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“Gaslighting”. Parola dell’anno di Merriam-Webster

“In quest’epoca di disinformazione, di ‘fake news’, di  teorie cospirative, di troll su Twitter, e deep fakes, gaslighting è emerso come una parola del nostro tempo”, hanno scritto i redattori del dizionario guida, nella  spiegazione della loro scelta, aggiungendo che “il 2022 ha mostrato il 1740% di aumento nelle ricerche di gaslighting, con un elevato interesse durante tutto l’anno”.

Il “gaslighting”, secondo il Webster è la ‘manipolazione psicologica di una persona, di solito per un periodo di tempo prolungato, che induce la vittima a mettere in dubbio la validità dei suoi pensieri, della percezione della realtà, o dei ricordi e conduce tipicamente a confusione, perdita di fiducia e autostima, incertezza sulla propria stabilità  emotiva o mentale, e  una dipendenza dall’esecutore”. Sembra un reato grave, e lo è, ma è anche la realtà della nostra vita. 

I Governi e le grandi imprese praticano il “gaslighting” come routine. E’ così perché cercano di perpetuare il loro potere o la loro popolarità. Se vogliamo essere in grado di fare scelte libere e indipendenti, dobbiamo fare sforzi  continui e consapevoli, e anche in questo caso, il successo non è garantito. 

Il “gaslighting” è un tentativo che non nega solo i diritti sanciti dal Primo Emendamento, ma persino il diritto e la possibilità di praticare un pensiero libero. Peggio ancora, è un tentativo di negarci la libertà di pensiero facendoci credere che il nostro pensiero manipolato sia in realtà il nostro pensiero libero, che abbiamo stabilito e coltivato da soli e di nostra volontà. 

Sorprendentemente, la stragrande maggioranza della gente non ha alcuna obiezione all’asservimento della propria mente. Preferiscono un comodo oblio purché la vita scorra liscia. Pensare è faticoso e la maggior parte delle persone preferisce evitare lo sforzo quando non è necessario.

Ma per coloro che usano la mente, la consapevolezza non è sufficiente. Per essere liberi dalla manipolazione della loro mente, le persone devono costruire la propria mente, la propria spina dorsale. Devono dubitare di tutto, informarsi su tutto, essere pronti e disposti a cambiare spesso idea, ammettere i propri errori e sviluppare gradualmente una percezione personale del mondo.

Ma soprattutto devono essere disposti a subire il rimprovero e la condiscendenza della maggioranza “gaslighted“. Una volta costruita una spina dorsale sufficientemente forte, è possibile affrontare con fiducia i manipolatori e i loro messaggeri. 

Sembrerebbe che solo individui molto forti e determinati possano farlo, ed è vero che non tutti possono affrontare il disprezzo dei manipolati. Tuttavia, le persone possono essere istruite e tirate fuori dalla prigione in cui sono tenute le loro menti. Anche se le persone non sono naturalmente resistenti alle influenze esterne, possono imparare a vedere il mondo senza i filtri imposti alla loro visione dalle parti interessate.

Non sto dicendo che dovrebbero diventare attivisti di qualsiasi tipo. Penso piuttosto che debba essere un lavoro interiore, qualcosa che una persona fa senza dichiararlo o farlo sapere. Mi rendo conto che non è semplice essere attivi solo interiormente, ma non sono favorevole all’attivismo esterno sotto forma di raduni, proteste e dimostrazioni.

Anch’io ho dovuto fare uno sforzo per sviluppare la mia comprensione del mondo. Mi sono scollegato da esso, ho costruito un muro interiore intorno a me ed è così che conduco la mia vita in modo abbastanza sereno. In questo modo, anche se il mondo esterno tenta di imporre una certa visione, posso vederla, ma non la sento. Mi limito a scrollarmela di dosso e a continuare a vivere come voglio.

All’inizio non è facile vivere in questo modo. Bisogna costruire il proprio mondo, con i propri valori, pur funzionando normalmente nell’ambiente quotidiano. Tuttavia, una volta costruito, si è liberi: Avete una prospettiva oggettiva da cui guardare il mondo in cui viviamo tutti e siete liberi di parteciparvi o meno, nella misura che preferite.

Un’orchestra diretta “attraverso una collaborazione innovativa”

Fin dalla prima infanzia, i miei genitori volevano che diventassi un musicista. Mi hanno mandato a scuola di musica, dove ho imparato a suonare il pianoforte, e mi hanno portato al cinema a vedere film su grandi compositori e musicisti. Lo odiavo, ma ho imparato ad amare la musica, soprattutto l’opera. Ho anche imparato ad apprezzare le complessità e gli inconvenienti del suonare in un’orchestra. Così, quando ho saputo che a New York c’è un’orchestra che suona senza direttore, mi sono incuriosito. Inoltre, ho scoperto che non si tratta di un esperimento di breve durata: quest’anno l’orchestra, chiamata Orpheus, festeggia il suo cinquantesimo anniversario e il suo motto è “Esperienze musicali straordinarie attraverso una collaborazione innovativa”.

