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Felice Anno Nuovo (di riflessione)

Quasi ogni cultura festeggia l’inizio del nuovo anno.  Ogni tradizione ha le sue usanze, pasti, doni e un proprio significato interiore.  Per gli Ebrei, il festeggiamento di Rosh Hashanah (l’inizio del nuovo anno) avviene con  cibi simbolici ed è un giorno di giudizio. Questo giudizio è il cuore di Rosh Hashanah.

Possiamo pensare al significato spirituale di Rosh Hashanah come a un sistema operativo, come Microsoft Windows o Apple IOS. La razza umana non è nata dal nulla. L’evoluzione ha uno scopo e il sistema operativo la conduce verso di esso.

Il sistema operativo funziona in tutta la natura e tutte le creazioni, tranne l’umanità, lo seguono istintivamente. Noi, dall’altro lato, possiamo studiarlo e manipolarne alcune parti a nostro vantaggio.

A Rosh Hashanah, prima di assaggiare la testa del pesce, pronunciamo una benedizione: “Che possiamo essere la testa e non la coda”. Queste parole esprimono il nostro desiderio di non rimanere ignari del sistema operativo e di esserne governati inconsciamente, ma di diventarne consapevoli e di poter orientare il nostro sviluppo in una direzione positiva.

Il sistema operativo conduce invariabilmente verso uno stato di armonia ed equilibrio tra tutti gli elementi della realtà. Mira a portare l’intera umanità in uno stato di unità e vicinanza, come se fossimo tutti un’unica famiglia calorosa e amorevole. Il sistema non mira all’uniformità, a renderci tutti uguali, ma alla complementarità, a renderci complementari gli uni agli altri, in modo che ognuno di noi contribuisca con le proprie capacità e i propri talenti al bene comune e goda dei contributi di tutti gli altri, proprio come in una famiglia affettuosa in cui ognuno aiuta gli altri perché tiene a loro.

Studiando il sistema, ci rendiamo gradualmente conto di quanto siamo opposti allo stato di vicinanza e cura. Queste prese di coscienza precedono Rosh Hashanah e si chiamano selichot (chiedere perdono). Le selichot sono preghiere che pronunciamo quando sentiamo quanto siamo all’opposto dello stato di equilibrio e di cura reciproca.

Il termine ebraico per “preghiera”, tra l’altro, è tefilla, che deriva dalla parola haflala, cioè criminalizzazione. Durante la preghiera ci “criminalizziamo”, cioè scopriamo di essere dei criminali e quindi chiediamo perdono. Il crimine che ci rendiamo conto di aver commesso riguarda il sistema operativo, cioè il fatto che siamo stati egoisti, pensando a noi stessi e amando solo noi stessi invece di abbracciare tutta la creazione e lavorare a suo favore. Nella spiritualità, l’egoismo è sempre l’unico peccato, poiché ogni errore che commettiamo deriva dal pensare solo a noi stessi.

Tuttavia, il processo di riflessione, pentimento, richiesta di perdono e preghiera per diventare più amorevoli non è limitato da nulla. Può e deve essere un ciclo costante che compiamo interiormente. Ogni volta che completiamo un ciclo di richieste di perdono, raggiungiamo un altro Rosh Hashanah, fino a quando la successiva consapevolezza di egoismo emerge in noi attraverso i nostri sforzi per correggere il nostro egocentrismo e diventare più premurosi.

Quando il ciclo di Selichot è finito e raggiungiamo Rosh Hashanah, non solo desideriamo essere la testa e non la coda, ma anche festeggiare la correzione delle nostre qualità corrotte. Questo viene simboleggiato immergendo una mela nel miele. La mela rappresenta il cuore e il miele simboleggia l’addolcimento (la correzione) che trasforma l’egoismo in premura per gli altri.

Un’altra usanza è quella di mangiare un rimon (melograno). Il melograno contiene molti semi. Ognuno di essi rappresenta un desiderio egoistico. Mangiarli significa correggerli dall’egoismo alla donazione, il che ci dà una sensazione di romemut (euforia, si noti la somiglianza con la parola rimon).

Infine, a Rosh Hashanah, suoniamo lo Shofar, un corno festoso. Il suono del corno sta a significare il nostro desiderio di correzione dalla indifferenza e dall’odio verso gli altri per essere amorevoli, connessi e uniti come un tutt’uno con tutte le persone del mondo. Il termine shofar deriva dall’aramaico shufra (il meglio del meglio). Questo è lo stato che raggiungiamo quando tutti i nostri desideri sono stati corretti e diventiamo uniti come un’unica famiglia globale e amorevole.

Perché ci interessa Mosè

Anche se la Pasqua è finita, c’è una cosa che per l’umanità non finisce mai: l’essere affascinati da Mosè. In realtà, non si tratta solo di Mosè, ma dell’intera storia della schiavitù degli Ebrei in Egitto e della loro fuga miracolosa, che ha catturato l’immaginazione dell’umanità per migliaia di anni. Cosa c’è in questa storia che ci ha affascinato così tanto? Dopo tutto, le storie di schiavi e di fuga verso la libertà abbondano, così come le storie di scontri tra leader. Ma poche, se non nessuna, hanno guadagnato l’immortalità come la storia della fuga di Israele dall’Egitto.

