascorrere del tempo con i propri figli.

Inoltre, in America, quasi nove persone su dieci passano del tempo online ogni giorno.

Possiamo, alla fine, navigare contro il vento del progresso tecnologico?

O è una conseguenza inarrestabile del naturale sviluppo umano?

È un fatto innegabile che le giovani generazioni siano state formate nell’era degli smartphone e dall’aumento dei social media. Sono parte integrante della loro esistenza sin dalla più tenera età.

Come parte del loro ambiente, sono tenute ad adattarsi alle nuove tecnologie e ad abbracciarle come un elemento naturale della loro educazione, sentendosi completamente a proprio agio e senza paura di sperimentare nuovi dispositivi, giochi e piattaforme.

Non abbiamo creato questo desiderio da soli, fa parte dello sviluppo della natura.

I genitori che sono essi stessi dipendenti dai telefoni cellulari non possono incolpare i propri figli di un uso eccessivo degli smartphone o dei loro conseguenti problemi comportamentali. I bambini prendono l’esempio da noi. Come possiamo allora lamentarci delle loro abitudini?

La nostra natura egoistica cresce sempre più, portandoci ad essere sempre più coinvolti e interessati a noi stessi, anche a spese degli altri, e anche se questi “altri” sono la nostra stessa famiglia.

La quantità di incontri faccia a faccia diminuisce man mano che aumentiamo il tempo che passiamo online, quindi come possiamo aspettarci una buona comunicazione con i nostri figli se non siamo pronti a rinunciare all’uso compulsivo dei dispositivi elettronici?

Se dovessimo abbandonare sia i nostri smartphone che quelli dei nostri figli, per migliorare la comunicazione tra di noi, allora riusciremmo a metterci “nei loro panni” per comprendere e soddisfare i loro bisogni e desideri? Se esitiamo, anche per un momento fugace, nel rispondere, allora forse sarebbe meglio se ci connettessimo ai nostri dispositivi insieme, in un luogo comune, invece di essere totalmente separati?

Non possiamo rifiutare il cambiamento perché avverrà comunque.

Il desiderio di riportare indietro il passato equivale a desiderare di far rivivere l’età della pietra.

I bambini sono cresciuti con i computer e Internet nelle scuole e a casa, trovano tutto online, musica in streaming, condivisioni video, cosa comprare, cosa indossare, dove andare, cosa fare e con chi uscire (ovviamente in modo virtuale). La tecnologia è per loro quasi un’estensione dei loro corpi.

Le attività all’aperto in luoghi urbani o naturali non sono così attraenti come una volta. Sono state sostituite da attività online. Se i giovani escono, sempre più spesso avverrà comunque in un posto dove saranno circondati da altri che sono immersi nel loro mondo digitale.

Il nostro mondo sta vivendo una profonda trasformazione, aprendosi a una realtà più spirituale e integrale. I giovani sono i primi ad abbracciare i cambiamenti poiché sono istintivamente alla continua ricerca di nuove strade e alternative. Ogni nuovo progresso rappresenta un passo in avanti per loro, un processo naturale anche se non sono pienamente consapevoli di come avvenga.

La comprensione e il miglioramento di questa nuova era richiedono un pulsante di riavvio che ci consentirà di utilizzare la tecnologia e fare un ulteriore passo in avanti, in nome della vera connessione, della solidarietà e della cura per gli altri.

Come tutto questo può essere realizzato? Adattando noi stessi non solo ai progressi tecnologici, ma a un’era rinnovata. Ora abbiamo nelle nostre mani tutti i mezzi per portare la società dal caos all’armonia. Usando la tecnologia per trarre beneficio e rafforzare i rapporti umani, possiamo adempiere a questo scopo.

Un tale fondamentale cambiamento può essere possibile solo creando contenuti significativi per insegnare sia agli adulti che ai bambini come si sviluppano la natura e l’umanità, spiegando come la natura stia guidando il mondo verso uno stato di equilibrio e su come migliorare la nostra comunicazione in favore di relazioni più equilibrate e armoniose all’interno della società.

[231432]

Newsmax: “Aria di cambiamento: gli Stati Uniti si ritirano dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite”

Il più importante portale di informazione online, Newsmax, ha pubblicato il mio ultimo articolo Aria di cambiamento: gli Stati Uniti si ritirano dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite

Abbiamo un cane da guardia che punta ossessivamente nella direzione sbagliata, non è forse il segno che stiamo negando l’evidenza dei fatti? La mossa senza precedenti da parte degli Stati Uniti di ritirarsi dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, segna un punto di svolta in un nuovo approccio globale volto a raggiungere l’equilibrio e l’efficienza degli organismi mondiali di monitoraggio.

Ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, paladina di questo nuovo approccio trasformativo nell’arena diplomatica e rappresentante della visione dell’attuale amministrazione, è stata irremovibile nell’esporre i motivi per cui la decisione è stata adottata:

Per troppo tempo, il Consiglio per i diritti umani è stato il protettore dei violatori dei diritti umani, e un pozzo nero di pregiudizi politici. Purtroppo, ora è chiaro che la nostra richiesta di riforma non è stata ascoltata.”

La decisione presa, arriva come una doccia fredda. Rappresenta l’inizio della fine del vecchio mondo, caratterizzato dalla priorità data agli interessi di pochi a scapito degli interessi della maggioranza. I venti del cambiamento sono stati introdotti da un nuovo ordine di crescente interdipendenza dell’umanità. E quando si tratta di una macchina sforna soldi come le Nazioni Unite, che “vantano” un record molto discutibile nel risolvere le questioni più “urgenti” per il mondo, un cambiamento del genere è necessario.

Le Nazioni Unite si occupano continuamente di alcune nazioni e chiudono un occhio sulle violazioni delle altre. Secondo l’Osservatorio dell’ONU, dal 2012 al 2015, l’86% delle risoluzioni adottate dall’Assemblea Generale sono state emesse nei confronti di un solo paese: Israele. In particolare, il Consiglio per i diritti umani ha avuto un ruolo chiave in questa attività. Nel giro di un decennio dalla sua istituzione nel 2006, ha approvato 135 risoluzioni critiche nei confronti dei paesi, più della metà di esse sono state indirizzate contro Israele.

Paradossalmente, molti dei paesi membri che valutano gli standard dei diritti umani e tengono conferenze su altre nazioni, sono classificati come paesi “non liberi” da Freedom House: Afghanistan, Angola, Burundi, Cina, Cuba, Congo, Egitto, Etiopia, Iraq, Qatar, Ruanda, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Venezuela.

Lo stato attuale delle cose ci sta portando a ripensare alla rilevanza degli organismi internazionali per il miglioramento dei diritti dell’umanità, nonché a valutare se dovremmo continuare o meno a perpetrare l’esistenza di organizzazioni che servono principalmente gli interessi delle élite politiche e finanziarie.

La buona notizia è che ci sono segni di trasformazione globale. I confini delle relazioni internazionali stanno diventando sempre più frastagliati, come abbiamo visto recentemente con il vertice del G7 e nell’incontro tra il Presidente degli Stati Uniti e il leader della Corea del Nord. Oggi, qualsiasi riunione può essere impostata in qualsiasi momento in base alle necessità. Non c’è bisogno di organizzare raduni di rappresentanti in una forma pluralistica.

Il mondo interdipendente di oggi non richiede organi rappresentativi artificiali per aiutarci ad avvicinarci l’uno all’altro. Noi stessi possiamo rafforzare la nostra solidarietà e indurre un cambiamento fondamentale nelle nostre relazioni. Quando i leader e il popolo delle nazioni in generale realizzeranno la portata della nostra interdipendenza globale, saremo in grado di dare il via a grandi progressi verso una società globale armoniosa.

Come? Stabilendo programmi educativi che favoriscano la connessione, perché ci aiuterebbero ad adattarci positivamente alle nuove condizioni globali interdipendenti. Alla fine le persone hanno bisogno di imparare come accettare, capire e andare d’accordo con tutti, oltre che essere influenzate da un’atmosfera di reciproca comprensione, supporto, consapevolezza e sensibilità. Tali programmi, guidati da un “consiglio di saggezza” formato da persone che hanno a cuore i migliori interessi della società, renderebbero quindi chiaro che il futuro luminoso del mondo non dipende dall’ONU e neppure da qualsiasi altro attore sulla scena internazionale, ma dalla qualità delle connessioni umane.

[229115]

JPost: “Perché creiamo teorie e filosofie su ciò che accade dopo la morte?”

Il Jerusalem Post ha pubblicato il mio nuovo articolo “Perché creiamo teorie e filosofie su ciò che accade dopo la morte?

Perché una persona che è ancora in vita ha bisogno di creare teorie e filosofie sulla morte? È una parte inseparabile della vita, quindi perché ci viene tenuta nascosta?