L’Orpheus è fiera della sua “capacità unica di creare collettivamente” e ha suonato regolarmente alla Carnegie Hall. Ad oggi, ha registrato più di 70 album con etichette come Deutsche Grammophon, Nonesuch e altre. Secondo il sito web di Orpheus, “il suono di Orpheus è definito dalle sue relazioni”.

Come appassionato di musica, so quanto debba essere impegnativo per un’orchestra di trenta musicisti creare musica buona e toccante. “Una cosa è che i quattro musicisti di un quartetto d’archi si adattino al suono del gruppo e interagiscano spontaneamente”, ammette il sito web dell’orchestra, “ma con venti o trenta musicisti insieme, le complessità e i vantaggi si amplificano in modo esponenziale”.

Penso che sia quasi innaturale. Il direttore d’orchestra è la mente dietro le note che ogni musicista suona. Senza un direttore d’orchestra che incanali l’ego di ciascun musicista per il bene di tutto l’insieme, è sorprendente che in un gruppo del genere ci si senta a vicenda e si suoni assieme in modo armonioso.

Tuttavia, se i musicisti accettano di “dirigere” il proprio ego, come fanno chiaramente i musicisti di Orpheus, allora possono veramente ascoltarsi a vicenda e creare un nuovo livello di armonia. Un tale livello non può essere raggiunto se un direttore d’orchestra in carne e ossa impone la sua volontà ai musicisti. Solo se gli esecutori “scelgono” di ascoltare l’orchestra piuttosto che se stessi possono raggiungere un nuovo livello di musicalità.

Per fare questo è necessario un grande lavoro interiore. In questa orchestra, non solo gli strumenti a corda, a fiato e a ottone devono essere intonati, ma soprattutto i cuori dei musicisti che li suonano.

Fotografia del fotografo Chris Lee.

(Per maggiori informazioni consultare il loro sito web https://orpheusnyc.org/)

Felice Anno Nuovo (di riflessione)

Quasi ogni cultura festeggia l’inizio del nuovo anno.  Ogni tradizione ha le sue usanze, pasti, doni e un proprio significato interiore.  Per gli Ebrei, il festeggiamento di Rosh Hashanah (l’inizio del nuovo anno) avviene con  cibi simbolici ed è un giorno di giudizio. Questo giudizio è il cuore di Rosh Hashanah.

Possiamo pensare al significato spirituale di Rosh Hashanah come a un sistema operativo, come Microsoft Windows o Apple IOS. La razza umana non è nata dal nulla. L’evoluzione ha uno scopo e il sistema operativo la conduce verso di esso.

Il sistema operativo funziona in tutta la natura e tutte le creazioni, tranne l’umanità, lo seguono istintivamente. Noi, dall’altro lato, possiamo studiarlo e manipolarne alcune parti a nostro vantaggio.

A Rosh Hashanah, prima di assaggiare la testa del pesce, pronunciamo una benedizione: “Che possiamo essere la testa e non la coda”. Queste parole esprimono il nostro desiderio di non rimanere ignari del sistema operativo e di esserne governati inconsciamente, ma di diventarne consapevoli e di poter orientare il nostro sviluppo in una direzione positiva.

Il sistema operativo conduce invariabilmente verso uno stato di armonia ed equilibrio tra tutti gli elementi della realtà. Mira a portare l’intera umanità in uno stato di unità e vicinanza, come se fossimo tutti un’unica famiglia calorosa e amorevole. Il sistema non mira all’uniformità, a renderci tutti uguali, ma alla complementarità, a renderci complementari gli uni agli altri, in modo che ognuno di noi contribuisca con le proprie capacità e i propri talenti al bene comune e goda dei contributi di tutti gli altri, proprio come in una famiglia affettuosa in cui ognuno aiuta gli altri perché tiene a loro.

Studiando il sistema, ci rendiamo gradualmente conto di quanto siamo opposti allo stato di vicinanza e cura. Queste prese di coscienza precedono Rosh Hashanah e si chiamano selichot (chiedere perdono). Le selichot sono preghiere che pronunciamo quando sentiamo quanto siamo all’opposto dello stato di equilibrio e di cura reciproca.

