Pubblicato nella 'Il senso della vita' Categoria

Perchè non ci ricordiamo il momento della nascita.

Gli esseri umani sono emotivi. Le sensazioni ci guidano, determinano i nostri pensieri, le nostre decisioni nella vita e il nostro giudizio. Qualsiasi cosa facciamo, la facciamo per sentirci bene o per evitare sensazioni negative. Le emozioni sono così centrali per il nostro essere che determinano persino la nostra memoria. Allora perché non ricordiamo il momento più critico della nostra vita, il momento della nascita? Infatti non ci ricordiamo neanche gli anni formativi, quando avevamo uno o due anni. La ragione è che nei primi anni di vita, i nostri sensi fisici si sviluppano velocemente, ma il nostro mondo emotivo, il nostro “io” rimane indietro e prima di avere un “io” distinto con le sue proprie emozioni, non colleghiamo le emozioni agli eventi, quindi non le ricordiamo, almeno non più che semplici immagini.

Anche più avanti nella vita, all’età di tre o quattro anni, un’età di cui molti di noi hanno qualche memoria, i ricordi sono ancora molto vaghi e incompleti, come se fossero forme di memoria “immature” o “primitive”.

I ricordi “veri” iniziano quando cominciamo a sviluppare una psiche, un “io” che si riconosce come un essere individuale. Una volta che percepiamo noi stessi come esseri separati, con i nostri pensieri ed emozioni, e comunichiamo con gli altri come individui distinti, passiamo dall’essere piccoli animaletti, con il potenziale di diventare esseri umani, a persone vere e proprie.

La trasformazione si riflette nel modo in cui i bambini si connettono con gli altri, e diventa totalmente sviluppata una volta che iniziamo a provare l’attrazione ormonale, all’inizio dell’adolescenza.

Questa evoluzione, che è unicamente umana, è dovuta al motivo della creazione degli esseri viventi. Non è nostro destino rimanere come animali, il nostro destino è farci domande sul nostro mondo, sulla ragione della sua esistenza, e della nostra esistenza al suo interno. Siamo destinati a chiederci e comprendere lo scopo della nostra vita oltre al livello fisico. Solo una volta che le nostre emozioni sono completamente sviluppate possiamo iniziare a esplorare domande tali in maniera seria.

Per me, quel momento è arrivato con la domanda “cosa viene dopo?”. Mi chiedevo “cosa viene dopo, la scuola, l’università, e…?” Non avevo una risposta. Per questo motivo non volevo imparare; divenni apatico. Era una sensazione orrenda, una sensazione di inutilità, di essere obbligato a fare qualcosa privo di significato.

Non tutti sono tormentati da questa domanda. Alcune persone attraversano la vita inseguendo la ricchezza o la fama, e sono soddisfatti di questo. Il significato di tutto non li preoccupa.

Eppure il significato della vita può rivelarsi soltanto a coloro che si fanno la domanda. In gradi diversi, la domanda sorge in tutti, ma solo coloro che ne sono perseguitati, possono trovare la risposta.

La risposta è che siamo nati e viviamo solo per sviluppare la nostra anima. L’anima non è qualcosa dentro di noi, ma tra di noi. L’anima è una connessione speciale tra persone, che possiamo sviluppare soltanto se sentiamo che le nostre connessioni esistenti, in cui cerchiamo costantemente di consumare e assorbire, non ci soddisfano. Quando iniziamo a cercare la reciprocità, iniziamo a scoprire un nuovo livello di esistenza sconosciuto a coloro che sono guidati soltanto dall’interesse personale.

Le persone che sviluppano l’anima, iniziano a vedere la rete che connette ogni cosa, e come ogni cosa influisce su tutto il resto. Queste connessioni sono l’anima, e rivelarle è lo scopo della nostra esistenza. Ogni altro essere funziona istintivamente all’interno della rete, solo gli esseri umani possono comprendere questa matrice di esistenza e operare al suo interno come esseri coscienti. Sviluppare questa consapevolezza è lo scopo della nostra vita.

La nostra follia ha uno scopo

Una delle domande più imbarazzanti che ossessionano l’umanità è perché la specie più intelligente del pianeta non riesca a gestire la propria vita con intelligenza. Dopo ogni cataclisma auto inflitto, analizziamo, riflettiamo e traiamo conclusioni per evitare che le calamità si possano ripetere. Eppure, ogni volta, ricadiamo inevitabilmente negli stessi errori, pecchiamo di vanità e sconsideratezza che conducono inevitabilmente ad un altro cataclisma. Perché la specie più intelligente continua ad incedere con questo passo nella follia?