C’è una buona ragione per questo. La storia dell’entrata di Israele in Egitto, la loro vita lì e la loro fuga, ci affascina non tanto per la storia in sé, ma per ciò che significa per ognuno di noi. Gli annali degli Ebrei in Egitto descrivono il processo di liberazione dall’egoismo e il raggiungimento della qualità dell’altruismo, o amore per gli altri.

C’è una ragione per cui Rabbi Akiva spiega che la grande regola della Torah è “Ama il tuo prossimo come te stesso”, e perché il grande saggio Hillel disse a un uomo che gli chiese di riassumere la Torah in una frase: “Quello che odi, non farlo al tuo prossimo”.

E’ vero che non tutti vogliono diventare altruisti.  In realtà lo vogliono pochi. Tuttavia, man mano che l’umanità si evolve, sta diventando sempre più interdipendente. Più riconosciamo che le azioni di ognuno di noi influenzano la vita di tutti quanti, più ci rendiamo conto che non abbiamo altra scelta se non cambiare il nostro tratto fondamentale: l’egoismo, che di questi tempi è diventato ciò che molti esperti chiamano “epidemia di narcisismo”. 

La presa di coscienza è già in corso. La frase molto usata “Un’infezione in qualsiasi posto è un’infezione dappertutto”, mostra che riconosciamo che tutti ci influenziamo a vicenda.

Tuttavia, come possiamo preoccuparci degli altri quando siamo così preoccupati per noi stessi? Questo è precisamente quello che ci dice la storia degli Israeliti in Egitto. E ci commuove perché nel profondo, tutti noi abbiamo un Mosè interiore che capisce che la soluzione ai nostri problemi è nell’unità, nel liberarsi dall’ego, ed è solo una questione di tempo prima di accettare l’inevitabilità della trasformazione.

Nella storia, il Faraone rappresenta l’inclinazione malvagia, l’ego. Anche gli Egizi sono desideri e pensieri egoistici, ma non sono così ostinati ed egocentrici come il Faraone. Gli Israeliti sono quei pensieri e desideri dentro di noi che sono disposti a seguire Mosè verso l’altruismo.

Allo stesso modo, anche noi siamo molto deboli quando si tratta di resistere al nostro ego. Basta guardare la cultura: “Io! Io! Io!”, la cultura che abbiamo costruito, come l’ha descritta un grande saggio della NPR, e capirete quanto siamo immersi in noi stessi.

Ma prima o poi dovremo uscire dall’Egitto. L’impero dell’ego sta già cadendo; la civiltà che abbiamo costruito si sta sgretolando sotto l’inquinamento, lo sfruttamento e la belligeranza. Ci sta facendo uscire da noi stessi e ci sta portando l’uno nelle braccia dell’altro. Ci sta dando la scelta di abbracciarci l’un l’altro ed essere salvati oppure di ucciderci l’un l’altro e noi stessi durante il percorso.

Alla fine, sceglieremo la prima opzione. L’unica domanda è quanto tempo ci vorrà prima di capire che non abbiamo altra scelta che scappare dall’Egitto e costruire una nuova nazione, composta da tutta l’umanità, dove le persone si prendono cura le une delle altre e si uniscono come fece il popolo d’Israele ai piedi del monte Sinai: “come un solo uomo con un solo cuore”.

Esilio e Redenzione. La via di Israele

Questa sera, venerdì 15 aprile, gli Ebrei in tutto il mondo celebreranno la Pasqua, la redenzione di Israele dalla schiavitù in Egitto, trentatré secoli fa. L’esodo dall’Egitto non è ricordato solo nella data in cui si colloca nel calendario ebraico. In effetti, non solo nel Giudaismo ma anche nel Cristianesimo si attribuisce grande importanza alla liberazione degli  Israeliti dalla schiavitù. Nel corso della storia, ci sono stati innumerevoli casi di schiavitù e di liberazione. Perché allora questo è così importante che ci si preoccupa di ricordarlo? L’esodo simboleggia molto di più della liberazione di una nazione da un’altra. Descrive il processo interiore con cui si riscatta la propria anima dalla schiavitù dell’ego. E poiché siamo tutti nati schiavi del nostro ego, l’esodo dall’Egitto riguarda ogni persona sul pianeta.

Quando gli Israeliti erano nel deserto del Sinai, si lamentavano con Mosè: “Ci ricordiamo del pesce che abbiamo mangiato gratuitamente in Egitto, dei cetrioli e dei meloni, delle verdure, delle cipolle e dell’aglio” (Num. 11:5). In un’altra occasione, si lamentarono dicendo: “Vorrei che fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando sedevamo vicino alle pentole di carne, quando mangiavamo pane a sazietà” (Esodo 16:3). Vediamo che non furono le difficoltà fisiche ad affliggere i figli di Israele in Egitto, ma qualcos’altro li tormentava al punto che non potevano tollerare di rimanere lì anche solo per un’altra notte. Quel qualcosa è la ragione per cui la storia dell’esodo dei figli di Israele dall’Egitto è ancora così ben ricordata.