Il termine ebraico per “preghiera”, tra l’altro, è tefilla, che deriva dalla parola haflala, cioè criminalizzazione. Durante la preghiera ci “criminalizziamo”, cioè scopriamo di essere dei criminali e quindi chiediamo perdono. Il crimine che ci rendiamo conto di aver commesso riguarda il sistema operativo, cioè il fatto che siamo stati egoisti, pensando a noi stessi e amando solo noi stessi invece di abbracciare tutta la creazione e lavorare a suo favore. Nella spiritualità, l’egoismo è sempre l’unico peccato, poiché ogni errore che commettiamo deriva dal pensare solo a noi stessi.

Tuttavia, il processo di riflessione, pentimento, richiesta di perdono e preghiera per diventare più amorevoli non è limitato da nulla. Può e deve essere un ciclo costante che compiamo interiormente. Ogni volta che completiamo un ciclo di richieste di perdono, raggiungiamo un altro Rosh Hashanah, fino a quando la successiva consapevolezza di egoismo emerge in noi attraverso i nostri sforzi per correggere il nostro egocentrismo e diventare più premurosi.

Quando il ciclo di Selichot è finito e raggiungiamo Rosh Hashanah, non solo desideriamo essere la testa e non la coda, ma anche festeggiare la correzione delle nostre qualità corrotte. Questo viene simboleggiato immergendo una mela nel miele. La mela rappresenta il cuore e il miele simboleggia l’addolcimento (la correzione) che trasforma l’egoismo in premura per gli altri.

Un’altra usanza è quella di mangiare un rimon (melograno). Il melograno contiene molti semi. Ognuno di essi rappresenta un desiderio egoistico. Mangiarli significa correggerli dall’egoismo alla donazione, il che ci dà una sensazione di romemut (euforia, si noti la somiglianza con la parola rimon).

Infine, a Rosh Hashanah, suoniamo lo Shofar, un corno festoso. Il suono del corno sta a significare il nostro desiderio di correzione dalla indifferenza e dall’odio verso gli altri per essere amorevoli, connessi e uniti come un tutt’uno con tutte le persone del mondo. Il termine shofar deriva dall’aramaico shufra (il meglio del meglio). Questo è lo stato che raggiungiamo quando tutti i nostri desideri sono stati corretti e diventiamo uniti come un’unica famiglia globale e amorevole.

Polarizzazione e reti antisociali

La divisione e la polarizzazione aumentano di giorno in giorno come anche la rabbia e l’odio che vengono adoperati come arma da un flusso inondante di informazioni sui social media. Queste sono le conclusioni di un recente studio dell’università di Yale. Ma siamo davvero sorpresi da questa informazione?

Secondo la ricerca fatta in collaborazione con l’Università della Pennsylvania e l’Università della California del Sud, una quantità maggiore di informazioni non si traduce necessariamente in pluralismo , ma intensifica solo le opinioni già polarizzate. Le persone tendono a leggere e assorbire solamente ciò che conferma le loro idee in una sorta di ” bias di conferma”.

Per me non c’è nulla di nuovo. Dopotutto è scritto e risaputo, “Il cuore dell’uomo ha un’inclinazione al male sin dall’infanzia” (Genesi 8:21). Ciò vuol dire che siamo tutti sotto il controllo di un desiderio egoistico e alla costante ricerca della realizzazione di sé. Questa tendenza non esiste solo nell’essere umano ma anche nella società intera che fonda le sue radici in esso. La famiglia, le relazioni nazionali ed internazionali, tutta la società è fondata sul sistema egoistico. Questo è naturale e logico dal momento che tutto in natura, incluso il livello inanimato vegetale ed animale, lavora per ottenere il massimo piacere dal minimo sforzo.

Gli sviluppatori degli algoritmi dei social network hanno iniziato a bombardarci per farci rimanere più tempo possibile sulle loro piattaforme, al fine di trarre profitto dai contenuti di marketing. Successivamente questa tendenza ha incrementato gli sforzi per tentare di craccare gli algoritmi al fine di capire il motivo della loro efficacia su di noi. Ciò che in realtà va esaminato più a fondo è il nostro comportamento umano.

È molto meglio occuparsi della ricerca di noi stessi. Il nostro istinto malevolo è una bomba ad orologeria con un potenziale negativo terribile; questo lo testimonieremo via via, sempre di più. È importante interiorizzare il concetto che, a seconda dell’ambiente in cui viviamo, non esitiamo a beneficiare noi stessi anche se questo viene fatto alle spese del prossimo. Cerchiamo il nostro personale tornaconto senza alcun rimorso per le persone che potremmo danneggiare.

Vedremo la luce alla fine del tunnel nel momento in cui non saremo più in grado di tollerare il mostro che abbiamo costruito con le nostre stesse mani. Unanimemente decideremo di distruggerlo oppure, al limite, di condurre il mostro in un centro di riabilitazione.