La sorprendente risposta a questa domanda non risiede nelle nostre manifestazioni o nel nostro intelletto. La risposta sta nello scopo della nostra esistenza. Se ci stessimo sviluppando secondo la legge dell’evoluzione di Darwin, vale a dire, in modo naturale, non ci sarebbero falle nel nostro comportamento, esattamente come gli animali che sanno come agire e quando agire. Sono riusciti a sopravvivere in questo modo per milioni di anni nonostante le forze avverse.

Gli umani invece hanno un altro scopo oltre l’esistenza fisica. Siamo destinati a diventare onniscienti, fino ad arrivare a comprendere tutto della Creazione: perché esiste, come permarrà e come potrà raggiungere il suo fine. 

Man mano che l’evoluzione fa il suo corso, da processi semplici a processi complessi, da creature unicellulari a trilioni di cellule che lavorano all’unisono per sostenere grandi corpi come il nostro,  la nostra coscienza deve gradualmente evolvere dal concentrarsi solo su noi stessi al concentrarsi su tutta l’umanità, poi sull’intero pianeta e infine su tutto ciò che esiste.

Siamo già connessi, ma non ne siamo consapevoli e ci comportiamo come se non lo fossimo.  Mentre gli animali seguono il loro istinto e dunque non interrompono la connessione tra le diverse parti della realtà senza quindi causare danni, noi invece seguiamo i nostri capricci e tutto ciò che ci passa per la mente. Poiché  le nostre menti non percepiscono la connessione di tutta la realtà e, oltretutto, contrastano la percezione a causa del nostro ego, agiamo come se potessimo ignorare il resto della realtà e fare ciò che vogliamo. Il risultato è il mondo caotico nel quale ci troviamo a vivere, in cui ciascuno cerca di imporre il proprio ego sull’altro o addirittura cerca di annientare l’altro.

Lo scopo del caos dunque, è quello di mostrarci la nostra follia. Che lo vogliamo o no, il caos ci mostra che siamo responsabili per tutto e ciascuno di noi lo è nei confronti degli altri. Se non acquisiamo consapevolezza della nostra mancanza di connessione e non iniziamo a comportarci di conseguenza, distruggeremo tutto.

Inoltre, se l’acquisizione della consapevolezza non è seguita da azioni, non potremo mai percepire ciò che dobbiamo percepire.  Non saremo in grado di capire il mondo in cui viviamo, come e perché esiste. In effetti, siamo giunti ad un punto in cui la nostra esistenza fisica ed  il nostro sviluppo spirituale sono in un rapporto di reciproca dipendenza. I nostri corpi riusciranno a sopravvivere solo se svilupperemo le nostre menti.

Ridefinire la felicità e la sicurezza

Per molte persone la felicità è la sensazione di essere amate, accettate e sicure nel proprio ambiente sociale. Ci sentiamo sicuri quando abbiamo un’immagine positiva del futuro.  Una sensazione di ottimismo sul futuro ci dà una ragione per vivere. Se la perdiamo, ci sentiamo scoraggiati e a volte anche con tendenze suicide. Il futuro è più importante per noi del presente; illumina o oscura il presente, quindi è fondamentale capire come costruire un futuro sicuro, circondato da amore e amicizia.

Attualmente, per sentirci sicuri, ci circondiamo di polizze assicurative, fondi pensione e simili. Ma in fin dei conti, poche persone si sentono tranquille e sicure quando si tratta del futuro.

In passato, l’unità familiare era fonte di amore e sicurezza. Oggi, i legami familiari sono talmente spezzati che non possiamo più contare su di essi nei momenti di bisogno. Ci sentiamo soli, viviamo in un’epoca di estraneità e isolamento.

Invece di essere legati a una famiglia affettuosa, oggi siamo incatenati al mondo intero. L’umanità è diventata una rete globale in cui tutti si sentono collegati, influenzati e dipendenti gli uni dagli altri. È come se l’umanità fosse seduta su una barca alla deriva in acque tempestose; dipendiamo gli uni dagli altri per la nostra sopravvivenza, ma non ci sopportiamo e non vogliamo che gli altri a bordo vivano. In questo stato, ovviamente, ci sentiamo insicuri e non amati.