Per capire cos’è questo qualcosa, dobbiamo ricordare che il popolo di Israele è diverso da qualsiasi altra nazione. Le loro radici non possono essere ricondotte a nessuna nazione o paese, clan o tribù. Noi attribuiamo la nascita della nazione ad Abramo, ma egli fu solo il primo. Il giorno della sua morte, gli Ebrei non erano ancora una nazione. Ricevettero il loro status ufficiale, se volete, solo ai piedi del Monte Sinai, dopo aver fatto voto di unirsi “come un solo uomo con un solo cuore”.

Fino ad allora, individui di numerose tribù e nazioni si univano agli Ebrei per loro scelta. L’unica condizione per unirsi agli antichi Ebrei era accettare il principio dell’unità al di sopra di ogni differenza. In altre parole, la nazione emergente era composta da uomini di origini diverse, che si univano al gruppo che Abramo aveva costituito perché aderivano all’idea con cui egli lo aveva fondato: unità, cura degli altri, questo è tutto ciò che conta. Ecco perché la legge fondamentale del Giudaismo è “Ama il tuo prossimo come te stesso”.

Nonostante i loro sforzi per unirsi, l’ego degli antichi Ebrei li deluse più e più volte. Ogni volta che lo superavano e si univano, si intensificava e li separava ancora una volta. Ecco perché la storia del popolo di Israele è piena di conflitti e guerre.

La storia dell’esodo dall’Egitto è un racconto simbolico che parla degli sforzi per superare il proprio ego. Mosè, per esempio, è la qualità dentro di noi che trascina costantemente verso l’unità. Il nome ebraico Moshe [Mosè] è simile alla parola ebraica moshech [tirare], cioè tirare via dall’ego e verso l’unità e l’amore per gli altri.

Il popolo di Israele è la qualità dentro di noi che può relazionarsi con Mosè e seguirlo, ma esita a farlo. Sono tentati dall’ego di rimanere in Egitto, dove l’ego è il re. Questo è il motivo per cui mettono costantemente in discussione la guida di Mosè e si chiedono se non sarebbe stato meglio se fossero rimasti in Egitto.

L’Egitto simboleggia il nostro ego, il nostro odio per gli altri. Il Faraone è l’epitome dell’ego. Non è solo l’odio per gli altri, ma il desiderio di dominare su tutti e tutto, di opprimere tutta la realtà sotto il proprio governo. Ecco perché il Faraone dice: “Chi è il Signore perché io obbedisca alla Sua voce?” (Es. 5:2). In altre parole, il Faraone non si inchina a nessuno; è il nucleo dell’egoismo.

La lotta di Mosè per liberare il popolo di Israele dall’ego ebbe successo. Per un individuo, è la redenzione dell’anima dalle catene dell’ego, il re che ci governa dalla nascita, come è scritto: “L’inclinazione del cuore dell’uomo è malvagia fin dalla sua giovinezza” (Gen. 8:21).

Come possiamo vedere, la storia dell’esodo di Israele dall’Egitto è molto pertinente. Il mondo di oggi, che è immerso nell’egoismo, ha bisogno di redenzione dall’ego non meno di quanto il popolo di Israele ne avesse bisogno allora. Abbiamo costruito un mondo bellissimo, che è abbondante in ogni modo possibile. Eppure, l’asservimento al nostro io narcisistico ci separa gli uni dagli altri e ci porta a distruggere ogni frammento di bellezza sul nostro pianeta.

Proprio come la schiavitù del popolo di Israele in Egitto era in realtà la schiavitù del loro ego, così noi siamo intrappolati dal nostro ego e cerchiamo di dominare e opprimere gli altri (se siamo Faraone), o semplicemente odiamo le altre persone (se siamo semplici egiziani). In entrambi i casi, è distruttivo per noi, per la società e per il mondo in cui viviamo. 

Che questa Pasqua sia l’inizio della nostra redenzione dall’ego e l’inizio dell’unità e dell’amore per gli altri.

La guida di Mosè per condurre l’umanità fuori dall’Egitto

Sull’odierno sfondo di un vuoto mondiale di autorità, la figura di Mosè che fece uscire Israele dall’Egitto sembra più rilevante che mai. Cosa ha reso il grande profeta, l’eroe della festa di Pasqua, così importante nelle pagine della storia? Quale speciale capacità di comando aveva?

In termini di capacità di comando, non c’era nulla di palesemente speciale in Mosè. Era tutt’altro che eloquente, non era un capo nato e spesso non riusciva a capire il Creatore di cui portava il messaggio. Con la sua apparente mancanza di risultati, chiunque altro si sarebbe arreso molto prima, ma non Mosè. Egli aveva la qualità che ci piacerebbe vedere nei governanti di oggi: un amore vero e disinteressato per il suo popolo.

Nel corso della storia, ci sono state molte persone che hanno saputo gestire bene le cose e governare gli altri secondo le loro aspirazioni egoistiche, ma non sono state necessariamente considerate bravi capi. Sofisticazione, scaltrezza e altre qualità subdole, tutte non sono richieste in un vero capo.