Non abbiamo idea del danno che provoca il virus della polarizzazione alle nostre menti. In base alla nostra evoluzione l’umanità dovrebbe dirigersi verso l’equilibrio, ma prima che questo accada, anziché comportarci e connetterci in un unico sistema globale, noi permettiamo al nostro desiderio egoistico di controllarci e di separarci e tutto questo viene fatto con la collaborazione delle nostre menti, che poi corrispondono alla nostra intenzione. Come risultato litighiamo, ci separiamo, divorziamo e ci dividiamo, causando grandi danni che finiamo per pagare amaramente.

Quando non riusciamo a risolvere le cose con il buon senso razionale, ci riempiamo di rabbia e di collera e scoppiamo sotto pressione. I social network riflettono la nostra natura e infiammano le passioni antagoniste. È sufficiente che nei social prenda piede un’opinione estrema per superare il limite della nostra agitazione e crearci uno squilibrio emozionale.

Non sarà d’aiuto ripulire il contenuto tossico e censurare gli incitanti video e tweet. In realtà non faremo altro che ridurre il male nauseante per un breve periodo per poi riprendere con le nostre abitudini distruttive fino all’eruzione successiva.

Per cambiare direzione e pensiero c’è bisogno che riconosciamo, affrontiamo e prendiamo coscienza della nostra natura nociva e che parliamo dell’egoismo umano che ci governa. Una consapevolezza elevata può portare le persone a eliminare questa nostra imperante natura malevola. Un riconoscimento serio ed adeguato renderà tutti consapevoli che agire e pensare contro gli altri causa una frattura che conduce progressivamente all’auto distruzione.

Questo processo deve avvenire a tutti i livelli della nostra società e da lì si diffonderà nei social network in quanto essi non sono altro che uno specchio. Allora naturalmente approveremo delle leggi condivise dal mondo dei social media, che ci impediranno di essere noncuranti verso il prossimo e questo perché verrà universalmente riconosciuto che il nostro intento malevolo ci si ritorcerà contro.

Se già interagiamo con il mondo dei network, sarebbe bello sviluppare un algoritmo sano che sappia incoraggiare unità e vicinanza e che sia in grado di evocare una sensazione che porti beneficio e dolcezza alle nostre vite. Così come i social network sono entrati con impeto nelle nostre vite, cambiandole nel profondo, anche questo algoritmo potrebbe svilupparsi con grande successo. Solo allora inizieremo a costruire dei veri social network.

Scrivere per riparare l’anima

 

Molti studi dimostrano che scrivere fa bene all’anima. Questi studi non parlano di scrittura di prosa o di romanzi, ma di scrittura semplice e intuitiva, in cui un individuo prende carta e penna e scrive tutto ciò che gli viene in mente per diversi minuti senza fermarsi. Non si devono fare correzioni, né cancellazioni, né cambiamenti di alcun tipo. Si tratta semplicemente di scrivere per esprimere i propri sentimenti e pensieri. Questa tecnica fa parte della cosiddetta “terapia della scrittura”, che di per sé è una delle “terapie espressive”. Personalmente, ritengo che sia un ottimo modo per organizzare la propria composizione interiore e migliorarla.

Non si può paragonare l’esprimersi verbalmente con l’esprimersi per iscritto. Quando tu parli, le parole svaniscono appena pronunciate. Ma quando scrivi ciò che  vuoi dire, questo rimane. Di conseguenza, l’intero atto diventa impregnato con l’intenzione, se così si può dire.

Questa auto-organizzazione è molto importante perché è la terapia della tecnica. La scrittura organizza i nostri sistemi interiori e li riorganizza in modo migliore perché non solo ci esprimiamo, ma una volta che i nostri pensieri sono sulla carta, possiamo guardarli, esaminare noi stessi attraverso il testo e fare una specie di autocorrezione.

Quando scriviamo, possiamo esaminare la nostra composizione interiore. La nostra composizione di base è il desiderio di provare gioia e piacere. In sé, non c’è nulla di sbagliato nel voler provare gioia e piacere. Il problema è che, se non viene corretto, il desiderio di ricevere agisce in modi subdoli che danneggiano gli altri. Lo chiamiamo “ego” e i nostri saggi lo definiscono “serpente”.

Non si può uccidere il serpente con un colpo solo. Il modo per affrontarlo è farlo emergere un pezzo alla volta ed esaminarlo. Una volta capito che è il serpente, il desiderio di ricevere che si diverte a fare del male agli altri, è possibile frenarlo o lavorare con lui in modi non dannosi.

