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Medium: “Il quadro ideale per un’esistenza felice”

Il più importante portale di informazione online, Medium, ha pubblicato il mio ultimo articolo “Il quadro ideale per un’esistenza felice

Com’è che l’essere felici è diventato un algoritmo difficile da decifrare? Stiamo forse usando la formula sbagliata? La realizzazione non dipende da denaro, potere o fortuna, ma da relazioni umane positive. Questo è il principio del corso sulla felicità tenuto nelle Università di Yale e Stanford: corso che è già diventato il più popolare nella storia di entrambe le Università.

Il corso si basa sulla psicologia positiva. Afferma che il nostro livello di gioia nella vita è determinato dalla qualità della nostra interazione con gli altri. In effetti, le persone sono più soddisfatte in un ambiente in cui prevalgono la solidarietà, il sostegno ed il senso di appartenenza. Al contrario, la competizione per dominare ed essere al di sopra degli altri mette una persona sotto costante stress, pressione ed isolamento.

Questo spiega perché le persone che si trovano ad avere a che fare con tutto questo, possono soffrire di depressione grave al punto che alcuni si tolgono la vita. I recenti suicidi della designer americana Kate Spade e del personaggio televisivo Anthony Bourdain rendono alla perfezione l’idea di quale sia la situazione. Come reazione a catena, pochi giorni dopo la loro morte, il numero di chiamate alle linee di crisi negli Stati Uniti è aumentato del 65% ed il volume delle linee di emergenza dedicato agli sms è salito al 116%.

Globalmente, circa 800.000 persone muoiono a causa di suicidi ogni anno, circa una persona ogni 40 secondi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Le statistiche mostrano che la mancanza di realizzazione sta raggiungendo proporzioni epidemiche. Attribuire tutto questo a condizioni esterne sarebbe una spiegazione semplicistica. Una persona può vivere nel mezzo di una foresta in una capanna di tronchi e sentirsi felice, oppure possedere un appartamento di lusso in un grattacielo, ma sentirsi miserabile e sola. Qual è il fattore chiave che fa la differenza tra questi stati? È l’influenza dell’ambiente.

Ciò che ci distingue dalle altre specie animali è l’aspetto sociale. Siamo plasmati e influenzati da ciò che ci circonda in ogni momento della nostra vita, attraverso la nostra famiglia, il lavoro e i media. Ognuno di noi può sentirsi oppresso o portato alle stelle dall’ambiente che lo circonda, a seconda di come assorbiamo tale influenza.

Una società egualitaria basata sulla solidarietà, in cui tutti si prendono cura degli altri, riceve quanto ha bisogno e lavora per il bene di tutti; questa è la cornice ideale per un’esistenza felice di tutti gli esseri umani ed il terreno solido per il futuro prospero dei loro figli.

Al contrario, la nostra ricerca egoistica e aggressiva di ricchezza, onore, conoscenza e potere non può essere una fonte di felicità. Questo perché nel momento in cui raggiungiamo quei desideri, un nuovo vuoto appare lasciandoci di nuovo insoddisfatti. Pertanto, la gioia più elevata, può trovarsi solo al di sopra dei singoli obiettivi della felicità, costruendo insieme un tessuto sociale coeso che influenzerà positivamente ogni membro della società.

Come ha scritto il kabbalista Rav Yehuda Ashlag nel quotidiano La Nazione, “È un dovere per ogni nazione essere fortemente unita, così tutti gli individui al suo interno sono legati l’un all’altro da un amore istintivo. Inoltre, ogni individuo dovrebbe sentire che la felicità della nazione è la propria felicità, e che la rovina della nazione è la propria rovina … Significa che, se in una nazione si percepisce armonia, è perché il popolo stesso della nazione ha determinato quella armonia, e la misura della felicità e della sostenibilità della nazione, sono determinate dalle caratteristiche del suo popolo”.

Tuttavia, il nostro attuale sistema educativo e l’ambiente che ci circonda, venerano la concorrenza ed il successo per il guadagno personale, anche se a scapito degli altri. Questa potrebbe essere la scoperta più importante per gli studenti di Yale e Stanford: è ingenuo pensare che qualcosa cambierà, se continuiamo ad essere controllati dalla nostra natura egoistica.

Michael Laitman, Congresso Mondiale di Kabbalah, New Jersey, Maggio 2018.

Pertanto, anche l’istituzione più prestigiosa non può insegnarci come essere felici. La soluzione sarebbe quella di iscrivere l’intera società a corsi di studio della felicità; il problema è che la società è in un certo qual senso a proprio agio nello status quo, che è il messaggio principale a cui è esposta la persona, un prodotto dell’ambiente.

Tuttavia, da un dolore straziate all’altro, da una crisi all’altra, dalla disperazione al dolore, gradualmente l’intera società sarà consapevole del suo pessimo stato attuale. Quindi scoprirà il percorso della Kabbalah, scelto da individui unici “disimpegnati” dai valori subdoli della società per attuare un processo di trasformazione al fine di incoraggiare legami stretti di unione ed amore, in cui, come detto sopra, risiede la felicità.

La Kabbalah è il metodo per costruire una società umana unita e felice. È il metodo che insegna i valori necessari per l’esistenza in un quadro sociale sano e su come relazionarsi agli altri in modo equilibrato. Inoltre, insegna un processo passo-passo su come connettersi positivamente per attirare una forza che dimora nella natura e che può cambiare la natura umana. Quindi, ognuno di noi imparerà a non anelare solo a soddisfare la propria felicità, ma anche quella degli altri.Una società umana armoniosa sarà quindi costruita per assicurare la felicità reciproca.

In una società del genere, il sistema per misurare la felicità sarà semplice: un essere umano la cui felicità e le emozioni positive scoppiano in qualsiasi momento, e vanno da lui agli altri e dagli altri a lui, è felice e soddisfatto. Saremo quindi tutti laureati con lode presso l’Università della vita.

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Medium: “Cosa succede quando moriamo?”

Il più importante portale di informazione online, Medium, ha pubblicato il mio ultimo articolo “Cosa succede quando moriamo?”

Dove andiamo subito dopo la morte? Cosa succede alla nostra mente, al nostro spirito e alla nostra anima quando moriamo? Voliamo in cielo per l’eternità o cadiamo all’inferno per l’eternità? Ci reincarniamo in questo mondo come altre persone, o anche come animali, piante o rocce? Continuiamo a vivere la vita che conduciamo all’infinito? Scompariamo semplicemente nel nulla?

Insegnamenti diversi offrono risposte diverse a queste domande. La scienza spiega come il corpo si decompone quando moriamo. In generale, la discussione su questo argomento si divide in due categorie principali:

1. Ci sono persone che hanno avuto esperienze di premorte e sono sopravvissute per descrivere ciò che hanno visto e sentito;

2. Le credenze religiose, le filosofie e altre teorie che offrono concetti sull’aldilà, sulla reincarnazione e sulla coscienza.

Questo articolo prova ad indagare sulla domanda “Cosa succede quando si muore?” dal punto di vista della saggezza della Kabbalah, e offre un approccio fondamentalmente diverso alla discussione attuale. Analizzeremo la versione della Kabbalah:

  • Che cosa è comune a tutte le esperienze di premorte e cosa possiamo imparare da loro?
  • Cos’è l’anima? Abbiamo già un’anima, ne riceviamo una quando moriamo o possiamo riceverne una durante la nostra esistenza?
  • Cosa succede alla nostra esistenza fisica quando moriamo?

Cosa possiamo imparare dalle esperienze di premorte?

Le persone che sono sopravvissute alla morte clinica hanno riferito una serie di sensazioni, come un nulla simile al sonno, una pacifica sensazione di fluttuare in cielo o in uno scenario tranquillo come un giardino, una luce brillante o un tunnel diretto verso una luce brillante, vedere e parlare con i propri cari defunti e anche esperienze extracorporee in cui potevano vedere cosa stava accadendo nella stanza in cui erano stati dichiarati clinicamente morti.

Cosa hanno in comune tutte queste sensazioni?

Sono tutte sensazioni di liberazione dal corpo fisico. Nelle esperienze di premorte, il corpo fisico non è più un ostacolo. Le persone si sentono come se appartenessero a qualcosa di diverso da quello che hanno identificato come il loro corpo. La mente continua a lavorare e ad elaborare le informazioni corporee, seppure in modo diverso.

Le esperienze di premorte esprimono un confine tra la nostra vita materiale e la morte. È un confine in cui finisce il contatto con le informazioni che abbiamo ricevuto attraverso i nostri sensi corporei, mentali e fisici.

In tali stati, il nostro desiderio diminuisce e la sua scomparsa equivale alla scomparsa della persona. In altre parole, la sensazione di vita che sperimentiamo nei nostri desideri individuali (cibo, sesso, famiglia) e desideri sociali (denaro, onore, controllo, conoscenza) svaniscono completamente e noi accettiamo il loro ritiro e cessiamo di ricevere, sentire, vivere e godere.