Un capo è prima di tutto e soprattutto un educatore. Mosè certamente lo era, ha educato il suo popolo ad amarsi l’un l’altro e lo ha aiutato a connettersi al di sopra del suo egoismo, dei suoi desideri innati di trarre vantaggio per se stesso. Gli Ebrei si unirono intorno al Monte Sinai, che non a caso prende il nome dalla parola ebraica “sinah” (odio). Non distrussero la montagna dell’odio tra di loro, ma mandarono l’elemento più incontaminato in mezzo a loro, Mosè, a scalare la montagna, a conquistarla e a portare giù una legge (Torah) con la quale avrebbero potuto stabilire l’amore tra di loro.

Ma la Torah non è un copione di Hollywood. Parla dello sviluppo spirituale all’interno di una persona e della lotta costante tra le forze dell’egoismo e le forze della fratellanza e dell’unità dentro di noi. Questo è spiegato nel Libro dello Zohar con la frase: “L’uomo è un piccolo mondo”. Così, quando è scritto nella Torah (Esodo 6:2) a proposito di Mosè che lo spirito del Signore parlò nella figlia del Faraone per chiamarlo Moshe (Mosè) dalla parola “moshech” (tirare), è perché lui è colui che tira Israele dall’esilio, li tira fuori dall’Egitto, cioè dall’egoismo che stava distruggendo le relazioni tra loro.

Oggi sentiamo che il periodo oscuro dell’Egitto sta ritornando, ma è generale e globale. Vediamo già chiaramente che il mondo intero è strettamente interconnesso, ultimamente con l’impatto della pandemia e con le ripercussioni della guerra in Ucraina sulle economie e le forniture di cibo in tutto il mondo.

Dobbiamo affrontare l’oscurità e anche capire cosa ci sta mostrando. Ha lo scopo di avvicinare tutta l’umanità alla redenzione. Dobbiamo smettere di fingere che questo stato di oscurità non sia sceso su tutti noi. Non possiamo ignorarlo o semplicemente sperare che se ne vada. È importante riconoscerlo e capire che l’oscurità è il segno di un nuovo stato luminoso.

Ma abbiamo bisogno di aiuto per usare questo avvertimento in modo mirato e raggiungere i risultati desiderati. Dovremmo essere condotti dagli attributi della guida di Mosè espressi nella forma di un sistema educativo pan-sociale. Abbiamo bisogno di un sistema che permetta a ciascuno di noi di capire che la radice di tutti i nostri problemi, in patria e all’estero, è l’ego che porta separazione e che le guerre tra di noi rendono solo amara la vita di tutti e portano solo più problemi in ogni parte del il mondo. Abbiamo bisogno di una guida che ci insegni a trascendere tutti i disaccordi e che ci insegni come, nonostante tutte le differenze, connetterci tra di noi.

Al contrario, se manchiamo di rispetto e ci facciamo del male l’un l’altro, inevitabilmente si manifesteranno altri flagelli come quelli dell’Egitto. Questo significa che tutto dipende da noi, ora. Se capiremo al pari di un bambino che vede lo sguardo dei suoi genitori, affronta e interpreta l’avvertimento e migliora il suo comportamento in risposta, allora non ci sarà bisogno di altri colpi. Invece, costruiremo ponti d’amore sull’odio.

Perché la festa di Purim oggi è più importante che mai?

Costumi, maschere, doppie identità. Dietro la gioiosa celebrazione di Purim c’è una storia profonda sul bene e sul male. Svelare il suo significato segreto può salvare il mondo di oggi, specialmente quando la realtà sembra così cupa e incerta. Così, questa festa è significativa non solo per il popolo ebraico, ma per tutta l’umanità.

La lettura tradizionale del “Rotolo di Ester” durante la festa di Purim non celebra semplicemente un evento avvenuto molto tempo fa. In realtà descrive uno stato spirituale, ancora non chiaro,  che si trova davanti a noi e che verrà scoperto non appena ci uniremo. In effetti, Megilat Ester o Il Rotolo di Ester si riferisce alla “rivelazione del nascosto”, perché in ebraico, “guilui” significa rivelazione, e “ester” da “hastara” significa occultamento.

Nel racconto di Purim, Haman avanzò la pretesa al re Assuero che gli Ebrei dovessero essere uccisi perché erano separati e quindi ritenuti inutili: “C’è un certo popolo, sparso e disperso”.

In risposta, Mardocheo fece appello al re Assuero per avere misericordia degli Ebrei tramite la regina Ester, ma ella disse che era impossibile per lei aiutarli finché fossero rimasti dispersi e non uniti. Così Mordechai andò in missione per trasmettere questo appello all’unità del popolo ebraico. Quando alla fine si riunirono e si unirono, Ester fu in grado di convincere il re Assuero ad avere pietà di loro.

Come in tutte le storie della Torah, i personaggi e l’interazione tra loro rappresentano attributi e poteri che si manifestano nei nostri pensieri, desideri, atteggiamenti e relazioni.

Mardocheo simboleggia una forza positiva che si prende cura profondamente di tutti dato che il futuro del mondo dipende dallo sviluppo delle qualità sublimi dell’amore e della dazione, e dallo sviluppo di una connessione integrale perfetta tra tutte le parti della realtà e tutti gli esseri viventi.  Al contrario, il malvagio Haman simboleggia la forza negativa, una tendenza egoistica a controllare tutti gli altri, a piegare tutti sotto di noi, a prendere tutto ciò che è possibile da loro, a sfruttarli a nostro vantaggio. 