Quando scriviamo i nostri pensieri e individuiamo il serpente, non possiamo nasconderlo e far finta che non esista, perché è scritto sulla carta. Non posso fingere di non averlo detto o dimenticare quello che ho detto, perché non è stato detto, è stato scritto. Allo stesso tempo, se qualcosa è troppo difficile per me da affrontare al momento, posso sempre tornarci sopra più tardi. Una volta che è sulla carta, non sparirà.

Per questo motivo, io scrivo molto e consiglio questa pratica a chiunque voglia esaminare la propria struttura interiore e diventare una persona migliore.

Il caso dell’invidia

L’invidia ha una reputazione terribile. È stata incolpata di così tanti crimini e atrocità che abbiamo imparato a temerla. Quando emerge dentro di noi, sentiamo una sensazione di bruciore che è difficile da controllare e da contenere. In più, ci porta a volere cose che altrimenti non avremmo mai voluto, né tantomeno desiderato. A causa di questo malessere, e delle ambizioni precarie che l’invidia evoca in noi, l’umanità cerca modi per superarla da molti secoli. 

Sopprimerla o annientarla (ammesso che si possa) equivarrebbe a dire che ci sono cose al mondo che sono superflue o intrinsecamente e incorreggibilmente dannose, e che dovremmo sbarazzarcene. Baal HaSulam, il padre del mio maestro e il più grande Kabbalista del XX secolo, derideva questo approccio; si riferiva cinicamente alle persone che lo sostenevano come “riformatori del mondo”. 

Nel suo saggio “Pace nel mondo” Baal HaSulam scrisse che se fosse per i riformatori del mondo “essi avrebbero di certo ripulito l’uomo completamente, lasciando vivere soltanto ciò che è buono ed utile” ai loro occhi.  Una delle impurità che certamente ripulirebbero sarebbe l’invidia, e questo sarebbe un errore imperdonabile. 

Così come non smettiamo di usare l’elettricità anche se può ucciderci, non dobbiamo sopprimere l’invidia. Così come abbiamo imparato a utilizzare l’elettricità a nostro vantaggio, dovremmo imparare a utilizzare l’invidia a nostro vantaggio.

In parte, lo facciamo già. Le madri spesso rivolgono l’attenzione dei loro figli al successo di altri bambini per spingerli a impegnarsi di più. In questo modo, sfruttano la naturale invidia del bambino. Quando i bambini vedono che la madre apprezza un’altra persona, la invidiano e li spingono a migliorare per ottenere anche loro l’apprezzamento della madre.

L’invidia non è una sensazione piacevole, ma le sensazioni piacevoli non ci aiutano a crescere.  Anche la necessità non è una sensazione piacevole, eppure si tratta della madre delle invenzioni, è il motore dello sviluppo e del progresso.  Per dirlo francamente, se non fosse per l’invidia, saremmo ancora all’età della pietra. 

Come l’elettricità, se usata correttamente, l’invidia ci costruisce e non distrugge gli altri. Quando la usiamo in questo modo, vedere il successo degli altri ci rende grati, perché è grazie al loro successo che anche noi miglioriamo.

Pertanto, dovremmo sviluppare un approccio maturo all’invidia e ringraziare le persone il cui successo fa avere successo anche a noi. Se riusciamo a farlo, scopriremo che dopo qualche tempo impareremo ad apprezzarle a tal punto da iniziare ad amarle per il dono che ci hanno fatto attraverso l’invidia.

L’umorismo, una questione seria

Cosa rende l’umorismo così necessario nella nostra vita? Cosa dovrebbe essere fonte di risate? Tutto è stato creato per il nostro sviluppo, anche il senso dell’umorismo. Ci dà la forza e la capacità di evolvere.

Chiunque sia vicino a persone impegnate professionalmente nel campo dell’umorismo sa che spesso si tratta di persone infelici per natura, molto serie e talvolta persino depresse. Per l’esigenza di uscire dalla nube grigia in cui sono immersi, sviluppano il senso dell’umorismo.

In generale, più una persona si evolve, più è in grado di apprezzare l’umorismo fine. Mi riferisco all’umorismo brillante: un collegamento inaspettato tra cose distinte che nel nostro modo normale di pensare sono completamente estranee.

L’umorismo raffinato richiede la capacità di osservare la nostra natura da un lato, per poter prendere in giro noi stessi. Tale umorismo si basa sulla abilità di individuare in noi stessi diverse identità: la forma originaria che abbiamo ricevuto dalla natura, la forma in cui siamo stati educati e le forme che abbiamo adottato nelle varie fasi della nostra vita, e queste sono le forme che abbiamo assorbito dagli altri. Da tutti questi confronti di identità scaturisce ogni tipo di riflessione importante.