La sensazione di libertà dal corpo materiale segna il passaggio ad un nuovo stato. Questo nuovo stato, tuttavia, non è ancora la morte, né la spiritualità, né l’eternità.

Secondo la Kabbalah, questo stato è puramente psicologico. Qualsiasi cosa percepiamo in tali stati è limitato e minuscolo rispetto alle sensazioni di eternità e pienezza che, come afferma la Kabbalah, possiamo raggiungere molto più vividamente mentre siamo ancora vivi in questo mondo.

Come? Raggiungendo la nostra anima.

Cos’è l’anima? Fa parte del nostro corpo? La morte del corpo segna la nascita dell’anima o possiamo raggiungere la nostra anima mentre siamo vivi?

Secondo la Kabbalah, l’anima non è qualcosa in cui entriamo dopo la morte del corpo. Invece, è qualcosa che dobbiamo ottenere, una chiara percezione e sensazione, mentre siamo vivi. Se non raggiungiamo la nostra anima mentre siamo vivi, allora non ne abbiamo una.

L’anima è un desiderio al di sopra dei nostri desideri egoistici e corporei. Cioè, al di sopra dei nostri desideri di cibo, sesso, famiglia, denaro, onore, controllo e conoscenza, c’è un piccolo desiderio che s’interroga sul significato e lo scopo dietro a tutto ciò che sperimentiamo: il significato della vita. Nella Kabbalah questo desiderio è un piccolo punto chiamato “il punto nel cuore” che noi abbiamo l’opportunità di sviluppare. Il pieno sviluppo di questo punto è considerato il raggiungimento dell’anima.

Raggiungere l’anima è come percepire una vita aggiuntiva a quella attuale, una vita che ci è stata nascosta. Quando raggiungiamo il contatto con l’anima, questa diventa il centro della nostra vita. Rivalutiamo la nostra vita attuale e iniziamo a relazionarci ad essa ad un livello completamente diverso. La morte del corpo fisico diventa allora come cambiare la camicia. In altre parole, quando il nostro corpo fisico muore, continuiamo a reincarnarci in un nuovo corpo fino a raggiungere la piena estensione dell’anima, la quale viene descritta nella Kabbalah come “I 125 livelli di realizzazione spirituale”.

Se non raggiungiamo la spiritualità, tutto ciò che rimane è una Reshimò (una “reminiscenza” o “registrazione”). È un gene informativo spirituale, simile al DNA. Questa Reshimò si riveste in un nuovo corpo fino a far emergere in noi la domanda: “Qual è il significato della vita?” Questa domanda infine ci spinge a cercare la risposta: trovare un metodo e un ambiente per lo sviluppo dell’anima.

Cosa succede alla nostra esistenza corporea quando moriamo?

Quando moriamo, perdiamo la consapevolezza di tutto ciò che abbiamo percepito nelle nostre vite fisiche. Tuttavia, ciò significa che perdiamo tutto? No. Il tutto viene trasmesso sotto forma di caratteristiche della personalità. Questo spiega perché, ad ogni nuova generazione, i bambini siano più adatti ad affrontare la vita rispetto agli adulti. Ad esempio, i bambini di oggi sono istintivamente più competenti con le ultime tecnologie e prodotti, mentre la vecchia generazione li trova più complicati.

In ogni generazione successiva, la volontà di ricevere subisce un aggiornamento. Se la volontà di ricevere non riesce a portare una persona allo sviluppo spirituale, passa ad un nuovo stadio, ad un’altra opportunità. Tutti i problemi, i dolori e le conoscenze si accumulano gradualmente da una generazione all’altra, dirigendo la persona verso la necessità dello sviluppo spirituale.

Questo è ciò per cui è stata creata la saggezza della Kabbalah. Attraverso la saggezza della Kabbalah, possiamo ottenere l’accesso all’eterno ed intero sistema dell’anima, scoprire il suo potere interiore e diventare la sua parte attiva, rivelando la spiritualità come una chiara percezione e sensazione, e questo è lo scopo del nostro sviluppo.

I tempi attuali segnano un momento molto significativo nello sviluppo dell’umanità verso questo scopo, quello che i kabbalisti descrivevano come il momento in cui l’umanità in massa avrebbe iniziato a destarsi con domande sul significato e lo scopo della propria vita, e in cui la Kabbalah sarebbe stata rivelata e aperta a tutti per permetterci di realizzare questa opportunità durante la nostra esistenza e ottenere la vita eterna.

Newsmax: “Perché i social network ci rendono asociali”

Il più importante portale di informazione online, Newsmax, ha pubblicato il mio nuovo articolo “Perché i social network ci rendono asociali

Pensi che il social network che usi sia stato creato secondo le migliori intenzioni? Assolutamente no.

Una recente inchiesta della BBC ha analizzato il meticoloso lavoro che rende le applicazioni dei social network il più avvincenti possibile e riporta che approssimativamente un terzo della popolazione mondiale che utilizza i social network non si rende assolutamente conto di quale sia il problema: la loro involontaria esposizione alla manipolazione di una potente industria dedicata alla creazione di una dipendenza da droga per il proprio tornaconto finanziario.

I social network sono stati deliberatamente costruiti per influenzare le nostre emozioni, preferenze, decisioni, impulsi, energia, capacità di attenzione e interazione. I leader esperti di tecnologia ora parlano di ciò che è diventato un processo consolidato per penetrare nelle nostre menti e nelle nostre tasche.

“È come se spargessero una cocaina comportamentale su tutta la vostra interfaccia e questo vi dà il piacere di tornarci, tornarci e tornarci ancora”, ha riferito un ex ingegnere della Silicon Valley, Aza Raskin, in un rapporto investigativo britannico.

Il presidente fondatore di Facebook, Sean Parker, ha ammesso pubblicamente che la società aveva l’intenzione di catalizzare il maggior tempo possibile dei propri utenti, “sfruttando la vulnerabilità della psicologia umana”. Questo è ciò che ha portato alla progettazione di caratteristiche auto-validanti come il “Mi piace”, il pulsante che dà ai suoi utenti, nelle parole di Parker, “un piccolo colpo di dopamina”, stimolandoli a pubblicare sempre più contenuti.

Un pollice in giù per la disconnessione

La cultura di oggi ci misura con la popolarità di ciò che carichiamo, come se definisse chi siamo e quanto valiamo davvero. Questo crea l’abitudine compulsiva di controllare continuamente i nostri smart phone e di ignorare le persone che si trovano di fronte a noi. In particolare, le giovani generazioni sono la prova vivente di questo collegamento che sta venendo a mancare nella comunicazione. La comunicazione verbale e parlata, con il contatto visivo e il linguaggio del corpo, si è attenuata ed è stata sostituita con il guardare giù, ai nostri telefonini, picchiettandoli continuamente con i pollici, inviando immagini e frasi brevi piene di faccine. Tale comportamento influisce negativamente sullo sviluppo sociale dei bambini e dei giovani, ed è stato collegato direttamente alla depressione, all’ansia, ad un’immagine negativa del corpo e alla solitudine.

È una situazione paradossale. I social network dovrebbero creare più interazione umana per alleviare la solitudine e la depressione ma, al contrario, le persone che passano molto tempo sui social come sostituti per una reale connessione personale, si sentono più isolate, depresse e ansiose.

Ci confrontiamo costantemente con gli altri, siamo pressati e ossessionati dall’idea di mostrare di noi la perfetta immagine di successo e realizzazione, mentre nella vita reale c’è un vuoto profondo che peggiora con questa realtà artificiale.

Cosa possiamo fare? Oggi c’è così tanta dipendenza dai social network che disconnetterli tutti in una volta sarebbe controproducente. Aumenterebbero i crimini, la violenza, l’abuso di droga e i suicidi poiché le nostre capacità umane sono state praticamente dirottate.

Ciò di cui c’è bisogno è un processo di riabilitazione sociale globale, che deve essere attuato gradualmente fino a diventare esso stesso un social network alternativo e positivo, che si rivolge adeguatamente alla natura umana e promuove relazioni calorose e di sostegno, invece di un luogo sempre aperto alla calunnia e ai commenti al vetriolo.

Troviamo il modem dei nostri cuori

Come possiamo trasformare i social network in uno spazio di vera connessione umana che unisce le persone senza competere per il maggior numero di “Mi piace” e “Condivisioni”? Possiamo farlo concentrandoci sul potere dell’amicizia e dell’unione, soprattutto se messe al centro di relazioni umane positive.

La natura opera già in un modo che equilibra tutte le sue interazioni. Ad esempio, le cellule e gli organi di un corpo umano si concentrano tutti sul benessere dell’intero corpo e ciascuno riceve solo quello di cui ha bisogno, per poi dare in cambio tutto ciò che può a beneficio dell’intero corpo. Anche noi possiamo collegarci a questo potere positivo di amicizia e unione se prendiamo in considerazione sia il beneficio degli altri che quello dell’intera rete umana di cui facciamo parte. Abbiamo solo bisogno di usare la tecnologia e tutti i mezzi a nostra disposizione in modo più saggio, per imparare e riuscire così a collegarci ad un sistema connesso positivamente.