Questo stato può farci venire voglia di arrenderci, ma possiamo anche vederlo come una sfida, un trampolino di lancio per il prossimo livello del nostro sviluppo. Per farlo, dobbiamo invertire l’interdipendenza negativa che ci è stata imposta dalla realtà in una positiva, come i legami familiari che una volta sentivamo.

In tali relazioni non vogliamo annientarci a vicenda. Al contrario, vogliamo sostenerci e aiutarci a vicenda. Creando un sistema di reciprocità in cui tutti aiutano gli altri, si crea una società in cui tutti si prendono cura degli altri e si inizia a generare sentimenti di amore e sicurezza a livello sociale. Questo livello è molto più gratificante dell’essere amati solo da alcuni membri della famiglia; è una percezione completamente diversa della società, una sensazione di vicinanza a tutte le persone. È la felicità a un livello nuovo, più profondo e molto più forte.

In uno stato in cui tutti i membri della società si sentono vicini gli uni agli altri, ognuno contribuisce con le proprie capacità al bene comune e gode dei contributi degli altri. La società diventa un corpo i cui membri sono le sue cellule e i suoi organi: Ognuno di loro ha una funzione unica, ma tutti lavorano per lo stesso obiettivo con la stessa dedizione assoluta e lo stesso amore.

Siamo già interconnessi e interdipendenti. Non possiamo separarci dalle nostre connessioni, quindi la nostra unica scelta è di avanzare. Se ci opponiamo a questo processo, ci sentiamo sempre più spaventati e soli in un mondo in cui dipendiamo dai nemici. Se accogliamo il processo, ci sentiremo, come ho descritto, come cellule che lavorano in armonia per il benessere del corpo, al sicuro e amate da tutti. 

Il mondo sta peggiorando o è solo la nostra percezione?

 

Se seguiamo le notizie di oggi, vediamo un mondo che sta per crollare, come se stessimo vivendo il periodo peggiore della storia. Quindi, ci vien da pensare che i nostri nonni avevano ragione quando ricordavano nostalgicamente i “vecchi tempi”.

I segnali cupi abbondano: ondate di caldo estremo e incendi furiosi in Europa e negli Stati Uniti, l’America che sanguina tra una sparatoria di massa e l’altra, l’inflazione che raggiunge i massimi storici al punto che la recessione sembra probabile, l’incessante guerra russa in Ucraina che continua a provocare scosse in tutto il mondo.

La Gran Bretagna e l’Italia affrontano l’instabilità politica. Lo Sri Lanka è affondato davanti agli occhi di tutti mentre i suoi leader sono fuggiti dal paese.  La tranquilla nazione del Giappone ha visto l’assassinio del suo ex  primo ministro alla luce del sole. 

Per quanto tutto possa sembrare sconvolgente, non è cambiato molto nel mondo. Il cambiamento principale è stato nell’accumulo di informazioni e nelle connessioni delle persone nel mondo. In tempi passati si viaggiava a piedi per andare a sentire cosa succedeva nella città vicina e ci si cullava in una nave per due mesi per andare a conoscere un paese lontano.

In periodi successivi, abbiamo comprato un biglietto per un treno ad alta velocità o preso aerei per atterrare in un continente lontano e conoscere altre realtà e persone. Ora, senza alzarci dalla sedia e premendo un tasto, siamo lì, nel cuore del mondo. In meno di un secondo, l’intera realtà colorata, rumorosa e vivace si dispiega davanti a noi, stupendoci con la sua crescente influenza.

Ascoltiamo e vediamo, sentiamo, ammiriamo e rispondiamo a tutto ciò che accade a tutti, in ogni angolo, in tempo reale. La comunicazione tra noi ci impone di assorbire un intenso flusso di informazioni che consumiamo come dei drogati.

Quanto spesso capita che qualcuno legga un libro e vada da un amico a dirgli: “Senti, che bel libro ho letto!”. Siamo in un mondo in cui ci sono solo notizie che non siamo in grado di assorbire, impegni che non riusciamo a tollerare. Di conseguenza, le persone si ammalano sempre più fisicamente e mentalmente.

Gli infiniti legami che si formano tra noi sono freddi, piatti e distaccati. Non hanno profondità, calore o identificazione. Mancano di simpatia e di disponibilità all’avvicinamento e non tengono conto del fatto che siamo una cosa sola. Se il mondo sembra pieno di crisi, sono i legami tra di noi che si sono spezzati.