L’umorismo può esprimere critiche, da un lato, e dall’altro deve essere trasmesso in uno spirito di amore, in modo piacevole. Non dovremmo mai prendere in giro gli altri e provocare odio. Dovremmo ridere solo delle fragilità generali che esistono nell’umanità per evidenziare le debolezze della nostra natura egoistica di esseri umani, per aiutarci a sviluppare la consapevolezza e la conoscenza delle nostre debolezze. Perché, se siamo consapevoli delle nostre qualità negative, possiamo lavorare per elevarci al di sopra di esse.

Dopo tutto, è così che la natura ci ha creati, imperfetti. La natura ci ha dato il senso dell’umorismo per aiutarci a criticare noi stessi e a trascendere la nostra natura. L’umorismo ci permette di vedere noi stessi da una prospettiva più alta, e quindi può anche aiutarci a elevarci al di fuori del nostro attuale  livello verso un livello superiore. Guardare e ridere di noi stessi da un lato può innescare uno esame interiore su chi siamo veramente. Se sappiamo ridere di noi stessi, allora è come è scritto: “Dio mi ha fatto ridere” (Genesi 21:6), una situazione dalla quale possiamo crescere.

Il buon umorismo deve sempre essere gentile, favorire lo sviluppo ed evocare l’affetto per ciò a cui ci si riferisce.  Dovrebbe stravolgere le nostre menti, per ammorbidire un’atmosfera rigida.

Che cosa c’è nell’umorismo che può aprire il cuore e abbattere i muri tra le persone? Che cosa c’è nell’umorismo che può aprire il cuore e abbattere i muri tra le persone? L’umorismo ci toglie tutti i travestimenti che ci mettiamo addosso. È come se ci spogliasse di tutte le pose e le maschere, rendendoci tutti uguali e semplici. Quando ridiamo insieme delle debolezze che sono in tutti noi allo stesso modo, creiamo immediatamente un rapporto più gentile tra di noi.

Non c’è mezzo più forte dell’umorismo per eliminare confini, barriere e distanze. La grande sfida del nostro tempo, la più seria, è sviluppare l’umorismo per avvicinare le persone tra loro, per renderci più connessi.

Sono così combattuta che ho paura di pregare

Qualche giorno fa, ho ricevuto una mail da Yulia, che mi ha confessato di sentirsi lacerata, impotente in questo mondo, e incapace di aiutare chi le sta vicino. “Ho una preghiera per la pace”, ha scritto, “per i buoni rapporti tra le persone, ma ho la strana sensazione che più chiedo, più le cose si aggravino. È come se ci stessimo dirigendo verso questa fossa infuocata in cui potremmo cadere tutti, quindi ho paura di continuare a pregare”.

Tutto quello che posso dire è che dobbiamo pregare perché la gente trovi il bene che esiste nel mondo, perché c’è il bene in questo mondo, ma non è rivelato. Abbiamo bisogno di un esempio di esso, per vedere che ci sono attività nel mondo che sono veramente buone, solo che non possiamo vederle perché i nostri occhi sono egoisti, rivolti verso noi stessi. Di conseguenza, non possiamo vedere ciò che è fuori di noi.

Possiamo cambiarlo, ma per questo dobbiamo cambiare le nostre preghiere. Chiediamo tranquillità, pace e felicità, ma queste, alla fine, sono richieste egoistiche. La forza che ha creato questo mondo e lo sostiene,  che noi chiamiamo Creatore, è il contrario dell’egoismo. È una forza di assoluta bontà. Pertanto, se vogliamo sentire la sua presenza e i suoi benefici per il mondo, dobbiamo imparare a vedere il nostro mondo attraverso gli occhi benevoli del Creatore piuttosto che attraverso i nostri occhi egoistici.

Possiamo farlo se smettiamo di chiedere che le cose siano buone per noi e cominciamo a chiedere di diventare noi stessi persone buone. Se avessimo la qualità della bontà, saremmo in grado di vedere che la forza buona è tutto ciò che opera nel nostro mondo. Ma poiché non ce l’abbiamo e non sappiamo come dovrebbe agire in qualsiasi situazione, perché siamo completamente opposti ad essa, non possiamo individuarla nel mondo che ci circonda. Quindi, se vogliamo sentire che il mondo è buono dietro gli orrori che vediamo con i nostri occhi di oggi, egoisti, dobbiamo prima pregare di diventare buoni anche noi.

Quindi, cara Yulia, se vuoi smettere di avere paura che il mondo possa cadere in una fossa infuocata, prega che il Creatore ti cambi, e vedrai che il mondo sta andando in un luogo di unità e amore reciproco. Inoltre, vedrai come possiamo arrivarci senza il dolore e la sofferenza che vediamo intorno a noi, e saprai cosa dire alla gente e come aiutarla ad arrivarci presto.