Ma come possiamo raggiungere un obiettivo così elevato considerando che la natura umana è innatamente egoista, cioè mira a beneficiare se stessa a scapito degli altri? Dobbiamo renderci conto che qualsiasi innovazione tecnologica che non faccia progredire l’umanità verso una più grande connessione positiva, la danneggia. Le organizzazioni che possono influenzare la diffusione dei social network, compresi i governi, arrecherebbero un buon servizio alla società se conducessero indagini sugli effetti nocivi delle piattaforme social e le regolassero per prevenire ulteriori danni non solo alla nostra privacy, ma anche al nostro benessere generale.

Non siamo progettati per elaborare dati come un computer o per memorizzare informazioni come un server cloud. Attivando il modem dei nostri cuori, consentendo una comunicazione più profonda e più significativa, sperimenteremo una connessione più positiva e una vita sociale molto più soddisfacente.

In poche parole, i social network, nella loro forma attuale, non riescono a connetterci in modo significativo. Tuttavia, ci rivelano le conseguenze delle nostre relazioni egoistiche. In questo modo possiamo imparare dai problemi della situazione attuale e iniziare a muoverci verso un cambiamento positivo. Questo risveglio delle coscienze umane è il primo fondamentale passo verso una vera trasformazione. Possiamo iniziare subito questo imponente cambiamento guardando al futuro e adottando in anticipo misure correttive per porre fine al sempre più profondo lavaggio del cervello dei social network e investendo i nostri sforzi in un profondo “lavaggio del cuore” globale.

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Newsmax: “La guerra commerciale di Trump ha azionato il tasto reset della politica globale”

Il più importante portale di informazione online, Newsmax, ha pubblicato il mio nuovo articolo “La guerra commerciale di Trump ha azionato il tasto reset della politica globale

Fedele al suo motto “Compra o noleggia americano”, il Presidente Trump persevera nella sua guerra contro il mondo. Non solo contro le nazioni che definisce nemici economici, quali ad esempio la Cina, ma anche contro quelle considerate da sempre alleate di lunga data e partner fidati, quali il Canada. Il Messico e la Comunità Europea sono gli ultimi ad essersi trovati in conflitto con Trump e i dazi da lui istituiti.

Mentre l’obiettivo di Trump è quello di far tornare a crescere la produzione e l’occupazione interna, gli effetti delle sue azioni si propagano in tutto il mondo.

In primo luogo, gli effetti a catena delle decisioni dei giocatori globali che gestiscono l’economia, la politica e i media mondiali, scaturendo dall’ego concentrato sulla massimizzazione del profitto personale, non possono far altro che peggiorare la crisi. Nel momento in cui Trump indebolisce queste interconnessioni, aiuta ad evitare che la crisi divenga fuori controllo.

In altre parole le élite stanno provando a controllare il mondo finanziario strutturando una serie di accordi commerciali che stanno privando la gente delle proprie ricchezze. E’ stata creata una chimera di progresso economico in alcuni paesi in via di sviluppo, ma in realtà la maggior parte dei profitti finisce nelle mani dei potenti mentre gli effetti negativi di tutto questo ricadono sulle masse.

Le mosse di Trump, sebbene orientate a salvaguardare la capacità competitiva americana, rappresentano un approccio contrario alla globalizzazione, indebolendo le connessioni internazionali o comunque non supportandone la struttura.

Dunque, sebbene molti analisti stiano sottolineando quanto Trump stia creando tensioni e conflitti, egli in realtà sta ostacolando i giocatori globali che rafforzano l’instabilità globale.

Inoltre il mondo, giorno dopo giorno, sta diventando sempre più interdipendente. Che a noi piaccia o meno, sarà necessaria una nuova piattaforma connettiva tra la gente e i paesi, un nuovo modello di organizzazione sociale.

Trump svolge un ruolo interessante in questo stadio evolutivo. Sta spingendo la politica mondiale verso una fase di annullamento. Il suo comportamento volgare e diretto, è l’esatto opposto di ciò a cui eravamo abituati e questo ci aiuta a liberarci di tutte quelle idee che ci sono state inculcate dai politici. Il risultato è che Trump sta limitando l’uso dei soliti concetti vaghi utilizzati dai politici per la loro ascesa al potere.

Inoltre il suo approccio pragmatico e sempre orientato agli affari, senza perbenismi e focalizzato alla massimizzazione del risultato, costringe gli altri a ritornare ad un comportamento basato su un semplice do ut des. I vari stati sono sempre più focalizzati su questo modo di agire, e ciò porterà a quella ripartenza necessaria a creare nuovi sistemi di connessione nel futuro.

Medium: “Gli abusi negli asili sono lo specchio della società del XXI° secolo?”

Il portale Medium ha pubblicato il mio ultimo articolo: “Gli abusi negli asili sono lo specchio della società del XXI° secolo?”

Rabbrividiamo ogni volta che sentiamo parlare dell’ennesima terrificante storia di abusi sui bambini, come nei casi di quegli assistenti all’infanzia che sono stati recentemente arrestati in Israele e in Arkansas.

Anche se inconcepibile, l’abuso negli asili sembra essere ormai una pratica diffusa e sistematica. I dati raccolti in 39 stati negli Stati Uniti, ad esempio, mostrano che in 5.321 strutture di assistenza all’infanzia sono stati riscontrati atti di abuso. In Israele si stanno compiendo sforzi per spingere l’approvazione della legge che obblighi tutti gli asili ad installare le telecamere di sicurezza, poiché i genitori si sono resi conto che nessuno può garantire la sicurezza dei propri figli.

Ma qual è la causa che spinge coloro che paghiamo per prendersi cura dei nostri figli, a comportarsi in modo così mostruoso? E come possiamo limitare questo fenomeno quando non abbiamo il controllo su ciò che accade all’interno degli asili?

È difficile da capire, ma questi orribili episodi rivelano il cuore freddo e di pietra che pulsa dentro all’essere umano. Quando l’ego ci sovrasta, ci travolge con un alto grado di irrequietezza e furia che vince su tutto, spingendoci a fare del male a chiunque, persino ad un bambino indifeso.

E con i bambini piccoli che non sanno ancora esprimersi, non c’è nulla che impedisca al mostro di esplodere. In quest’ottica i dati mostrano che la fascia di età più a rischio di abuso è compresa tra 0 e 3 anni.

“Che razza di mostro può fare questo?”

“Se io stessa avessi visto un video di questo tipo online”, ha detto l’insegnante della scuola materna israeliana mentre le veniva mostrato il filmato del suo comportamento violento, “vorrei chiedere: che razza di mostro può fare questo?”

Evidentemente, non possiamo vedere la nostra colpa nel momento della verità. Il cuore di pietra ci acceca e rimuove il senso di colpa, facendoci perdere la cognizione delle nostre azioni, senza esserne consapevoli.

Quindi, anche se mettessimo le telecamere ovunque, non risolveremmo il problema alla radice. Il mostro si trova all’interno di ogni assistente all’infanzia e, in effetti, in ognuno di noi. La domanda è: chi risveglia il mostro dal suo letargo?

Possiamo facilmente biasimare certi individui per le loro azioni di abuso e dovremmo certamente impedire loro di continuare. Ma questi sono solo i risultati che emergono in superficie. Il mostro che si risveglia è una malattia sociale che è in incubazione da decenni e che sta scoppiando sempre più ai giorni nostri.

Come siamo arrivati a questo punto

Fino alla metà del XX° secolo, allevare bambini era completamente diverso da ciò a cui siamo abituati oggi, e tuttavia era un modo più vicino al nostro sviluppo naturale di esseri umani. Le madri erano solite avere condizioni migliori per allevare i figli e prendersi cura del loro benessere. Ed erano socialmente apprezzate per averlo fatto.

Poi c’è stata la rivoluzione industriale, insieme a potenti interessi acquisiti che hanno cercato di modificare l’ordine sociale a scopo di lucro. Le donne sono state spinte nel mondo del lavoro, che veniva collegato agli ideali liberali di emancipazione femminile e al loro status di uguaglianza nella società. Questo veniva fatto per massimizzare la produzione ed il consumo ad un livello che il mondo non aveva mai conosciuto prima.

La risultante società dei consumi è stata progettata per saccheggiare le risorse del pianeta in modo da orientare la vita umana all’eccesso materiale. A poco a poco, le persone hanno abbracciato un nuovo stile di vita che ha rimodellato l’ordine sociale e l’unione familiare.

Tuttavia, come evidenziano gli studi sulla felicità, in realtà né noi né i pochi ricchi troviamo alcuna genuina soddisfazione e conforto nella caccia ciclica all’acquisizione materiale.