I legami fisici tra noi sono diventati stretti e veloci, ed è giusto che sia così, ma dobbiamo adattarci interiormente ed emotivamente a questo. Dobbiamo inserire in questi legami un calore che ci rafforzi e ci unisca invece di dividerci. Potete spegnere un po’ il telegiornale, aprire un libro che abbia uno scopo, parlarvi e sentirvi.

Anziché correre in giro con gli occhi attaccati ad uno schermo e assorbire pezzi frammentati di informazioni, possiamo avere un’immagine vera della realtà quando guardiamo la creazione come integrale, sapendo che ha una direzione e uno scopo.  Tutta la realtà, passata o presente, ha un unico scopo: farci percepire che siamo uno, come la natura, e capire che soltanto attraverso la nostra garanzia reciproca e interdipendenza, saremo in grado di superare qualsiasi avversità. Quando raggiungeremo questa prospettiva, la percezione del mondo che vediamo entrerà finalmente in un bellissimo equilibrio chiamato pace.

 

Didascalia della foto:
Malaga, Spagna. Nelle foto scattate il 21 luglio 2022, si vedono gli incendi boschivi che hanno colpito diverse regioni spagnole tra temperature record. L’ondata di calore che ha flagellato l’Europa negli ultimi tempi lascia un bilancio catastrofico di incendi boschivi che hanno bruciato diverse centinaia di migliaia di ettari nel vecchio continente. Il Paese più colpito è la Spagna, dove l’ondata di calore è formalmente terminata, ma il Governo ha riconosciuto una cifra di 70.000 ettari bruciati solo fino al 10 luglio.

Cosa resta dopo che ce ne siamo andati

Qualche giorno fa, alcuni amici stavano dando una festa in casa, quando improvvisamente si è aperta una voragine sotto la piscina mentre alcuni dei partecipanti erano in acqua. Due uomini sono stati risucchiati nel buco. Uno è riuscito a uscire da solo, ma l’altro era stato risucchiato nel buco di 13 metri, ed è annegato.

Come si è scoperto, la vittima, Klil Kimhi, 32 anni, era un ragazzo popolare tra i suoi amici e spesso postava riflessioni sui social media. Si poneva domande come: “Chi sono io senza il mio titolo? Chi sono io senza i miei successi? Chi sono senza il mio lavoro? Cosa saresti se una mattina ti svegliassi e tutti quei titoli che ti definiscono ti venissero tolti? ” Domande molto toccanti. Un mio studente me le ha riferite e ha chiesto la mia opinione a riguardo. 

In effetti, senza il proprio titolo, l’unica cosa che rimane è la persona.  I titoli sono i titoli, ma non sono la persona. Qualsiasi cosa tu abbia dentro è ciò che sei. Qualsiasi cosa tu faccia di te stesso è ciò che rimane quando i titoli non ci sono più, quando tu non ci sei più.

Secondo me, una persona si misura solo da quanto è riuscita a riconoscere il proprio egoismo, o forse anche a passare al fare del bene. Per “fare del bene” intendo la misura in cui ha lavorato per avvicinare le persone, per unire i loro cuori, per farle sentire connesse. In questo, ognuno è unico e il suo contributo rimane nel patrimonio collettivo dell’umanità anche quando non ci siamo più.

Di tutti i nostri impegni, questo è l’unico che lascia un impatto positivo sul mondo. Tutto il resto svanisce insieme alla persona. Quando riunisci le persone, quando le fai sentire più vicine e unite, più responsabili le une per le altre, rendi il mondo un posto migliore e questa sarà la tua eredità.

Ecco perché la mia organizzazione fa proprio questo: riunire e unire persone di ogni provenienza, cultura, etnia e fede.

 

Didascalia foto:
I soccorritori lavorano sulla voragine (Israel Fire and Rescue Service)

Nel mezzo tra l’amore e l’odio

Nelle notizie: ( “Gli scienziati dimostrano che c’è veramente una linea sottile tra amore e odio”): L’amore e l’odio sono collegati intimamente all’interno del cervello umano, secondo uno studio che ha scoperto le basi biologiche delle due emozioni più intense.