“L’uomo è un piccolo mondo”, spiegano i nostri saggi. Significa che in ognuno di noi si trovano tutte queste forze descritte nel Rotolo di Ester, anche se non le sentiamo. Esse definiscono la direzione di sviluppo che ci salverà dalle lotte egoistiche di tornaconto personale a spese degli altri, che minacciano di far degenerare la razza umana verso l’autoestinzione.

Più ci sviluppiamo, più questi poteri si intensificano. La volontà spietata di governare e controllare affiora sempre più nelle persone e grandi forze di separazione operano per dividerci. Pertanto, il messaggio centrale della storia di Purim è che l’unità sarà la nostra salvezza e che la nostra negligenza nel superare le differenze tra di noi ci mette in pericolo, ci danneggia e può persino annientarci.

In altre parole, lo stato elevato che l’umanità è così desiderosa di raggiungere e che è così disperatamente necessario in questi giorni ora è celato. Non appena impareremo a connetterci correttamente l’uno con l’altro, al di sopra del nostro egoismo, rimuoveremo la radice di tutto il male dalle nostre vite e un mondo di tutto il bene sarà rivelato.

Buon Purim a tutti!

Il miracolo che si festeggia a Hanukkah

Ogni festività ebraica ha un profondo significato spirituale. Hanukkah non fa eccezione. Durante Hanukkah si celebra il miracolo che avvenne ai Maccabei, che sconfissero il potente Impero Seleucide e i suoi alleati, gli Ebrei Ellenistici. Dopo la loro vittoria, pulirono il Tempio saccheggiato e trovarono solo l’olio sufficiente per accendere la menorah per un giorno. Ma, udite udite, l’olio durò per otto giorni.  Così i Maccabei ebbero tempo di procurarsi abbastanza olio da permettere alle candele della menorah di rimanere accese.

Tuttavia, in tutte le festività, trascuriamo un messaggio molto importante della ricorrenza. Le candele della menorah simboleggiano la nostra lotta con l’ego, il nostro odio per gli altri. Il bruciare della candela simboleggia il nostro trionfo nell’usare anche i nostri desideri più depravati a beneficio degli altri.

Tradizionalmente una candela è composta di tre elementi: 1) l’olio, che serve come combustibile, 2) lo stoppino, il filo che è immerso nell’olio e lo porta al bordo dello stoppino, e 3) il fuoco, che utilizza sia lo stoppino che l’olio (principalmente quest’ultimo) per bruciare. RABASH, il mio maestro, spiega che l’olio è un serbatoio di cattivi pensieri e intenzioni verso gli altri. Lo stoppino è un singolo pensiero o intenzione che emerge da quella miscela. Il miracolo avviene quando decidiamo che non vogliamo seguire le nostre intenzioni corrotte, ma piuttosto sviluppare l’amore per gli altri. 

Se ci riusciamo, è ritenuto equiparabile all’accensione della fiamma, e questo è considerato un miracolo. La fiamma ha bisogno costantemente di pensieri negativi,  altrimenti non avrebbe nulla da “bruciare” per innalzarsi, quindi i pensieri negativi sono necessari. Tuttavia, data la portata del nostro egoismo, ci vuole davvero un miracolo per elevarsi al di sopra della nostra cattiveria e trasformarla in pensieri positivi verso gli altri. 

È un miracolo ancora più grande quando questa trasformazione avviene non in una singola persona, ma in un’intera nazione. Il popolo d’Israele ha stabilito la sua identità nazionale proprio compiendo questo miracolo quando ognuno si è impegnato ad amare l’altro come se stesso.

Oggi abbiamo bisogno di un miracolo ancora più grande. Con il mondo intero interconnesso e tutte le nazioni impegnate in continue lotte di potere, il miracolo di cui abbiamo bisogno è che il mondo intero si elevi al di sopra dell’odio e del sospetto e li usi come combustibile, come olio, per accendere la fiamma dell’amore.

Le cronache del popolo ebraico non sono storie di un popolo vissuto in tempi antichi: sono lezioni per l’umanità. La nazione ebraica è costituita da persone che provenivano da tutto il mondo antico, quindi è naturale che i loro annali non riguardino solo loro stessi, ma soprattutto le loro nazioni d’origine. 

L’unione che i nostri antenati raggiunsero fu un “pilota” per un programma che tutto il mondo deve attuare oggi. Più rifuggiamo l’idea di elevarci al di sopra dell’odio e ci crogioliamo nell’odio reciproco, più saremo scossi quando finalmente ci renderemo conto che non abbiamo altra scelta che cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri, proprio come fecero allora i nostri antenati.

Simchat Torah: La causa della gioia sbloccata

Il fallito intento recente dei legislatori americani progressisti di ridurre l’aiuto della difesa per l’Israele e l’imminente commemorazione dell’ONU del ventesimo anniversario del Convegno antisemita di Durban, sottolineano, ancora una volta, come Israele e gli Ebrei in tutto il mondo siano isolati e criticati.