Il risultato? Una società in cui i bambini vengono strappati dalle loro madri e gettati nelle mani di una tata, anche lei coinvolta nella corsa materiale. Una società “libera” dove tutto è permesso e i confini sono sfuocati. Una società in cui la connessione naturale tra genitore e figlio è stata significativamente compromessa e svalutata. Una società in cui l’ego mostruoso e disinibito può esplodere anche verso i bambini indifesi.

L’abuso sui bambini è lo specchio della società umana nel XXI° secolo.

I nostri figli hanno bisogno di una rivoluzione sociale

Allora, cosa abbiamo intenzione di fare al riguardo? Come potremo prevenire incidenti simili in futuro? Come potremo guarire la malattia della nostra società?

Finché non lavoreremo per un cambiamento radicale nei valori sociali, possiamo dichiararci tutti colpevoli per l’abuso nei centri per l’infanzia.

Questo non è un appello per tornare indietro nel tempo. Anzi. È un campanello d’allarme per la prossima rivoluzione. Proprio come la rivoluzione industriale ci ha insegnato a condurre uno stile di vita materiale, la prossima deve insegnarci a condurre uno stile di vita sociale.

Innanzitutto, dobbiamo dare la priorità all’istruzione. Dovrebbe diventare la professione più apprezzata dalla società. Un educatore deve ricevere un riconoscimento sociale insieme alle condizioni per mantenere la propria integrità professionale. Dobbiamo scegliere degli assistenti all’infanzia che dimostreranno la loro passione nell’allevare i nostri figli, che acquisiranno una profonda comprensione della natura umana e che saranno addestrati ad esercitare la moderazione e l’autocontrollo in ogni situazione.

Queste sono solo alcune delle linee guida alle quali dovrebbe attenersi qualsiasi educatore che lavori con i bambini. Ma la vera rivoluzione avverrà quando noi, gli adulti, ci siederemo in cerchio, proprio come all’asilo, e coltiveremo l’essere umano dentro di noi, uniti contro il mostro che può risvegliarsi.

Quando ridefiniremo l’obiettivo della vita, sostituiremo la corsa alla materialità con una crescente sensibilità alla nostra profonda connessione umana che ci darà un nuovo senso di significato e realizzazione.

Nello specifico, la saggezza della Kabbalah che viene rivelata ai nostri tempi, è pensata per far luce sulle naturali connessioni umane tra le persone e le aiuta a svilupparsi fino all’ultimo livello: scoprire il sistema di connessione che ci lega tutti insieme come un’unica famiglia.

“Gli scontri fra Iran e Israele e il perché i nemici di Israele non le danno tregua”

Il famoso portale Breaking Israel News ha pubblicato il mio nuovo articolo: “Gli scontri fra Iran e Israele e il perché i nemici di Israele non le danno tregua

“Se è impossibile suonare lo Shofar della redenzione, i nemici di Israele, Amalek, Hitler, ecc., arriveranno e ci richiameranno alla redenzione, ci hanno avvertito e non ci daranno tregua”.
(Rav Abraham HaCohen Kook)

Dopo lunghi periodi durante i quali Israele è stata in guerra con tutti i paesi limitrofi, l’Iran, il nemico di turno, la avverte che non le darà tregua.

La settimana scorsa è arrivato il momento in cui, fra i due paesi, dopo anni durante i quali hanno mostrato i muscoli, sono cominciati a volare i primi colpi. Ore dopo la rivendicazione dell’attacco alle forze israeliane sulle alture del Golan con razzi iraniani, Israele ha reagito sparando dozzine di missili sulle postazioni iraniane in Siria. Il breve ma intenso conflitto ha sollevato il timore che, nella regione, la violenza si intensificasse e potesse portare ad uno scontro diretto tra i due nemici.

Il solo modo di proteggere il popolo di Israele

Non sono un esperto nella risoluzione di conflitti internazionali. La storia, tuttavia, mi ha insegnato che Israele sarà sempre nel mirino dell’umanità e non avrà pace proprio a causa del ruolo unico che ha nei confronti del mondo, ovvero, quello di connettersi “Come un solo uomo con un solo cuore” e dare all’umanità un esempio positivo di connessione, cioè essere “Una luce per le nazioni”. Il solo rimedio che può proteggere dai problemi il popolo di Israele è realizzare questo compito. Finché non raggiungeremo una certa qualità e quantità di connessioni positive, al di sopra delle differenze, potremo solo aspettarci che le tensioni continuino a crescere.

Nel corso dei secoli, tutti i grandi leader ebraici hanno diffuso questo messaggio in tutti i modi possibili. Rabbi Kalman Kalonymus in Maor va Shemesh (Luce e Sole) scrisse: “Nessuna calamità può abbattersi su Israele quando tra loro ci sono l’amore, l’unione e l’amicizia”. Similmente, Rabbi Shmuel Bornsztain in Shem mi Shmuel (A Name Out of Samuel) scrisse: “Quando tutto Israele è come un solo uomo con un solo cuore diventa un muro fortificato contro le forze del male”. Allo stesso modo Rabbi Yehuda Leib Arieh Altar, ADMOR di Gur, ha sottolineato nel Sefat Emet (Vera Lingua): “L’unione di  Israele porta grandi redenzioni e allontana tutti i calunniatori”.

Perché il mondo ruota attorno ad Israele

Il popolo di Israele funge da nodo centrale nella rete di connessione umana. Se cerchiamo di connetterci positivamente al di sopra delle differenze, permettiamo che la forza di connessione positiva della natura fluisca, attraverso di noi, in tutta la rete di connessione umana. Di conseguenza, le persone iniziano a cambiare, anche se inconsciamente. La connessione sarebbe più apprezzata e come effetto secondario, l’atteggiamento verso il popolo di Israele sarebbe più positivo. D’altra parte il fallimento nell’investimento per rafforzare la connessione umana stimola la forza negativa ad alimentare ulteriormente l’inconscio umano, permettendo così alle fiamme dell’odio di divampare sempre più alte nella nostra direzione. Pertanto, nell’attuale situazione con l’Iran, è solo una questione di tempo prima che il popolo di Israele sia giudicato come quello da incolpare per la tensione.

Israele attualmente lavora contro la sua missione divina

Il clima di paura ci unisce nei periodi in cui tali tensioni sfociano in una guerra a tutto campo. Smettiamo di preoccuparci delle dispute interne e tutti si concentrano sulla protezione dalla minaccia esterna. Tuttavia, questa connessione temporanea non ha una forza duratura, nel senso che, nel momento in cui scompare la minaccia esterna, ricominciamo come al solito e le nostre dispute interne sono di nuovo al centro della scena.

Pertanto, mentre il tempo gioca ancora a nostro favore, dobbiamo preoccuparci di avviare la nostra connessione attraverso incentivi positivi. Il mondo sta aspettando che portiamo a termine la nostra fatidica missione, ovvero, quello di infonderlo con una connessione positiva. Quanto più possiamo ispirare relazioni di cura, gentilezza e amore reciproci al di sopra delle nostre inclinazioni di divisione, tanto più apriremo la strada ad un nuovo atteggiamento chiave che investa l’umanità. La mia speranza è che useremo la nostra ambiziosa energia per ravvivare la nostra connessione e diffonderla a tutto il mondo il prima possibile, invece di aspettare che tumulti e sofferenze ci spingano sull’orlo del baratro.

“La privacy nella nuova era digitale: cosa dobbiamo nascondere?” – Linkedin

Linkedin: “La Privacy Nella Nuova Era Digitale: cosa dobbiamo nascondere?

Sig. Zuckerberg” ha chiesto il senatore Dick Durbin riguardo al modo in cui l’amministratore delegato di Facebook vede la sua privacy: “Le piacerebbe condividere con noi il nome dell’hotel in cui ha soggiornato la scorsa notte?”

“Ehm …”. Zuckerberg ha preso del tempo per rispondere, mentre dozzine di telecamere e giornalisti lo guardavano. “No”, ha risposto il giovane in giacca e cravatta. La folla si è messa a ridacchiare mentre lui rispondeva alla sorprendente domanda.

Durbin ha continuato a chiedere:”Se ha inviato messaggi a qualcuno questa settimana, le piacerebbe condividere con noi i nomi delle persone a cui li ha inviati?”

“Senatore, no, probabilmente non lo farei pubblicamente qui,” ha risposto Zuckerberg con più fervore. Ma il senatore Durbin, come molti dei suoi colleghi, non era soddisfatto neanche quando la piccola faccia di Zuckerberg si è voltata a guardarli con un’espressione umiliata.

Per oltre sei ore, il fondatore e amministratore delegato di Facebook, Mark Zuckerberg, ha testimoniato davanti al Senato a Washington. Zuckerberg ha dovuto spiegare come le informazioni private di 87 milioni di utenti siano cadute nelle mani di Cambridge Analytica, una società di analisi dati.