“Gli scienziati che studiano la natura fisica dell’odio hanno scoperto che alcuni dei circuiti nervosi del cervello responsabili di questo sentimento sono gli stessi che vengono attivati durante la sensazione di amore romantico – anche se l’amore e l’odio sembrano essere polarità opposte…

“Le scoperte potrebbero spiegare perché sia l’odio che l’amore romantico possono sfociare in azioni simili di comportamento estremo – sia eroiche che maligne – dice il Professor Semir Zeki dello University College di Londra, che condusse lo studio pubblicato sulla rivista on-line PloS ONe.

“L’Odio è spesso considerato una passione malvagia che dovrebbe, in un mondo migliore, essere domata, controllata e sradicata. Eppure, per il biologo, l’odio è una passione di pari interesse dell’amore”. Dice il Professor Zeki.

“Come l’amore, sembra spesso irrazionale e può portare un individuo ad azioni eroiche e malvagie. Come possono due sentimenti opposti portare allo stesso comportamento?”.

Domanda: Cosa ne pensi?  Sono due concetti completamente opposti?

Risposta: Innescano la stessa sensazione.

Domanda: “C’è estasi nella battaglia”. Ma l’odio è ancora una cosa oscura. E l’amore è limpido.

Cosa sono l’amore e l’odio per te?

Risposta: Questo avviene solo quando c’è un terzo elemento in gioco, chiamato la meta che raggiungo.  L’amore da solo e l’odio da solo, sono inutili.

Domanda: Significa che c’è una meta verso la quale avanzo.  E lungo la strada trovo amore-odio, amore-odio.  È così che avanzo in ogni momento? È questo ciò che intendi?

Risposta: Sì, con l’aiuto dell’amore e dell’odio avanziamo verso una meta che non comprende né amore né odio.

Domanda: È possibile avvicinarsi alla meta semplicemente con l’aiuto dell’amore?

Risposta: Come? Dove sono le qualità opposte?  Come puoi avanzare su una gamba sola?  Non c’è modo.

Domanda: È possibile solamente amare? Devo per forza odiare?

Risposta: Questo è l’errore che fanno tutti quei filosofi e politologi.

Domanda: Che vogliono arrivare soltanto ad amare?

Risposta: Sì, o comunque a una sola cosa.

Domanda: A un certo punto, lungo la strada, dovrei arrivare a un’enorme odio, un odio terribile?

Risposta: Solo nella linea di mezzo.

Domanda: Nel mezzo – significa muoversi tra l’amore e l’odio?

Risposta: Sì, costantemente.

Domanda: Dimmi, quando odio, dovrei sentire che odio?

Risposta: Certamente. Un odio enorme! Devi tremare! Allo stesso modo in cui si trema per il desiderio d’amore.

Domanda: Dovrei odiare questo enorme odio che provo?  Dovrei arrivare a questo?

Risposta: Dipende su quale livello.  Forse lo accoglierai con piacere.

Domanda: Perché mi porta alla meta?

Risposta: Certo. E allora smetterai di considerare se si tratta di amore o di odio. La cosa principale è avanzare verso la meta, avanzare lungo la linea di mezzo.

Credo che sia l’amore che l’odio siano necessari.

Domanda: Il movimento avviene in ogni caso lungo la linea di mezzo tra questi due punti?

Risposta: Sì. Esiste tutto in relazione all’uomo piccolo.

 

[296568]

From KabTV’s “News with Dr. Michael Laitman” 2/10/22

Materiale correlato:
L’amore significa amicizia e concessioni
L’amore che la scienza non può spiegare
L’odio è l’inizio dell’Amore

L’umorismo, una questione seria

Cosa rende l’umorismo così necessario nella nostra vita? Cosa dovrebbe essere fonte di risate? Tutto è stato creato per il nostro sviluppo, anche il senso dell’umorismo. Ci dà la forza e la capacità di evolvere.

Chiunque sia vicino a persone impegnate professionalmente nel campo dell’umorismo sa che spesso si tratta di persone infelici per natura, molto serie e talvolta persino depresse. Per l’esigenza di uscire dalla nube grigia in cui sono immersi, sviluppano il senso dell’umorismo.

In generale, più una persona si evolve, più è in grado di apprezzare l’umorismo fine. Mi riferisco all’umorismo brillante: un collegamento inaspettato tra cose distinte che nel nostro modo normale di pensare sono completamente estranee.

L’umorismo raffinato richiede la capacità di osservare la nostra natura da un lato, per poter prendere in giro noi stessi. Tale umorismo si basa sulla abilità di individuare in noi stessi diverse identità: la forma originaria che abbiamo ricevuto dalla natura, la forma in cui siamo stati educati e le forme che abbiamo adottato nelle varie fasi della nostra vita, e queste sono le forme che abbiamo assorbito dagli altri. Da tutti questi confronti di identità scaturisce ogni tipo di riflessione importante.