L’attenzione globale che stiamo ricevendo, per quanto negativa, è la nostra opportunità di essere “una luce per le nazioni”. Quindi, il festeggiamento di Simchat Torah (gioire per la Torah) quest’anno ha un significato speciale. É uno spiraglio per dimostrare al mondo una strada verso la luce che i nostri progenitori scoprirono secoli fa; la strada che volevano condividere con il mondo.

Dobbiamo solo praticare questo semplice metodo di unità tra di noi.  Il nostro esempio è tutto ciò che serve al mondo per potersi rendere conto  che c’è un’alternativa all’odio e al conflitto e che il popolo di Israele ci sta mostrando la strada.

I Giorni Sacri del calendario Ebraico, rappresentano il processo di trasformazione dal nostro essere ricettori a datori. Alla sua conclusione, il giorno di Simchat Torah, festeggiamo il successo di questo cambiamento predestinato.  La festività ci porta a riflettere sul tipo di individui che  siamo e che società siamo diventati.  Anche se scopriamo di non essere puri quanto vorremmo essere, c’è comunque motivo di gioire, poiché il riconoscimento della verità è il primo passo verso il cambiamento.

“Torah” è la parola ebraica per “istruzione” (“Hora’a). E’ scritto: “Ho creato l’inclinazione del male, ho creato la Torah come spezia”. La Torah è la luce che corregge il desiderio, ovvero la forza positiva della natura che ci connette al di sopra del nostro egoismo.  Simchat Torah rappresenta la correzione finale di questo desiderio in cui ci connettiamo senza limiti tra di noi e con la natura.  Questa correzione completa è la ragione della gioia (Simcha).

Il Libro di Zohar (Teruma) scrive che la “Torah è luce, e chi si impegna nella Torah è ricompensato con la luce”.   La luce di cui parla lo Zohar è una forza creatrice che genera ogni cosa che esiste.  Simile allo Zohar, l’ARI scrive nell’Albero della Vita:  “Sappiate che prima che le emanazioni fossero emanate e le creature create, la luce semplice superiore aveva riempito tutta la realtà”. Questa luce, continua l’ARI “ha emanato, creato, formato e fatto tutti i mondi”.

La luce funziona secondo un principio molto semplice: la dazione. Questa qualità di dazione ha creato ogni cosa che ci circonda, l’universo intero con noi al suo interno. Quando studiamo il nostro universo, le galassie, i pianeti, le piante, gli animali, persino noi stessi, stiamo, in realtà, studiando le manifestazioni di questa luce.

Simchat Torah celebra la gioia di chi riesce ad acquisire la qualità della Torah (luce): completa e assoluta benevolenza. “L’inclinazione del cuore dell’uomo è malvagia fin dalla sua giovinezza,” e “ogni inclinazione dei pensieri del cuore [dell’uomo] era solo il male,” ci dice la Torah nella Genesi.

Quando nasciamo siamo il completo opposto della dazione, della luce.  La maggior parte di noi è soddisfatta, e persino ignara, della sua natura egocentrica.  Ma quando questa natura inizia a danneggiare noi stessi e gli altri, ci obbliga a cercare alternative.  E’ questa la situazione che si sta manifestando nel nostro mondo, oggi.

Nonostante l’apparente difficoltà, c’è una via lastricata e collaudata per realizzare la trasformazione che dobbiamo intraprendere. Non puoi dare nel modo necessario quando sei da solo, hai bisogno di persone che la pensano come te con le quali puoi “esercitarti” a dare.  Attraverso queste esercitazioni, insieme, si crea una società sostenibile e prospera di datori che ha acquisito la qualità benevole della luce.

La necessità di diventare datori per poter stabilire un società fiorente è l’impulso dietro l’antica enfasi ebraica dell’amore per gli altri.  “Ama il prossimo come te stesso”, “come un unico uomo con un unico cuore” e “non fare all’altro ciò che odi” non erano intesi come principi morali, ma come strumenti pratici per creare una società i cui membri hanno acquisito la qualità della dazione o, in altre parole, una società che gioisce con la Torah.

Ci sottomettiamo costantemente alla nostra natura innata e scoppia così l’odio reciproco.  Eppure, anche se forse non ne siamo consapevoli, abbiamo il rimedio per la nostra condizione: esercitarci a dare al di sopra del nostro egoismo, riuscendo così a guarirlo.  Il libro  Maor Vashemesh affermava, duecento anni fa, che “La cosa da cui tutto dipende è l’amore e la fratellanza tra i figli di Israele, perché quando ci sono pace, amore, fratellanza e amicizia tra di loro, possono ricevere la Torah.”

Allora la gioia arriva realmente, com’è scritto: “la gioia è un riflesso delle buone azioni di dazione”.

Questo è perché la Torah è la forza che è pronta a correggere l’odio e la separazione tra di noi e trasformarli in connessione e amore, che è la scoperta detta “Simchah” (gioia).  Con essa la persona sente al suo interno l’intero vasto sistema che la circonda, e conquista una vita eterna, intera e felice.