In effetti, ciò che veniva interrogato su quella posizione non era Facebook, né il suo amministratore delegato, ma il diritto alla privacy. In un mondo tecnologico avanzato, con uno spazio virtuale aperto e sempre più interconnesso c’è spazio per la privacy nelle nostre vite?

La mia risposta è: oramai no. Gli utenti di Internet potrebbero lottare per questo, ma la tendenza futura mostra che non c’è molto da nascondere.

Le leggi dovrebbero infatti essere legiferate per limitare la capacità dei grandi monopoli di scambiare le nostre informazioni e calpestare i nostri diritti. Ma questo non è il punto principale. La società umana sta marciando verso una nuova era in cui tutti sapremo tutto di tutti, dalle informazioni più elementari che qualsiasi minore fanatico del computer può facilmente rintracciare, alle azioni più apparentemente imbarazzanti che cerchiamo di nascondere agli occhi dei nostri vicini e colleghi .

Stiamo vivendo una profonda trasformazione di quello di cui ci vergogniamo, una nuova era in cui tutto viene svelato. Presto diventerà chiaro che siamo tutti fatti della stessa pasta.

Superare la facciata del perbenismo e vedere come siamo

Una breve occhiata ai leader del mondo di oggi e alla loro immagine pubblica, rivela la nuda verità: il presidente Clinton aveva rapporti sessuali extraconiugali; il presidente Trump si trova ora di fronte alle accuse di aver tradito sua moglie con pornostar; l’ex primo ministro italiano, Silvio Berlusconi si vantava dei suoi orgiastici party “bunga bunga”; le storie dell’ex dittatore libico, i party passion di Gheddafi abbondano, così come una miriade di altre voci di diversi personaggi pubblici.

Persone e funzionari pubblici non sono diversi dagli altri. Il loro ruolo ufficiale non li rende immuni dalle pulsioni e dagli impulsi naturali insiti in ogni uomo e donna del mondo. Ogni uomo, piccolo o grande, operaio o dirigente, anziano o giovane, è guidato dai desideri di gustare cibo, sesso e famiglia. In questi desideri non siamo diversi da qualsiasi altro animale. Pertanto, non c’è motivo di rimanere perplessi riguardo alle informazioni rivelate su di noi nei social media, non rivela nulla di nuovo sulla nostra vera natura.

Se qualcuno ha un problema con la tua natura, con le tue preferenze e inclinazioni, le tue passioni e comportamenti, il tuo personaggio e i tuoi pensieri, allora puoi rispondere con una frase dei saggi ebrei: “Vai dall’artigiano che mi ha fatto e digli: “Quanto è brutto il vaso che hai creato” (Talmud, Taanit 20a-b).

Nel momento in cui realizzeremo che siamo fatti tutti della stessa pasta, ognuno con una diversa sfumatura e colore del desiderio, la privacy diventerà una cosa del passato. Quando ciò accadrà, potremo approfondire ciò che ci rende umani.

Allora cosa ci rende umani?

Siamo composti da due livelli: il livello fisico-corporeo e il livello umano-spirituale. Nel primo livello ogni persona ha bisogno di soddisfare i propri desideri corporei. Questo va bene, a condizione che nel processo non venga fatto alcun danno a nessuno. Nel secondo livello c’è la nostra essenza interiore, che è ciò di cui abbiamo bisogno per una vera, sincera connessione con gli altri.

Questo secondo livello è nascosto. È il livello profondo delle relazioni con gli altri, un livello spirituale che non viene sperimentato nei nostri legami corporei del primo livello. Si chiama “l’umano” in noi, esattamente come i kabbalisti si riferiscono ad esso, e per coglierlo ulteriormente, è necessario evolvere in maniera consapevole.

Dal momento che il secondo livello è nascosto, esso è intangibile e non possiamo percepirlo. Noi identifichiamo erroneamente il nostro sé spirituale “umano” al nostro corpo fisico umano. Di conseguenza, creiamo norme sociali e valori morali che limitano l’uso del corpo umano, cioè il soddisfacimento dei desideri del primo livello.

Proprio a questo punto entrano i social media a rendere palese il modo in cui ci limitiamo. I social prosperano nel celebrare la nostra mancanza di connessione con la nostra essenza interiore. Per continuare a fare soldi i media ci deludono giorno e notte, producendo spettacoli stravaganti dei nostri impulsi naturali. I media drammatizzano i comportamenti e le azioni che derivano dalle nostre pulsioni istintive di base, invece di ricordarci che è la nostra vera natura, e la loro. E così siamo gradualmente sottoposti al lavaggio del cervello da un sistema di valori falsi, lodando o rimproverando gli altri per le pulsioni naturali con cui sono nati.

Una versione corretta dei social media si impegnerebbe a creare connessioni umane positive, “per connettere le persone, costruire comunità e avvicinare tutto il mondo”, come testimonia Zuckerberg davanti al Congresso degli Stati Uniti e al mondo. I media devono aiutarci ad elevarci al secondo livello nascosto; creare un nuovo insieme di valori basati non sui nostri corpi e impulsi naturali, ma un insieme di valori volti a raggiungere la nostra essenza, a rafforzare il nostro contributo alla società e ad incoraggiare buone relazioni.

Gli umani sono cablati per la connessione

La vittoria del pubblico nella lotta per la privacy sarà possibile quando iniziamo a sviluppare il nostro ” interiore umano”, connettendoci in modo significativo e positivo agli altri. È attraverso le relazioni reciproche che scopriremo la forza nascosta della natura; una forza che ci lega a tutti i livelli e che ci fa sempre più pressione per svegliarci ed affrontare la nostra connessione reciproca. Raggiungendo una tale reciproca sensazione della forza superiore della natura, alzeremo la cortina di nebbia che copre ciò che riteniamo privato e vergognoso, e questo “mistero” che circonda il mondo virtuale sparirà.

I social media, con Facebook come uno dei suoi attuali protagonisti, hanno la capacità di creare tendenze positive che possono ispirare ed elevare l’umanità a una maggiore connessione. Hanno il potere di impostare il tono sociale e creare una nuova cultura, di affinare la percezione sociale della realtà in una sana percezione della natura umana e di aiutare ogni persona ad adottare nuove comprensioni sulle proprie pulsioni fisiche e spirituali.

Quando un contenuto significativo scorrerà nelle vene dei social network, nessuno si vergognerà più o avrà più paura dell’esposizione. Più ci identifichiamo con il nostro livello spirituale che è disconnesso da qualsiasi necessità fisica, più saremo in grado di essere calmi a fronte di tali incidenze, come questa perdita di privacy di decine di milioni di utenti. Sapremo come mettere il nostro sé nella giusta prospettiva, quella fisica e quella spirituale. In un clima sociale di questo tipo, l’unica vergogna che affliggerà l’uomo sarà quando uno si osserverà attentamente e si chiederà: “Ho investito abbastanza nella creazione di relazioni positive? Ho contribuito a una connessione positiva nella società? Sono stato attento agli altri, come dovrebbe essere un ‘umano’? “

Dal Jewish Boston: “La Pasqua: una storia di ebrei che volevano essere egiziani”

Il Jewish Boston ha pubblicato il mio nuovo articolo “La Pasqua: una storia di ebrei che volevano essere egiziani

Per la maggior parte di noi la storia dell’esodo dall’Egitto non è altro che una favola. E’ una storia affascinante, senza dubbio, ma è rilevante ai nostri giorni? Presentata davanti ai piatti che ci vengono serviti a tavola, si tratta di un ingiusto accostamento con l’Haggadah. Ma se sapessimo cosa significa veramente la Pasqua per tutti noi, ci “berremmo” la storia invece di aspettare che questa lasci il posto all’evento principale: il cibo.

Dietro alla storia della lotta fatta da una nazione per essere libera, c’è la descrizione di un processo che noi ebrei abbiamo attraversato e che stiamo tutt’oggi attraversando. A buona ragione la Torah ci ordina di vedere noi stessi ogni giorno come se fossimo appena usciti dall’Egitto. Le sofferenze dei nostri antenati dovrebbero essere sia avvertimenti che indicazioni, che ci dicono quale strada percorrere in un mondo pieno di incertezza e trepidazione.

Il periodo di maggior prosperità di Israele in Egitto

Quando i fratelli di Giuseppe entrarono in Egitto, avevano tutto. Giuseppe l’ebreo era di fatto il governante d’Egitto. Con la benedizione del Faraone egli decideva tutto ciò che sarebbe avvenuto in Egitto, come il Faraone disse a Giuseppe: “Sovrintenderai alla mia casa e tutto il popolo obbedirà ai tuoi ordini… Guarda, io ti costituisco capo di tutto l’Egitto… Io sono il Faraone ma senza il tuo permesso nessuno deve alzare la mano o il piede in tutto l’Egitto” (Genesi 41:40-44).