L’umorismo può esprimere critiche, da un lato, e dall’altro deve essere trasmesso in uno spirito di amore, in modo piacevole. Non dovremmo mai prendere in giro gli altri e provocare odio. Dovremmo ridere solo delle fragilità generali che esistono nell’umanità per evidenziare le debolezze della nostra natura egoistica di esseri umani, per aiutarci a sviluppare la consapevolezza e la conoscenza delle nostre debolezze. Perché, se siamo consapevoli delle nostre qualità negative, possiamo lavorare per elevarci al di sopra di esse.

Dopo tutto, è così che la natura ci ha creati, imperfetti. La natura ci ha dato il senso dell’umorismo per aiutarci a criticare noi stessi e a trascendere la nostra natura. L’umorismo ci permette di vedere noi stessi da una prospettiva più alta, e quindi può anche aiutarci a elevarci al di fuori del nostro attuale  livello verso un livello superiore. Guardare e ridere di noi stessi da un lato può innescare uno esame interiore su chi siamo veramente. Se sappiamo ridere di noi stessi, allora è come è scritto: “Dio mi ha fatto ridere” (Genesi 21:6), una situazione dalla quale possiamo crescere.

Il buon umorismo deve sempre essere gentile, favorire lo sviluppo ed evocare l’affetto per ciò a cui ci si riferisce.  Dovrebbe stravolgere le nostre menti, per ammorbidire un’atmosfera rigida.

Che cosa c’è nell’umorismo che può aprire il cuore e abbattere i muri tra le persone? Che cosa c’è nell’umorismo che può aprire il cuore e abbattere i muri tra le persone? L’umorismo ci toglie tutti i travestimenti che ci mettiamo addosso. È come se ci spogliasse di tutte le pose e le maschere, rendendoci tutti uguali e semplici. Quando ridiamo insieme delle debolezze che sono in tutti noi allo stesso modo, creiamo immediatamente un rapporto più gentile tra di noi.

Non c’è mezzo più forte dell’umorismo per eliminare confini, barriere e distanze. La grande sfida del nostro tempo, la più seria, è sviluppare l’umorismo per avvicinare le persone tra loro, per renderci più connessi.

Per ridurre l’inquinamento dell’aria, lavoriamo da casa

Un recente articolo di Steve Cohen dell’Earth Institute della Columbia University illustra i vantaggi di preferire le auto elettriche a quelle con motore a combustione interna. Cohen riconosce che “la decarbonizzazione richiederà decenni e… alcune obiezioni saranno giustificate perché questi impianti avranno un impatto negativo sulla comunità”. Tuttavia, insiste: ” La tesi secondo cui i veicoli elettrici inquinano troppo non è convincente. Inquinano meno dei veicoli alimentati dal motore a combustione interna” e “questo è l’unico confronto che conta”.

Secondo me, stiamo guardando l’intera situazione dalla prospettiva sbagliata. Persino Cohen, un grande sostenitore delle auto elettriche, ammette che “vedremo un progresso man mano che renderemo la situazione meno grave, ma non risolveremo il problema”. Quindi, anziché cercare modi di minimizzare i danni mantenendo uno stile di vita dannoso, credo che dovremmo cambiare il nostro stile di vita, in modo da non creare il problema fin dall’inizio.

L’attuale stile di vita occidentale, promuove orari di lavoro molto lunghi e spesso lunghi viaggi per arrivare e tornare dal lavoro. Negli ultimi anni le cose hanno cominciato a cambiare, ma credo che non dovremmo aspettare, dobbiamo passare al lavoro da casa il prima possibile e rendere questa forma di lavoro il più possibile diffusa.

In Asia, dove le giornate e le settimane lavorative lunghe erano considerate la norma fino a poco tempo fa, ci sono già nell’aria dei cambiamenti. “Panasonic Corp si è unita a un piccolo, ma crescente, numero di aziende giapponesi che offrono al personale una settimana lavorativa di quattro giorni per incoraggiare un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata”, scrive la società di media HRM Asia. Panasonic non è sola, ma “fa parte di una tendenza globale”, prosegue l’articolo, aggiungendo che in Giappone “un gruppo di legislatori sta discutendo una proposta per concedere ai dipendenti un giorno di riposo in aggiunta ai due giorni di pausa settimanali, per garantire il loro benessere”.