La dieta non riguarda la forza di volontà

Fin dal primo momento della nostra esistenza, la vita ci offre difficoltà e ostacoli. In effetti, tutta la nostra vita è una serie di sforzi per superare gli ostacoli. Quando la nostra forza per superarli viene meno, noi moriamo.

Essendo egocentrici per natura, siamo portati a fare solo ciò che vogliamo. Fino a quando vogliamo qualcosa, avremo la forza di superare gli ostacoli per ottenerlo. Ma quando dobbiamo andare contro la nostra volontà, è allora che iniziano i problemi. Per esempio, nessuno vuole alzarsi la mattina e andare a lavorare, anche se lavoriamo da casa. Dobbiamo ricordare a noi stessi che abbiamo una famiglia di cui occuparci, un mutuo o un affitto da pagare e altri incentivi simili che, alla fine, ci fanno alzare dal letto.

Lo stesso vale per il cibo. Nessuno vuole essere a dieta; vogliamo mangiare quello che vogliamo, quando vogliamo e quanto vogliamo. Possiamo anche volere sentirci bene e avere un bell’aspetto, ma se il desiderio di queste due cose non è così forte come la voglia di dolci e carboidrati, non saremo in grado di resistere e persistere nella dieta. In altre parole, interrompiamo una dieta non per mancanza di volontà, ma per indecisione su quale obiettivo sia più importante.

Per avere successo con una dieta, come con qualsiasi altra cosa nella vita, dobbiamo prima determinare perché ne abbiamo bisogno. Se non capiamo i benefici di essere magri, leggeri e sani, non troveremo mai la determinazione di mangiare cibi sani e di attenersi a mangiare cibi sani in quantità sane.

È una lotta costante per dirigere le voglie, mettere in dubbio ciò che vogliamo, aggiustare le nostre intenzioni e obiettivi e rafforzarli dove diventiamo deboli. Non ci concentriamo sul desiderio in sé, ma aumentiamo l’importanza dell’obiettivo: essere sani e belli.

Il modo migliore per aumentare il desiderio di qualcosa è quello di circondarsi di persone il cui obiettivo è lo stesso del nostro. Insieme, possiamo rafforzarci e incoraggiarci a vicenda quando uno di noi diventa più debole.

Inoltre, se ci concentriamo sull’incoraggiare gli altri a raggiungere il nostro obiettivo comune, non ci concentreremo sulle nostre debolezze e l’incoraggiamento che diamo loro tornerà a noi come forza supplementare.

Lo scopo della vita va al di sopra di quello di mantenere un bel fisico. Il suo scopo è quello di elevare il nostro spirito al di sopra dell’esistenza materiale e portarci in un nuovo ed ampio regno della percezione.

Siamo destinati a rivelare le nostre connessioni a livelli molto più profondi e significativi di qualsiasi impegno mondano. Lo scopo della nostra vita è quello di sperimentare tutta l’umanità come un unico organismo le cui cellule, che siamo noi, si conoscono e sentono l’un l’altro con la stessa chiarezza e vivacità con cui sentono il proprio corpo, se non di più.

Ma il percorso per raggiungere questa percezione è esattamente lo stesso che usiamo per perdere peso. Se ci circondiamo di persone che cercano il nostro stesso obiettivo sublime, ci incoraggeremo e ci sosterremo a vicenda lungo il cammino, così raggiungere quell’obiettivo diventerà facile e veloce. Se cerchiamo di raggiungere l’obiettivo da soli, non avremo alcuna possibilità, come con una dieta.

Esilio e Redenzione. La via di Israele

Questa sera, venerdì 15 aprile, gli Ebrei in tutto il mondo celebreranno la Pasqua, la redenzione di Israele dalla schiavitù in Egitto, trentatré secoli fa. L’esodo dall’Egitto non è ricordato solo nella data in cui si colloca nel calendario ebraico. In effetti, non solo nel Giudaismo ma anche nel Cristianesimo si attribuisce grande importanza alla liberazione degli  Israeliti dalla schiavitù. Nel corso della storia, ci sono stati innumerevoli casi di schiavitù e di liberazione. Perché allora questo è così importante che ci si preoccupa di ricordarlo? L’esodo simboleggia molto di più della liberazione di una nazione da un’altra. Descrive il processo interiore con cui si riscatta la propria anima dalla schiavitù dell’ego. E poiché siamo tutti nati schiavi del nostro ego, l’esodo dall’Egitto riguarda ogni persona sul pianeta.