Grazie alla saggezza di Giuseppe, l’Egitto non solo divenne una superpotenza ma rese schiave le nazioni confinanti e prese il denaro dei loro popoli, la terra e le greggi (Genesi 47:14-19). Ed i principali beneficiari del successo d’Egitto furono la famiglia di Giuseppe, gli ebrei. Il Faraone disse a Giuseppe: “La terra d’Egitto è a tua disposizione; nel miglior sito del paese colloca tuo padre ed i tuoi fratelli, lascia che essi vivano nel paese di Goshen (la parte d’Egitto più ricca e lussureggiante) e se conosci che vi siano tra essi uomini di valore, mettili a capo delle mie greggi” (Genesi 47:6).

Vi è un buon motivo per cui Giuseppe divenne così di successo. Tre generazioni prima il suo avo, Abrahamo, trovò un metodo per curare tutti i problemi della vita. Il Midrash Rabbah ci dice che quando Abrahamo vide i suoi concittadini ad Ur dei Caldei che combattevano fra loro, lui ne fu profondamente turbato. Dopo una lunga riflessione egli capì che essi stavano diventando sempre più egoisti e non riuscivano più ad andare d’accordo. L’odio tra loro era la causa delle loro liti e lotte, a volte mortali. Abrahamo capì che l’ego non poteva essere cancellato ma poteva essere coperto con l’amore, focalizzandosi sulla connessione piuttosto che sulla separazione. Per questo Abrahamo è ritenuto il simbolo della gentilezza, dell’ospitalità e della misericordia.

Nonostante Nimrod, re di Babilonia, espulse Abrahamo dalla Babilonia, la Mishneh Torah del Maimonide (Capitolo 1) e molti altri libri, raccontano come egli vagò verso la terra di Israele e raccolse decine di migliaia di seguaci che capirono che l’unione al di sopra dell’odio è la chiave per una vita di successo. Quando arrivarono nella terra di Israele, egli era un uomo ricco e prospero, o come lo descrive la Torah, “Ed Abrahamo era molto ricco in bestiame, argento ed oro” (Genesi 13:2).

Abrahamo tramandò la sua saggezza a tutti i suoi discepoli e discendenti. Secondo il Maimonide “Abrahamo instillò la sua dottrina (dell’unione al di sopra dell’odio) nei loro cuori, scrisse libri sull’argomento ed insegnò a suo figlio, Isacco. Isacco insegnò a Giacobbe e lo nominò insegnante, affinché insegnasse… e Giacobbe il nostro Padre insegnò a tutti i suoi figli” (Mishneh Torah, Capitolo 1). Giuseppe, dalla parola ebraica osef (riunire/raggruppare) fu il principale discepolo di Giacobbe e si impegnò per mettere in pratica gli insegnamenti di suo padre. In Egitto il sogno di Giuseppe di unire tutti i fratelli sotto di sé divenne realtà e tutti ne beneficiarono. Questo fu il periodo di maggiore prosperità della permanenza degli ebrei in Egitto.

Come le circostanze ci sono diventate avverse

Tutto cambiò quando Giuseppe morì. Come avviene ogni volta nel corso della storia, quando gli ebrei hanno successo, il loro ego li vince e loro desiderano abbandonare la via dell’unione e diventare come le popolazioni locali. Questo abbandono è sempre l’inizio di una svolta verso il peggio, finché una tragedia o una prova ci obbligano a riunirci di nuovo. L’Egitto non fece eccezione. Nel Midrash Rabbah (Esodo, 1:8) è scritto che “Quando Giuseppe morì essi dissero ‘Permettici di essere come gli egiziani’. Poiché dissero questo, il Creatore trasformò l’amore che gli Egiziani provavano per loro in odio, come fu detto (Salmo 105) ‘Egli cambiò il loro cuore affinché odiassero il Suo popolo, affinché abusassero dei Suoi servitori’ “.

Nel Libro della Consapevolezza (Capitolo 22) è scritto anche più esplicitamente che se gli ebrei non avessero abbandonato il loro percorso d’unione, non avrebbero sofferto. Il libro inizia citando il Midrash che ho appena menzionato ma poi aggiunge “Il Faraone guardò i figli d’Israele dopo Giuseppe ma non riconobbe Giuseppe in essi”, cioè la qualità di radunare, la tendenza ad unire.

E poiché “Furono fatti nuovi volti, il Faraone proclamò nuovi editti su di essi. Vedi, figlio mio,” il libro conclude, “tutti i pericoli e tutti i miracoli e le tragedie provengono da te, per causa tua e per tuo conto”. In altre parole il buon Faraone ci si è rivoltato contro perché abbiamo abbandonato la via di Giuseppe, la via dell’unione al di sopra dell’odio.

Quando arrivò Mosè, egli sapeva che l’unico modo per salvare il suo popolo era portandolo fuori dall’Egitto, fuori dall’egoismo che stava distruggendo i loro rapporti. Il nome Moshe (Mosè), secondo il libro Torat Moshe (Esodo 2:10), deriva dalla parola ebraica moshech (tirare), perché egli tirò il popolo fuori dall’inclinazione maligna.

Ma anche dopo che egli lo tirò fuori, esso era ancora in pericolo di ricadere nell’egoismo. Il popolo ricevette il suo “sigillo” come nazione solo quando reintrodusse il metodo di Abrahamo dell’unione al di sopra dell’odio. Una volta impegnatosi ad unirsi “Come un solo uomo con un solo cuore” Israele fu dichiarato una “nazione”. Ai piedi del monte Sinai, dalla parola sinaa (odio), gli ebrei si unirono e lì coprirono il loro odio con l’amore. E’ allora che divennero una nazione ebraica, come è scritto nel libro Yaarot Devash (parte 2, drush n. 2), yehudi (ebreo) viene dalla parola yechudi (unito).

Il Faraone e Mosè dentro di noi

Sono passati molti secoli dallo svolgimento di questa storia epica ma sembra che abbiamo imparato molto poco dal nostro passato. Guardiamo i nostri valori attuali, siamo corrotti proprio come gli ebrei dopo la morte di Giuseppe. Con “corrotti” non intendo dire che dobbiamo evitare le cose piacevoli della vita. Né Abrahamo né Giuseppe praticavano l’astinenza in alcun modo. Con corrotti intendo che siamo spudoratamente egoisti, narcisisti e promuoviamo questi valori ovunque andiamo. Siamo arroganti, egocentrici ed abbiamo perduto del tutto la nostra essenza ebraica, cioè la nostra tendenza ad unirci. Di conseguenza, così come gli egiziani si rivoltarono contro gli ebrei quando essi abbandonarono la via di Giuseppe, il mondo oggi si rivolta contro di noi.

Il Faraone e Mosè non sono figure storiche; essi vivono dentro di noi e determinano i nostri rapporti di volta in volta. Ogni volta che permettiamo all’odio di governare i nostri rapporti, noi rafforziamo il Faraone dentro di noi. Ed ogni volta che facciamo uno sforzo per unirci, noi ravviviamo Mosè e la promessa di impegnarci ad essere “Come un solo uomo con un solo cuore”. Andrés Spokoiny, presidente ed amministratore delegato del Jewish Funders Network, ha descritto molto bene la nostra situazione in un discorso che ha fatto l’anno scorso: “Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una polarizzazione e ad una deturpazione senza precedenti nella comunità ebraica. Coloro che la pensano diversamente sono considerati nemici o traditori e coloro che non sono d’accordo con noi vengono demonizzati”. Proprio questa è la regola del Faraone.

Essere ebrei non comporta necessariamente l’osservanza di usi specifici o il vivere in un determinato paese. Essere ebrei comporta il mettere l’unione al di sopra di tutto il resto. Per quanto sia forte il nostro odio, noi dobbiamo elevarci al di sopra di esso ed unirci.

Anche ne Il Libro dello Zohar è scritto esplicitamente della somma importanza dell’unione al di sopra dell’odio. Nella porzione Aharei Mot, Lo Zohar dice “Vedi come è buono e piacevole che i fratelli siedano insieme. Questi sono gli amici quando siedono insieme e non sono separati gli uni dagli altri. Dapprima sembrano persone in guerra, che desiderano uccidersi a vicenda. Poi essi tornano ad essere in amore fraterno… E voi, gli amici che siete qui, dato che prima eravate nella tenerezza e nell’amore, d’ora in poi non vi dividerete… E grazie al vostro merito vi sarà pace nel mondo”.

Imparare dal passato

Ci sono state varie versioni della vicenda d’Egitto nella nostra storia. I greci conquistarono la terra d’Israele perché noi volevamo essere come loro, venerare l’ego. Abbiamo anche lottato con loro, dato che gli ebrei ellenizzati lottavano contro i Maccabei. Meno di due secoli dopo il Tempio fu distrutto per via del nostro odio infondato gli uni per gli altri. Siamo stati deportati ed uccisi in Spagna, quando abbiamo voluto essere spagnoli ed abbiamo abbandonato la nostra unione, e siamo stati sterminati in Europa, nel paese dove gli ebrei volevano dimenticarsi della nostra unione ed assimilarsi. Nel 1929 il Dott. Kurt Fleischer, a capo dei Liberali nell’Assemblea della Comunità Ebraica di Berlino, ha descritto accuratamente il nostro problema secolare: “L’antisemitismo è il flagello che Dio ci ha mandato per condurci insieme ed unirci”. Che tragedia è che da allora gli ebrei non si siano uniti.