I livelli dell’immobile, del vegetale e dell’animale della natura non hanno consapevolezza della morte. Si sentono deboli quando sono vicini alla morte, ma solo per il fatto che la loro esistenza sta finendo. Pertanto, non si pongono domande su cosa succeda dopo la morte e in generale neanche riguardo al passato, al presente o al futuro. Queste domande emergono solo negli esseri umani, perché abbiamo un punto speciale al di sopra dell’esistenza corporea e animale.

Non sentiamo la vita mentre siamo gameti nei nostri genitori. Non sappiamo come i nostri genitori si siano incontrati e neppure come abbiano creato quell’iniziale cellula vivente da cui ci siamo sviluppati. Ci manca anche la sensazione di come il nostro corpo gradualmente si decomponga, dopo che qualcosa ne ha causato la morte, e di ciò che ne rimanga dopo.

Quello che soprattutto non riusciamo a capire è che, al contrario di animali e piante, sentiamo di esistere in qualcosa di più alto e più grande del nostro corpo. Non possiamo individuare questa sensazione, ma in generale la chiamiamo “vita”. Esiste l’esistenza, il vivere per la sopravvivenza e la riproduzione, ed esiste la vita, vivere per qualcosa di più grande.

Trascorriamo gran parte della nostra vita a contemplare, esaminare e ricercare ciò che è la vita e come possiamo riempire la nostra esistenza. Questo desiderio aggiuntivo al di sopra della nostra volontà di sopravvivenza significa molto per noi. Siamo pronti a sacrificarci e a soffrire per questo.

Lo sviluppo dell’umanità ci sta portando gradualmente verso un desiderio sempre più grande di comprendere la vita al di sopra delle nostre semplici necessità di sopravvivenza. Ciò che è particolarmente evidente nella nostra era è che, mentre viviamo nell’abbondanza per soddisfare le necessità della vita, più che in qualsiasi altro periodo storico, si risveglia l’eterna domanda sul significato e lo scopo della vita, più che in qualsiasi altra epoca.

Tuttavia, la risposta a questa domanda è inafferrabile.

La miriade di teorie, di fantasie e metodi che abbiamo sviluppato, sia religiosi che laici, sono tutte speculazioni infondate.

Perché?

Perché la forma delle nostre vite attuali è sigillata nella nostra innata natura corporea/materiale, cioè un desiderio di ricevere gioia e piacere. Ci sentiamo e ci identifichiamo in questo desiderio e non abbiamo la capacità di immaginare qualcosa al di fuori di esso.

Le nostre sensazioni, i pensieri, i desideri e le fantasie sono tutti finalizzati al soddisfacimento del nostro desiderio di godere.

Ma è questo il nostro unico desiderio?

Se avessimo solo il desiderio di godere, saremmo simili agli animali, bloccati unicamente da una spinta istintiva a soddisfarci al massimo in ogni momento della nostra vita.

Tuttavia, abbiamo un punto molto piccolo, una scintilla che proviene da un livello superiore rispetto alla nostra esistenza animale. A causa di questo punto che si risveglia in noi, ci poniamo le seguenti domande: “Qual è il significato della vita?” e “Per che cosa viviamo?”

Questo punto risveglia in noi anche sensazioni negative come insoddisfazione, vuoto, depressione, impotenza e disperazione; sensazioni che la generazione attuale percepisce più di ogni altra nel passato. Abbiamo organizzato le nostre vite per renderci liberi dalle preoccupazioni di provvedere alle nostre necessità e, proprio per questo, la domanda sul significato della vita è sorta in noi e ha fatto emergere altre domande più potenti. Ecco perché stanno emergendo molti problemi nuovi nella società umana.

Pensiamo che nell’umanità esistano tutti i tipi di desideri per il denaro, l’onore e la conoscenza, per tutte le cose oltre il livello dei desideri per cibo, sesso e famiglia. Tuttavia, abbiamo solo una domanda sul significato e sullo scopo della vita, che richiede una risposta.

Ci sono diversi livelli della sensazione e della consapevolezza che questa domanda comporta nelle diverse persone ed influenza fortemente la nostra vita quotidiana.

Le diverse filosofie, culture, costumi e credenze di ogni nazione sono alla fine tutte risposte alla domanda sul significato e sullo scopo della vita. Nei nostri bisogni di base per il cibo, il sesso e la famiglia, siamo tutti essenzialmente uguali. Tuttavia, nel momento in cui sorgono i nostri desideri sociali per denaro, onore e conoscenza, le nostre vite vengono modellate dall’intensità con la quale la domanda sul significato e sullo scopo della vita emerga in noi e su come rispondiamo ad essa. Differiamo in maniera molto precisa nel modo in cui rispondiamo a questa domanda.