Quando gli Israeliti erano nel deserto del Sinai, si lamentavano con Mosè: “Ci ricordiamo del pesce che abbiamo mangiato gratuitamente in Egitto, dei cetrioli e dei meloni, delle verdure, delle cipolle e dell’aglio” (Num. 11:5). In un’altra occasione, si lamentarono dicendo: “Vorrei che fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando sedevamo vicino alle pentole di carne, quando mangiavamo pane a sazietà” (Esodo 16:3). Vediamo che non furono le difficoltà fisiche ad affliggere i figli di Israele in Egitto, ma qualcos’altro li tormentava al punto che non potevano tollerare di rimanere lì anche solo per un’altra notte. Quel qualcosa è la ragione per cui la storia dell’esodo dei figli di Israele dall’Egitto è ancora così ben ricordata.

Per capire cos’è questo qualcosa, dobbiamo ricordare che il popolo di Israele è diverso da qualsiasi altra nazione. Le loro radici non possono essere ricondotte a nessuna nazione o paese, clan o tribù. Noi attribuiamo la nascita della nazione ad Abramo, ma egli fu solo il primo. Il giorno della sua morte, gli Ebrei non erano ancora una nazione. Ricevettero il loro status ufficiale, se volete, solo ai piedi del Monte Sinai, dopo aver fatto voto di unirsi “come un solo uomo con un solo cuore”.

Fino ad allora, individui di numerose tribù e nazioni si univano agli Ebrei per loro scelta. L’unica condizione per unirsi agli antichi Ebrei era accettare il principio dell’unità al di sopra di ogni differenza. In altre parole, la nazione emergente era composta da uomini di origini diverse, che si univano al gruppo che Abramo aveva costituito perché aderivano all’idea con cui egli lo aveva fondato: unità, cura degli altri, questo è tutto ciò che conta. Ecco perché la legge fondamentale del Giudaismo è “Ama il tuo prossimo come te stesso”.

Nonostante i loro sforzi per unirsi, l’ego degli antichi Ebrei li deluse più e più volte. Ogni volta che lo superavano e si univano, si intensificava e li separava ancora una volta. Ecco perché la storia del popolo di Israele è piena di conflitti e guerre.

La storia dell’esodo dall’Egitto è un racconto simbolico che parla degli sforzi per superare il proprio ego. Mosè, per esempio, è la qualità dentro di noi che trascina costantemente verso l’unità. Il nome ebraico Moshe [Mosè] è simile alla parola ebraica moshech [tirare], cioè tirare via dall’ego e verso l’unità e l’amore per gli altri.

Il popolo di Israele è la qualità dentro di noi che può relazionarsi con Mosè e seguirlo, ma esita a farlo. Sono tentati dall’ego di rimanere in Egitto, dove l’ego è il re. Questo è il motivo per cui mettono costantemente in discussione la guida di Mosè e si chiedono se non sarebbe stato meglio se fossero rimasti in Egitto.

L’Egitto simboleggia il nostro ego, il nostro odio per gli altri. Il Faraone è l’epitome dell’ego. Non è solo l’odio per gli altri, ma il desiderio di dominare su tutti e tutto, di opprimere tutta la realtà sotto il proprio governo. Ecco perché il Faraone dice: “Chi è il Signore perché io obbedisca alla Sua voce?” (Es. 5:2). In altre parole, il Faraone non si inchina a nessuno; è il nucleo dell’egoismo.

La lotta di Mosè per liberare il popolo di Israele dall’ego ebbe successo. Per un individuo, è la redenzione dell’anima dalle catene dell’ego, il re che ci governa dalla nascita, come è scritto: “L’inclinazione del cuore dell’uomo è malvagia fin dalla sua giovinezza” (Gen. 8:21).

Come possiamo vedere, la storia dell’esodo di Israele dall’Egitto è molto pertinente. Il mondo di oggi, che è immerso nell’egoismo, ha bisogno di redenzione dall’ego non meno di quanto il popolo di Israele ne avesse bisogno allora. Abbiamo costruito un mondo bellissimo, che è abbondante in ogni modo possibile. Eppure, l’asservimento al nostro io narcisistico ci separa gli uni dagli altri e ci porta a distruggere ogni frammento di bellezza sul nostro pianeta.

Proprio come la schiavitù del popolo di Israele in Egitto era in realtà la schiavitù del loro ego, così noi siamo intrappolati dal nostro ego e cerchiamo di dominare e opprimere gli altri (se siamo Faraone), o semplicemente odiamo le altre persone (se siamo semplici egiziani). In entrambi i casi, è distruttivo per noi, per la società e per il mondo in cui viviamo. 

Che questa Pasqua sia l’inizio della nostra redenzione dall’ego e l’inizio dell’unità e dell’amore per gli altri.