Come se non fossimo in grado di imparare, oggi ci stiamo ponendo esattamente nella stessa situazione di sempre. Siamo diventati schiavi del nostro egocentrismo e della nostra arroganza e non vogliamo essere ebrei, cioè uniti. Stiamo permettendo al Faraone di regnare di nuovo. Cosa ci aspettiamo di buono da questo? Non dobbiamo più essere ciechi; dovremmo ormai saperlo.

In ciascuno di noi c’è un Mosè, un punto che moshech (tira) verso l’unione. Ma dobbiamo incoronarlo volontariamente. Dobbiamo scegliere di liberarci dalle catene dell’ego ed unirci al di sopra del nostro odio. Questo può sembrare come una montagna invalicabile ma non ci si aspetta che ci riusciamo, dobbiamo solo essere d’accordo e fare lo sforzo. Proprio come gli ebrei furono dichiarati una nazione e liberati dall’Egitto quando accettarono di unirsi, anche noi dobbiamo solo accettare di unirci e gli altri ci seguiranno. Troveremo dentro di noi la forza e la capacità di unirci.

In questa Pasqua dobbiamo proprio passare oltre l’odio infondato, la rovina della nostra gente, e ripristinare la nostra fratellanza. Facciamone una Pasqua di riavvicinamento, riconciliazione e concordia.

Trasformiamo questa festa in un nuovo inizio per la nostra nazione. Mettiamo un po’ di seder (ordine) nelle relazioni tra noi e siamo ciò che dovremmo essere, “Una luce per le nazioni”, diffondendo il luccichio dell’unione nel mondo e tra i nostri fratelli. Se solo tentiamo, io so che avremo una buona Pasqua, una Pasqua di amore, unione e fratellanza.

[224122]

“La vera forza di Israele è l’unione: un dono per l’umanità”

The Times of Israel ha pubblicato il mio nuovo articolo: “La vera forza di Israele è l’unione: un dono per l’umanità

La tensione al confine fra Israele e Gaza, verificatasi durante la Pasqua di quest’anno, è un promemoria chiaro che i nemici di Israele non hanno cambiato programma. Ciò vale sia per i diretti nemici, confinanti, che per i nemici in tutto il mondo, che subito hanno colto l’occasione di diffondere ancora una volta sui media le loro critiche a Israele etichettandola come “inumana” e “oppressiva.” Possiamo aspettarci che si organizzi una maggiore ostilità contro Israele se il popolo di Israele dovesse continuare a contrastare l’unificazione.

Lo stato di Israele è un riflesso del popolo ebraico che vi risiede. Il problema è che attualmente lo stato di Israele non esiste nel senso di popolo ebraico unificato (la parola ebraica per “ebreo” [Yehudi] deriva dalla parola “unito” [yihudi] [Yaarot Devash, Parte 2, Drush n. 2]). Ma in realtà esiste solo un insieme di gruppi separati. Le guerre e le tensioni con i paesi vicini uniscono temporaneamente gli abitanti di Israele contro un nemico comune esterno; ma appena inizia un periodo di pace, le fazioni di Israele cominciano una lotta continua l’una contro l’altra: sinistra contro destra, religiosi contro laici, ashkenaziti contro sefarditi, solo per citarne alcune.

I valori ebraici riguardano l’amore e la connessione

Per costruire un vero stato di Israele, prima dobbiamo ripristinare i valori che ci hanno caratterizzato in origine come popolo ebraico. Questi sono valori stabiliti all’inizio da Abrahamo e dal suo gruppo, 3.800 anni fa, ragion per cui egli è considerato il padre della nazione. Ha posto le fondamenta dell’unione e della connessione in cui “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Levitico 19:18) e “L’ amore copre tutti i crimini” (Proverbi 10:12) erano i principi cardine perché i suoi seguaci vivessero armoniosamente, sotto un’unica tenda, in una sola connessione.

Non dobbiamo raggiungere immediatamente questo stato euforico di amore e connessione. Se potessimo semplicemente accettare la volontà di iniziare a mirare ad una trasformazione, potremmo, in seguito, cominciare ad organizzarci come una vera società ebraica.

Quando Abrahamo compose il suo gruppo nell’antica Babilonia, non si trattava di un gruppo di persone unite da legami di parentela, ma di gente che si riuniva seguendo un certo ideale e che sentiva che l’amore per il prossimo era il valore fondamentale a cui dedicare la vita. Se l’intenzione di una persona è quella di raggiungere l’unione e la connessione con gli altri, può seguire il percorso mostrato da Abrahamo ed entrare nella tenda della pace e dell’armonia.

Per Israele è giunto il momento di mostrare i suoi veri colori

Se ci riuniamo così sotto una comune bandiera che ci unisce verso un comune obiettivo di amore e connessione, allora possiamo prepararci ad affrontare tutti i problemi attuali e futuri, impegnarci nella costruzione reciproca creando non solo un autentico popolo ebraico, ma anche uno stato ben consolidato.

Lo stato di Israele sarà fondato su leggi che servono a rafforzare i legami d’amore tra i suoi abitanti, leggi di connessione estese a persone, gruppi, fazioni, età e generi, che mirino ad unire chiunque, senza eccezione, in una sola società cooperativa. Lo stato ebraico è quello che si occupa dell’unione al di sopra di qualsiasi altra cosa, pur consentendo la piena espressione dell’unicità di ciascun individuo.

Una nazione legata alla forza più elevata di amore e connessione

Impegnandoci in questa impresa comune di costruire una nuova società positiva, basata sull’amore e sulla connessione, saremo in grado di fare passi da gigante verso la realizzazione del nostro destino, bramato dai nostri antenati, di diventare lo stato di Israele nella massima espressione della parola: “Israel” dalle parole “Yashar Kel” (“dritto a Dio”), una nazione legata dalla forza più elevata di amore e connessione. Realizzando tale visione, serviremo da modello di società perfetta con individui felici e di successo che condividono i più importanti valori della vita di amore e connessione. Come risultato, il mondo assorbirà l’atmosfera che diffonderemo e scompariranno le critiche verso Israele.

Quelli che oggi protestano, boicottano, calunniano e odiano Israele saranno i primi a sentire la trasformazione positiva di Israele. Essi sono il promemoria costante che sottolinea la divisione del popolo di Israele. L’odio verso Israele e il popolo ebraico evidenzia solo la mancanza di amore dello stesso popolo ebraico.

A metà del secolo scorso la maggior parte delle nazioni erano favorevoli alla creazione dello stato di Israele. Rappresentava l’opportunità di far emergere una nuova società di amore e unione. Tuttavia, l’opportunità data al popolo ebraico nello stato di Israele, durante gli ultimi 70 anni, di costruire una tale società, sta rapidamente volgendo al termine. Di conseguenza, la visione del mondo su Israele e sul popolo ebraico ha preso la direzione sbagliata. Quando non riusciamo a portare a termine la nostra missione il mondo ci scredita. Gradualmente verremo eliminati dalla scena, scomparendo come ogni altra potenza mondiale che abbia governato in determinati periodi storici. Comunque, dato che la felicità e il benessere degli altri popoli dipendono dal fatto che Israele adempia al proprio compito, allora, Israele sarà obbligata a farlo e ad unirsi, a differenza di altre nazioni che sono sorte e poi cadute (Germania, Russia, Antica Grecia e Roma).

Una missione per unire il mondo

Quei brevi momenti in cui il mondo ci spinge ad unirci sono un esempio di come dovremmo trattarci reciprocamente ogni giorno. Tuttavia, in una tale connessione non esiste una forza unificante duratura poiché è basata su cause esterne. Al fine di creare una società unificata in modo positivo, dobbiamo creare un incentivo a connetterci per un obiettivo elevato. Anche se sulla terra rimanessero solo una manciata di ebrei, sarebbero costretti a farlo, perché il mondo non si arrenderà. La nostra missione è unirci e, così facendo, consentire che la diffusione di quella coscienza accresciuta e unificata si sparga in tutta l’umanità. Se lavoriamo alla nostra connessione, allora potremo attrarre quella forza positiva e unificante che risiede nella natura e che deve entrare nelle nostre connessioni, permettendo così che questa forza si diffonda, creando una nuova base per una società di dazione, connessione e amore.