Sukkot: una coperta di pace per il mondo intero

La festività di Sukkot (Festa dei tabernacoli)  è una tradizione importante e gioiosa che rappresenta l’ascesa spirituale. Il vero significato di questa festa è di costruire una nuova realtà di comprensione reciproca e sostegno, una sukkah (capanna) di pace, attraverso la forza positiva che generiamo attraverso la nostra coesione. 

Oggi, con la disunione come denominatore comune tra le famiglie, le società e le nazioni, il principio di questa festività è particolarmente rilevante. 

Questa festività viene anche detta: “Festa del raccolto” perché festeggia l’incontro annuale per la vendemmia. Com’è scritto “”Il quindicesimo giorno del settimo mese, quando raccoglierete i prodotti del paese, celebrerete la festa del Signore per un periodo di sette giorni.” (Levitico 23:39)”.

Da un punto di vista spirituale, Sukkot simboleggia  un processo molto bello di cambiamento interiore.  È abitudine festeggiare questo evento  in una struttura provvisoria, costruita specificamente per questo periodo, la sukkah.  Il tetto, detto schach, viene costruito dai “rifiuti di fienili e cantina”. 

Questi rifiuti rappresentano le cose che buttiamo via e che consideriamo meno essenziali.  Innalziamo i valori come la dazione, la premura, l’empatia, la solidarietà, la responsabilità reciproca, al di sopra delle nostre teste, come gli attributi più preziosi e importanti che possano esistere, come un tetto che ci ripara dal sole cocente.  Com’è detto nel Cantico dei Cantici: “Mi sedetti alla sua ombra con grande gioia…”

Il fatto che costruiamo il tetto, la copertura della capanna festiva, specificamente con gli elementi che solitamente scartiamo, simboleggia l’ intenzione di invertire i nostri valori e trasformare noi stessi da individui egocentrici in esseri umani, amorevoli e empatici. Sembra che oggi questi ideali siano proprio ciò di cui abbiamo bisogno per poter mitigare l’impetuosa rabbia che si diffonde nelle nostre vite quotidiane.  

Sukkot è una chiamata per uscire dalla comodità della nostra “casa” egoistica, ovvero l’amore per sé, e costruire una nuova struttura, una sukkah, come simbolo del nuovo mondo che possiamo creare se acquisiamo le qualità della dazione e fratellanza, le qualità più importanti, per creare una società solida e sostenibile, dalla quale tutti trarranno beneficio.  

Cosa ci impedisce di creare una buona vita per tutti, compresi noi stessi? Non è altro che l’ego umano: il desiderio di godere a spese degli altri.  Come parte dell’evoluzione naturale umana, l’ego è cresciuto in proporzioni terribili, mentre la natura desidera che manteniamo la sua legge basilare di equilibrio tra tutti i suoi elementi: inanimato, vegetale, animale e umano. 

Le dure condizioni che l’umanità sta sopportando con una pandemia globale, gli squilibri climatici e le perturbazioni mondiali, sono i tentativi della natura di invertire il nostro stato di separazione e avvicinare i nostri cuori gli uni agli altri.

Stati tali richiedono la costruzione di una vera sukkah di amore e unione, che coprirà l’intera umanità per un futuro positivo.  Prima comprendiamo la lezione che la natura ci sta insegnando e prima possiamo trasformare la nostra vita, sfuggente e fragile, in una vita positiva, stabile e pacifica.  

Noi, come popolo ebraico, dobbiamo essere un esempio di coesione e guidare la strada che gli altri seguiranno, riunendo il mondo intero sotto una grande coperta di paglia dove saremo uniti come uno.  Quando questo avverrà, l’abitazione provvisoria della sukkah sarà completata come lo spazio comune che facciamo tra di noi, nei nostri cuori, assicurando all’umanità una vita sana e una coesistenza felice sotto un unico tetto globale.  

I Giorni di Penitenza dell’Umanità

Questa settimana iniziano i Dieci Giorni della Penitenza. In questi giorni, tradizionalmente, gli Ebrei si pentono per i loro misfatti durante l’anno passato e chiedono perdono sia l’uno all’altro che al Creatore del mondo. Guardando all’anno passato, però, sembra che il mondo intero abbia bisogno di un processo di pentimento. Anziché pregare che le tragedie finiscano, dobbiamo capire che siamo noi che le abbiamo causate, quindi se smettiamo di fare ciò che è sbagliato, anche le tragedie finiranno. 

Pentimento non significa rimorso. Significa, innanzitutto, una riflessione su ciò che abbiamo sbagliato e un impegno a cambiarlo da qui in avanti.

Quando ero bambino potevo fare quasi tutto quello che volevo.  I miei genitori e le persone che mi circondavano perdonavano la mia disobbedienza, attribuendola alla mia età.  Man mano che crescevo, la gente gradualmente ha cambiato atteggiamento nei miei confronti; sono diventati più severi  e rigidi, a volte mi hanno anche punito e non capivo il perché.  Quando ho chiesto a mia madre, lei mi ha spiegato che non ero più un bambino, e dato che stavo crescendo dovevo comportarmi da grande.  E quando non lo facevo mi rimproveravano. 