Ci muoviamo in direzioni diverse cercando di rispondere alla domanda sul significato e sullo scopo della vita. Tuttavia, in mancanza di una risposta vera, che ci dia una soddisfazione duratura, continuiamo a sentirci delusi, vuoti e disperati. Di conseguenza, oggigiorno assistiamo a una riduzione del nostro sviluppo mentale ed emotivo. Nelle epoche passate, abbiamo avuto un grande rispetto per le filosofie, le scienze e le arti. Oggi, tuttavia, la società si sta orientando verso un maggior comfort e una maggior convenienza e valuta le tecnologie che possono servire come mezzi per raggiungere tali obiettivi.

Nonostante tutte queste comodità e distrazioni, rimane vero il fatto che se non troveremo una risposta soddisfacente alla domanda sul significato e sullo scopo della vita, allora soffriremo sempre di più… mentre le giovani generazioni si concentrano sulle tecnologie, che comunque non dureranno in eterno. Con sempre meno sforzi per costruire famiglie e dare alla luce bambini, non vogliono trasformarsi in “bestie ordinarie” che vivono in una mandria, perché la domanda sul significato della vita vive e respira in loro.

Fino ad ora, le giovani generazioni stanno rispondendo passivamente: “Noi non ci stiamo al vostro gioco. Se volete vivere e avere successo, così sia. Ma questo non fa per noi.” Il prossimo stadio dopo questa generazione sarà più acuto, e la sua risposta, molto più arrabbiata.

Più la risposta alla domanda sul significato della vita ci sfuggirà, più vedremo l’ascesa e la caduta di tutti i tipi di distorsioni che cercano di apparire al suo posto. La legalizzazione e la promozione delle droghe pesanti aumenteranno per cercare di calmarci. Nuove tecnologie emergeranno continuamente per rendere le nostre vite più facili, per farci sentire soddisfatti, seduti nelle nostre case tutto il giorno. Ma tali sforzi non serviranno a nulla.

Infatti, se impostiamo il nostro cuore per rispondere ad un quesito ormai molto famoso, sono sicuro che tutte le altre domande e i dubbi svaniranno all’orizzonte e vi volgerete verso di loro per ritrovarli svaniti nel nulla. Questa domanda indignata è una domanda che il mondo intero si pone, e cioè: “Qual è il significato della vita?” In altre parole, questi anni numerati della nostra vita che ci sono costati così tanto e le numerose pene e tormenti che soffriamo per viverli al meglio, chi è che se li gode? O ancora più precisamente, di cosa mi posso deliziare? È vero che gli storici si sono stancati di contemplarla e soprattutto nella nostra generazione. Nessuno vuole nemmeno prenderla in considerazione. Eppure la domanda si presenta amaramente e con veemenza, come sempre. A volte si presenta senza invito, sfiora le nostre menti e ci butta giù, prima che ritroviamo il famoso stratagemma di fluire senza consapevolezza nelle correnti della vita come sempre.
Yehuda Ashlag, Introduzione allo Studio delle Dieci Sefirot.

Secoli fa, Il Libro dello Zohar, così come il celebre kabbalista del XX secolo, Yehuda Ashlag (Baal HaSulam), predisse che, a partire dalla fine del XX secolo, la domanda sul significato della vita si sarebbe intensificata in tutta l’umanità, obbligando sempre più persone a mettersi alla ricerca della vera risposta. Coloro che nel frattempo rimangono insoddisfatti di ciò che la nostra cultura crea per soddisfare questa domanda e che continuano a esplorare approcci, metodi e ambienti diversi senza alcun risultato, dovrebbero alla fine trovarsi a indagare nella saggezza della Kabbalah.

La saggezza della Kabbalah è il metodo per percepire e sentire la realtà eterna mentre si vive ancora in questa vita terrena. Raggiungere una tale percezione alla fine risponde a domande del tipo “Cosa succede quando muoio?” E “Qual è il significato della vita?” Perché così facendo, accediamo alla nostra vita spirituale che continua a vivere dopo la morte dei nostri corpi fisici. Impegnandoci nel metodo, subiamo cambiamenti significativi che rivelano una percezione completamente diversa della realtà, scopriamo una soddisfazione duratura, una connessione più profonda con gli altri e con la forza che genera tutta la realtà e raggiungiamo un senso di completezza e armonia con il mondo che ci circonda. Questa meravigliosa saggezza è aperta a tutti e aspetta chiunque abbia un sincero desiderio di trovare la ragione principale del perché siamo apparsi qui, in questo pianeta.

[228956]