Le generazioni passate hanno desistito perché mancavano loro i mezzi

Questa è anche la società che sognavano i padri fondatori del Sionismo, incluso David Ben-Gurion. Tuttavia, ad un certo punto, essi rinunciarono, perché non avevano i mezzi con cui realizzare la loro visione di una società positivamente connessa. Però, oggi, questi mezzi sono disponibili e diventano ancora più necessari per superare l’aumento della divisione sociale e realizzare quella direzione completamente nuova, positiva, armoniosa che la società può prendere.

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“La privacy nella nuova era digitale: cosa abbiamo da nascondere?”

I Media hanno pubblicato il mio nuovo articolo: La privacy nella nuova era digitale: cosa abbiamo da nascondere?

“Signor Zuckerberg”, ha chiesto il senatore Dick Durbin riguardo alla percezione della privacy da parte del CEO di Facebook, “Sarebbe a suo agio nel condividere con noi il nome dell’hotel nel quale ha dormito ieri notte?”

“Mm…” Zuckerberg ha esitato qualche istante a rispondere mentre era inquadrato da dozzine di telecamere. “No”, disse il giovane uomo vestito in giacca e cravatta. La folla ha ridacchiato goffamente mentre rispondeva alla sorprendente domanda.

Durbin ha continuato a chiedere: “Se ha inviato messaggi a qualcuno questa settimana, vuole condividere con noi i nomi delle persone con cui hai parlato?”

“Senatore, no, probabilmente non sceglierei di farlo pubblicamente qui”, disse Zuckerberg, più appassionatamente di prima. Ma il senatore Durbin, come molti dei suoi colleghi, non è sembrato soddisfatto; anche quando la faccia da ragazzino di Zuckerberg si è voltata a guardarli con espressione umiliata.

Per oltre sei ore, Mark Zuckerberg, il fondatore e CEO di Facebook, ha testimoniato davanti al Senato a Washington. Zuckerberg ha dovuto spiegare come le informazioni private di 87 milioni di utenti abbiano raggiunto le mani di Cambridge Analytica, una società di data mining.

In effetti, ciò che veniva analizzato in quel momento non era Facebook, né il suo CEO, ma in realtà il diritto alla privacy. In un mondo tecnologico avanzato, con uno spazio virtuale aperto e sempre più interconnesso, c’è spazio per la privacy nelle nostre vite?

La mia risposta è: quasi nessuna. Gli utenti di Internet potrebbero lottare per questo, ma la tendenza futura mostra che non ci sarà molto da nascondere.

Le leggi devono infatti essere legiferate per limitare la capacità dei grandi monopoli di scambiare le nostre informazioni e calpestare i nostri diritti. Questa, tuttavia, non è la questione principale. La società umana sta marciando verso una nuova era in cui tutti sapremo tutto di tutti, dalle informazioni più elementari che qualunque fanatico del computer può facilmente rintracciare, alle azioni apparentemente più imbarazzanti che cerchiamo di nascondere agli occhi dei nostri vicini e colleghi.

Stiamo per sperimentare una profonda trasformazione di ciò di cui ci vergogniamo, una nuova era in cui tutto viene svelato. Presto diverrà chiaro che siamo tutti fatti dello stesso materiale.

Superare la facciata della rettitudine per vederci come siamo

Una breve occhiata ai leader del nostro mondo di oggi e alla loro immagine pubblica rivela la nuda verità: il presidente Clinton aveva rapporti sessuali extraconiugali, il presidente Trump si trova ora di fronte alle accuse di aver tradito sua moglie con una pornostar, l’ex primo ministro d’Italia, Silvio Berlusconi si vantava dei suoi orgiastici party “bunga bunga”, abbondano le storie dei festini dell’ex dittatore libico Gheddafi, così come una miriade di altre voci di diverse personalità pubbliche.

Ufficiali e personalità pubbliche non sono diversi dagli altri. Il loro ruolo ufficiale non li rende immuni dalle pulsioni e dagli impulsi naturali insiti in ogni uomo e donna del mondo. Ogni uomo, dal meno importante al più importante, dal lavoratore al leader, dall’anziano al giovane, è spinto dal desiderio di godersi cibo, sesso e famiglia. Per quanto riguarda questi desideri, non siamo diversi da qualsiasi altro animale, pertanto, non c’è motivo di restare perplessi riguardo alle informazioni rivelate su di noi nei social media, in quanto non rivelano nulla di nuovo sulla nostra vera natura.

Se qualcuno ha un problema con la tua natura, con le tue preferenze e inclinazioni, le tue passioni e comportamenti, il tuo carattere e i tuoi pensieri, allora puoi rispondere con una frase dei saggi ebrei: “Vai dall’artigiano che mi ha fatto e digli: “Quanto è brutto il vaso che hai creato” (Talmud, Taanit 20a-b).

La privacy diventerà una cosa del passato quando realizzeremo che siamo tutti fatti dello stesso materiale, ognuno con una diversa sfumatura e colore di desiderio. Quando ciò accadrà, allora potremo approfondire ciò che ci rende umani.

Quindi cosa ci rende umani?

Noi siamo composti da due livelli: il livello fisico-corporale e il livello umano-spirituale. Al primo livello ogni persona ha bisogno di soddisfare i propri desideri corporei. Questo va bene a condizione che nel processo nessuno venga danneggiato. Al secondo livello c’è la nostra essenza interiore, che è ciò di cui abbiamo bisogno per una vera, sentita connessione con gli altri.

Questo secondo livello ci viene nascosto. È il livello profondo delle relazioni con gli altri, un livello spirituale che non viene sperimentato nei nostri legami corporei di primo livello. Si chiama “l’umano” in noi, come lo chiamano i kabbalisti, e per coglierlo ulteriormente è necessario evolvere coscientemente.

Il secondo livello è intangibile e non possiamo sentirlo poiché ci viene nascosto. Noi identifichiamo erroneamente il nostro sé spirituale “umano” con il nostro corpo fisico umano. Di conseguenza creiamo norme sociali e valori morali che limitano l’uso del corpo umano, ossia l’adempimento dei desideri al primo livello.

Proprio questo è il punto in cui i media entrano per approfittare del modo con cui ci limitiamo. I media prosperano nel celebrare la nostra mancanza di connessione con la nostra essenza interiore. Per continuare a fare soldi, i media ci fuorviano giorno e notte, producendo spettacoli stravaganti provenienti dai nostri impulsi naturali. I media drammatizzano i comportamenti e le azioni che derivano dalle nostre pulsioni di base istintive invece di ricordarci che è la nostra vera natura, e la loro. E così siamo gradualmente sottoposti al lavaggio del cervello da un sistema di valori falsi, che lodano o rimproverano gli altri per le pulsioni naturali con cui sono nati.

La versione corretta dei media si impegnerebbe a creare connessioni umane positive, “collegare le persone, costruire comunità e avvicinare il mondo”, proprio come ha testimoniato Zuckerberg davanti al Congresso degli Stati Uniti e davanti al mondo. I media devono aiutarci ad elevarci al secondo livello nascosto; creare un nuovo insieme di valori basati non sui nostri corpi e impulsi naturali, ma su un insieme di valori volti a raggiungere la nostra essenza, a rafforzare il nostro contributo alla società e ad incoraggiare buone relazioni.

Gli umani sono cablati per la connessione

La vittoria del pubblico nella lotta per la privacy sarà possibile quando inizieremo a sviluppare il nostro “livello umano” interiore e ci connetteremo agli altri in modo significativo e positivo. Scopriremo le relazioni reciproche attraverso la forza nascosta della natura, una forza che ci lega a tutti i livelli e che ci pressa sempre di più al fine di svegliarci e affrontare la nostra connessione reciproca. Raggiungendo una tale sensazione della forza superiore della natura, alzeremo la cortina di nebbia che copre ciò che riteniamo privato e vergognoso, e questo “mistero” che circonda il mondo virtuale sparirà.

I media, con Facebook come uno dei suoi attuali protagonisti, hanno la capacità di creare tendenze positive che ispireranno ed eleveranno l’umanità a una maggiore connessione, poiché hanno il potere di impostare il tono sociale e creare una nuova cultura, di affinare la percezione sociale della realtà in una sana percezione della natura umana e di aiutare ogni persona ad adottare nuove comprensioni sulle propri pulsioni fisiche e spirituali.

Quando contenuti di tal significato scorreranno nelle vene dei social network, nessuno si vergognerà o temerà più nulla. Più ci identificheremo con il nostro livello spirituale che è disconnesso da qualsiasi necessità fisica, più saremo in grado di essere calmi per quanto riguarda incidenze come la perdita di privacy di decine di milioni di utenti. Sapremo come mettere nella giusta prospettiva, fisica e spirituale il nostro sé. In un clima sociale di questo tipo, l’unica vergogna che affliggerà l’uomo sarà quando osserverà attentamente se stesso e si chiederà: “Ho investito abbastanza nella creazione di relazioni positive? Ho contribuito a una connessione positiva nella società? Sono stato attento agli altri, come dovrebbe essere un “essere umano”?