Ora, siamo tutti quanti in questo stato.  Noi, la razza umana, non siamo più bambini. Siamo cresciuti, siamo diventati estremamente potenti, eppure rimaniamo dispettosi come quando eravamo bambini.  Di conseguenza, tutti intorno a noi, l’intera realtà, ci stanno rimproverando. Proprio come gli adulti mi rimproveravano quando non dimostravo un livello di maturità che si aspettavano da me, la natura ci punisce quando il nostro comportamento è infantile in confronto a come dovremmo comportarci.  

La differenza tra un bambino e un adulto sta nel rapporto con gli altri. Un bambino vede solo se stesso; un adulto vede la collettività e se stesso come parte positiva e contribuente della collettività. Un bambino è contento quando ottiene ciò che vuole, un adulto è contento quando contribuisce al collettivo, alla comunità, e trova ricompensa e soddisfazione nella gioia degli altri. 

La natura ci spinge in questa direzione: diventare più attenti e amorevoli. I disastri naturali dell’ultimo anno (e degli anni precedenti) non sono punizioni della natura; sono le conseguenze della nostra sconsideratezza verso gli altri e verso la natura. Se cambiamo la nostra mentalità, essi finiranno, dato che è la nostra mentalità egocentrica che li causa. 

I Dieci Giorni di Penitenza ci ricordano di riflettere su come trattiamo gli altri. E’ un’opportunità di riconoscere il male che stiamo causando attraverso il nostro narcisismo e di fare uno sforzo comune di riformare noi stessi, a beneficio di tutti.

Rosh Hashanah, un Nuovo Inizio

“L’uomo è lupo per l’uomo” diceva il proverbio latino Homo homini lupus. Questo descrive, in maniera appropriata, il modo in cui ci trattiamo tra di noi, nella società attuale. Forse siamo arrivati al punto in cui pensiamo di non avere nulla per cui gioire, abbiamo distrutto la Terra, famiglie, paesi e popoli, culture e l’educazione. Siamo arrivati a una situazione estremamente brutta. Ma d’altra parte, questo punto basso potrebbe servire come un’opportunità per esaminare il nostro stato, ripartire e risalire da questa situazione in Rosh Hashanah, questo nuovo anno. 

Tutto dipende da quanto acutamente ci giudichiamo, valutiamo il tempo che abbiamo perso per modificare il nostro stato, dichiariamo “Basta!” e facciamo i passi necessari per una nuova vita. E questa nuova vita non implica necessariamente la costruzione di qualcosa di nuovo oltre alle buone relazioni tra di noi. 

Rosh Hashanah, dalle parole “testa” o “inizio” [“Rosh” in ebraico] e cambiamento [“Shinui”], indicano l’inizio del cambiamento, l’abilità di trasformare la nostra direzione attuale di sofferenza, insicurezza e vuoto, in una nuova strada nella vita, caratterizzata da felicità, sicurezza e realizzazione.

I simboli della festività di Rosh Hashanah assomigliano allo stato che aspiriamo a raggiungere. Le mele con il miele rappresentano il desiderio per un nuovo anno dolce e felice. Mangiare un melograno con i semi simboleggia tutte le buone azioni che dobbiamo compiere verso gli altri.  Una pagnotta rotonda cotta al forno è l’intero, la vita completa che vogliamo raggiungere.  E la testa di un pesce ci ricorda di essere “la testa e non la coda”. Il pesce simboleggia inoltre l’animale che vive nell’acqua e l’acqua è una grazia.  E’ come un neonato, circondato dall’acqua all’interno dell’utero della mamma.  Dunque, ognuno di questi simboli indicano che siamo alla soglia di una nuova era, una nuova vita. 

Dove esattamente dobbiamo iniziare questo processo di cambiamento?  Il primo passo  verso un nuovo inizio è attraverso la consapevolezza.  E’ importante rendersi conto che le relazioni umane, negative o positive, determinano la vita intera.  Agiscono non solo su di noi ma su ogni livello della natura: inanimato, vegetale, animale.  Il livello umano è il livello più alto della scala della natura, quindi se aggiustiamo il modo disfunzionale e incauto in cui trattiamo gli altri, questa correzione penetrerà il resto del sistema. 

I crescenti problemi che stiamo vivendo a livello globale dovrebbero risvegliare in noi una profonda introspezione al punto che ci rendiamo conto che tutto dipende da noi, dal nostro atteggiamento verso il nostro destino, verso la natura, verso tutti. Una profonda valutazione sulla qualità delle relazioni tra di noi rivelerà quanto dannosi siamo stati gli uni verso gli altri nell’ultimo anno, la causa radice del dolore e della sofferenza che di conseguenza riceviamo. 

Ne consegue che un buon anno sarà determinato dal nostro desiderio di attuare la grande regola della Torah, “Ama il prossimo come te stesso”. Dobbiamo analizzare noi stessi secondo questo principio, se abbiamo agito correttamente verso gli altri o meno. Con la rivelazione delle forze maligne nella società umana e in natura, speriamo di essere abbastanza intelligenti per renderci conto che la nostra forza si trova nella nostra unione. 

Allora, anziché divorarci tra di noi come lupi, ci comporteremo come una comunità forte di esseri umani amorevoli che si sostengono e  si amano costantemente. 

Buon Rosh Hashanah!