Anche la rivista Forbes, scrive che “la settimana lavorativa di quattro giorni sta prendendo slancio” e altri notiziari scrivono sempre di più riguardo questo fatto. 

Secondo me, dovremmo andare oltre la settimana lavorativa di quattro giorni. Credo che anche il lavoro che facciamo, dovrebbe essere svolto principalmente da casa.  Questo creerebbe meno traffico sulle strade, darebbe alle persone più tempo libero e orari flessibili anche nelle giornate lavorative, riducendo drasticamente l’impatto ambientale dell’industria automobilistica, che sia alimentata da motori elettrici o a combustione interna.  

L’industria automobilistica è solo un esempio. In quasi tutti i settori del lavoro umano, ci stiamo dando da fare più di quanto dovremmo, e tutti ne pagano il prezzo: noi, le nostre famiglie, la società e il pianeta. La produzione eccessiva e il lavoro eccessivo non aiutano nessuno e non ci rendono più felici.

Pensate a come ci sentiremmo se avessimo due ore in più di tempo libero al giorno, più o meno il tempo che impieghiamo per andare e tornare dal lavoro. Ora immaginate se lavorassimo solo quattro giorni alla settimana e da casa.

In breve, credo che dovremmo rallentare, dedicare più tempo alle cose che amiamo fare e alle persone a cui teniamo. Questo ci renderà felici, renderà la società più pacifica, aiuterà l’ambiente e aiuterà il mondo. In questi tempi difficili, tutti noi avremmo bisogno di un po’ di tranquillità.

Perché le grandi dimissioni

Soltanto nella seconda metà del 2021, più di 25 milioni di Americani hanno lasciato il loro lavoro. Questa ondata è stata definita “le grandi dimissioni” o “Il grande licenziamento” ed è la più grande ondata di dimissioni da quando è iniziata la registrazione dei dati all’inizio del secolo. Al momento, questo fenomeno è prevalente nelle occupazioni a basso reddito o in lavori particolarmente difficili e spesso non appaganti, come gli operatori sanitari. Tuttavia, mi aspetto che coinvolgerà tutte le professioni e non solo i lavori meno apprezzati o mal pagati, e che si diffonderà non solo in America ma in ogni parte del mondo.

Posso capire la gente che si licenzia. Che senso ha sgobbare per un lavoro dove si impiega un’ora ad arrivare, un’ora per tornare a casa e che non lascia tempo per se stessi o per stare con la propria famiglia? Oltre a questo, è meglio se lavorano meno persone: ci sarà meno spreco di plastica, meno inquinamento atmosferico e meno di tutto ciò che sta avvelenando il pianeta.  

In passato lavoravano meno persone, principalmente perché le donne stavano a casa, ma anche gli uomini lavoravano meno ore e impiegavano meno tempo per arrivare sul posto di lavoro. Cosa ci ha dato la modernità oltre allo sfinimento e a una salute cagionevole? Pensavamo che questo stile di vita ci avrebbe soddisfatto, ma abbiamo visto che oltre un certo punto, l’inseguimento della carriera e della ricchezza ci rovina soprattutto la vita. 

Quindi credo sia un bene che stiamo diventando meno materialisti e più indifferenti e pigri. Quando le persone smettono di lavorare, scoprono che possono cavarsela con meno soldi e soddisfare comunque i bisogni primari. In cambio ottengono la libertà!

Credo che stiamo assistendo a un processo naturale e che non sia necessariamente negativo. Potrebbe essere scomodo per gli imprenditori o per il governo, ma non credo che sia una cosa negativa o che dobbiamo “curarlo”. La tecnologia può occuparsi dei nostri bisogni, e se la gente trova necessario lavorare, lavorerà. 

 L’attuale stato di sovraconsumo è una distorsione della società, un fardello per il pianeta e non giova a nessuno se non agli azionisti delle imprese che ci vendono ciò di cui non abbiamo bisogno, ovvero la maggior parte di ciò che producono.

Soprattutto ora, in un momento in cui le persone iniziano a porsi domande serie sulla vita, non vogliono essere gravate da bisogni materiali più del necessario. Hanno bisogno di tempo per riflettere e interrogarsi sulla vita, per esplorare dentro di sé ciò che vogliono dalla vita e dalle relazioni.

Siamo nel mezzo di una formidabile trasformazione. Richiede tempo, energia, pazienza e distoglie la mente dalle cose banali.  Più persone accolgono questa nuova mentalità, meglio sarà per tutti.

Al di là delle riflessioni si trova una nuova visione del mondo che incorpora tutte le persone e rifugge dalla brutalità e dal narcisismo. Quindi lasciate che la gente si sdrai al sole e pensi; è meglio per tutti noi.

Perché ci interessa Mosè

Anche se la Pasqua è finita, c’è una cosa che per l’umanità non finisce mai: l’essere affascinati da Mosè. In realtà, non si tratta solo di Mosè, ma dell’intera storia della schiavitù degli Ebrei in Egitto e della loro fuga miracolosa, che ha catturato l’immaginazione dell’umanità per migliaia di anni. Cosa c’è in questa storia che ci ha affascinato così tanto? Dopo tutto, le storie di schiavi e di fuga verso la libertà abbondano, così come le storie di scontri tra leader. Ma poche, se non nessuna, hanno guadagnato l’immortalità come la storia della fuga di Israele dall’Egitto.

C’è una buona ragione per questo. La storia dell’entrata di Israele in Egitto, la loro vita lì e la loro fuga, ci affascina non tanto per la storia in sé, ma per ciò che significa per ognuno di noi. Gli annali degli Ebrei in Egitto descrivono il processo di liberazione dall’egoismo e il raggiungimento della qualità dell’altruismo, o amore per gli altri.

C’è una ragione per cui Rabbi Akiva spiega che la grande regola della Torah è “Ama il tuo prossimo come te stesso”, e perché il grande saggio Hillel disse a un uomo che gli chiese di riassumere la Torah in una frase: “Quello che odi, non farlo al tuo prossimo”.

E’ vero che non tutti vogliono diventare altruisti.  In realtà lo vogliono pochi. Tuttavia, man mano che l’umanità si evolve, sta diventando sempre più interdipendente. Più riconosciamo che le azioni di ognuno di noi influenzano la vita di tutti quanti, più ci rendiamo conto che non abbiamo altra scelta se non cambiare il nostro tratto fondamentale: l’egoismo, che di questi tempi è diventato ciò che molti esperti chiamano “epidemia di narcisismo”. 

La presa di coscienza è già in corso. La frase molto usata “Un’infezione in qualsiasi posto è un’infezione dappertutto”, mostra che riconosciamo che tutti ci influenziamo a vicenda.

Tuttavia, come possiamo preoccuparci degli altri quando siamo così preoccupati per noi stessi? Questo è precisamente quello che ci dice la storia degli Israeliti in Egitto. E ci commuove perché nel profondo, tutti noi abbiamo un Mosè interiore che capisce che la soluzione ai nostri problemi è nell’unità, nel liberarsi dall’ego, ed è solo una questione di tempo prima di accettare l’inevitabilità della trasformazione.

Nella storia, il Faraone rappresenta l’inclinazione malvagia, l’ego. Anche gli Egizi sono desideri e pensieri egoistici, ma non sono così ostinati ed egocentrici come il Faraone. Gli Israeliti sono quei pensieri e desideri dentro di noi che sono disposti a seguire Mosè verso l’altruismo.

Allo stesso modo, anche noi siamo molto deboli quando si tratta di resistere al nostro ego. Basta guardare la cultura: “Io! Io! Io!”, la cultura che abbiamo costruito, come l’ha descritta un grande saggio della NPR, e capirete quanto siamo immersi in noi stessi.

Ma prima o poi dovremo uscire dall’Egitto. L’impero dell’ego sta già cadendo; la civiltà che abbiamo costruito si sta sgretolando sotto l’inquinamento, lo sfruttamento e la belligeranza. Ci sta facendo uscire da noi stessi e ci sta portando l’uno nelle braccia dell’altro. Ci sta dando la scelta di abbracciarci l’un l’altro ed essere salvati oppure di ucciderci l’un l’altro e noi stessi durante il percorso.

Alla fine, sceglieremo la prima opzione. L’unica domanda è quanto tempo ci vorrà prima di capire che non abbiamo altra scelta che scappare dall’Egitto e costruire una nuova nazione, composta da tutta l’umanità, dove le persone si prendono cura le une delle altre e si uniscono come fece il popolo d’Israele ai piedi del monte Sinai: “come un solo uomo con un solo cuore”.